Posts Tagged ‘Davide Lorenzon’

Dicotomia n. 29 – Cioccolata: Fondente / Al latte

17 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 20 settembre 2013

 

Il mondo si divide in: quelli che mangiano il cioccolato senza il pane; quelli che non riescono a mangiare il cioccolato se non mangiano anche il pane; quelli che non hanno il cioccolato; quelli che non hanno il pane.
Stefano Benni, Margherita dolcevita, 2005

Il cioccolato non è “la cioccolata”, lo sai ma non lo ammetti. Dici che l’Accademia della Crusca non ha saputo scegliere, perciò continui con i tuoi sbrodolamenti, peschi nel variegato mondo al latte che, è innegabile, è un prodotto femminile. Accomodati. Per quanto mi riguarda, quello fondente è irrimediabilmente maschio. “Maschio genera maschio”, dicono? Lui infatti viene dai semi del cacao. Magro e ben tosto, ha i palmi delle mani asciutte e si sfarina in bocca aspettando di essere bagnato. È presto fatto, mi scalda fino al punto di fusione, finché scivola in gola il gusto del peccato. Basta una frusta, e sono unita a lui, montata a neve ferma in forma di soufflé. Velluto nero, amaro, roba da intenditori, da veri amanti, da esperti di lascivia, di riti ancestrali e oscuri. Come le notti, sempre di luna nuova, in cui mi concedo a lui. Ora sai anche questo: io, come te col latte, del nero non ne so fare a meno. Ma non ho il tuo gusto dell’etnico per l’etnico, caro compagno mio, che porti a casa ogni randagio umano ritrovi per la strada. Compresa me, che dagli esordi hai scelto di piegare al neocolonialismo del tuo impero. So che ti spiace un po’ che io ti tenga il muso, però comprenderai quanto ci resti male: con te ho sfornato figli su figli su figli, e neanche uno di loro è scuro al punto giusto.

La cioccolata va di moda, o meglio, va di moda il suo colore, sapore, incarto, grafica e comunicazione. La cioccolata è assuefazione, “sbrodolamento” mentale e di gusto, fino a preferirla al panino, bistecca, piatto di pasta al sugo. E non entro nel vasetto della “Nutella” altrimenti mi perdo nei sensi. C’è molta distinzione tra una qualità e l’altra e pur conoscendone parecchie preferisco quella al latte, mi fa pensare alla mamma e a quando ero piccolo piccolo e povero. Sulla cioccolata ho fondato un impero, una catena di negozi monomarca che rendono più di una oreficeria, perché ho imparato a vendere pezzetti di felicità incartata in modo prezioso. Nel tempo ho assunto una dozzina di chef e dico chef perché “pasticceri” è riduttivo e squalificante. Hanno il compito di trovare prodotti in varie regioni d’Italia e ricavarne dei derivati tipici da integrare nel cioccolato e la cosa funziona: sono nati molti gusti ora copiati dalla grande Industria alimentare, ovviamente senza la stessa qualità e preziosità. Però la grande idea marketing mi è venuta con il cambiamento del personale da banco. Vado spesso nei luoghi in cui sbarcano i clandestini, luridi disperati senza arte ne parte con il terrore negli occhi e tra questi scelgo i più neri. Tratto poi con le Autorità che non vedono l’ora di disfarsene, promettendo vitto e alloggio in cambio della loro assunzione. Dopo un breve ma intenso periodo di formazione ad hoc, basato sulle precise dinamiche dei miei negozi, hanno il diritto di indossare la divisa bianco-oro con capellino e preferisco mischino la loro incomprensibile lingua con l’italiano, rende etnico il tutto. Una di loro che io chiamo la “musona”, è diventata la mia compagna e ammetto che amo più i figli che mi ha dato che lei, mi ricordano il cioccolato al latte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 29
Illustrazione di Fabio Visintin

Sintonia n. 28 – Forme di pensiero: Classico / Moderno

10 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 settembre 2013

 

Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda.
Leo Longanesi, La sua signora, 1957

Rimpiango il tempo antico dell’Acropoli, fortezza entro la quale giungere al Partenone era storia tortuosa e in apparenza illogica. Epoca in cui l’essere umano ancora si confondeva con il mondo, e ogni cosa viveva, oppure non era (e senza tante altre chiacchiere illusorie). Tempo in cui presero forma le prime astrazioni, i primi tentativi di spiegare l’orrido, il nulla, ciò che ancora oggi è negato alla comprensione umana. Riproducendo nello spazio fisico quelle intuizioni che, di tanto in tanto, colpivano le menti dei filosofi. Anche senza il supporto di formule matematiche, l’uomo sperimentava per primo su di sé, entro una geometria tridimensionale. Forma mentale libera, mossa complessa per fare scacco al re, un’apertura d’ali che si involò portandosi, nei secoli, fino alle coste e ai più remoti confini dei Romani. I due millenni appena terminati hanno covato un virus che, di recente, al passo con l’esplosione demografica, è esploso anch’esso, spargendo intolleranza verso le forme pure dell’immaginazione. E subito siamo qui. Parliamo bocca a orecchio, tanto siamo vicini. Statue senza memoria, sbeccate e sghembe, una accostata all’altra. Di più: incastrate, affette da vizi di forma combacianti e identici. Se ho cercato di smuovere la mia posizione, ho posto le nuove istanze seguendo modelli antichi. Sbagliando, mi ha ricambiata soltanto un freddo neoclassicismo. Occorrerebbe altro. Lasciarmi andare ancora e più di un tempo, spingermi in faccia al timore. Spendermi immemore di me, come uno degli elementi classici, vento, acqua, terra o fuoco. E, fatto il mio corso, io me ne andrei serena, senza essermi sforzata di essere un’eccezione.

La spazialità ecco quel che manca nella nostra metrica del vivere moderno. Nella sequenzialità dei movimenti e delle prospettive che rappresentano l’idea di noi, manchiamo
di una nostra dimensione di movenza e siamo forma compatta senza tempo. Ci rassicura la riconoscibilità dell’essere qualcuno uguale al suo simile, dal giorno del cambiamento in poi ci siamo incamminati in questa strada di condiscendenza di noi stessi trovandoci stupefacenti, perché più niente è sconosciuto, è azzardato, non c’è niente che ci spaventi.
Manchiamo di problemi che hanno reso vulnerabili e imperfette le nostre forme d’origine, esaltati e programmati a esseri onniscienti. D’altro canto da che l’uomo è la totalità del tutto ci appaga pensare che il dubbio e la critica e l’impuro non appartengano a questo limbo sereno che riproduce se stesso a se stesso, con una sua sonorità di fondo.
Senza lacrime, ne sangue, ne nervosismi o sessualità imbarazzante siamo perpetui nell’agire e nel fare, destinati a comprendere che il nostro numero è immutabile. Da quando abbracciando la vita ci è concessa la “non morte”, siamo opere di un’arte eccelsa destinata al divino. Noi siamo luce senza tenebra, siamo autonomi e vitali senza sporcarci di nutrimenti, non subiamo ne caldo ne freddo, ambivalenza annullata dalle nostre precedenti invenzioni. Siamo persecutori e artefici di chi siamo dal momento che abbiamo annullato il futuro, concetto altrettanto buio e destabilizzante. Ma appunto manchiamo dell’unica cosa che manca, la spazialità, ed è per questo che alcuni nostri simili decidono di dissolversi per lasciare spazio ad altri simili, una forma arcaica di sentimento che un tempo chiamavano altruismo e ora è altro da sé. Incomprensibile ma vantaggioso per chi resta.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 28
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 27 – Emozione: Distacco / Passione

3 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 6 settembre 2013

Le grandi passioni sono malattie senza speranza. Ciò che potrebbe guarirle, è proprio ciò che le rende pericolose.
Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, 1809

Sei andato via per l’ultima volta, piangendo. Mi hai detto perfino “grazie”, e io non ho saputo che rispondere. So già che da domani ti porterò rancore per questo distacco, ma oggi io, per te, sento soltanto pena. E per me stessa, un senso di liberazione indescrivibile. Ho aperto la porta e mi hai detto soltanto “usciamo”. Ho capito. Mi hai accompagnata sotto un albero, dove hai preso a parlarmi, accarezzando piano i miei capelli. Provavo un’infinita pena. Intanto, dentro di me, qualcuno col cuore già oltre quell’ostacolo sbuffava: “So tutto, non c’è bisogno di parole. Adesso basta!” Il tuo lungo preambolo: da quanto troppo tempo tra noi non c’era più passione, la solitudine che ti strangolava, e io, che avrei avuto bisogno di qualcosa che tu non mi sapevi dare. Meno male che lasciarci sia stata una tua decisione. Fosse partita da me, ti avrei sicuramente ucciso. Rialzandoci, ci siamo spolverati i vestiti a vicenda con puntiglio. È stata l’ultima volta. Sul viale del ritorno le foglie, precipitando al suolo, richiudevano il paesaggio conosciuto alle nostre spalle. “Non camminerò mai più qui insieme a te”, hai detto, e i tuoi singhiozzi radi hanno stressato la distanza tra noi e il cancello del parco, reso il cielo del tramonto ancora più perfetto, cristallizzati i voli degli uccelli e le pose dei soliti cani a pascolare coi padroni. Così ci ho visti dal di fuori: io che tiravo per rientrare in casa e tu che mi frenavi. Quando una raffica di vento ci ha spinti insieme fuori dal tracciato, tu mi hai baciata senza nessun preavviso. Non ho provato niente, né sarei stata in grado di giocare con la fantasia fino a immaginare di stringerti di nuovo tra le gambe. Richiusa la porta di casa dopo l’ultimo addio, ho contato fino a dieci, poi sono uscita tra la gente in strada, come se nulla fosse.

Ti ho visto una sola volta e forse è bastato a dirmi tutto di te. Ti ho visto una sola volta e ricordo i tuoi capelli in ordine, lunghi, osservati da dietro mentre te ne andavi. Basta una sola volta per giocarci la vita a disposizione, perché il solo pensiero di te mi entra nel sangue immaginando che tra le tue gambe potrei scioccarmi per sempre. Con te in testa e nel cuore sono un altro, sono convinto dentro perché già sento di amarti e mi piacerebbe assaggiare quello che di buono produce il tuo corpo, divorarti al naturale senza lavacri o profumi che mi confondono.
Non so chi tu sia, non so la tua storia, la tua identità e forse sono un illuso a pensare per l’ennesima volta che sarà per sempre e senza tanti problemi. Se poi sei di un altro, beh, allora sono morto. Ma voglio comunque calarmi nella parte, voglio che tu adulta, donna vera, creativa, pericolosa, possa essere una esaltazione, un criterio e una legge, un progetto per sfogare corpo e anima. Voglio, pretendo tutto di te, voglio pretendo bocca e mani, la tua lingua nervosa che invita la mia più curiosa della tua, ma voglio anche pensieri e modi e dolcezze, femminilità, odori, fiori, cibo e unghie laccate che scavano la pelle, dormire sul tuo culo e svegliarmi mentre indossi il reggiseno. Ecco, sei già una fatica prima ancora di averti, sei già una fatica prima ancora che mi parli, sei già una fatica prima ancora di essere con me, ma voglio sudarmela perché sono cretino e con un DNA che ribolle per te quindi matto del tutto. Sono ignorante lo ammetto, sono ignorante e povero in tutto ma anche sano, sicuro di quello che sono fino alla morte che non verrà presto quindi ti puoi fidare. Prendimi ti prego, prendimi adesso per quello che sono per poi cambiare insieme.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 27
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 26 – Favole 4: Cappuccetto rosso / Il lupo

27 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 30 agosto 2013

La carne è incompatibile con la carità: l’orgasmo trasformerebbe un santo in lupo.
Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, 1952

Cappuccetto Rosso per la provetta delle proteine, azzurro per la coagulazione, viola per l’emocromo. Giallo equivale a siero, grigio – curva glicemica, blu – urine (bianco se sono quelle del mattino, quando certi nonnetti è difficile convincerli ad ammainare la bandiera, credono di avere ancora un’altra età). Alla mattina li sveglio a uno a uno, chiamandoli per nome: Nino, quasi demente, per me è Agnellino. Vito, con un polmone in meno, Serpe. Nanni, tutto intubato, Riccio. E così via. Mentre aprono gli occhi sistemo un cuscino in più dietro le loro reni. Li lascio fare se mi appoggiano un attimo le testone bianche addosso al camice. Quello che non deambula lo aiuto: attacco il pappagallo all’organo teso e tremante. Lo tranquillizzo, chiedendo di pensare a cose innocenti. A una radura nel bosco, o a un campo pieno di fiori. Ne mimo la coltura, dolcemente, sorrido e fingo di riempire un cestino. Vedo sparirgli gli occhi tra le palpebre e poi scuoterlo un brivido. È allora che intervengo, ferma e professionale come sempre. Avvito il tappo e scuoto la provetta, quindi saluto ed esco, devo passare ancora dalle donne, porto le colazioni. A volte aggiungo al carrello alcuni dolcetti, li faccio in casa per le mie care nonnine. Ma sono timorosa: il figlio di una di loro ha occhi ferini e mira a me, è palese. Devo giocare d’astuzia, lasciar passare il tempo necessario perché possa cambiargli nome e trattarlo come so.

Lupo, un soprannome che fa la differenza, lo associ subito alla pericolosità, alla feroce movenza, all’arcaica fame animalesca. In natura si sposta in branco, ma da umano un Lupo solitario ha un fascino tutto suo perché sa quel che vuole, ha ben presente quel che gli serve e conosce il momento per cui vale la pena rischiare. La mia fame di esistenza è pari alla mia fame interiore, facce di una stessa medaglia che da vigore fisico soprattutto quando la preda non è da mangiare ma da possedere. È un errore pensare che i Lupi si muovano solo di notte, questo succede nelle favole bambinesche, oggi siamo i padroni del giorno, ben vestiti e inseriti tra le prede indaffarate nei loro impegni. Di notte meglio dormire, sono i peggiori a muoversi con il buio e devi sempre lottare con loro per saziarti con quello che resta in città. Da qualche giorno sto seguendo da vicino una donna dal viso di bambola e un corpo da urlo, sempre vestita di rosso: ausiliare di servizio. Lavora in un R.S.A. residenza assistenziale per anziani dove ho ricoverato mia Madre novantenne non più autosufficiente. Ha un cuore grande e un culo perfetto, ha il vizio di accarezzare la testa dei vecchietti portandoli al petto, tutto tondo: gesto, appoggio, carezza… a chi tocca si rilassa e gode. Ho preteso dalla dirigenza dell’R.S.A. sia al servizio permanente della mia vecchia e prima o poi l’occasione di saziarmi di lei si presenterà. C’è tempo e tranquillità, soprattutto un territorio di caccia ben protetto.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 26
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia discorsiva n. 25 – Cibo, bistecca: Ben cotta / Al sangue

20 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 23 agosto 2013

Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio.
Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, 1891

Ben cotta. “Bene”, è tutto in questo avverbio il cuore della cosa. Guarda che la bontà non è scontata, nessuno la dà per certa. E la bontà, il gradimento, in fatto di cibo è tutto. A che più serve lo strappare a morsi, magari tenuta con le mani, una bistecca al sangue? Ti nutri, ma non cresci mica, non amplifichi la tua esperienza sensoriale. Grondando di liquame non purificato dalla fiamma non sei in grado di dire “Vale la pena l’impresa”. Come è accaduto a me ieri sera, che al primo morso di un collo di maiale ben sbruciacchiato e cotto sulla griglia, neanche concluso già avevo i gusti in festa. Il grasso sciolto in parte, brunito, magnificato e ricco, mi ha spalancato un mondo. Sì che ho pensato: Così dev’essere, che credi? Poi il resto è sceso giù talmente liscio: bocconi tosti e saporiti sopra, morbidi e dolci dentro, sani e leggeri. Quando il piacere passa per le papille gustative, lui, che è principio primo, sa il modo di propiziare la digestione. Prelude a sguardi carichi d’intesa, a gesti lenti, a conversazioni fluide. Dal piacere si passa solo al piacere. Finita di mangiare una bistecca ben cotta, magari accompagnata da pari contorni e un giusto bere alcolico, si compiono le imprese. La più facile delle quali sarà convincere te.

Se accettiamo il vecchio motto popolare del “noi siamo quel mangiamo” che identifica le qualità umane attraverso il cibo, dovremo anche accettare la sua scontata evoluzione: l’uomo si ciba con quello che gli piace di più. Quindi siamo qualsiasi cosa in qualsiasi posto del mondo? Non sia mai, non possiamo essere tutto perché mangiamo di tutto, in sintesi abbiamo solo bisogni e piaceri primari da assolvere, mischiati alla nostra cultura. Fuori dal romanticismo il cibo è un piacere grossolano: procurarselo o sceglierlo acutizza i sensi; condividerlo è una scelta; mangiarlo un piacere o una necessità del tutto personale. Se non ne hai fatto una scuola di vita o non sei passato al molecolare tout court, c’è da considerare che certo cibo prima di cucinarlo/prepararlo nuota, vola, si muove indipendente, perché ha sangue nelle vene che lo mantiene vivo e vegeto. Condizione indispensabile perché sia sano e quindi commestibile. Vero, è oggi opera di design nel piatto che alla fine non sembra neanche cibo ma piuttosto costruzione, azzardo, equilibrismo, ma per contro ci sono ancora (al di la della scelte squisitamente vegetariane/vegane) “pezzi di cibo” a cui rivolgiamo la nostra fame senza tanti passaggi estetici. Per antonomasia il pezzo di carne al sangue, quindi poco cotto, è una base alimentare che ricerchiamo perché non dimentichiamolo: l’uomo in sé è animale carnivoro, anch’esso buono da mangiare al sangue per altre specie viventi. Quindi, fai tutti i fiocchetti letterari che vuoi Donna per convincermi del contrario o per essere interpretata “cotè passionale-creativa”, quando la fame chiama, chiama… se vuoi restare viva devi mangiare e se non hai scelta “mangi anche crudo”.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 25
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 24 – Pubblicazione: Casa editrice / Self publishing

13 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 9 agosto 2013

 

Quando vedo un errore di stampa, penso sempre che sia stato inventato qualcosa di nuovo.
Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)

Glielo disse quel tale scrittore: “Se vuoi pubblicare, scegli bene con chi. Sai che l’opera prima non sempre perdona, ed il pubblico cerca un autore avvincente, uno che ci sa fare, che fa presa da subito, uno che si sa giocare le sue tante carte sul panno del Gran Casinò, non in mezzo alla gente al mercato, come certi autorucoli coi loro pamphlet da due soldi, che conoscono solo gli amici e che mietono a stento dei grami raccolti”. Questo disse, e lei gli ha dato retta, ha inviato le raccomandate, imbucato in cassetta i volumi già ben rilegati. Ha fiducia in quel bravo scrittore da milioni di copie vendute, dalla vita brillante, tutto bella famiglia, ville, macchine, cani, e magnifica amante pronta alla bisogna. Conversare con lui ogni giorno, questo è ciò che vorrebbe, e per questo ricerca l’accesso al suo status (spera tanto al più presto, e lo sogna, e lo sogna). Ma ha bussato, e non hanno risposto. L’ha rifatto, e poi scampanellato, pressoché a ogni porta. Tanto tempo è trascorso, ma per lei non è strano. È la regola, e questo si sa. Tante volte hanno detto: “Cara, la ringraziamo, ma per noi non va”. E comunque lei insiste. Non c’è altro da fare che inseguire la gloria, la giornata o le due in cui comparirà dietro tante vetrine, impilato col nome di un grande editore sulle copertine, il suo libro. Per tornare a rimettersi subito in coda alla fila.

Nel 2008 ho cominciato con il Self pubblishing e non ho più smesso. Niente e-book, stampo su carta con tiratura limitatissima a volte numerata, considerandomi libero da condizionamenti ma imponendomi la definizione dei contenuti, impaginazione professionale, immagini d’autore, editing, copertina, rilegatura, stampa, sovracoperta o confezione che curo una per una. All’interno trovi sempre un Ex-libris che dipingo a mano e incollo a fine volume. I miei libri li ricevono gratuitamente a fine anno (al posto di monotoni biglietti d’auguri) una ristretta cerchia di lettori selezionatissimi che li aspettano. Nessun problema ammettere che provo una certa soddisfazione nel creare il mio Self-pubblishing e nessuna idiosincrasia o retroscena da grande autore incompreso che deve auto-prodursi per essere letto o capito da qualcuno: ero semplicemente stanco di trattare con gli Editori, punto e basta! Tra un’autoproduzione e l’altra scrivo e creo immagini per la Stampa Nazionale che diffonde con prezzo in evidenza, ma non considero la cosa di rilievo, è solo un mestiere. Attualmente però mi sto rendendo conto che questo progetto personale, all’inizio un po’ snob, sta diventando un modus operandi: le Case Editrici accerchiate dal digitale stanno considerando la “stampa su carta” un lavoro di eccellenza. Il problema ora è, cosa ci stampo sopra di altrettanto eccellente?

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 24
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 23 – Vivere: Città / Provincia

6 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 2 agosto 2013

L’uomo ama talmente l’uomo che, quando fugge la città, è ancora per cercare la folla, cioè per rifare la città in campagna.
Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, 1859-66 (postumo, 1887-1908)

Ci vediamo alle tre. Mantenere un impegno, arrivare puntuale, è un affare da poco, dirai. Non è vero, in città proprio niente è casuale. Ti dovrai impegnare a stimare a ritroso ogni tratto di strada, prevedendo un riposo, o una sosta (progettata o subita, che importa? Qui in città quel che conta è del tempo di scorta). Dove tutto è a ciascuna portata, ci si sposta da ovunque a ovunque, millimetricamente. Guida spericolata, evitando di finire a terra, come missili a lunga gittata governati da programmazioni, vere macchinazioni da guerra. Tu non eri così, ma una volta Leopardi e la siepe ti convinsero a uscire dal ghetto del verde che rende le cose distorte, porta a credere che nulla cambi, dal giorno che nasci fino alla tua morte. Mentre invece in città le teorie sono tante: di mattoni, vetrate, portoni, finestre, ambulanze, auto incolonnate. Sono vere infinite esistenze, altrettante credenze ed usanze, tante quante le stanze che dovrai superare per girare il pomello e varcare la soglia che cambia il destino, o che porti già un po’ più vicino a dove mi trovo, all’incontro che avevi con me. E tu che lo sai bene, e ci tieni, ti sei mosso per tempo: entri dentro la stanza e mi vedi, e ti vedo a mia volta. Ci vediamo alle tre.

Il mio giudizio su di te è un esame ai tuoi ritmi. Le tue Piazze scontatamente dedicate ai “Martiri della libertà” danno il senso del micro Cosmo che non dimentica, da cui si ripartono le vie per arrivare in altri luoghi e campagne mai abbandonate. Nei giorni di mercato, affollati bazar, attiri folle variopinte ed è sorprendente il numero delle carrozzine per strada con dentro bambini, superiore a qualsiasi altro posto che io conosca. Sei tu che fai stare bene? O sono i tuoi abitanti provenienti da più posti a far squadra che riproduce se stessa? Hai fatto dell’Oca, della Fragola, del Santo Protettore, una Festa, Sagra, Celebrazione popolare a cui non mancare, e del verde pubblico un baluardo a difesa dell’assunto che chi sta qui è in salute e ha quello che gli serve. Concetto che ribalta le sorti. Se mi permetti, guardandoti dall’alto al basso senza essere frainteso, quello che veramente si vede è il frazionamento del tutto con diversi e grassi personaggi che ti gestiscono quota parte. I tuoi ritmi lenti, svolti e ri-svolti con la metodica del “tanto ce né”, ti permette di approfittare del vantaggio che hai, convinti noi che bevuta alla tua fonte l’acqua sia migliore che in altri posti. Invece è solo illusione e tu lo sai Provincia, perché anche se immobile dimostri di saper rassicurare la nostra debole esistenza: di giorno, di sera, di Festa… e alle tre tutti dormono.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 23
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 22 – Favole 3: Tartaruga / Lepre

29 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 19 luglio 2013

“[…] il più lento corridore non sarà mai raggiunto nella sua corsa dal più veloce. Infatti sarà necessario che l’inseguitore proceda fin là donde si è mosso il fuggitivo, quindi è necessario che il corridore più lento si trovi sempre un po’ più innanzi”
Paradosso di Achille e la Tartaruga, di Zenone di Elea, ne La Fisica di Aristotele (IV sec. a.C.)

Ogni tanto passo notti agitate, a volte dormo pochissimo. Ma so che fare. Resto racchiusa in me, se il clima è freddo, o mi spalanco al vento quando fa caldo. Cerco di immaginare, finché non mi addormento, perdendomi nel sogno. Anche stavolta, la notte precedente al nostro incontro, ho ripetuto l’esercizio. Con conseguenze davvero imprevedibili.
Tra le nebbie del dormiveglia, so di aver immaginato di rivedere te, mia lepre. Tu che mi sfuggi da sempre tra le dita. Tra le quattro pareti dove, in serata, avevamo appuntamento. Dove sarebbe finita subito, grazie ai tuoi ritmi forsennati, già.
Ma l’attesa era stata così lunga che ho scelto di spostare il sogno in un ristorante affollato, qualche periodo prima di chiuderci porte alle spalle. No, meglio ancora, ti ho traslato con me in un vicolo. All’imbrunire, dietro un portone, entro un androne oscuro. E, senza fretta, ti ho chiesto di aprirmi la corazza, toccarmi dentro, infrangere le mie difese. Che non è facile, e prende molto tempo. Ma è sopraggiunto un uomo di passaggio e ti sei innervosito, scattando ai blocchi di partenza.
Così, ho rallentato ancora, portandoci a sedere di nuovo uno di fronte all’altra per la cena. Dai calici sorseggiavamo un vino forte: per il torpore mi scivolava il tovagliolo dalle mani, poi tra le gambe. Lì ti fermavi, chinato per raccoglierlo, fin troppo a lungo per non rendermi conto che avresti concluso il mio sogno di lì a poco. Non era il momento quello, né era il luogo.
Risalivamo, colmi di desideri inesauditi, in ascensore, verso la meta del nostro appuntamento. Bloccavo la risalita, infida. E poi, e poi. E poi.
Da un tempo che non so quantificare, la notte estiva scorre, inusitatamente lunga, e lo so. So bene che così, di rimando in rimando, non mi risveglierò dal sogno. So anche che, alla fine, non ci incontreremo più.

La velocità è agitazione, eccitazione, precisione, questi sono concetti che non puoi togliere di mezzo con il sentimento che è lento. La velocità ti tiene sul filo, è esagerata, ti rende euforico, trasgressivo e dinamico, tutto nella velocità tende all’obiettivo da raggiungere, un traguardo da superare in fretta. Se usi il corpo senza altro design o tecnologia supplementare per “spararti” su quello che desideri, devi essere flessuoso e agile, devi avere potenza non fine a se stessa ma ben articolata. Nella velocità il sogno si amalgama con la realtà e il risultato è la tua fisicità da contenere perché sei mille cose in una. A volte capita che l’obiettivo sia difficile da conquistare perché contenuto in se stesso, protetto dalle avversità del Mondo e in questo modo è sopravvissuto a lungo. Dentro al guscio difensivo tu sai che c’è del morbido, c’è del caldo, c’è del coincidente, insomma c’è quello che desideri per calmare, almeno per un attimo, la tua veloce agitazione. Impossessarsi di questo “morbido” per noi scattanti amanti è il grande tormento: avere quello che già immagini ma non puoi averlo subito. Quindi corri quando non dovresti, ti agiti quando non ne hai bisogno, esageri quando non devi, sei in sostanza fuori tempo e per questo il guscio non si apre e nel “caldo coincidente” non entri. Provi mille e mille modi strategici per superare le corazze protettive ma queste non cedono, sono dure e sbavi in erezione al solo pensiero di farle crollare. Finisci spesso sfinito e ti rendi conto che non fa per te, dovresti correre con chi corre e non rincorrere chi vuole essere spogliato con calma. Sei dunque pronto a rinunciare al lento e calmo intercedere del destino che inventa occasioni che vorresti veloci. E poi, e poi alla fine ti convinci che si, più avanti ci sarà dell’altro e in fretta devi raggiungerlo.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 22
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 21 – Estetica: Natura / Artificio

22 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 12 luglio 2013

 

“I moti della natura vogliono essere circolari; rettilinei quelli dell’arte. Il naturale è rotondo, l’artificiale tutto angoli.”
O. Henry “La quadratura del cerchio” in “Memorie di un cane giallo e altri racconti”, Adelphi editore (1980)

La scena è stata questa: l’avevano notata, e osservata entrare in quel portone per un paio di mattine. Loro, marito e moglie, la terza volta l’hanno fermata sulla soglia. Io c’ero, in piedi come sempre, ferma dall’altra parte della strada. Li ho visti contrattare. Lei, sorpresa, ha alzato le sue grosse sopracciglia. Labbra sottili si sono ritirate rapide su una cascata di denti da spavento. Sembra un cavallo. E poi, ha gli occhi che divergono (di Venere, in effetti, ha solo lo strabismo), il naso adunco e orecchie piccole e torte. Sembra la morte. Mentre scuotevano le mani chiuse le une sulle altre, le è sfuggito il fermaglio dalla testa. Che chioma! Mai visto tanto pelo incolto. E l’emozione ha liberato, giuro, un così forte afrore che una zaffata ha raggiunto anche il mio marciapiede. Ho premuto al volto il fazzoletto impregnato di profumo, ma l’odore naturale è persistente e, evidentemente, dà alla testa. Perché (ora c’è il meglio) allontanandosi in fretta, lui le ha incollato una mano al grosso culo, e la moglie, che li sbirciava ridacchiando, con noncuranza ha pronunciato un numero. Che cifra! Io, che della bellezza naturale ho fatto un vanto, ho cominciato a chiedermi a cosa valga avere un viso regolare, forme perfette, buongusto nel vestire. Da quel momento, ormai non so più dirlo. Sto meditando l’introduzione chirurgica di imperfezioni artificiali.

Il retroscena è questo: viviamo in un’epoca in cui il corpo umano è un interesse economico e per questo viene ridimensionato o ampliato, in parte sostituito, vestito e svestito, tatuato e bucato, massacrato, clonato, venduto al miglior offerente… e non mi dilungo. Così facendo non abbiamo più corpi da guardare, da desiderare, ma corpi da inventare e nell’invenzione si sa: ognuno ci mette del proprio! Una volta nascevano naturalmente i Freaks che raggruppati facevano Circo mostruoso, difforme e per vederlo pagavi il biglietto. Oggi invece la diversità la devi creare in laboratorio, un progetto per distinguersi proprio partendo dal corpo a cui si aggiunge l’adeguata comunicazione. Un artificio tendente al bionico perché da umani abbiamo preso coscienza che non avremo a disposizione altri tremila anni di lenta evoluzione per modificarci naturalmente. Per cui, chi più ne ha più ne metta nell’inventarsi un corpo disuguale che crea notizia. Abbiamo perso il senso del naturale fatto donna o uomo, non sopportiamo su di noi il “naturel et juste” ma dobbiamo: intervenire; approfondire; capire e cambiare. Chiaro, se oggi incontri qualcuno nato già Freak c’è la curiosità di scoprirlo anche segretamente, l’istinto che non è artificio ti riporta sempre all’animale che sei anche se non vuoi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 21
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 20 – Favole 2: Pollicina / Orco

15 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 5 luglio 2013

 

“[…] Io muoio per riaverti, / anche delusa, / adolescenza delle membra / inferme.”
Salvatore Quasimodo “Nascita del canto” da “Oboe Sommerso”, Genova, 1932.

Pollicina: La storia ha inizio dalla madre. Che è premurosa e saggia. Ma ha anche il grembo vuoto, è stanca e sola. Madre che soffre, che picchia la testa al muro. Madre che piange al buio. Madre che pianta semi, che impollina, che crea nuove varietà. Finché da un fiore ecco che arriva lei, la sua piccina. Attesa per una vita, cresce figlia perfetta, solo molto minuta. Perciò resta bambina a lungo dentro le fantasie della sua mamma, anche se presto è ormai donna fatta. La madre la trattiene, ma lei fugge. Al suo passaggio lascia cadere sassolini bianchi, non si sa mai che le venisse voglia di tornare. Piccola e deliziosa, ogni mattina inizia con lo spettacolo della sua comparsa, allo sbocciare del fiore che la protegge per la notte. Chi è tanto fortunato da vederla resta incantato. Spesso davanti a lei si para un uomo, e lei gli sfugge sempre, temendo l’urto con le sue dimensioni.
Non può però sottrarsi a lungo ai sensi. Viene il momento di incontrare l’orco. Lui tuona, e il timbro della sua voce vibra nella fragilità di lei. Lo trova brutto, e lei desidera offrirgli la propria bellezza come compensazione. Decide di infilarsi nella rosa che sa la preferita, senza poter predire cosa accadrà. Lì si addormenta, e lì lui la ritrova, dentro le prime luci di un’alba rossa e ferma.
Pollicina si sveglia, sgrana lo sguardo che da vicino non riesce a contenere l’orco in una sola occhiata. Stringe la bocca a cuore. Si intimorisce, cerca riparo e si volta, offrendogli la schiena nuda, sporca di polline. A quella vista l’orco, che ama i fiori, specie se in bocciolo, perde la testa subito. Lei, sempre voltata, sente l’alito greve che la ricopre di umidità dolciastra. È ancora in tempo per balzare giù e seguire a ritroso la scia di sassolini bianchi. Ma tentenna. Non è così convinta di volerlo veramente fare.

Orco: La mia sorte sarebbe stata segnata come in una favola, l’essere brutto e orrendo, l’inguardabile che deve nascondersi agli occhi dei più, doveva soccombere per non creare altri turbamenti. Ma mio Padre non volle, potevo rappresentare diceva l’essere evoluto proprio per questa difficoltà da superare: non avere sembianze umane. E in effetti la coscienza di essere mostruoso mi ha forgiato l’anima, l’intelletto, ma non mi ha impedito di essere sensibile. Un romantico decadente che ha affascinato intere generazioni rispuntando qua e la nel corso della storia. Ma oggi, qui, adesso, un essere dall’aspetto di orco, un moderno dai lineamenti tremendi che ruolo ha nella Società? Solo per fare un esempio anche la parola orco non ha più senso, sostituita da un più generico “sei brutto ma simpatico”, sempre che tu sappia usare le parole. A questo punto, più o meno, nel retroscena mentale di chiunque si crea quel tanto di fascinoso da dover essere indagato. Poi se hai un tenore di vita che ti proviene da una cospicua rendita, anche avere l’aspetto di un “mangiabambini” passa in secondo piano con: tre Ferrari, due Porsche e una Bentley tre litri del 1921 in garage. Chiaro quando mi incazzo le mie fattezze si esaltano, la mia voce cambia e rimbomba per le 15 stanze della Villa, mi si sente anche nell’ultimo bagno quello con i rubinetti di Stark. Ho un unico debole culinario e uno sentimentale: la torta al cioccolato e Pollicina, così la chiamo io perché donna minuta e un po’ sulle nuvole. Lei è sempre in giardino a curare i suoi fiori, non fa altro dalla mattina alla sera. Diciamo che il suo aspetto come il mio non deve far cadere in inganno, è una che quando ha voglia prima tentenna, mi fa impazzire perché sembra non concedersi, poi parte ed è tra le poche che tiene l’urto delle mie dimensioni. Un amore perfetto che non ha bisogno di nulla di più.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 20

Disegno di Fabio Visintin


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