Posts Tagged ‘Cartaresistente’

Dicotomie n. 3 – Scrittura: Narratore/Autore

16 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 febbraio 2013

Così la mia vita è una fuga e perdo tutto e tutto è dell’oblio, o dell’altro. Non so quale dei due scrive questa pagina. (Jorge Luis Borges, “Borges e io” da “L’artefice”)

Narratrice
Seduta di fronte all’Altra, durante quei loro interminabili pomeriggi di confronto e sfida, A si sentì sempre più libera di ripercorre ed analizzare ciò che era stata la propria vita fino a quel momento. Fin da giovanissima, sostenuta fortemente dai familiari, aveva dimostrato un grande talento per la scrittura. Le sue prime prove furono accolte freddamente in patria. Scelse allora di emigrare nel paese Y, dove ottenne immediatamente un notevole successo e poté ritirarsi a vita privata, senza essere gravata da preoccupazioni morali o materiali, per dedicarsi allo studio del Racconto Perfetto. Solo dopo anni trascorsi tra innumerevoli tentativi e fallimenti, la perdita dell’uomo amato e della stima della famiglia d’origine, giunse molto vicina alla soluzione del problema. Entusiasta, spedì i risultati al famoso scrittore Z, il quale però la informò che nel periodo della sua lunga e solitaria ricerca, alle stesse conclusioni era arrivato prima di lei un giovane talento, al quale andarono onori e riconoscimenti. Caduta in una irrimediabile depressione, indisse una conferenza stampa, nel corso della quale annunciò teatralmente che il Racconto Perfetto non aveva alcuna possibilità di essere scritto. Abbracciò posizioni politiche estremiste e prese parte attivamente ad alcune manifestazioni di piazza a carattere violento. Venne quindi rimpatriata nel paese d’origine dove, nel corso di interminabili partite a domino, strinse casualmente amicizia con la Narratrice. Questa, armata del suo stesso entusiasmo per i racconti, risvegliò in A l’interesse per l’indagine abbandonata. Sotto gli occhi della Narratrice, la vita dell’ormai grigia e dimessa Autrice riprese ad ardere della passione di un tempo. Un giorno gridò al telefono di aver risolto finalmente il caso. La Narratrice si precipitò da lei, preoccupata per la sua salute. La trovò riversa in terra senza vita, attorniata da tessere di domino. Nessuno conoscerà mai più il segreto svelato. Nessuno, tranne la Narratrice di questo racconto.

Autore
Aveva sempre saputo di essere mediocre e per questo forse si era messo a scrivere, ma anche nello scrivere aveva una battaglia aperta con se stesso: non riusciva a trovare il proprio stile originale, anche se lo apprezzavano in tanti. Pensando comunque di avere una tecnica di successo e di essere letto da chi faceva delle scelte dava alle stampe i suoi libri, ne più ne meno, come lavori di mestiere e questo lo sottolineava anche la critica, considerando il fatto che l’autore cerca distinzione di idee, percorsi, parole, tutti concetti che definiscono nel tempo la sua vita. Effettivamente lui non si sentiva definito ma sempre più in difficoltà, al punto che pensò di abbandonare la letteratura per altre forme creative. Come per altri generi di scrittura: sceneggiatura; giornalismo; narrazione; critica; saggistica; blogger… anche il suo scrivere incontrava volente o nolente il “mi piace – non mi piace” del lettore, senza vie di fuga, senza compromessi, senza alternative. Sempre più innervosito che chiunque potesse esprimere un parere su quello che scriveva, cominciò a ordinare le parole come una barriera impenetrabile alla lettura. Ipotizzando che questa fosse la soluzione, iniziò a scrivere con il pensiero perverso di non essere letto, anzi, che la difficoltà ad essere capito trascinasse il pubblico e la critica in un punto morto di giudizio fino a spegnersi del tutto. A torto o a ragione ricercava ambiti creativi per imporre questa sua scelta che permettesse la fuga dai lettori. Più scriveva con questo pensiero in testa e nel cuore più affinava esperienza, quasi una “forma mentis” definita momento dopo momento, realizzazione su realizzazione. Insomma stava scrivendo per se stesso! Ma sapeva benissimo che un autore non può esistere al di fuori di un mondo di altri autori interessati ad esprimere le loro idee, sapeva che il vero scrittore è anche lettore accanito di letteratura impenetrabile realizzata da altri. Quindi cominciò ad arricchirsi di libri che lui giudicava creati con la sua medesima esigenza: migliorare lo scrivere per non farsi leggere. Non negava le proprie difficoltà in questo progetto, ma parola dopo parola superava radicalmente quello che aveva scritto in precedenza. Ora scriveva unicamente per il piacere di farlo pensando di non essere capito quindi di non avere un pubblico. In effetti i suoi lettori era sempre meno, ma quelli che lo leggevano lo considerandolo ora un autore vero che cambiando genere aveva sfidato le sue sicurezze andando incontro a nuove difficoltà esistenziali.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 4
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomie n. 2 – Marinaio/Contadina

9 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 febbraio 2013

Chi viaggia ha molto da raccontare […] Ma altrettanto volentieri si ascolta colui che, vivendo onestamente, è rimasto nella sua terra. (Walter Benjamin, “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov”)

Marinaio
Come ti invidio. O meglio, ti ammiro. Anzi, ti adoro. Sai sempre dove vuoi andare. Oh, diamine, in realtà… Come ti bramo! È solo che non riesco a starti dietro. Non so come raggiungerti, non so come seguirti. Tu dici “È semplice. Fai quello che faccio io”, è una parola. Mi sembri avere sempre il vento in poppa, hai quello sguardo così infervorato. Quello che, se per caso incrocia il mio, mi illude che io sia sulla tua rotta, cosa che non è mai. Sai essere leggermente strabico, alla bisogna, e me ne accorgo tardi.
Ti lanci sempre, ti ficchi in mezzo ai guai, ti ferisci. Poi io rattoppo le tue vele, e subito riparti. Ti perdi, non dai notizie per giorni. Me ne dispero, ma torni. Inatteso, scombini la mia vita: mi baci sulla bocca! Non sai come hai potuto starmi lontano, e tutto ti è perdonato. Parli di nuove mete e mi convinci. Stavolta verrò con te. Mi imbarco. Va bene per un po’, anche se ho il fiato corto. Ti guardo e mi restituisci una forza immane.
Un’onda troppo alta mi travolge, cado! Mi lanci il salvagente, è vero, però aggiungi “Non mi posso fermare, salta sul primo battello e prosegui sola. O l’ideale, o morte!” Ma quale morte e morte, penso io, che vorrei solo un phon, un the bollente e un plaid. E te vicino.
Lo vuoi capire o no? L’Oceano anche ammirato dalla riva può ammaliare. Una chiesa può esser bella se non consideri i preti, un notturno di Chopin valere quanto i Rolling Stones. Due notti di fila insieme a me nel letto (dammi retta) non hanno paragone con i brevi ristori nella ciurma adorante. Ma senza non sai vivere.
Tutto di te parla di avventura, ammalii con sussurri da sirena (chi non ti apprezza è certamente sordo). La tua intransigenza ti fa eroe anche quando ti chini sui lacci delle scarpe. “Oohh”, dicono, “guardate: che nodo superiore!” E da quel momento è moda. Tutti ti seguono nelle tue esaltazioni, si prostrano quando ti deprimi, e io con loro. Spiandoti dal mio angolo segreto, con gli occhi torvi, le unghie rosicchiate a sangue. La verità è che vorrei essere come te, ma visto che non posso mi devo accontentare. E quando raramente fai naufragio, in fondo in fondo un po’ (ma giusto un po’) ne godo.

Contadina
Si ribalta il gioco delle parti per cui se ti definisco “contadina”, ora ti faccio un complimento, potresti diventare un personaggio TV e ti guarderei con interesse pensando che mi salverai. Potresti avere l’anima onesta donna, anima che ha radici profonde nel terreno in cui vive, difeso dall’avanzare del moderno di cui sono assuefatto. Ritorno a pensare che se di terra dovessi ri-vivere dovrei venirti a cercare per chiederti consigli da dove cominciare, come fossi mia Madre. Se in passato avevo pensato di integrati nel mio quotidiano da cui ora devo difendermi, ora mi rendo conto che per fortuna non ci sono riuscito e diventi, contadina, un esempio, una via di fuga, una possibilità non soffocante. È vero, per fortuna che ci sei è fai un mestiere che aiuta a sentirmi sano, al sicuro e non lo dico solo perché sei donna. Ma se dovessi descriverti, del vecchio intenderti non è rimasto molto, difficile vederti nel campo a zappare, sotto la pioggia a curare l’orto, le galline, la vite, roba da cartolina illustrata o d’archivio d’antan che trovi in Internet. Facile invece pensarti oggi una bella donna che sà in anticipo “che tempo farà” collegandosi all’app dedicata. Di storie ne hai da raccontare ma sono più interessanti quelle di tuo Padre se sei figlia d’arte, altrimenti devi per forza avere un progetto da piantare da qualche parte, perché anche la terra non è più quella di una volta. E per chiudere pensando all’onesta che sei, diciamo che penso che tu lo sia molto più di me perché con la terra ci tratti e quella pragmatica, non lascia scampo. Ma diciamo anche che hai imparato a raccontarmela questa storia e io impaurito credo a tutto. Quindi sei anche “eco-furba” più che ecologica e il chilometro zero ti aiuta a distinguerti dando un prezzo al tuo lavoro. Comunque, in questo gioco delle parti sei vincente, almeno nel sentimento che provo per te, quindi resta contadina con il palato fine da degustatore. Resta contadina che stai andando bene e il genere è già mito paragonato al niente di buono che ci attornia, da cui vorrei tu mi salvassi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon Dicotomia resistente n. 2
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomie n. 1 – Umanità: Donna/Uomo

2 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 1 febbraio 2013

Le ho consigliato di starsene lontana dall’albero. Mi ha risposto che non l’avrebbe fatto. Prevedo un disastro. Emigrerò. (M. Twain, “Il diario di Adamo ed Eva”)

Può affrancarsi dall’esclusività dell’universo femminile una donna che camminando per strada non si preoccupi a ogni passo di come la vedono gli altri, talmente serena da proiettare colori e bellezza sui luoghi che attraversa. Una donna forte della propria autostima, in grado di ispirare chi incontra cercando lo scambio disinteressato, perché sa che può essere vantaggioso per tutti. Una donna che ammetta di “volere”, a volte per sé, a volte per gli altri (senza mai decidere al loro posto) e non si limiti a sognare. Che si batta per ottenere quello che vuole. Una donna che impari sempre qualcosa, anche dagli errori e dalle sconfitte. Che consideri il comportamento di un essere umano a prescindere dal genere. Una donna che creda nel valore delle differenze, le usi come terreno di incontro e non le consideri barriere. Che conosca e accetti le debolezze, le pulsioni, i limiti che ha in sé, per riconoscerli e comprenderli nell’”altro”. Una donna che offra senza riserve i propri sentimenti, e anche se questi andassero sprecati non si impoverirà, perché sa di averne una scorta. Che sappia Accettare, Accogliere, Affermare, Ammirare, Ascoltare/Ascoltarsi, Baciare, Cacciare (i pregiudizi), Cambiare (idea), Costruire (insieme), Credere, Creare, Dare, Dimenticare, Domandare, Dubitare, Entrare (in empatia), Fremere (e provocare fremiti), Guardare (senza pudore), Iniziare (senza paure), Lasciare/Lasciarsi (andare), Meravigliare/Meravigliarsi, Nutrire/Nutrirsi, Osare, Perdonare, Pretendere (quando è lecito), Ridere (di cuore), Sentire (le assonanze con gli altri, i messaggi dei sensi), Sorridere, Sospingere, Sostenere, Tentare, Uscire (dalle situazioni di compromesso), Variare (menù, compagnia, taglio di capelli… tanto ricrescono!), Z – un prefisso ingannatore, non ultimo: Amare.

Può evolversi in un uomo chi non abbia velleità di successo ad ogni costo e consideri il confronto con chi ha deciso di amare un atto essenziale al vivere. Un uomo consapevole della sua nuova condizione di “essere” necessariamente e continuamente alla ricerca di completarsi, rinnovarsi, pur rimanendo un uomo. Un uomo che stupisca con la necessaria forza, soprattutto forza delle idee e della conseguente volontà a non arrendersi per realizzarle. Quest’uomo può considerare quello che dichiarerà anche fisicamente un nuovo manifesto alla sua condizione, sia comunicativa che d’azione, interpretando questa possibilità un modo per diffondere il suo: essere e pensarsi in evoluzione. Un uomo è un uomo solo se sa inventare un Mondo e non distruggerlo per non concederlo ad altri, quando sa rappresentare il genere all’interno del Mondo creato, ma lo può anche spiegare senza “falsi esempi esemplari” dietro cui nascondersi. È un uomo che può “definirsi” se sa essere punto di riferimento per i suoi affetti, raccontando le favole quando serve e non raccontandole a se stesso per mantenere un Mondo parallelo. Deve considerarsi un uomo in evidenza sia quando piange ma anche quando urla, vivendo il più possibile sereno e ragionevole in mezzo a questi due estremi. È un uomo quando regge e non delega a niente e a nessuno la “sorte” che gli è toccata, ma con la creatività necessaria cerca di rinnovarla questa “sorte” che potrebbe non piacergli. Insomma, può avventurarsi nel nuovo universo maschile che si trova difronte alla sua dicotomia, un uomo che usa quello che il destino gli ha concesso per migliorare le regole negative inventate da altri, che gli potrebbero impedire di essere un uomo positivo.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 1
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomie resistenti (al passare del tempo)

21 gennaio 2018

 

 

 

 

Sioressiori,

dopo ben cinque anni dai fasti del loro primo esordio, è con vero piacere che mi pregio di annunciarvi il ritorno delle Dicotomie resistenti, in versione originale e senza tagli.

Qui, dal 2 febbraio, ogni venerdì.

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Il post originale è apparso su Cartaresistente il 29 gennaio 2013

Qualcuno disse “Dio è morto”. Da allora l’umanità può solo “dialogare” con sé stessa. A volte emergono antinomie con esiti paradossali per uno stesso tema. Il quale invece, altre volte, viene potenziato dalla compresenza di una doppia natura, un concetto gemello, una nemesi speculare.
Forse la complessità del mondo può essere descritta, se non proprio spiegata, attraverso alcune “dicotomie resistenti” al (e nel) tempo, che racchiudono le due facce della stessa medaglia, i poli di una stessa calamita, la follia e la lucidità comuni a tutti.

 

Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon, disegni di Fabio Visintin

Cartaresistente

5 gennaio 2018

Scrivo con una sensazione di malinconia per una perdita. Sto parlando di Cartaresistente. Non posso mettere link al  sito attivo dal 2012 perché, ahimé per tutti, ormai non esiste più. La sua uscita di scena al termine del 2017 mi ha fatto pensare a quella delle dive d’altri tempi. Una Greta Garbo, per fare un nome, dei blog letterari.

Un link a Cartaresistente compariva sulla mia homepage, come su quella di Vibrisse (e compare ancora: Giulio, ti posso suggerire di toglierlo?). La sua formula, piuttosto semplice, prevedeva la pubblicazione di immagini significative a corredo di testi che, direttamente o indirettamente, riportassero a una dimensione piuttosto “fisica” l’atto del leggere.

I nostri due blog si sono conosciuti sul finire del 2012, quando ho iniziato a sottoporre a Nando qualche contributo per dei post che enfatizzavano le letture di carta attraverso scatti fotografici (telefonici, forse è meglio dire) di sconosciuti lettori, colti in flagrante nel pieno esercizio della loro “perversione” nei posti più disparati. Da quei post poteva nascere la curiosità per qualche nuova lettura o, quantomeno, scaturire una riflessione su usi e costumi contemporanei. Da lì in poi sono venute idee per temi sempre più sfiziosi e sempre più coinvolgenti per un’ampia fetta dei blogger di wp.

Poi ho conosciuto anche Davide, col quale mi sono obiettivamente tanto divertita, attraverso una forsennata scrittura a quattro mani e confronti serrati come duelli all’arma bianca, puntualmente riportati sulle pagine di Cartaresistente, oltre che qui.

L’impresa di Nando e Davide, del tutto no-profit a meno, immagino, della voce di attivo in bilancio relativa alla soddisfazione, si è avvalsa della collaborazione di nomi anche illustri, di artisti e artigiani che hanno reso tangibile a molti l’esperienza del web. Ha creato una comunità stimolante e vivace. Personalmente mi ha permesso di sperimentare e crescere.

Una gran bella storia, vi ringrazio di avermi permesso di farne parte.

Ho uno spirito progressista ma un’anima che cerca comunque di conservare ciò che di buono c’è stato in un rapporto. Nel corso di quest’anno, con l’autorizzazione espressa degli altri autori coinvolti, pubblicherò di nuovo tutti i lavori a mia firma a suo tempo condivisi su Cartaresistente, a meno de ”I sette sensi”, che troverà posto integralmente sulle pagine di Tratto d’unione (Grazie!) accanto all’intera serie “I magnifici 7”. Da non perdere, in partenza il prossimo giovedì, 11 gennaio.

Quel che resta di noi

Fastidio (su Cartaresistente)

23 marzo 2017

Ingiustizie e prevaricazioni? Bestie nere. Così i loro prodotti: disordine e maleducazione, sconfinamenti nella libertà altrui. In loro presenza trascendo, reagisco, mi infiammo. Disarticolo gesti e linguaggio, finendo in disordine e malacreanza io stessa.
Ci vuole indulgenza. Riguardo al disordine, stabilire confini e rispettarli (ora che mi ricordo, questa conversazione è già avvenuta, altra epoca e altro continente. Allora prendemmo la via del disordine, e poi… ma non importa). Parlerò però, oggi, qui, della scortesia.
Che fastidio la strafottenza per la sensibilità altrui, le imposizioni di sé, e l’imposizione del rumore in particolare. Il vociare, la musica alta, le suonerie dei telefoni, i discorsi molesti e altre afflizioni… Sapete, uno studio recente stabilisce che la misofonia ha cause neurobiologiche. Io l’ho scoperto qualche giorno fa. Nemmeno sapevo che esistesse, la misofonia, ma oramai è lampante che ne soffra.
Più di tutti, il fischio mi risulta un suono “trigger”. Quando qualcuno si mette a fischiettare, scatena una reazione incontrollabile. Mi viene da domandargli: “Ne hai per molto?” Divento maleducata. Coi suoni trigger accade ciò che dicono gli scienziati: mi agito, non posso più pensare, tachicardia alle stelle. Mi fanno l’effetto del piffero di Hamelin, con la differenza che correrei senz’altro dietro al magico musicista, ma solo per suonargliele io stessa.
Ne ho la certezza: la misofonia ha condizionato la mia vita. Giocoforza, sono tornata a ripensare – ahimé, da quanto non lo facevo- al tempo della mia Africa.
Ero una giovanissima volontaria, da poco in Kenia per un primo lavoro non pagato. Osservatrice di una popolazione che attuava antichi sodalizi uomo-animale.
Una mattina di maggio, io e Wadu, uno del posto, il mio coordinatore per quella ricerca, ci incamminammo fianco a fianco verso i campi sotto una pioggia battente. La pioggia diventò presto una colata, e quindi un muro d’acqua impenetrabile. Per noi non ci fu modo di proseguire.
Aspettammo al riparo del porticato di una casa colonica, quella in fondo al villaggio, che una volta era stata la residenza del Governatore e ora cadeva in rovina, col tetto sfondato già in mezzo al grande ingresso. Oltre il portone, socchiudendo gli occhi, a farci caso, sembrava quasi il Pantheon.
Ci affacciammo appena, per assicurarci di non doverci guardare le spalle da qualcuno che ci si fosse rifugiato: una colonna d’acqua veniva giù in uno scroscio di luce sul pavimento buio. L’aveva reso un’enorme bagnarola su cui galleggiavano i pochi mobili rimasti: una poltrona con la stoffa sdrucita, l’appendiabiti, un tavolino ribaltato a gambe all’aria. Tutto puzzava di muffa al quadrato. Però, che fascino.
Wadu stava chiudendo il portone e non me n’ero neanche accorta. Mi sono ritrovata col naso schiacciato sopra la sua manica, per evitarmi una capocciata.
L’atmosfera era come liquefatta, eravamo zuppi fino al midollo.
Lasciai la testa appoggiata sul braccio del mio accompagnatore. Lui si era fatto cadere a sua volta contro una delle false colonne che ornavano l’ingresso della casa.
A poco a poco il nostro dialogare sfociò in una discussione appassionata. Difficile non farsi sovrastare dal rombo della pioggia. Un nulla grigioargento ci bloccava entro i confini del porticato.
Wadu mi piaceva. Me n’ero accorta subito, ma preferivo lasciare fare al caso. Se doveva succedere qualcosa tra di noi, sarebbe successo. Inutile metterci altro impegno, era già abbastanza faticoso sopravvivere al clima.
Naa, naa, na. – Stava dicendo. – Non sono proprio un maniaco dell’ordine, ma, confini o no, nel disordine non mi ci ritrovo proprio. Nel disordine altrui, intendo- fece, ammiccando.
Neanche io, credimi. Però non è sempre necessario… voglio dire… – La testa si era come distaccata all’improvviso dal discorso. Non riuscivo ad andare avanti. Wadu ora mi stava guardando allegramente dall’alto in basso e fischiettava.
Cosa stavo dicendo? L’ordine, sì. Non esiste una soglia di tolleranza all’ordine valida per tutti, credo.
Giusto!
Lo disse battendosi una mano sulla coscia, così vigorosamente che, per lo scossone, dovetti spostarmi dall’appoggio solido del suo corpo. Cosa che, devo ammetterlo, mi dispiacque.
Tornai ad accoccolarmi e lui, dopo la breve pausa in cui mi sfiorò appena con lo sguardo, come per controllare di avermi ancora saldamente in pugno, riprese:
In genere, la mia soglia di tolleranza verso il disordine degli altri non è molto alta. Però, ok, anche a me quelli che esagerano in pignoleria…
Lo guardai gesticolare con le mani, come un tagliare i bordi di un cubo immaginario, ma non riuscivo a seguirlo. Aveva accompagnato il gesto con dei fischi acuti in sequenza, modulati tra i denti.
Scossi il capo con forza, facendo un mezzo passo lontano dal raggio d’azione di quel suono.
Ero stordita, nemmeno mi avesse suonato una tromba direttamente dentro il timpano. La conoscevo quella situazione. Di lì a poco avrei iniziato a odiarlo.
Wadu, il bel sorriso schietto, tutto solo per me, sotto occhi sfuggenti, color carbone-e-brace, all’improvviso sembrava una minaccia.
Ehi, – cambiando espressione, fischiettò ancora – tutto bene?
Per rispondergli dovetti farmi forza.
Scusa, mi sto sentendo un po’ strana.
Capii di avergli appena fatto credere quello che, in fondo, era ciò che provavo per lui. Ma non in quel momento, di sicuro.
Mi tese una mano. Tentennai. Guardai il suo viso, dal basso verso l’alto. Guardai ancora la sua mano. Emisi un sospiro corto, e poi gli lasciai prendere la mia.
La pioggia stava diminuendo, il nulla si diradava. Tornavano a sbucare i contorni del giardino. Alcuni uccelli espressero la loro gioia cinguettando. Si chiamano Indicatori golanera, Wadu lavorava con loro. Sì, con loro. Sono uccelli simbiotici, scambiano con gli umani dei fischiettii durante la ricerca, utile a entrambi, di miele. Gli uccelli guidano gli uomini agli alveari e ottengono un favo in cambio del favore.
Wadu, senza nemmeno tentare di riprendere il discorso, mi tirò a sé. Sentii come reale un suono di tamburi in lontananza. Lui mi guardava da vicino, invece. Mica osavo fiatare, tesa tra due estremi come mi ritrovavo. Temevo di sbagliare a comportarmi.
Le mie ciglia, inzuppate di pioggia, avevano iniziato a tremolare mentre si avvicinavano alle sue. Vibravano tutte insieme, le nostre ciglia, era una sensazione terribile. Impossibile sfuggire, quella vibrazione somigliava a una specie di richiamo primitivo. Certo non il più forte.
Spioveva un poco e un piccolo golanera si venne a posare accanto a noi sotto il porticato. L’uccello cinguettò e Wadu gli rispose, modulando un fischio interminabile sopra la mia faccia. Sono sicura che in cuor suo pensasse di rassicurarmi, come a dire: Ormai sei nel mio mondo di vibrazioni, morbide piume e miele, lasciati pure andare.
Invece, gli rilasciai una manata sotto al mento, talmente inaspettata da fargli mordere la lingua.
Rimase a bocca aperta. Un filo rosa scorreva dal labbro inferiore e andava a confondersi col luccichio misto a sudore e umido della sua pelle. Wadu era così bello, in quel momento, decisamente molto più incredulo che offeso. Per continuare a non saper che fare, mi misi a braccia conserte, gli voltai le spalle e presi a insultare me stessa. Avevo le interiora rivoltate ma, almeno, lui aveva smesso di fischiare.
Due giorni dopo volavo all’indietro sui nostri due continenti, tirandomi appresso una valigia messa insieme alla rinfusa, rigonfia di un magone enorme che sarebbe stato duro da smaltire.
Gli amici di qui mi chiamano, scherzando, Sostenuta. Arriccio il naso, sbuffo e tiro dritto, se un uomo mi fischia dietro. Esco sbattendo la porta, se una sala diventa troppo rumorosa. Inneggio a Erode, sul pianto di un bambino. Ho sempre pensato di peccare mio malgrado di arroganza, di essere, in fondo in fondo, nata antipatica. Da oggi, però, mi assolvo, penso sia chiaro. E chiedo a voi che leggete, anzi, vi prego: avvicinatevi con molta gentilezza.

Fastidio testo e illustrazione di Francesca Perinelli su Cartaresistente

In busta chiusa: U come Umore – Ubbidiente – Ufo (con Cartaresistente)

18 novembre 2016

u_francesca

In Busta Chiusa n. 21, un progetto di Cartaresistente
Lettera U di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon

Ehi? Toc toc… Ciao. Sì, sono io. Adesso calmati, non ci sentiamo da un sacco e, lo so, lo so che mi credevi morta, in un modo atroce di quelli su cui ti piace ricamare. Che ne so, succhiata nel reflusso di un geyser, divorata da un orso, rapita dagli alieni (pare che qui ci vengano a svernare, coi loro Ufo ben mimetizzati tra i ghiacci), esplosa davanti allo specchio insieme ai miei foruncoli ingigantiti visto che ormai mangio quasi solo porcate. Roba facile per te da immaginare, ti avevo detto sommariamente come avrei vissuto quando mi sarei trasferita ma, poi, basta. Di me nient’altro. Per sicurezza avevo distrutto ogni traccia che ti consentisse di localizzarmi in futuro e ti avevo imposto di non provare neppure a cercarmi. Da quando me ne sono andata, anche se non mi hai ubbidito, non ti ho più scritto, non ho risposto alle lettere, alle telefonate, ai messaggi che hai inviato a casa dei miei genitori. Ho ignorato pure i tuoi richiami mentali, tanto ci credi soltanto tu a quella cazzata della telepatia. Volevo sparire, davvero, mi ero stufata di te, di noi, di tutto. Speravo che rotolandomi nella più misera, elementare, noiosa, basilare, innocua condizione di vita mai provata mi sarei sentita finalmente libera di riprendere a respirare, senza pensarvi più (a nessuno di voi, tanto per chiarire, a nessuno). Ma per tanto tempo mi sono solo sentita più apatica di prima. Adesso, però, te lo devo dire, c’è qualche novità. C’è un ragazzo che stira i colletti degli abitanti di questa città, nella lavanderia di sua madre. L’ho incontrato nel retrobottega del negozio, mentre buttavo la spazzatura di una settimana senza neanche turarmi troppo il naso (già: sono diventata perfino meno schizzinosa). Stavo davanti al secchio, col sacco chiuso male che sgocciolava roba scura e maleodorante a terra, e ho bestemmiato sottovoce perché avevo sporcato il giaccone chiaro di renna, l’unico che ho portato via dall’Italia, l’unico che avevo da indossare quel giorno (l’altro lo avevo appena dato alla madre di lui, del ragazzo, alla proprietaria della lavanderia, perché me lo ripulisse, che ultimamente sembro proprio una stracciona, devo darmi una mossa, è ora di trovare un lavoro, altrimenti quelli di qui si rendono conto che sono una mangiapane a tradimento, una che gratta i risparmi dei suoi vecchi invece di guadagnarsi da vivere, come da queste parti fa chiunque abbia più di vent’anni) e faceva un freddo cane e, insomma, avevo appena detto una bestemmina leggera, ma, devi credermi -lo sai che ci tengo a non dare nell’occhio-, l’avevo fatta uscire dalla bocca a un volume appena udibile, ma mi sono dovuta lo stesso guardare attorno, come se fossi ancora in mezzo a voi, bigottoni chiesastici pesapersone, e non ho fatto in tempo a smettere di sentirmi inutilmente in colpa, che ho notato lui, inquadrato nella porta del retrobottega, con una sigaretta in bocca e il fumo che ricadeva verso il basso, come ghiacciato e cristallizzato all’uscita dalle sue labbra viola. Stava tranciando una lattina di Coca con un enorme paio di forbici da sarta. Mi è sembrato così strano che ho gettato l’immondizia (aperto il secchio con la mano sinistra, calcolata la forza necessaria da imprimere al braccio destro e lanciato il sacco all’interno con la sua scia di percolato a scodinzolargli dietro; richiuso il secchio, preso un fazzoletto dall’interno di una tasca del giaccone, strofinato le mani fino a immaginare di averle ripulite) senza staccargli gli occhi di dosso. Il tipo pure ha alzato lo sguardo su di me e non l’ha riabbassato, anzi. Sembrava un invito a venirgli vicino, e l’ho fatto, senza domandare permesso: mi sono piazzata proprio davanti a quel ragazzo, davanti alle sue mani. Ha smesso di guardarmi per appoggiare le forbici in terra, sulla soglia (ho notato che la porta era semichiusa – visto mai la madre lo richiamasse in negozio, ho pensato). Ha arrotolato la sagoma di una rosa di latta, ne ha ripiegato i petali all’infuori, poi ha ripreso le forbici e, dagli avanzi di alluminio, si è messo a ritagliare una specie di stelo. Lo ha attaccato sul fondo del fiore, si è rigirato il tutto tra le dita con un’espressione soddisfatta e poi, soltanto allora, ha risollevato lo sguardo su di me. I suoi occhi erano bottoni neri dentro due asole strette che ammiccavano da un ciuffo di capelli biondi, quasi bianchi. La faccia piena di efelidi. Forse avrà avuto diciott’anni, forse di più, qui la gente matura in fretta ma mantiene sempre un aspetto infantile che non ti fa decidere che tono usare nelle conversazioni. Almeno secondo me. Io vengo da un universo talmente differente che neanche ci provo a spiegarlo, quando mi chiedono: “Com’è l’Italia?”. Mi sono accorta di un colpetto sullo sterno, dato col polso. Tra i miei occhi e l’ultima estremità della sua frangia, ondeggiava un’ombra che poco fa non c’era. “Tieni”, mi ha detto, sfiorando con la rosa la punta del mio naso. Ci siamo appoggiati agli stipiti, parlando e a fumando insieme. Ogni tanto lui e la madre si lanciavano qualche frase a voce alta tra esterno e interno della lavanderia. Lui ruotava la testa di un’angolatura innaturale, mantenendo tutto il corpo ben fermo, e mi bloccavo a fissargli l’emersione di rigagnoli azzurrini sulla superficie del collo e di filamenti tendinei al di sotto della pelle, liscissima e tesa. In quei momenti ancora non avevo cambiato umore. È stato dopo, parlando di me e di te, quando è saltato fuori l’argomento, quando stavamo discutendo di vita e di libri -ne legge, di libri- che dalla sua voce misurata è saltata fuori una nota più acuta: “Quindi sei una persona scomparsa… Anche tu!” (Che in questo buco di posto ai confini del mondo la gente ci venga a sparire, io lo sapevo bene. Non mi era chiaro però fino a che punto venisse tollerato. “Benvenuti a …, Paradiso Degli Scomparsi”, avrebbe potuto recitare il cartello all’ingresso della cittadina. In fondo anche gli abitanti avrebbero avuto il diritto a far perdere ogni traccia di sé ma, partendo da questo posto, dove altro sarebbero potuti andare?). “Hai notato che ormai tutte le trame (rosa, gialle, grigie, arcobaleno) si reggono su una sparizione? Non si riesce più a leggere altro”, ha detto. È stato allora che mi è apparso tutto chiaro, che ho capito di aver sbagliato meta cercando di dissolvermi. Che, anzi, come tutti gli abitanti di qua, provavo un desiderio folle di connessioni reali, che nei libri cercavo nuove trame di vita, che avrei voluto ammirare fiori in grado di non appassire mai e che, di tutto questo, nulla sarei riuscita a fare se fossi rimasta isolata. Non saltare alle conclusioni, non c’entra niente il ragazzo. È a te che sto scrivendo. Ancora equivochi, scommetto. Ti sbagli, non annuncio il ritorno. In fondo non sono mai stata così bene come in mezzo a queste nebbie, a questa gente che non aspira affatto a scomparire. Capisci allora a cosa sto puntando? Penso di sì, sei lento ma poi arrivi. E dai, so che ti manco. Di tempo ne è passato pure troppo e altro non ne dovrà passare inutilmente. Quindi, stavolta sii ubbidiente: molla tutto così come ti trovi, prendi un treno, un aereo, chiedi un passaggio a un’astronave, ma sbrigati a venire qui da me.

A occhio e croce

14 novembre 2016

Sarà passato più di un anno quando Nando e Davide di Cartaresistente mi hanno coinvolta nel progetto “In busta chiusa“, serie di post alfabetici illustrati da Davide Lorenzon, i cui testi sono prodotti dagli autori che collaborano col loro bel blog.

Quello che leggerete venerdì 18 novembre è un racconto ispirato da tre parole accomunate dall’iniziale “U” ma lontane, lontanissime tra loro. Un testo frigorifero, alieno e col frustino. Lontane anche nel tempo. Lo rileggo oggi e, a occhio e croce, mi pare che l’abbia scritto qualcun altro.

Perché ho scelto la U? Sembra una calamita, di quelle con cui giocavo da bambina. Il polo positivo e negativo che si guardano in faccia e non arrivano a toccarsi mai. Sembra anche un ferro di cavallo, che rende stabile il passo. U è un lungo comignolo. U è una curva a gomito. U è una vocale lunga, che si stiracchia, buona per un buongiorno in una mattina nebulosa di novembre come questa.

L’Anno della volpe (un buon proposito su Cartaresistente)

25 gennaio 2016

Propositi

Ho cinquecentomila euro per le mani. No, la metà. Sono solo due e cinquanta. Solo. Si fa per dire, duecentocinquanta. Mila euro.
Non perdiamo la calma. Sono numeri, i soldi sono solo numeri. Si può applicare ai soldi, per esempio, la proprietà invariantiva: se sommo o sottraggo lo stesso importo ai termini di una sottrazione, il risultato non cambia.
Quindi, se non mi sbaglio -ma il momento è delicato, ho la testa nel pallone, devo mantenere la calma-, dopo aver comprato la casa dei miei sogni, ma senza mutuo, per la proprietà invariantiva, entrate e uscite resteranno le stesse. Gli stessi rimarranno i problemi, stessa la vita di sempre.
Non posso mica sprecare una botta di fortuna così, eh.
Magari un mutuo piccolo piccolo, di durata decennale, posso anche sostenerlo. Così da liberare una parte del denaro.
Quello che resta, lo reinvesto. Oppure lo mangio tutto in viaggi.
Anzi, meglio: investo ciò che rimane e spendo i proventi in viaggi. Ottima soluzione.
Con Qwerty, la mia amica di tastiera, avevamo pranzato insieme. Siamo entrambe a un punto di svolta della vita, il nuovo anno sarà un’occasione di rinnovo. Dopo il caffè, ce lo ripromettevamo da tanto, siamo entrate in una tabaccheria con addosso un’aria da volpi che levati.
Il tabaccaio, che nei dintorni tutti chiamano Shining, chissà perché, è un uomo bello grasso, ma non sprizza l’aria felice che emanano di solito le persone grasse. È comparso dalla penombra del negozio, gli occhi erano fessure, come la bocca. Dice lo stretto indispensabile con uno strano sibilo al termine di ciascuna frase.
“Vorremmo un gratta e vinci, ma uno vincente. Quali sono quelli che vincono di più?”
Lui, bassissimo, ha ruggito di rimando:
“Sono tutti vincenti, dovete solo scegliere! Ssss…”
Davanti a noi, oltre il ripiano trasparente del tavolo, erano esposti una ventina di tipi diversi di biglietti. Tutti vincenti, a dire del tabaccaio. Non simulava nemmeno, non era proprio felice, quello là.
“Ma, ci sarà una differenza tra l’uno e l’altro”.
“La differenza la fa solo quanto volete spendere. Ssss…”.
Il nostro accordo è per metà e metà: investimento e vincita miliardaria, se sarà destino. Fosse suonata appena meno ostile la risposta, forse avremmo osato di più, invece gli abbiamo dato soltanto cinque euro e in cambio abbiamo ottenuto il nostro bigliettone.
“Non capisco se ci fa o ci è”.
Ho alzato le spalle.
“Certo che sembra crederci davvero”.
“Secondo me crede soltanto ai soldi”, ha detto Qwerty, che, per un nostro accordo, mi stava già strusciando l’acquisto sulla gobba (a tombola quest’anno ho fatto quaterna, cinquina e tombola).
Shining serviva altri clienti (pochi erano entrati per le sigarette, gli altri erano tutti in cerca di fortuna con le lotterie), e intanto ci osservava di sottecchi.
“Date qua”, ha grugnito all’improvviso, sfilando il biglietto dalla mano di Qwerty. “Si fa così! Ssss…”, e si è strofinato con rabbia il nostro investimento sulle terga, guardandoci negli occhi. Ce l’ha restituito senza spiegazioni.
Perplesse, ma decise a credere, lo abbiamo imitato anche noi, con meno concitazione. Quindi ci siamo avvicinate saltellando al banchetto dove si compila il Superenalotto.
Tre numeri li ho grattati io, tre numeri Qwerty.
Ci credereste? tre numeri azzeccati, quindici euro vinti. Una cosa che non sembrava vera. Che quando l’abbiamo detta al tabaccaio, si è illuminato tutto, sembrava un altro.
“E adesso… Cosa volete fare? Ssss…”, ha detto, lasciando trapelare un filo di ansia nella voce.
Siamo entrate per vincere, cosa pensava che avremmo fatto? Comprati altri due biglietti (uno da dieci e uno da cinque euro), abbiamo ripetuto il rituale: lo strofinio e i saltelli.
È uscito un solo vincente: Dieci euro, reinvestiti in altri due Gratta e vinci da cinque.
Shining stavolta si è strofinato l’altra chiappa e, per imitazione, anche io e Qwerty abbiamo cambiato lato.
Nemmeno un solo, micragnoso numero, si è degnato di gratificarci. Niente di niente.
Quando ci siamo incolonnate per uscire, mi sentivo inquieta, non ero soddisfatta. Ho preso Qwerty per una spalla, che aveva già messo un piede sulla soglia:
“Solo un altro biglietto, l’ultimo”.
“Ok”.
Il gioco consisteva in questo: trovare, sotto la superficie argentata, due cifre uguali tra loro. “In caso di vittoria, si avrà diritto alla somma corrispondente”.
Abbiamo raschiato in fretta, senza altre cerimonie.
100.00… 50,0… 500.00… 500,00… 40,… 200,00
“Oh”.
Erano numeri grattati in fretta, e se ne stavano lì davanti ai nostri nasi come se niente fosse. Come se non ci fossero tra loro, in bella mostra, due cinquecento tondi uno affiancato all’altro.
“Non dire nulla, aspetta.”
“Ok, guardiamo meglio”.
Ho cinquecentomila euro per le mani. No, la metà. Sono solo due e cinquanta. Intanto che Qwerty ricontrollava, ho cancellato tutti i propositi virtuosi, che avevo espressi in vista del giro di boa dell’ultimo dell’anno.
Non posso trattenermi dal fantasticare.
Nel tempo di un alzata di sopracciglia, attraverso sogni iperbolici, viziati dall’accumulo di ambizioni frustrate. Cavalco ippogrifi, edifico sulle nuvole città ideali, e, già che ci sono, mi riprometto di centuplicare in qualche modo la cifra, e avviare un piano di ristrutturazione del pianeta intero. Sì, sì. Che i soldi, quando ci sono, è meglio utilizzarli.
“Mi passi la monetina, scusa?”, mi chiede Qwerty, svegliandomi con una gomitata.
Il tabaccaio ora ci osserva inquieto. Così gli altri avventori del negozio. Non vola una mosca, mi pare che alle nostre spalle siano comparse metaforiche balle rotolanti, inseguite dal vento della prateria. Lontane, eteree, all’orizzonte – che in questo modesto negozietto fisserei più o meno tra la vetrina delle sigarette e il deposito di scatoloni sulle mensole in alto, dietro il bancone dove sta la cassa.
“Questi sono due zeri, e qui…”
“Qui no…”
“Ce ne sono tre”.
“E qua, prima di cinquecento, questa è una virgola”.
“Invece questo è un punto”.
Ecco perché sembravano più invariantivi degli altri, quei numeri bugiardi. Fine del cardiopalma.
Non tireremo di nuovo fuori il portafogli, almeno per oggi, ma promettiamo ad alta voce a Shining che torneremo presto: abbiamo provato il brivido della vittoria.
Adesso è urgente stracciare e far sparire i nuovi propositi, quelli di un attimo fa, e tornare a volare basso.
Per cominciare, farò attenzione all’economia: inizio escogitando un’unica promessa facile, sola ma almeno buona: mi impegnerò per la felicità, la mia e quella degli altri. Questo proverò a fare. Mi pare di poterlo mantenere, come impegno. Mi verrà facile.
Anzi, mi accorgo di avere già iniziato.
Mentre torniamo in strada, infatti, il tabaccaio ci saluta morbido, per una volta schiude un po’ di più la bocca. Gli vedo balenare un luccichìo tra i denti, disposti a falce, come una mezzaluna d’oro.

Settimana d’autore – Buoni propositi 2016 su Cartaresistente
Testo e collage di 
Francesca Perinelli

 

Ebbasta fidelizzazioni (su Cartaresistente)

21 luglio 2015

Questi gli esiti della mia ricerca: ancora non ti ho trovato, ma adesso temo il peggio. Mi sono arresa a questa conclusione a fatica, prima ho dovuto affrontare, quindi riprendermi, dalla scoperta di una situazione della quale, è evidente, non eri consapevole, non fino in fondo. Parlando con te al telefono e nei nostri ultimi, rari, incontri, mai avevi accennato alla piega presa dalla tua esistenza.
Ultimamente eri assorbita da Huysmans, i nostri amici ti hanno vista spesso ai tavolini dei bar circondata dai i suoi libri, più di una volta anche con una tesi su di lui davanti agli occhi, eri sempre più distante e fredda. Poi sei scomparsa. Nessuno ha tue notizie da settimane, sebbene alcune malelingue di tanto in tanto dicano di aver incontrato una tizia uguale a te, in abiti firmati, assieme a emeriti cretini, in pose, ore e posti poco seri. Non ci ho mai creduto.
Io non potevo arrendermi, né abbandonarti all’oblio. In nome del legame che ci unisce, mi sono fatta dare dal portiere, che mi ha riconosciuta, le chiavi di casa tua. Da dentro quelle mura ho capito che esiste una congiura delle cose, e ho il sospetto che tu ne sia rimasta vittima.
Appena entrata, per terra, sopra i piani, dai cassetti e dalle ante mezze aperte del mobilio, mentre la vista si abituava alla penombra, miraggi tremuli hanno ammiccato all’angolo del mio occhio. Erano castelli di carte, in crescita infinita verso e oltre il soffitto. Ne ho prese in mano alcune, per studiarle. Le avevi accumulate in pile instabili (le più sonnecchiavano nel limbo della non attivazione, ma è la stessa cosa, ai fini pratici), fino a lasciarle invadere ogni spazio.
Sono rimasta stordita: credevo di conoscerti bene. Tu, così insofferente ai lacci, sdegnosa verso ogni atto di sottomissione. Tu che ti nutri quasi solo a libri, da sempre estranea alle isterie e ai canti di sirena del commercio. Come hai potuto cedere alle Carte Fedeltà, è un mistero, che tale rimarrà, purtroppo.
Non mi resta che fare ipotesi sulla tua fine. Erano giorni dal clima troppo caldo perché lo sopportassero i tuoi nervi cagionevoli. Probabilmente hai avuto delle visioni. Non stenterei a credere che quelle presenze estranee abbiano chiesto a lungo di essere considerate. Avranno preso l’aspetto di cagnoni, che ti sollecitavano a uscire porgendoti il guinzaglio stretto tra le fauci e fissandoti con occhi supplichevoli per ore. Destinazione, manco a dirlo, decine di negozi e centri commerciali. Uno di loro, infine, avrà senz’altro posato il muso sulle tue ginocchia, magari a colazione (lo “spazio prezioso” -ricordo, era così che lo chiamavi – nel quale facevi solinga conoscenza con il nuovo giorno, davanti a un the al limone e a buone letture). Quel fiato grosso, la lingua troppo sporta e il bianco degli occhi esposto in segno di subordinazione, ti avranno innervosito. Perciò avrai urlato: “Ebbasta!”, prendendo a fare pulizia, ma i cani, in apparenza docili, si sono ribellati (sono evidenti i segni della lotta) e, era scontato, hanno avuto la meglio.
Ah, averlo saputo prima. Questa è dunque l’altra faccia della fidelizzazione, povera amica mia! Di te è rimasta, unica traccia nei pressi di un volume rosso, una striscia di sangue che conduce oltre la porta sul retro dell’abitazione, dove si ferma. È appena visibile attraverso alcuni frammenti del nemico leso, sparpagliati sopra a modo di lenzuolo. Forse un gesto pietoso, o forse l’ultimo, tremendo, segno d’irrisione da parte delle cose.

Ebbasta d’autore su Cartaresistente
testo e immagine di 
Francesca Perinelli


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