Posts Tagged ‘Umorismo’

Ebbasta fidelizzazioni (su Cartaresistente)

21 luglio 2015

Questi gli esiti della mia ricerca: ancora non ti ho trovato, ma adesso temo il peggio. Mi sono arresa a questa conclusione a fatica, prima ho dovuto affrontare, quindi riprendermi, dalla scoperta di una situazione della quale, è evidente, non eri consapevole, non fino in fondo. Parlando con te al telefono e nei nostri ultimi, rari, incontri, mai avevi accennato alla piega presa dalla tua esistenza.
Ultimamente eri assorbita da Huysmans, i nostri amici ti hanno vista spesso ai tavolini dei bar circondata dai i suoi libri, più di una volta anche con una tesi su di lui davanti agli occhi, eri sempre più distante e fredda. Poi sei scomparsa. Nessuno ha tue notizie da settimane, sebbene alcune malelingue di tanto in tanto dicano di aver incontrato una tizia uguale a te, in abiti firmati, assieme a emeriti cretini, in pose, ore e posti poco seri. Non ci ho mai creduto.
Io non potevo arrendermi, né abbandonarti all’oblio. In nome del legame che ci unisce, mi sono fatta dare dal portiere, che mi ha riconosciuta, le chiavi di casa tua. Da dentro quelle mura ho capito che esiste una congiura delle cose, e ho il sospetto che tu ne sia rimasta vittima.
Appena entrata, per terra, sopra i piani, dai cassetti e dalle ante mezze aperte del mobilio, mentre la vista si abituava alla penombra, miraggi tremuli hanno ammiccato all’angolo del mio occhio. Erano castelli di carte, in crescita infinita verso e oltre il soffitto. Ne ho prese in mano alcune, per studiarle. Le avevi accumulate in pile instabili (le più sonnecchiavano nel limbo della non attivazione, ma è la stessa cosa, ai fini pratici), fino a lasciarle invadere ogni spazio.
Sono rimasta stordita: credevo di conoscerti bene. Tu, così insofferente ai lacci, sdegnosa verso ogni atto di sottomissione. Tu che ti nutri quasi solo a libri, da sempre estranea alle isterie e ai canti di sirena del commercio. Come hai potuto cedere alle Carte Fedeltà, è un mistero, che tale rimarrà, purtroppo.
Non mi resta che fare ipotesi sulla tua fine. Erano giorni dal clima troppo caldo perché lo sopportassero i tuoi nervi cagionevoli. Probabilmente hai avuto delle visioni. Non stenterei a credere che quelle presenze estranee abbiano chiesto a lungo di essere considerate. Avranno preso l’aspetto di cagnoni, che ti sollecitavano a uscire porgendoti il guinzaglio stretto tra le fauci e fissandoti con occhi supplichevoli per ore. Destinazione, manco a dirlo, decine di negozi e centri commerciali. Uno di loro, infine, avrà senz’altro posato il muso sulle tue ginocchia, magari a colazione (lo “spazio prezioso” -ricordo, era così che lo chiamavi – nel quale facevi solinga conoscenza con il nuovo giorno, davanti a un the al limone e a buone letture). Quel fiato grosso, la lingua troppo sporta e il bianco degli occhi esposto in segno di subordinazione, ti avranno innervosito. Perciò avrai urlato: “Ebbasta!”, prendendo a fare pulizia, ma i cani, in apparenza docili, si sono ribellati (sono evidenti i segni della lotta) e, era scontato, hanno avuto la meglio.
Ah, averlo saputo prima. Questa è dunque l’altra faccia della fidelizzazione, povera amica mia! Di te è rimasta, unica traccia nei pressi di un volume rosso, una striscia di sangue che conduce oltre la porta sul retro dell’abitazione, dove si ferma. È appena visibile attraverso alcuni frammenti del nemico leso, sparpagliati sopra a modo di lenzuolo. Forse un gesto pietoso, o forse l’ultimo, tremendo, segno d’irrisione da parte delle cose.

Ebbasta d’autore su Cartaresistente
testo e immagine di 
Francesca Perinelli

Botta e risposta / La signorina Felicita risponde a Guido Gozzano (su Vibrisse)

3 aprile 2015
Clicca sulle colline di Telemaco Signorini per la diretta streaming

 

Da La signorina Felicita, di Guido Gozzano:

[…] Sei quasi brutta, priva di lusinga

* * *

Risposta della signorina Felicita:

Sei bello tu, e bella la tua arringa […]

 

Il resto del duello in rima si può seguire su Vibrisse [QUI], per il nuovo gioco poetico “Botta e risposta“, ideato da Giulio Mozzi.

 

Devi Dormire – Il mio Pinotto fragile

8 marzo 2014

[segue]

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(ai maschi, con amore)

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– Mi racconti una storia?

– Ti racconterò di Pinotto, il burattino.

Il papà di Pinotto era un informatico

che viveva da solo

e per farsi compagnia

aveva creato un robot

con la scocca in plastica

e l’interno riempito

di microchip e fili colorati.

La mattina appena sveglio

iniziava a telecomandarlo.

Pinotto ballava e cantava,

pronunciava frasi, poesie,

faceva conti con le quattro operazioni

e anche con qualcuna in più.

Era un burattino perfetto.

Quando tornava dal lavoro

il papà trascorreva tutto il tempo

con Pinotto, fino all’ora di dormire.

Di notte Pinotto se ne stava zitto e fermo.

A volte suo papà si svegliava

e se lo stringeva al petto.

Pinotto però restava sempre

zitto e fermo.

Così iniziò a pensare

che a Pinotto servisse altra compagnia.

Si ricordò di una bambina

che non andava a scuola, e decise

di prestarle il suo burattino di giorno

per insegnargli quello che a lui non riusciva.

Turchina

(questo era il suo nome)

aveva solo tre anni.

Il papà di Pinotto non sapeva

che Turchina giocava duro con Pinotto

il quale, sera dopo sera,

tornava sempre più ammaccato.

Una volta arrivò a spezzargli il collo.

Dal buco sotto il mento uscivano fili,

cavi e microcip. Pinotto non si muoveva più.

Senza perdersi d’animo Turchina

cercò di riassemblarlo: prima

ci sputò dentro, poi lo cosparse di colla,

e infine fece combaciare i lembi

e gli strinse attorno tre giri di scotch.

Il papà di Pinotto impallidì

vedendo come era conciato,

ma non rimproverò Turchina,

che d’altronde era solo una bambina.

Mise Pinotto sopra il suo scaffale,

mangiò in silenzio e se ne andò a dormire.

Nella notte, lo sputo corrosivo di Turchina

finì col fondere assieme i circuiti e i cavi

tranciati, la colla si indurì e Pinotto

fu infine rianimato da una misteriosa luce

che scendeva come un faro

nella stanza.

Quando suonò la sveglia, Pinotto saltò

da solo giù dallo scaffale e andò a svegliare

suo papà dicendo “Ho fame”.

Il padre ebbe bisogno di numerose

tazze di caffè prima di convincersi

di non stare sognando.

Pinotto era diventato

un bambino vero.

– Ma questa è la favola di Pinocchio!

– No, è quella di Pinotto. Ascolta.

Quella volta Pinotto e il padre

restarono in casa a ballare e cantare

senza bisogno di telecomandi

né di ricaricare le batterie.

Ma dal giorno dopo Pinotto

dovette andare a scuola

e, dato che era un bambino

intelligente e già piuttosto colto,

se ne andò dritto dritto

in prima elementare.

Non amava la scuola,

ma almeno ottenne

di non vedere più Turchina per tre anni.

Finché, era settembre, se la trovò

seduta al tavolo della sua stessa mensa.

Fu così che riprese il tormento.

Giocava duro con lui a ricreazione,

a pranzo, in giardino, in bagno,

e Pinotto tornava a casa ogni giorno

sempre più ammaccato.

Finché una volta non gli spezzò il collo.

Pinotto non si muoveva più,

ma invece di portarlo in ospedale,

suo padre se lo riprese a casa.

Di notte tornò a essere un burattino

con la scocca di plastica e fili e chip

sbordanti dall’incastro del collo con le spalle.

Turchina, che si sentiva in colpa,

si intrufolò in casa sua, una sera,

chiedendo se ci fosse dello zucchero.

Raggiunse di soppiatto il burattino,

e tentò di nuovo l’incantesimo:

gli sputò dentro, usò lo scotch e la colla,

e, uscendo con lo zucchero

ricevuto da quel tonto del padre,

lasciò Pinotto sullo scaffale, fiduciosa.

La notte un raggio calò

dal centro della stanza

e il giorno dopo Pinotto

era un bambino vero.

Di sei anni.

Ancora.

Dovette ricominciare il ciclo elementare,

stavolta in classe proprio con Turchina.

La maestra, convinta di fargli un favore,

lo sistemò in banco con la presunta amica.

Pinotto era un bambino fine, poetico,

sveglio, vivace, ma fragile.

Così, tanto per non sbagliare,

per mettere subito in chiaro

il proprio punto di vista,

firmò con cinque nocche

il sorriso soddisfatto di Turchina.

Prese lo zainetto e lo scagliò

contro la maestra,

quindi se la diede a gambe

saltando giù dalla finestra aperta.

– È vero, non c’entra niente con Pinocchio.

– Infatti. Questa storia parla

di violenza di genere.

 

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Fabrizio De André – Il Bombarolo

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Devi Dormire – Il pollosauro

18 dicembre 2013

[segue]

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pollosauro

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(un post per chi è stanco di scuola elementare)

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Quando eri ancora piccolo piccolo

una volta, al parco giochi,

ti sei messo a scavare nella terra

con la tua amichetta Leyre.

E scavavate e scavavate.

Eravate tutti insozzati di erba e terra,

fino ai capelli.

Io guardavo il papà di Leyre,

cercavo una sponda,

ma quell’omaccione era tutto soddisfatto.

Contento lui.

Mi sa che dei bucati si occupa la mamma.

A un certo punto hai sollevato qualcosa,

qualcosa di biancastro.

Mi pare che stessi per metterlo in bocca

perché mi ricordo di averti sgridato,

ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece rideva.

Ci siamo avvicinati per osservare meglio

che cosa avevi in mano.

Anche Leyre ti osservava.

Era un piccolo pezzo di qualcosa.

Era biancastro.

Sembrava un osso, un minuscolo

osso,

fatto come quello di un pollo.

Mi ricordo che hai detto

“Dinosaulo”

E io mi sono messa a ridere.

Ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece era rimasto serio.

Allora abbiamo avvicinato

la testa alla buchetta scavata

dalla tua manina.

Lo abbiamo fatto tutti insieme

e da fuori si è sentito un rumore sordo,

come di cocci.

Ma era solo un’impressione.

Ci siamo messi a scavare insieme

intorno a dove avevi trovato l’osso.

E ne è sbucato un altro

un po’ più grande.

Poi un altro.

E un altro.

E un altro.

Finché il papà di Leyre ha detto

“Basta così”.

Mi pare che ci fosse venuta all’improvviso

La tremarella.

A tutti.

E ci siamo allontanati così veloci,

ma così veloci,

che ci siamo ritrovati, non so come,

tu a letto,

io accanto a te mano nella mano,

nel buio della tua cameretta.

Il giorno dopo

Al parco, al posto della collinetta

dove avevi giocato con la tua amica,

si era aperta una voragine.

C’erano zolle di terra dappertutto.

Perfino sugli alberi.

Ci siamo fatti largo tra la gente,

spingendola via con il passeggino.

Abbiamo guardato giù.

Niente più ossa di pollo.

Invece, si allontanavano dalla buca

delle orme incredibili,

grandissime.

Come di enormi zampe di gallina.

Tu hai detto di nuovo

“Dinosaulo”

e mi hai convinto

non so come

a seguire quelle impronte

che schiacciavano l’erba alta.

Abbiamo solcato chilometri di sterrato

con i copertoni del tuo passeggino.

Abbiamo attraversato paludi,

deserti  infuocati,

abbiamo sofferto la sete,

la fame,

specie in presenza di certi cespugli

con delle bacche rosse

che odoravano di formaggio

andato a male.

Ma alla fine,

di spalle,

ricurvo su se stesso,

abbiamo visto lui:

il dinosauro più orripilante,

un Pollosauro Blu.

Blu, come il colore dei sogni.

E infatti, proprio mentre si girava

e apriva il becco spaventoso

nella nostra direzione,

ci siamo ricordati

di stare sognando.

E il pollosauro

*Puf*

È scoppiato in silenzio

e si è frammentato

in una miriade di bollicine

che ci sono ricadute addosso

sfrigolando.

Per il solletico

abbiamo chiuso gli occhi.

Quando ho riaperto i miei

ho visto che dormivi

con la testa sul cuscino,

nella tua cameretta.

Mentre io, accanto a te,

avevo ancora la mano

stretta nella tua.

 

[Continua]

 

Nouvelle Vague – Let Me Go

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Se un mattino d’autunno un sognatore

3 novembre 2013

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Un racconto incolpevolmente ispirato da g.

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Un giorno il giovane Melegatto, aprendo la cassetta della posta, ricevette una cartolina spedita da lui stesso a una certa Ella, a lui completamente sconosciuta. Vi era contenuta una breve poesia:

Ella, lei mi perdoni

Se tengo alti i toni,

Ma io da mane a sera

Mi squaglio come cera.

Ella, per me sarebbe un volo in Paradiso

Se una volta sola io la vedessi in viso.

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La cartolina era tornata al mittente a causa di un disguido e per quel fatto, aggiunto alla propria inedia naturale, di Ella non ebbe mai notizie.

Passato un certo numero di anni, un sabato mattina sul tardi, Melegatto, che ormai non era più così tanto giovane, aprì la posta elettronica e vi trovò ad aspettarlo la seconda cartolina della propria vita.

Stavolta, essendo chiaro dal mittente che non poteva essere stato lui stesso a inviarla, né che potesse essere stata spedita da Ella sotto falso nome, avendo Ella traslocato sul pianeta Qwfxt ormai da un pezzo -ed è ben noto a tutti che sul pianeta Qwfxt  ancora non è diffuso Internet-, Melegatto sbadigliò dalla noia e dalla fame e richiuse il programma di posta.

Ma, percorsi pochi passi verso la cucina, tornò precipitosamente indietro e lesse attentamente la missiva.

Era la pubblicità di un sito di incontri tra sconosciuti.

Dai tempi di quell’incontro mancato, il giovane Melegatto aveva evitato accuratamente di avere a che fare con sconosciuti, e non soltanto. Si era astenuto dal comporre poesie o coltivare altro genere di scrittura che non si limitasse alla lista della spesa.

Stabilì che le sole soddisfazioni nella propria esistenza le avrebbe ottenute dal palato e così fu. Ingrassò di dieci chili e rafforzò i legami con il vicinato, gli amici d’infanzia e i parenti stretti, attraverso continui inviti a casa propria per pranzo e cena.

Ma, davanti all’offerta contenuta nella cartolina elettronica, perse istantaneamente l’appetito. C’era scritto:

Registrati gratis e inizia oggi la tua storia d’amore.

Accanto vi era ritratto il mezzobusto di una donna che risucchiò tutta la sua attenzione.

Melegatto si incastrò meglio nella poltroncina ergonomica e, fissando lo schermo, si sforzò di individuare chi gli ricordasse.

Vesti modeste, una corporatura né grassa né magra, capelli né ricci né lisci, occhi né chiari né scuri, né sorridente né accigliata. Neppure il panorama alle sue spalle gli era riconoscibile. La trovò assolutamente ineffabile nello stesso momento in cui si rese conto di ignorare il significato di quell’aggettivo. Si trattava di una perfetta sconosciuta, che gli mostrava per la prima volta il viso.

– Ella!

Fu così che Melegatto, la cui vita fino a quel momento era stata semplice, tranquilla e, in definitiva, soddisfacente, decise di tornare a provare il brivido del rischio, e di riprendere a scrivere a degli sconosciuti.

L’imprevisto gli provocò all’improvviso accesi spasmi gastrointestinali. Melegatto guardò l’ora, voltò le spalle al computer e corse a preparare il pranzo.

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Mayer Hawthorne – Lorde- Royals (Cover)

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Attorno a un ritorno – Meditazione n.6

14 agosto 2013

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– Tutte frottole mi hanno raccontato quelli di Fontainbleu. L’esilio non è bello. Io mi annoiavo, ho preso due o tre pastori e gli ho messo in mano una cazzuola. E il pagamento? A tempo debito, gli ho fatto. Abbiamo ristrutturato qualche edificio, tirato su quattro nuovi muri e i relativi tetti. Ai manovali ho fatto afferrare due o tre capre per la barba e rasare l’erba circostante alle nuove edificazioni. Per l’arredamento ho razziato le case dei caprai, ovviamente. L’arte povera adesso va per la maggiore.

Non appena abbiamo chiuso il primo cantiere sono accorsi dei tizi che passavano per strada a sentire a quanto avrei venduto. Ho fatto un prezzo modico e chiesto in cambio di farmi pubblicità. Di forestiero ci sono solo io, mi è stato facile convincere ogni abitante a farsi per seconda casa una mansardina vista isolotto, tutta arredata, servita e collegata per mezzo di strade nuovissime e ben spianate ai centri principali.

Il figlio di Maria Waleska crede che l’isola si chiami Elba, perché non pronuncia la erre. “Si chiama Elba pelché c’è tanta elba”. Caple, elba e e male, non c’è nient’altro da guardare qua, figuratevi da fare. Due palle così, che se non avessi messo su il business immobiliare, avrei iniziato a brucare anche io.

Il ragazzino, oggi a pranzo, dopo una solenne mangiata ha detto che le cozze “emettono sete”. Sua madre gli ha tirato il ceffone di prammatica. Io però l’ho guardato con le stelle negli occhi, nella sua infinita incoscienza ha detto una cosa niente male. Emittenze, le stelle e le loro luci inter-emittenti, il luccichio dell’oro… Non so come, devo ancora escogitarlo ma lo sento per istinto: quello sì che sarebbe un business!

Mi sono allontanato da tavola, e invece di prendere il rituale bagno caldo sono uscito e ho meditato camminando a lungo. L’illuminazione mi è arrivata quando mi sono fermato a sedere sotto un albero: serviranno kilometri e kilometri di, vediamo cosa… Sì, di cavi. Sento che funzionerebbe, ai dettagli penseremo poi. Ma ho capito che l’isola non è il posto più adatto, le capre li rosicchierebbero, bisognerà emigrare. E poi i manovali chiedono sempre più insistentemente che saldi i miei debiti. In più, Paolina rompe.

– Chi?

– Mia sorella. Morbosa. Scrive da Torino che avevo promesso di dare mie notizie, e mi accusa di averle mentito. Si lamenta peggio di un’amante trascurata. Volete leggere?

– Ma no, non credo sia il caso…

– Leggete, leggete: “Mio caro, sognato, anelato.” Vorrei sapere quale donna, sposata, per giunta, si rivolge al fratello con questi appellativi. “Allora, come va? Ti piace il posto, sei in buona compagnia? Ti rilassi? Hai usato le cremine che ti eri procurato per scongiurare le scottature? Come mangi? Hai osato discendere dal gommone in mare aperto? Hai fatto nuove conoscenze? Non mi hai spedito che una sola cartolina, così così per giunta. Mi dicono che riesci a leggere qualcosa di noi rimasti quaggiù sul Continente. Buon per te, io dalla tua partenza sono caduta in una malinconia che passa soltanto se mi abboffo di gelati. Ho messo già su due kili. Quando pensi di tornare insomma? Oh, se mi manchi. Continua così e verrò a trovarti io. Non ti ho dimenticato, né mai, mi devi credere, lo farò”. Non oserei sperare tanto… “Ti bacio tutto, ma tutto tutto. Sempre tua, Paolina.” Una bella palla al piede, cosa ne dite?

– Beh, mah… Sorelle. E ora, come pensate di uscirne?

– Con le prime luci del mattino farò fagotto, destinazione sconosciuta. Ho promesso ai caprari più fedeli qualche soldo in cambio di un passaggio su una chiatta verso la terraferma. E che Iddio ce la mandi buona. Ho il dubbio che la Waleska sia incinta. Vada come vada, faccio ora un voto: se avrà una femmina, e se passerò indenne il mare, voglio chiamarla Marina. Marina Bonaparte. Nel caso mi assomigliasse, la nominerò mia erede universale. Madame, perdonatemi ma si è fatto tardi, vogliate accettare la mia buonanotte.

– Beeeee.

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L -21

11 agosto 2013

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Il girovita della medusa medusae

La medusa produce come ustioni

Quando ti tocca, se in acqua ti abbandoni.

Mentre al largo tu fai il morto

Ti conviene stare accorto:

Lei ti resuscita, senza autorizzazioni.

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Tu credi nell’eternità?

Ho visto coppie che voi umani non potrete mai vedere. Sfioravano con tenerezza i reciproci esodermi, mentre intrecciavano tra loro gli ormai deboli tentacoli. Si dibattevano sul fondo di un secchiello, in preda agli ultimi spasmi delle loro esistenze molli e invertebrate.

Non prima di incontrarti.

Anche io.

Ne avevano rastrellate a decine. Individui senz’anima, che si curavano solo dei propri spregevoli profitti, biechi saccheggiatori di quelle esistenze ormai arrivate all’ultima spiaggia che si muovevano dal basso verso l’alto, quiete e melliflue, e senza alcuna intenzione di far male. Non poterono resistere al richiamo di una sorgente di luce ignota, intravista appena prima attraverso la sabbia del fondale. Si riconobbero un attimo prima di venire catturate, quelle anime gemelle.

Non stavo scherzando poco fa, presto, dammi un tentacolo.

Cosa vuoi fare? Non conosco neanche il tuo nome.

Turritopsis, mi chiamo Turritopsis Dohrnii.

Oh, non avevo mai conosciuto una medusa greca.

Turritopsis considerò per un momento l’ipotesi che si stesse legando troppo frettolosamente a una sconosciuta, ma si lasciò ogni remora alle spalle: una paletta le stava sollevando sotto lo sguardo divertito dei bambini, per spiattellarle a prosciugare al sole dentro una carriola sporca di alghe e spazzatura, pescate dal bagnino in prossimità della riva.

Bé, io mi chiamo Laerta, piaceeere.

Da oggi il tuo nome sarà Ebe, come la dea… – notò troppo tardi una certa assonanza allo stato di ebetaggine, ma alzò brevemente lo sguardo (?) come per raccomandarsi al cielo e proseguì -, e il tuo destino sarà quello di vivere infinitamente insieme a me.

Subito dopo il loro primo bacio si fusero in un unico organismo unicellulare che fu scambiato per sabbia, e rigettato distrattamente a mare. Dopodiché, furono cazzi di Turritopsis per l’eternità.

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Evoluzioni

10 luglio 2013

Affacciata al balcone. Molto bene, devo osservare e riportare con un certo piglio poetico, l’ho visto fare a uno scrittore/blogger e mi è piaciuto moltissimo il risultato.

Niente vicini da spiare. Ok rimedierò con il giardino, di solito è pieno di spunti. ci sarà pure qualche gatto in calore, qualche pipistrello che si abboffa di zanzare, qualche ladro d’appartamento che muove le frasche, o meglio (eh eh)… qualche coppietta.

Oh, ma è buio buio là fuori. E la luna?

– Nuova.

– Brutte notizie allora.

– Che dite? Come?

– Niente nuove,

– Buone nuove e invece…. Ahi!

– Fuori di qui! Sto svolgendo un esercizio letterario, del tipo “è notte, mi affaccio al mio balcone, guardo e osservo…”.

– La maestra Aversa mi aveva dato un tema uguale uguale in quinta elementare.

– Me lo ricordo, solo che parlava del giorno.

– Ho detto fuori. Fuori subito!

– Ma più fuori di così c’è solo il giardino.

– Oltre il giardino vi voglio, molto oltre il giardino. Siete dannosi.

– Ok, ma se poi ti senti triste e sola non cercarci perché non ci saremo.

– Vostra sorella sarà triste e sola. Adesso volete portare quelle zampette caprine lontano da me, S.V.P.?

– Sarebbe a dire?

– Roarr.

– Stacci bene, eh. Ciao.

Ah, finalmente. No, perché stasera sono sola in casa, il pupo dorme e io sto così bene. Dovevo metterlo nero su bianco. Quando mi ricapita?

La luna non c’è, ma non importa. Tanto non so replicare gli esperimenti altrui. Non so prendere la voce degli altri e farla mia. Il fatto è assodato. Per esempio, se leggo i nuovi articoli di Pascale sul Post non mi viene più da scimmiottarlo. Li leggo, dico: bravo, e giro pagina. Guardate, non metto neanche il link. E neanche il tag.

Non voglio più seguire nessuno. Nz. Nz. Nz. Nonsignore, diceva la mia cara nonnina, quella che il facòf di matrice statunitense col dito medio non lo conosceva, ma profondeva a piene mani la variante pugliese, un nodoso indice rivolto in alto, che simulando un’attività escavatoria all’interno delle cavità addominali dell’interlocutore, non disdegnava di apostrofare le allibite mamme dei pargoli coetanei di quei demonucci allievi della maestra Aversa, con l’adagio “Lo vedi questo? Te lo arrotoli e te lo ficchi nel xykz!” Quanti affettuosi ricordi di quell’epoca in cui si andava girando con i peli del xykz a batuffoli. (E quanti pochi amici, ma oggi come allora, in molti casi è meglio soli…)

Nel pomeriggio un temporaletto ha rinfrescato l’atmosfera, si è fermato per tempo così da permettermi di riprendere la bici nel tornare. E, mentre pedalavo, oltre alle due ruote motrici e alle corone del cambio, si sono messe in moto anche le ruote della mia sempre inquieta testa.

Sta avvenendo qualcosa in me. Un cambiamento, credo di aver raggiunto uno stadio nuovo. Di aver afferrato un senso dove prima non mi sembrava che ci fosse. E questo sta accadendo perché ho ribaltato una prospettiva, girato il foglio col disegno, l’ho guardato allo specchio (lo sapete? Si tratta di una tecnica per rilevare errori e asimmetrie). Non sto qui a spiegare, tanto non lo state leggendo davvero questo post, voi osservate perplessi il mio sforzo di riempire di caratteri il foglio virtuale e siete in bilico tra il decidere di abbandonare la lettura e saltare alle conclusioni (che saranno senza dubbio scoppiettanti al punto da confondere le acque  e quanto sto dicendo ora, a quel punto lo avrete ampiamente scordato) o buttare un like pietoso nel cappello rovesciato, sperando che mi basti per andare a farmi un panino e mollare in questo preciso istante tutta questa solfa.

Ecco, poi ho finito di pedalare, col solito scodinzolo negli ultimi cento metri, giusto perché i vicini osservino la mia spensieratezza e la fiducia nella mia agilità innata sulle due ruote, e abbiano di che sparlare tra loro. Ho finito di pedalare e anche di ragionare sulla svolta esistenziale che sto attraversando.

Skreeeek

Bott

Oddio, che accade?

– Ohi ohi.

– Ahi ahi.

– Ma venite qui, fate vedere. Siete stati investiti? Possibile?

– Possibilissimo altroché. Stavamo attraversando una svolta…

– …esistenziale. Che dolor.

– Non mi capacito. Come è successo?

– Troppo buio là fuori.

– Troppo.

– E poi è un po’ colpa tua.

– Mia?

– Sì, tua. Avevi intimato “Oltre il giardino!” e noi…

– …che siamo personaggi letterari,

– Mi avete, per l’appunto, presa alla lettera.

Fuori è tutto buio, anche le finestre dei palazzi lontani hanno spento le luci. I cani latrano, i ladri canano e io vado a dormire sola soletta e in pace con tutti voi.

– Ferma! Quella non è la porta…

– Ooooh! Cammina… Per aria…

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Sont pas si mal (les fleurs du mal)

4 luglio 2013

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Ch’ha detto?

Parla francese, sai com’è: Francesca / Francesa.

Ah, sì, sì, c’è stato uno, in effetti, uno di Marsiglia, un tal Stephane, che le storpiava il nome così un tempo…

Era già finita la grande guerra?

Eeeh. Da mo’.  Ma che stai dicendo? Bando alle corbellerie.

E tu su che fronte hai combattuto?

Guarda che ho mangiato cubetti di diavolina e mi scappa giusto giusto un infuocato…

Stoop. Proprio oggi la vogliamo rovinare?

Hai ragione. Quando è troppo è troppo.

Non sembrerebbe. A sentir lei, non ne ha mai abbastanza.

Dipende da cosa, no?

Dipende da cosa, certo. Ma, secondo me, lei non ha capito di essere ormai uscita da quell’età della vita in cui fai ogni giorno esperienza di qualcosa di nuovo e sei giustificato per tutte le paturnie.

Ah, lo Spleen mesto e implacabile dell’adolescenza…

Bé, ma è tutto diverso, ormai, permettimi. Al compleanno dei quattordici anni stava con un tal Luca che poi le ha spezzato il cuore, e allora daje col singhiozzo libero e co’ Baudelaire in sottofondo a più non posso. Ma oggi è un’altra musica.

Mai sentito, era una costola dei Bauhaus?

Ma chi?

Bau-dlèr.

… Sottolineavo il fatto che i Fiori del male, a conoscerli, non sono mica tanto intrisi di Spleen, sai? Cito Wiki, che fa tanto fico: “I fiori del male viene considerata una delle opere poetiche più influenti, celebri e innovative dell’ottocento francese e non. Il lirismo aulico ed ampolloso che si unisce a sfondi surreali di un modernismo ancora reduce della poetica romantica si tradusse, nei periodi successivi, nello stereotipo del Poeta Maledetto; chiuso in sé stesso, a venerare i piaceri della carne e tradurre la propria visione del mondo in una comprensione d’infinita sofferenza e bassezza”.

Eh?

Non capisci un cavolo! È una metafora che accenna a tematiche che si agitano sullo sfondo della vita (letteraria) della nostra festeggiata!

Abbassa la voce, oh, che ha appena preso sonno.

Sì, sì. Per concludere, e poi si va a dormire tutti, anche noi demoni, è una che si rimette in gioco continuamente.

Per cause meritorie, come ci si aspetterebbe, no?

Direi che lo faccia per lo più per sé stessa. Più meritoria di così, la causa.

Non ti contraddirò io, guarda. L’unico appunto che mi permetto è che forse tende a strafare. Tanto per dirne una, quella storia delle lezioni di francese. Alla fine l’ha fatto, ha iniziato a studiare (anche se ne ha di strada davanti…). E le altre novità, oltre a questa, le ha intraprese tutte nell’arco di un solo anno solare.

La vedo affaticata, infatti.

Provata.

Sì, provata.

Consunta.

Smunta.

Unta?

Al sole, soprattutto.

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”La géante’’ – Sonnet de Charles Baudelaire dans ‘’Les fleurs du mal’’(1857)

Musique “Thru Clouds” – deeB

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La Géante

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Du temps que la Nature en sa verve puissante

Concevait chaque jour des enfants monstrueux,

J’eusse aimé vivre auprès d’une jeune géante,

Comme aux pieds d’une reine un chat voluptueux.

J’eusse aimé voir son corps fleurir avec son âme

Et grandir librement dans ses terribles jeux;

Deviner si son coeur couve une sombre flamme

Aux humides brouillards qui nagent dans ses yeux;

Parcourir à loisir ses magnifiques formes;

Ramper sur le versant de ses genoux énormes,

Et parfois en été, quand les soleils malsains,

Lasse, la font s’étendre à travers la campagne,

Dormir nonchalamment à l’ombre de ses seins,

Comme un hameau paisible au pied d’une montagne.

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Charles Baudelaire

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Spoetizzazioni /8 – Spoetizzare (perfino) i madrigali

27 giugno 2013

Portava scarpe scomode, non si rendeva conto del tempo che perdeva nelle decisioni, e comunque, finiva sempre con lo sceglierle male.

Ma non era solo per questo. Non dormiva abbastanza. Proprio oggi aveva spiegato a un’amica che da quando aveva smesso di vivere sotto i pesanti gioghi dei quali sanno bene tutti quelli che la conoscono, aveva solo voglia di rallentare. Camminare sempre più piano, possibilmente fermarsi.

Non aveva padrone. Si mimetizzava bene, però. Sapeva riprodurre a perfezione la mimica utile alla sopravvivenza. Aveva poche amicizie, cercava la vicinanza complice e rassicurante, non il rumore, o meglio, i rumors.

Come ogni vacca, aveva tette capienti, che spesso le dolevano per quanto erano cariche. Allora si lasciava mungere volentieri, anche se detestava gli apparecchi meccanici. Era un buono scambio, dopo tutto. Al fattore il latte, a lei, scaricata la tensione, la possibilità di riprendere la sua andatura marginale, sempre contromano, spesso in disparte.

Fissava il cielo, annusava i fiori che incontrava. A volte dormiva in pieno giorno, si appoggiava là dove si trovava, riapriva gli occhi davanti a tramonti splendidi, grata per la consapevolezza del momento presente, mentre tutti tornavano stanchi alle stalle senza poter alzare lo sguardo da terra.

Una mucca con le zampe sbagliate, senza padrone, che guarda il cielo e ama essere munta a mano. Capiva di essere incatalogabile. Però, finché nessuno l’avesse mai attaccata per questo, avrebbe continuato a fare come le pareva. In caso contrario, avrebbe applicato l’arte della difesa a cornate, per poi riprendere secondo il proprio stile, come se niente fosse.

Appena ne aveva l’opportunità, tendeva le orecchie alle radio accese nelle auto di passaggio sulle strade che costeggiavano i campi. Cercava di carpire le previsioni meteo: nelle pozzanghere il suo splendido isolamento si trasformava in un discreto fastidio.

Lasciata la sua amica presso una radura rigogliosa (era un giugno fresco, la vegetazione non accennava ad appassire), si accostò a un’auto parcheggiata sotto un albero e spenta, dentro la quale un uomo stava ridendo della grossa.

Le ricordò un fattore che aveva frequentato un tempo, in pascoli lontani. La somiglianza le ispirò simpatia, e si fece più vicina, cercando comunque di restare fuori dalla portata degli specchietti. Per una vacca, riuscire a nascondersi dietro una utilitaria era una bella impresa, ma l’uomo continuava a ridere, non vide la sua sagoma in penombra. Stava ascoltando un programma eclettico, nel quale gente senz’arte ne parte (con l’eccezione dell’esponente di una famiglia di illustri enigmisti), presa la linea con la trasmissione, declamava per telefono madrigali piuttosto alla mano.

La bovina aveva il dono di un’ignoranza aperta agli stimoli. Era curiosa, apprendeva senza pretendere di farsi una cultura enciclopedica. Seppe quindi dalla voce del conduttore che cosa fossero i madrigali, e masticando il bolo con affettazione, pensò “In fondo, sono solo canzonette”. L’utilitaria ripartì, e lei fece una pensata buona per distrarsi nei giorni di tempo instabile come quello, che trascorreva in una solitudine che si rivelava dura, a volte.

Pensò al fattore che le ricordava il tizio dentro l’auto appena ripartita e, rimuginando, iniziò a percorrere la strada che la separava dal paese. Chissà cosa la spinse, forse il gran mal di piedi, o l’arsura, forse una vecchia storia che aveva sentito raccontare ai tempi di quelle mungiture. Aprì a fatica, con le corna, la porta di un vecchio e scalcinato bar, vi entrò, salutando il gestore e i pochi clienti in posa da bancone. Nessuno batté ciglio.

Tirò fuori delle monetine da dentro una piega del vello, dietro le orecchie, e le lasciò cadere con attenzione dentro la fessura. Compose il numero della stazione radio di poco prima e declamò una sequenza di madrigali, convinta che l’uomo dell’auto, sicuramente all’ascolto, ne avrebbe riso come non mai.

Poi sollevò la testa dal cuscino, di colpo. Sbarrò lo sguardo e proferì a voce abbastanza alta da poter essere udita almeno da sé stessa:

– Mi sa che ho fatto una vaccata.

Cercò di infliggersi un’autoincornazione, ma per ignoranza fece cilecca, il browser trovò giusto un’Incoronazione di Poppea. “Ben mi sta”, pensò, ricadendo con la testa sul cuscino.

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