Posts Tagged ‘Davide Lorenzon’

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto

5 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 dicembre 2013

 

Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Hatta, ma che sei matto? Non puoi cambiare sguardo così all’improvviso. Stavi cantando in coro con gli amici, il trucco di Halloween ti si scioglieva sotto le luci forti, tutto innocenza e impaccio mi sembravi, in apparenza. Io lo avevo capito di esserti d’interesse, ma fino a questo punto, no, non lo pensavo proprio. Oh. Pare che tu mi voglia frantumare, con quei tuoi occhi troppo sinceri, adesso. Ora so riconoscere tutta la tua maestria di poco fa, quando sfidavi l’ilarità comune. Ridevano del pessimo karaoke, e tu reggevi al meglio la tua parte. Era per prendermi all’amo, lo devi ammettere. Ma mica parli, Hatta, in questo angolo buio appena fuori del locale. E spingi forte la mano anche sulla mia bocca. Cerchi il silenzio. Preferisci il fruscio dei nostri vestiti, le gocce di sudore e d’altro che cadono per terra, lo sbriciolio del muro schiantato dal nostro nervosismo. Se è questo ciò che vuoi (come nasconderlo?) è ciò che voglio anche io. Sbrigati, Hatta, sbrigati. Ma quanta fame ti resta ancora da saziare? Non senti che la musica si abbassa? Il coro degli amici perde quota, tu togli la tua mano, io faccio per girarmi, riabbottonarmi, per rassettare tutto come se niente fosse. Faccio per dire: “…” ed ecco che la base riprende alla sprovvista. Il muro che ritorna a sbriciolarsi, e le tue mani forti a sconvolgere i capelli sulla mia testa. Vuoi proprio eliminarle le parole, eh, Hatta? Dai non fermarti, forza. So che sei abituato a prenderti il tuo tempo, hai pure un orologio da taschino, che se si ferma neanche lo riavvii. Avanti Hatta, avanti, dacci sotto. Più tardi torneremo i solti io e te, protagonisti di una di quelle storie che ancora raccontiamo ai nostri figli prima di andare a letto, di quelle in cui indossiamo i cappelli di due bravi e ordinari coniugi, con vite precise come orologi svizzeri, ben regolati quanto a misura e distanza tra di noi.

Sono Hatta, un soprannome da matto. Essere dirompente mi si addice, ma devo dire che Alice mi segue: matta anche lei anche se non sembra. E così per una volta di più in mezzo alla festa di maschere, amici deludenti, vite monotone con figli a carico in un Paese che non è delle meraviglie, mi ha fatto entrare nella favola dalla “stretta porticina”. È lei che mi invita ad andare oltre… non solo con la fantasia!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 36
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia discorsiva (n.35): Per scrivere d’arte hai bisogno di un salvifico retroscena umano

28 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 22 novembre 2013

F: Ciao Davide, trasporto questa dicotomia da un pc all’altro e solo oggi finalmente riesco a inviartela… che dici?

D: Complimenti e… sono in imbarazzo: questo David ti è venuto bene bene, chi non vorrebbe essere tale?-) Furba di una donna, anche creativa!
Per trovare una Francesca devo rileggere Dante che la mette da qualche parte dell’inferno?!

F: Surrealizzami, dai, che ci riesci

D: Donne: che cosa ho fatto di male per meritarvi?! Un giorno non troppo lontano lo scoprirò.

F: Spera di fare una bella scoperta…

D: Per il momento solo “scoperte” non so se belle o brutte, certe donne dicono che sono troppo buono e cerco sempre di capire tutto. Forse per questo potresti uscirne bene restando, da donna, nel surreale:-)

F: Non mi sembrano affatto dei difetti…

D: Le Donne, fanno spesso cose senza senso giocando con le due paroline magiche “libero arbitrio” senza pensare che alla fine è un effetto domino quello che mettono in atto. Questo è il disastro dentro la vita degli uomini e non apriamo il file sulla stupidità del maschio nei confronti del sentimento: chi più chi meno, dovremo tutti ritornare a scuola. Per noi la frase fatta è più o meno quella di un film: “non ci siamo accorti che eravamo felici”.

F: Almeno tu il tuo file lo hai aperto e ci stai mettendo le mani, o così mi pare. E la felicità ha la capacità di ripresentarsi, tienilo presente.

D: Felicità è una parola difficile amica mia, difficile e piena di fantasie. Quando sei “tenero” dentro e fuori ci credi pure che esista, quando ti sei già fatto tante domande e sei diventato il tuo critico più spietato sai che è un gioco. Gli adulti per essere felici hanno bisogno che qualcuno gli risolva i problemi… anche questa non è mia.

F: Solo perché non ho tempo, ti dico in corsa che io, senza felicità a portata di mano, preferirei chiamarmi fuori dalla vita. Secondo me puoi ancora cambiare idea
Ora stacco, che sennò non lavoro.

D: Ecco appunto “lavoro” altra parola magica per mettere in ordine la vita, quando questa è scoppiata.

F: Ti confesso che la sola magia in cui credo nella vita è la creazione artistica. Il resto, lavoro, salute, sensi, sentimenti, viene solo se ti impegni in una costante ricerca di equilibrio.

D: Allora sono salvo… scoperta più, scoperta meno!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 35 Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 34 – Arte: Realista / Surreale

21 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 novembre 2013

 

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte. Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838

David, quando t’ho manipolato nell’argilla, ne sei uscito così come t’ho immaginato. E mentre tu stavi sul piedistallo a disseccare, è corsa voce che fossi differente. Ho fatto in fretta a darti un nuovo volto, nuovi arti e busto, nuove, nuovissime anzi, proporzioni. Ma un’onda dell’Arno ha spazzato via di nuovo il mio lavoro. Allora io t’ho scolpito nel marmo di Carrara, tanto alto da far ombra a ogni altra effige umana, con una testa tale che Leonardo davanti a te scompare, e mani talmente vere da temere che tu ti pieghi a distribuire schiaffoni. Nessuno ha osato contraddire la tua voce che, dal mio petto, sorgeva a chiedere di collocarsi spalle a Palazzo Vecchio. Quando gli esperti messi a deciderti il posto alzarono il loro sguardo sopra il tuo, così accigliato, ti diedero ragione all’istante. E cosa dire del grido del Vasari: dopo di te nessuna statua mai! E mai è stata raggiunta vetta più alta, mi è stato detto in seguito, mai voce più forte si alzò a difesa della libertà, della democrazia contro le prepotenze dei tiranni. Infatti, è per questo motivo che, a poco a poco, rientrati in sé appena dopo lo stupore, i fiorentini proposero di mettere al tuo posto una copia. Tu che sei l’apologo ultimissimo del vero, ora sei circondato dall’atmosfera rarefatta di un museo, mentre quell’altro, l’impostore, l’impasto di marmo percolato dentro un calco, niente a che fare con la tua origine dallo scavo faticoso nella roccia, mostra ai passanti ignari la sua falsa versione della realtà.

Francesca da Rimini, è tra i lussuriosi dell’inferno che ti trovo, condotto a te dall’astratto mio viaggio nel mondo dell’ultraterreno in cui mai pensai di incamminarmi un giorno, nemmen per angoscia e disfacimento dell’anima mia. Amante e tentazione dal corpo in cui io poeta, non senza grande sacrificio con i dannati intorno, ho mista pietà al desiderio da far perdere i sensi.
Si io poeta dell’amore, visionario dell’irrealtà a cui tu confessi non senza sconforto le tue pene in vita e io nell’attrazione di te innocente, freno l’impeto per esser sol narratore dei posteri e non peccatore degno dell’Inferno in cui sono. Stesso sentimento che aprirsi deve adesso la strada per ascoltare te e la tua condanna, e questa mi appare come possibile causa della mia stessa eterna condanna, fuori dal reale dell’essere qui. Io che a te chiedo spiegazioni, Francesca, spiegazioni su come tu sia diventata peccato nell’adulterio. Perché io nell’astratto del sentire amoroso non vedo in te ne colpa ne trasgressione, ed è forse la moralità, propria e contraddittoria a crear religioso e travolgente giudicare. Hai Francesca forma così alta e rarefatta che avvolge il tuo Paolo e non è vero immaginarvi peccatori, ma tragiche figure della passione dentro forze invincibili. Ora per voi qui tra i dannati provo senso di umana pietà e capisco il dono della cattiva sorte, ma se potessi io portarvi in un altro tempo futuro certo sareste salvi ed eletti a opera d’arte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32 Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 33 – Recitazione: Comica / Tragica

14 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 novembre 2013

Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia […] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere […]
(Luigi Pirandello, Enrico IV, 1922)

Lei alzava la battuta, lui schiacciava. Lei solleticava, lui inanellava una sequela di starnuti. Erano professionisti della recitazione. Il duo aveva sempre funzionato: il pubblico rideva e le casse erano piene. Finché lui disse “Voglio votarmi al tragico, non mi scocciare più”. Se non potrò scocciarti, ti incollerò lo stesso, concluse lei, per niente preoccupata. Sera dopo sera lo aiutava e arrotolava stretto, per farlo somigliare a quella Mummia di cui era protagonista in scena. Ben cinquantotto repliche ci vollero, per giungere alla volta del finale magico. Stette cinquantasette volte di nascosto tra la gente, seno schiacciato dentro un busto rigido, scarpe portate lunghe e con la zeppa, e abito da uomo. Due baffi, identici a quelli di lui, sul labbro superiore, occhiali spessi, cappello sulla testa e mani nelle tasche. Non era forse Groucho? Replica cinquantotto: le bende erano spalmate di ceretta. Lui neanche se ne accorse mentre veniva avvolto, tanto si era assuefatto alle sue mani addosso. Conclusosi il drammatico finale, il pubblico piangeva, piangeva il botteghino per le casse magre, piangeva lei dal ridere. Pensando a quando lui, al seguito dell’ultimo richiamo sul proscenio, avrebbe alzato di scatto le bende, depilandosi. Ma, invece che il sipario, si alzò un grido dolente dalla quinta (il giropetto della protagonista? Sembrava suo il “Dooo” – o era stato un “Nooo” da voce raffreddata?). Adesso, pensò lei, si scosterà il sipario e apparirà lui contrito, o meglio, riconvertito al comico. Chissà. E apparve infatti lui, sempre mummificato, tenendo tra le braccia l’attrice principale. Pareva proprio morta, la sgualdrina (girava voce che fossero amanti, benché fosse sposata, e lo sguardo di lui lo confermava). Non era quella scena che attendeva. Adesso, licenziato Groucho, sotto i baffoni neri rimase un malinconico Charlot.

Sposati da tempo, per cui il fatto che lei gli avesse urlato la parola “fallito” per 58 volte in poco meno di mezz’ora a lui non pesò così tanto. Litigavano spesso ma questa volta sembrava davvero una cosa seria. Lui di solito la lasciava sfogare, stringeva i denti cercando di non esagerare con le parole, i gesti, i pensieri… ma adesso era proprio in crisi, sia fisica che mentale. Da professionista dei palcoscenici la immaginava come a lui piaceva per salvarla dentro alla sua testa, la pensava vestita bene, gentile, armoniosa, affettuosa a letto, tutte riflessioni positive per contrastare questa iena ringhiante che aveva di fronte. Ma niente, questa volta il giochetto psicologico non serviva e lei continuava ad aggredirlo con le parole. Lui cercò di andarsene ma lei lo trattenne per un braccio, lo strattonò portandolo ancora nella posizione da cui si era mosso e gli si avvicinò ancora di più al viso urlando. Lui e lei avevano 58 anni, ma lei nonostante l’età gestiva benissimo tre amanti molto più giovani. Lui non sapeva, ingenuamente pensava che dopo una vita spesa insieme le cose fossero ormai stabili e immutabili. Mentre lei continuava a urlargli piccole mancanze che sembravano una disgrazia divina, lui rispose al telefono che suonava da un pò, lo fece così, quasi d’istinto. Una voce maschile dall’altra parte chiese di lei e lui gentilmente gli passò la cornetta, la guardò prendere il telefono con rabbia feroce e con altrettanta ferocia rispondere a una domanda: “no, non è oggi il tuo turno per scopare è domani, coglione!” e sbatté giù il telefono. La rabbia che la invadeva non l’aveva fatta ragionare, se ne rese conto ma ormai era tardi e non era un film. Lui cominciò a ridere, ridere, ridere, non riusciva a fermarsi mentre lei, ormai nel panico mentale, si era fermata non sapendo cosa dire e neanche cosa fare. Lui fece uno sforzo così grande nel ridere che il suo cuore si fermò di colpo e stramazzò li, nel salotto di casa. Lei morì in un film 58 giorni dopo, uccisa da un giovane attore marocchino con cui aveva recitato una scena di sesso. Il copione diceva che doveva dargli del “coglione” ridendo, insopportabile appellativo detto da una donna ad un Mussulmano.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 33
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 32 – Favole 5: Cenerentola / il Principe

7 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 25 ottobre 2013

 

“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo? State a sentire, signori,” esclamò con voce stentorea, rivolgendosi a tutti, “il principe sostiene che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato […] Ma quale bellezza salverà il mondo?…”
(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, 1869)

Mi avevano tagliato i capelli per via dei pidocchi. Tagliato i vestiti perché troppo abbondanti. In fondo a quel bordello clandestino ho imparato a mandar giù l’ininghiottibile. Tatuata, marchiata a fuoco perché non lo scordassi, di avere un padrone. Accerchiata da sorelle degradate e infami. Mi hanno calpestata, non ho più un osso sano in corpo. Mi hanno incatenata. Catene sia di ferro che di carne, che di pressione assurda sulle tempie. Mi hanno appesantito i sogni di improperi e favole allo stesso tempo, perché non li potessi più sognare da me sola. Infine, dopo due anni infernali di gavetta, mi sono guadagnata un letto personale. Un conto in banca, misero, ma mio. Ora ho ripreso l’immagine, l’involucro vuoto di ciò che definivo me, una volta. Oggi il mio capitale è il corpo, mia sola cura e dedizione estrema. A lui devolvo i brevi pomeriggi, appena sveglia dall’incubo ininterrotto delle mie notti bianche. Liscio la pelle di creme e la sfioro di profumi, trovo l’acconciatura giusta per il vestito, sperpero denaro altrui in boutique di lusso. E torno al chiuso della stanza a regalare lussuria, ma sempre a pagamento. La porta aperta è bocca e invito ad assaggiare il vizio, lo scendiletto è lingua, è gola la scivolosità delle lenzuola. È gusto pieno e ricco la voce, solo la voce di lui, che è l’ultimo di turno. Un uomo fatto d’aria. Questo fantasma si solleva respirando, lo devo trattenere perché non voli via. È tutto spiritualità, per lui un incontro carnale è un sogno quasi impossibile da realizzare. Gli parlo piano, lo convinco che lui, e solo lui è il mio principe. Lo calmo utilizzando tutte le mie arti e solo quando sono sfinita viene a me con gli occhi spalancati. Lo sento appena addosso, descrive la sua posizione lo spostamento d’aria. Come lo afferro, lo inghiotto in un respiro e, mentre lo conquisto, non so spiegarlo ma ne resto inesorabilmente conquistata.

Nobile anche di testa, l’ho imparato osservando questa ricca famiglia che mi ha dato i natali e Nobile nell’animo, l’ho imparato dal mio Padre confessore persona splendida e vocata alla spiritualità. Le ho provate tutte, sessualmente intendo, prima di arrivare a convincermi che il godimento più grande è l’astinenza, la castità, un traguardo di purezza rarissimo soprattutto per gente del mio rango e con le mie possibilità. Castità giunta dopo aver provato toccamenti omosessuali puerili, leccatine e bacetti adolescenti agli orifizi aperti di molte donne, aver preso sonno e latte da minorenne con femmine incinte, e poi frustate adulte, sacrifici e dolore intenso di spilli conficcati e scarificazioni nelle parti intime girando il Mondo. Al buio senza sapere dove ti trovi e con chi lo stai facendo e cosa ti sta facendo e poi l’inferno e la lenta risalita per tornare Principe di nome e di fatto, soprattutto d’anima. Leggero! E poi lei incontrata in un negozio di scarpe, mentre cercava ne tacco ne punta, mentre si aggiustava i lunghi capelli biondi sul lungo e candido collo, lei vestita composta e dai modi gentili mentre arrossiva e chiedeva scusa alla commessa, entrambi in mezzo alle mille scatole aperte dall’indecisione. Ho visto la mia castità fermarsi in equilibrio su di lei, una cosa così pesante da schiacciarmi mentre lei la reggeva e l’ho corteggiata e avuta non senza difficoltà, passando dall’intesa con il mio Padre spirituale e sopra la malignità delle sue sorelle. Ora nell’intimo del nostro vivere lei mi fa riprovare tutto quello che ho già sessualmente provato, lei era tutto tranne che candida e non lo sapevo… ma non è più un inferno ma il paradiso dei principi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 31 – Dolore: Ferita/Cerotto

31 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’11 ottobre 2013

Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo. Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sempre ferite.
(Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, 1934)

Ho strappato via il cerotto e sotto c’era ancora la ferita, capisci, amica mia? L’ho ritrovato lì, nessuna coagulazione era avvenuta, c’era lo stesso sangue di quel giorno che mi aspettava al varco, lo stesso che ha ripreso a scivolarmi sulla pelle, giù e giù, vibrante nel rosso pieno del ceffone a mano spalancata e il filo di cobalto striato sotto l’occhio, fuori dal rubinetto sempre aperto con lui è uscita l’eco dell’urlo che rincorreva l’eco, capo da coda a capo da coda a capo, un fulmine col tuono generato, via a zig zag sui muri delle stanze, in modo forse uguale o forse peggiore di una volta: ora che le ho vuotate di ogni presenza inutile, gettato via il superfluo, in quelle stanze ora il suo suono rimbomba senza freni, spacca i vetri e sgretola l’intonaco, spegne il silenzio col morso di brace di una sigaretta accesa, sempre la sua, la stessa di quel giorno, e insieme alla ferita, è aperto e brucia il foro provocato sulla guancia dal mozzicone acceso, e i segni della corda attorcigliata ai polsi sono riapparsi bloccandomi le mani e i movimenti, cosicché non ho potuto far altro che assistere impotente al ritorno del golem, la gelida paura risorta dalla terra intrisa dell’umido e scivoloso magma che mi colava dalla vecchia ferita infetta con il suo odor di ferro, era comparsa accanto a me in un attimo, come quella volta – ricordi, te lo dissi il giorno dopo dal letto di ospedale – sole tinto di sangue e arena, sdraiata sugli spalti, pronta per ripetere la visione di me toro infilzato, e di lui, che non era più presente ormai se non nella muleta, il drappo che mi coprì nei giorni, i mesi e gli anni di putrefazione che seguirono – e io che credevo di essere guarita della cancrena, che la ferita fosse rimarginata, me illusa, sono tornata a pensare: Magari. Magari avesse scelto di andarsene prima di perdere il controllo. Magari avesse compiuto un gesto di pietà subito dopo la mattanza, avesse voluto almeno porgermi un cerotto.

Non saprei cosa aggiungere di più di quello che già sai, all’inizio me ne sono andato dall’Italia per non riempirla di botte. Per fortuna non l’ho fatto quando mi diceva che ero un fallito, dopo 10 anni di vita assieme e tanti sacrifici perché non le mancasse niente. In quel momento avrei dovuto farle male, quando mi urlava addosso che avevo una vita sociale perché lei aveva degli amici, che non avevo idee e doveva sempre trascinarmi in vacanza, che non mi sentiva più come prima! Questa merdata del sentire mi faceva incazzare di brutto, per la serie: ma brutta stronza ipocrita, cosa vuol dire “non mi senti” spiegati cazzo! O è solo perché aprire le gambe con un altro ti sfrizzola di più e non sai come dirmelo? E per farlo in tranquillità non sai come buttarmi fuori di casa con discorsi e atteggiamenti che abbiano un senso e una logica? Insomma non ti allungo la storia perché la sai, sei un amico e sei venuto in soccorso subito appena me ne sono andato di casa. Ma è stata una fortuna non averla riempita di botte dopo due anni quando è tornata a cercarmi per chiedermi scusa, perdono e cazzate del genere. Cercava amicizia e aveva moine da schifo per farmi capire che si rendeva conto di aver fatto un casino. Mi veniva il sangue alla testa al solo pensiero di rivederla, per cui me ne sono andato lontano da tutto quel che conoscevo. Mi chiedi se sono pentito? Ma neanche per sogno, pensavo mi avesse rovinato la vita e invece ci voleva. Alla fine mi sono reso conto che era una storia inutile, durata troppo tempo con una donna inutile e costosa, dove io ero in continuo sacrificio: lei è quel genere di stronza che vuole tutto senza concedere niente e non te ne accorgi. Da povero illuso pensavo che dopo questa scema non ci sarebbe stato più nulla ma non è così. Andare via e vivere da un’altra parte credo di poterlo paragonare al metterci un cerotto, ti aiuta a guarire.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 31
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 30 – Produttività: diurna / notturna

24 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 27 settembre 2013

 

Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Eugenio Montale, Auto da fé, 1966

Questo è il giorno. Uno stato di stupore necessario, incoercibile. Sveglia. Sveglia. Sono del tutto sveglia. Il suono della sveglia è vita per la persona giovane, forte e sana, propositiva e positiva, pro- e ri-produttiva. Guardo la gente in faccia e la gente mi restituisce immagini bagnate in oro e platino. Non lo capisco più com’era ieri, non riconosco la maschera di pioggia e buio che mi trascinava buca per buca fino a toccare il fondo, sempre più giù, solo per annientarmi. Cosa ci sia di vero nella notte, come accettare il suo verdetto, quando soltanto a poche ore di distanza il verde è fresco di rugiada al punto che mi ci rotolerei nel mezzo? Aprirmi come in estasi. Un grammo di isteria, novantanove di estroversione pura, e per di più cercata. E sono sempre sveglia, vedi che stringo mani, arrotolo erre e fogli, disvelo elle e voglie, scombino i loro piani sovvertivi, ancora intrappolati tra le ciglia. L’immantinenza, l’aleph, l’ora, il qui, il presente. Questo è il giorno. È l’aria che riesce a passare dentro ogni interstizio. La sensazione, definitiva e ultima, che dietro la mia maschera non ci sia davvero niente da scoprire. Ma tu non mi guardare, tu che non restituisci sguardi d’oro e platino, e appoggi occhi caliginosi sul mio volto. Neri occhi di pece, colla vischiosa, che appiccica e che sporca. Tu, non mi invischiare. Soffri di notte cronica, e io, dentro la vacuità di questa produzione spinta, io voglio sparpagliare i miei fotoni al giorno.

La notte è per me uno stato della mente e non più un logico ciclo universale. Non c’è più differenza tra quello che puoi fare di notte e quello che puoi fare di giorno te lo dice il traffico, i locali sempre aperti, certi lavori o Industrie che non si possono fermare mai, essenziali alle dinamiche sociali. Non c’è più distinzione tra quello che succede di giorno e quello che succede di notte, te lo dice la TV con la sua stordente programmazione h 24 moltiplicata per 1000 canali. La notte sarebbe poi fatta per dormire ma se non ce la fai con il buio, prima o poi ti capita di giorno e diventi un pericolo per te e per gli altri, uno stato psicofisico in cui è il corpo a dirti che sei alla deriva. Quando ero bambino avevo in testa la netta separazione tra quello che potevo fare di notte e quello che potevo fare di giorno per cui erano separati i pensieri, comportamenti, le esperienze, me lo diceva il posto in cui ero nato che c’era un tempo per essere attivi e un tempo per essere dormienti. In questo periodo ho un ricordo di quel tempo, una frase che mia madre mi sussurrava mettendomi a letto, una specie di sonnifero che su di me ha sempre funzionato. Mi diceva: “pensa a cosa farai domani” e mi perdevo tra realtà e fantasia addormentandomi. Ma ora la stessa frase mi angoscia, perché da quando ho perso il lavoro e non riesco a inventarmi una vita, pensare a cosa farò domani mi ha fatto perdere il sonno e non riesco a distinguere la notte dal giorno.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 29
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 29 – Cioccolata: Fondente / Al latte

17 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 20 settembre 2013

 

Il mondo si divide in: quelli che mangiano il cioccolato senza il pane; quelli che non riescono a mangiare il cioccolato se non mangiano anche il pane; quelli che non hanno il cioccolato; quelli che non hanno il pane.
Stefano Benni, Margherita dolcevita, 2005

Il cioccolato non è “la cioccolata”, lo sai ma non lo ammetti. Dici che l’Accademia della Crusca non ha saputo scegliere, perciò continui con i tuoi sbrodolamenti, peschi nel variegato mondo al latte che, è innegabile, è un prodotto femminile. Accomodati. Per quanto mi riguarda, quello fondente è irrimediabilmente maschio. “Maschio genera maschio”, dicono? Lui infatti viene dai semi del cacao. Magro e ben tosto, ha i palmi delle mani asciutte e si sfarina in bocca aspettando di essere bagnato. È presto fatto, mi scalda fino al punto di fusione, finché scivola in gola il gusto del peccato. Basta una frusta, e sono unita a lui, montata a neve ferma in forma di soufflé. Velluto nero, amaro, roba da intenditori, da veri amanti, da esperti di lascivia, di riti ancestrali e oscuri. Come le notti, sempre di luna nuova, in cui mi concedo a lui. Ora sai anche questo: io, come te col latte, del nero non ne so fare a meno. Ma non ho il tuo gusto dell’etnico per l’etnico, caro compagno mio, che porti a casa ogni randagio umano ritrovi per la strada. Compresa me, che dagli esordi hai scelto di piegare al neocolonialismo del tuo impero. So che ti spiace un po’ che io ti tenga il muso, però comprenderai quanto ci resti male: con te ho sfornato figli su figli su figli, e neanche uno di loro è scuro al punto giusto.

La cioccolata va di moda, o meglio, va di moda il suo colore, sapore, incarto, grafica e comunicazione. La cioccolata è assuefazione, “sbrodolamento” mentale e di gusto, fino a preferirla al panino, bistecca, piatto di pasta al sugo. E non entro nel vasetto della “Nutella” altrimenti mi perdo nei sensi. C’è molta distinzione tra una qualità e l’altra e pur conoscendone parecchie preferisco quella al latte, mi fa pensare alla mamma e a quando ero piccolo piccolo e povero. Sulla cioccolata ho fondato un impero, una catena di negozi monomarca che rendono più di una oreficeria, perché ho imparato a vendere pezzetti di felicità incartata in modo prezioso. Nel tempo ho assunto una dozzina di chef e dico chef perché “pasticceri” è riduttivo e squalificante. Hanno il compito di trovare prodotti in varie regioni d’Italia e ricavarne dei derivati tipici da integrare nel cioccolato e la cosa funziona: sono nati molti gusti ora copiati dalla grande Industria alimentare, ovviamente senza la stessa qualità e preziosità. Però la grande idea marketing mi è venuta con il cambiamento del personale da banco. Vado spesso nei luoghi in cui sbarcano i clandestini, luridi disperati senza arte ne parte con il terrore negli occhi e tra questi scelgo i più neri. Tratto poi con le Autorità che non vedono l’ora di disfarsene, promettendo vitto e alloggio in cambio della loro assunzione. Dopo un breve ma intenso periodo di formazione ad hoc, basato sulle precise dinamiche dei miei negozi, hanno il diritto di indossare la divisa bianco-oro con capellino e preferisco mischino la loro incomprensibile lingua con l’italiano, rende etnico il tutto. Una di loro che io chiamo la “musona”, è diventata la mia compagna e ammetto che amo più i figli che mi ha dato che lei, mi ricordano il cioccolato al latte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 29
Illustrazione di Fabio Visintin

Sintonia n. 28 – Forme di pensiero: Classico / Moderno

10 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 settembre 2013

 

Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda.
Leo Longanesi, La sua signora, 1957

Rimpiango il tempo antico dell’Acropoli, fortezza entro la quale giungere al Partenone era storia tortuosa e in apparenza illogica. Epoca in cui l’essere umano ancora si confondeva con il mondo, e ogni cosa viveva, oppure non era (e senza tante altre chiacchiere illusorie). Tempo in cui presero forma le prime astrazioni, i primi tentativi di spiegare l’orrido, il nulla, ciò che ancora oggi è negato alla comprensione umana. Riproducendo nello spazio fisico quelle intuizioni che, di tanto in tanto, colpivano le menti dei filosofi. Anche senza il supporto di formule matematiche, l’uomo sperimentava per primo su di sé, entro una geometria tridimensionale. Forma mentale libera, mossa complessa per fare scacco al re, un’apertura d’ali che si involò portandosi, nei secoli, fino alle coste e ai più remoti confini dei Romani. I due millenni appena terminati hanno covato un virus che, di recente, al passo con l’esplosione demografica, è esploso anch’esso, spargendo intolleranza verso le forme pure dell’immaginazione. E subito siamo qui. Parliamo bocca a orecchio, tanto siamo vicini. Statue senza memoria, sbeccate e sghembe, una accostata all’altra. Di più: incastrate, affette da vizi di forma combacianti e identici. Se ho cercato di smuovere la mia posizione, ho posto le nuove istanze seguendo modelli antichi. Sbagliando, mi ha ricambiata soltanto un freddo neoclassicismo. Occorrerebbe altro. Lasciarmi andare ancora e più di un tempo, spingermi in faccia al timore. Spendermi immemore di me, come uno degli elementi classici, vento, acqua, terra o fuoco. E, fatto il mio corso, io me ne andrei serena, senza essermi sforzata di essere un’eccezione.

La spazialità ecco quel che manca nella nostra metrica del vivere moderno. Nella sequenzialità dei movimenti e delle prospettive che rappresentano l’idea di noi, manchiamo
di una nostra dimensione di movenza e siamo forma compatta senza tempo. Ci rassicura la riconoscibilità dell’essere qualcuno uguale al suo simile, dal giorno del cambiamento in poi ci siamo incamminati in questa strada di condiscendenza di noi stessi trovandoci stupefacenti, perché più niente è sconosciuto, è azzardato, non c’è niente che ci spaventi.
Manchiamo di problemi che hanno reso vulnerabili e imperfette le nostre forme d’origine, esaltati e programmati a esseri onniscienti. D’altro canto da che l’uomo è la totalità del tutto ci appaga pensare che il dubbio e la critica e l’impuro non appartengano a questo limbo sereno che riproduce se stesso a se stesso, con una sua sonorità di fondo.
Senza lacrime, ne sangue, ne nervosismi o sessualità imbarazzante siamo perpetui nell’agire e nel fare, destinati a comprendere che il nostro numero è immutabile. Da quando abbracciando la vita ci è concessa la “non morte”, siamo opere di un’arte eccelsa destinata al divino. Noi siamo luce senza tenebra, siamo autonomi e vitali senza sporcarci di nutrimenti, non subiamo ne caldo ne freddo, ambivalenza annullata dalle nostre precedenti invenzioni. Siamo persecutori e artefici di chi siamo dal momento che abbiamo annullato il futuro, concetto altrettanto buio e destabilizzante. Ma appunto manchiamo dell’unica cosa che manca, la spazialità, ed è per questo che alcuni nostri simili decidono di dissolversi per lasciare spazio ad altri simili, una forma arcaica di sentimento che un tempo chiamavano altruismo e ora è altro da sé. Incomprensibile ma vantaggioso per chi resta.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 28
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 27 – Emozione: Distacco / Passione

3 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 6 settembre 2013

Le grandi passioni sono malattie senza speranza. Ciò che potrebbe guarirle, è proprio ciò che le rende pericolose.
Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, 1809

Sei andato via per l’ultima volta, piangendo. Mi hai detto perfino “grazie”, e io non ho saputo che rispondere. So già che da domani ti porterò rancore per questo distacco, ma oggi io, per te, sento soltanto pena. E per me stessa, un senso di liberazione indescrivibile. Ho aperto la porta e mi hai detto soltanto “usciamo”. Ho capito. Mi hai accompagnata sotto un albero, dove hai preso a parlarmi, accarezzando piano i miei capelli. Provavo un’infinita pena. Intanto, dentro di me, qualcuno col cuore già oltre quell’ostacolo sbuffava: “So tutto, non c’è bisogno di parole. Adesso basta!” Il tuo lungo preambolo: da quanto troppo tempo tra noi non c’era più passione, la solitudine che ti strangolava, e io, che avrei avuto bisogno di qualcosa che tu non mi sapevi dare. Meno male che lasciarci sia stata una tua decisione. Fosse partita da me, ti avrei sicuramente ucciso. Rialzandoci, ci siamo spolverati i vestiti a vicenda con puntiglio. È stata l’ultima volta. Sul viale del ritorno le foglie, precipitando al suolo, richiudevano il paesaggio conosciuto alle nostre spalle. “Non camminerò mai più qui insieme a te”, hai detto, e i tuoi singhiozzi radi hanno stressato la distanza tra noi e il cancello del parco, reso il cielo del tramonto ancora più perfetto, cristallizzati i voli degli uccelli e le pose dei soliti cani a pascolare coi padroni. Così ci ho visti dal di fuori: io che tiravo per rientrare in casa e tu che mi frenavi. Quando una raffica di vento ci ha spinti insieme fuori dal tracciato, tu mi hai baciata senza nessun preavviso. Non ho provato niente, né sarei stata in grado di giocare con la fantasia fino a immaginare di stringerti di nuovo tra le gambe. Richiusa la porta di casa dopo l’ultimo addio, ho contato fino a dieci, poi sono uscita tra la gente in strada, come se nulla fosse.

Ti ho visto una sola volta e forse è bastato a dirmi tutto di te. Ti ho visto una sola volta e ricordo i tuoi capelli in ordine, lunghi, osservati da dietro mentre te ne andavi. Basta una sola volta per giocarci la vita a disposizione, perché il solo pensiero di te mi entra nel sangue immaginando che tra le tue gambe potrei scioccarmi per sempre. Con te in testa e nel cuore sono un altro, sono convinto dentro perché già sento di amarti e mi piacerebbe assaggiare quello che di buono produce il tuo corpo, divorarti al naturale senza lavacri o profumi che mi confondono.
Non so chi tu sia, non so la tua storia, la tua identità e forse sono un illuso a pensare per l’ennesima volta che sarà per sempre e senza tanti problemi. Se poi sei di un altro, beh, allora sono morto. Ma voglio comunque calarmi nella parte, voglio che tu adulta, donna vera, creativa, pericolosa, possa essere una esaltazione, un criterio e una legge, un progetto per sfogare corpo e anima. Voglio, pretendo tutto di te, voglio pretendo bocca e mani, la tua lingua nervosa che invita la mia più curiosa della tua, ma voglio anche pensieri e modi e dolcezze, femminilità, odori, fiori, cibo e unghie laccate che scavano la pelle, dormire sul tuo culo e svegliarmi mentre indossi il reggiseno. Ecco, sei già una fatica prima ancora di averti, sei già una fatica prima ancora che mi parli, sei già una fatica prima ancora di essere con me, ma voglio sudarmela perché sono cretino e con un DNA che ribolle per te quindi matto del tutto. Sono ignorante lo ammetto, sono ignorante e povero in tutto ma anche sano, sicuro di quello che sono fino alla morte che non verrà presto quindi ti puoi fidare. Prendimi ti prego, prendimi adesso per quello che sono per poi cambiare insieme.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 27
Illustrazione di Fabio Visintin

 


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