Posts Tagged ‘Raymond Carver’

‘Sta mania della libertà d’espressione

10 luglio 2013
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(Sarò perdonata dagli amici di Cartaresistente -l’illuminato blog che parla e rappresenta libri di carta e altre faccende culturali molto tangibili, in maniera smaterializzata- ai quali ho promesso un certo numero di contributi, se oltre alle incombenze personali e lavorative, oltre ai post insonni colati giù dai calamari, antepongo alla messa in atto delle mie promesse anche queste poche righe.)

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Mi fa davvero piacere segnalare come un recente redazionale del Foglio, di promozione a un libro,  sia una summa di pensieri degni della massima attenzione e riflessione. Un esempio tra tutti:

“Gli scrittori da blog – non tutti, sia ben chiaro, solo quelli cialtroni – si sono liberati d’un colpo di qualunque convenzione e riempiono pagine e pagine di prosa sperimentale, la cui sperimentalità consiste essenzialmente nel non fare capire un tubo al lettore.”

Capostipite dei cialtroni del web sarebbe un certo Raymond Carver.

Alla domanda “Perché infliggere al prossimo tali esempi di grafomania patologica?” ci si limita a rispondere “Semplice: perché ora la tecnologia consente di farlo.” Senza considerare che chi apre un blog, oggi, prima di poter sperare che le proprie frasi trovino qualcuno disposto a buttarci uno sguardo, deve non soltanto pazientare come Giobbe, ma anche sforzarsi di mettere in atto strategie da guerra fredda, se addirittura WordPress si premura di istituire post nei quali imbecca i novizi con istruzioni adatte alla campagna stampa di una multinazionale.

E sorvoliamo sulle intenzioni, ce ne saranno mille, buone e meno buone. Resta il fatto che nessuno ci costringe a leggere un blog.

Ma perché tanto spreco di tecnologia? Il Foglio non è, in fondo, un prodotto per definizione cartaceo? Perché abbassarsi a contendere il web con tanti cialtroni, invece di porgere la propria pregiatissima offerta culturale a un selezionato pubblico di intenditori? Ah, già. Perché cialtroni non lo sono tutti gli “scrittori da blog”, ma solo quelli affetti da Carverismo, sia ben chiaro.

Ittaliani! Tornate subito in riga e pure in colonna, perdio! Prendete carta e penna e decretate morte ai cialtroni! Morte a chi si oppone alla comprensione dei tubi, delle tube e dei tromboni!

Io questo articolo l’ho amato, perché mi ha aperto gli occhi.

E, sia ben chiaro, quello che ho capito è che da grande voglio essere cialtrona come Carver. Perché cercare di trattenere il potere nelle mani di pochi puntando tutto sulla denigrazione dei processi di democratizzazione in atto, non sarà da cialtroni, ma di certo è tipico dei co… degli asini.

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La lezione anarchica di Carofiglio

6 febbraio 2013

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“Unless the bastards have the courage to give you unqualified praise, I say ignore them.”

John Steinbeck

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Gianrico Carofiglio
fotografato da Elena Fortunati

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Queste star. Arrivano in ritardo, disturbano gli altri senza farsi problemi, si danno arie, assumono pose. In effetti, dovrei iniziare a darmi una regolata.

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La mia amica Ilaria,  esimia giovane scrittrice, da quella volta di piazza Alessandria sembrava avermi perdonato. Sì, aveva manifestato una certa agitazione per la pubblicazione della nostra chiacchiera privata, ma poi si era ripresa subito. Anche perché le avevo giurato che non l’avrei più tirata in ballo. Mai più.

Era tornata rapidamente il solito zuccherino. Solare, spumeggiante. Eppure, subodoravo che covasse ancora, sotto sotto, un qualche risentimento.

E poi un giorno mi ha fatto: “Vieni a sentire Carofiglio”. Non era una domanda.

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Ho di queste paranoie, io. Che al mondo esistano persone con il chiodo fisso di servirmi vendette fredde, o tutt’al più a temperatura ambiente. Ci ho pensato giusto il tempo di leggere tutto d’un fiato Il passato è una terra straniera.

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***Instant Review***

Il passato è una terra straniera: un romanzo moolto bello.

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Ilaria, nativa pistoiese, si era presentata la sera prima ai gestori della libreria L’Argonauta tenendo tra le braccia svariate confezioni di castagnaccio, cecina, cioccolatini Catinari, più un pentolone fumante di orecchiette che sua mamma, compaesana della star, le aveva affidato con una strizzata d’occhio. Un po’ scomodi per la notte, mi ha confessato in seguito, ma i posti migliori in questo modo sono diventati nostri.

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Il giorno seguente, per mia ulteriore fortuna, Carofiglio si è calato nei panni del divo in modo molto più scafato di me che ho portato solo mezz’ora di ritardo, mentre lui ha lasciato parlare -benissimo, benissimo- Paolo Di Paolo per almeno il doppio del tempo (Era ampiamente previsto dal programma!, però si mormorava) prima di comparirci davanti. Intanto, avevo già risolto le questioni spicciole.

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Ho pure di queste fissazioni, io. Quando entro in un posto nuovo, lo devo misurare. Attivo il compasso che danno in dotazione all’occhio di ogni architetto (uno solo: costa un occhio della testa) e comincio mentalmente a calcolare, spanna a spanna, le dimensioni di un locale: lunghezza – larghezza – altezza. Però all’Argonauta ci avevo già passato qualche pausa pranzo, già le avevo prese le dimensioni che mi interessavano. Quello che mi incuriosiva era capire come (e perché) avessero potuto restringerla a quel punto, la sala che ricordavo tanto ampia, in occasione dell’incontro con Carofiglio.

Mi giravo verso destra, e valutavo che, a partire dalla fila dietro la mia, avessero preso posto una trentina di persone, comprese quelle disposte lungo il corridoietto rialzato che accompagna la libreria a parete. A sinistra, saranno state una quindicina, alcune in piedi. Impressionante, eravamo quasi tutte donne.

Silenzio, si comincia. A vostro beneficio, ecco le due o tre cosette che mi sono appuntata.

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Gossip autopromosso:

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– Le sue prime stesure sono brutte e piene di errori (come i Prigioni di Michelangelo, però, eh).

– Sa giocare a carte. Sa barare.

– Non ha mai fatto surf. Ma body surf, sì.

– Non farà più il parlamentare. Ma lo rifarebbe (se tornasse indietro).

– Non ha alcuna preclusione verso la scrittura “di intrattenimento” e i generi commerciali.

– “I critici letterari? Con tutto il rispetto…”

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Letture (alcune, e in ordine sparso):

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Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi

Roberto Bolaño, 2666

Stephen King, IT

Mordecai Richler, La versione di Barney

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano

Lawrence Block, la saga dell’investigatore Matthew Scudder, ma solo i primi volumi

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Demone guida della scrittura:

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Perseguire la Verità nella finzione letteraria, sulla falsariga di Kafka che nel racconto La Metamorfosi ha messo a nudo il rapporto con il proprio padre molto più di quanto non abbia fatto nella Lettera al padre.

Non è etico scrivere come se si giocolasse (per chi non lo sapesse:

giocolare
[gio-co-là-re] (giòcolo)
v.intr. (aus. avere)
1 raro Fare giochi di agilità e di destrezza: saltimbanchi che giocolano sulle piazze
2 raro Giocherellare, trastullarsi, gingillarsi: mentre studia giocola con la matita)

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Una domanda senza risposta:

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La letteratura può avere un ruolo etico? Nel cercare di rispondere ci si inoltra in pensieri circolari. Attenzione: Parlare di etica della scrittura non equivale a parlare di letteratura etica. Spesso l’ideazione letteraria è funzionale a trasmettere le proprie idee. Ma pensare a una letteratura con un ruolo etico, in cui la creazione sia assoggettata a una particolare idea del mondo, è pericoloso. Una premessa etica di contenuti e di obiettivi, dà un risultato meccanico e contrario alla ricerca della verità.

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Una risposta, una:

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La scrittura ha un’etica anarchica che ha però ben chiara l’idea che bisogna dire la verità, senza furbizie, usare le parole giuste, e non più di quelle che servono. Ognuno di noi ha le sue idee e la sua visione ideologica più o meno consapevole con la quale guarda al mondo. E che con ogni probabilità interferirà con il racconto, romanzo o poesia che scrive. Ciò è anche apprezzabile, se è il risultato della ricerca narrativa ma non se ne è la premessa.

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Finito l’incontro siamo andate ad aspettare le altre ragazze in strada. Ci siamo passate foto e video con Whatsapp, e la mia amica ha cominciato a caricarle su facebook dal telefono. Nel mentre, la gente se ne andava alla spicciolata, e davanti alla libreria si formava un piccolo capannello che attendeva Carofiglio. Lui è uscito a testa bassa, sgrullando vistosamente le mani. “Saranno finite le salviette al bagno”, ho pensato. “Idea”.

– Hai mica dei fazzoletti?

– Sì perché?

– Non vedi che deve asciugarsi le mani?

– Un momento che sto postando le foto.

– Non puoi farlo dopo? E dagli ‘sto fazzoletto.

– Arrivo, arrivo.

– Ila.

– Un momento.

– Sì, ma…

– Fatto. Dicevi?

– Niente (ormai si è asciugato). Ecco le altre, andiamo.

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Ho accompagnato Ilaria a sentire Carofiglio, e mi è anche piaciuto moltissimo. Ora ne sono certa, abbiamo pareggiato i conti.

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Infinito Presente /6

14 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

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26 Giugno 2012

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6. Sentire/Vedere

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La primavera è passata per noi, mio caro amico, mio caro amore.

E l’autunno è già arrivato, con il giallo attuale delle sue foglie.

Anzi, è pieno inverno in questa precoce estate

rinfrescata dalla brezza che stasera soffia

sulla terrazza affacciata sul porto di Nasso.”

(Antonio Tabucchi, Lettera al vento*)

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Mezz’ora prima Aldo, che finito di preparare il suo zaino l’aveva accostato alla porta della camera d’albergo, aveva approfittato di un momento di solitudine per accoltellarsi un po’.

Silvia verso le sei del pomeriggio aveva portato il figlio presso il circolo sportivo di una frazione dello stesso Comune, sulle alture che sormontavano i due paesi gemelli, uno la copia riveduta e corretta dell’altro. Lassù si trovavano campi in terra battuta davvero ben curati e vi era giunta in vacanza una coppia di conoscenti di Roma con un ragazzino dell’età del loro Giovanni. Lui per tutto l’inverno precedente aveva seguito un corso di tennis profumatamente pagato da Silvia, che se lo poteva permettere grazie alla sostanziosa rendita lasciata dai genitori. I quali non erano affatto morti, avevano soltanto deciso di trascorrere all’estero il resto dei loro giorni da pensionati, ma prima avevano sistemato ogni cosa perché figlia e nipote non avessero da preoccuparsi per le scelte di vita eccentriche, e in genere fallimentari, del genero.

Aldo aveva accompagnato il resto della famiglia giù alla hall e l’aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio. Silvia aveva l’aspetto curato di una ragazza bene, dimostrava grosso modo dieci anni di meno. Ma quel pomeriggio lui non ci fece troppo caso: alle nove sarebbe salito sul pullman che nel corso della notte, fermata dopo fermata, lo avrebbe riportato indietro. Arrivato in vacanza, aveva messo in conto di rientrare dopo non più di tre settimane (moglie e figlio sarebbero rimasti, serviti e riveriti, nella prigione d’oro estiva che lui aveva loro imposto), ufficialmente per non lasciare troppo a lungo la casa incustodita. Ma il giorno precedente la chiamata del suo ex collega che gli annunciava la possibilità di ricominciare a lavorare, se solo si fosse tenuto pronto a una chiamata che poteva arrivare “il giorno successivo o un altro, comunque molto presto”, gli aveva fornito un pretesto inattaccabile per ritornare alla desiderata solitudine.

E così, nel tempo carico di attesa e di timore che precede la partenza, gli era cresciuto un gran desiderio di riprovarci. Lo faceva sempre più spesso, appena aveva la certezza che sarebbe stato lasciato in pace per un certo periodo di tempo. Comunque, per prudenza, si chiudeva sempre a chiave nel bagno, dove aveva già disposto sulla mensola del lavandino tutto il necessario. Ovvero: un coltellino a lama affilata, che conservava nel borsello con il necessario per barba e doccia, avvolto in un robusto spessore di carta di giornale sulla quale arrotolava un foglio di alluminio (di quelli per conservare i cibi in frigorifero, ormai senza più un’utilità reale, tanto era accartocciato e strappato in più punti), cerotti, acqua ossigenata, grappa. Quest’ultima non era tanto materialmente necessaria al rito, quanto a darsi un certo stordimento che allentasse i freni inibitori. Tracannò dalla bottiglia una sorsata veloce, e non attese nemmeno che scendesse in fondo all’esofago. La finestra, che dava su un cortile cieco, senza altri affacci, era spalancata. Si spogliò, quindi spostò la tenda della doccia, vi entrò ed aprì giusto un debole scroscio d’acqua, ben bollente.

Ormai aveva smesso di incidersi le mani. Tutte quelle cicatrici, le medicazioni esibite tanto di frequente, portavano la gente a essere troppo curiosa. E poi aveva capito che il suo non era un caso così disperato. Stava guarendo, e quello che sarebbe accaduto di lì a poco sarebbe stato solo la ricaduta in un vizio. Aveva già richiesto la cancellazione dell’invalidità, una di quelle cose che mandavano in bestia il suocero: rinunciare ad un sussidio quando non aveva ancora neppure trovato un nuovo lavoro. Ma lui non aveva intenzione di passare il resto della vita bollato come invalido. Da poco tempo voleva ritornare a vivere, voleva farlo con tutte le sue forze, utilizzando ogni possibilità che avrebbe incontrato per la strada. E aveva smesso di preoccuparsi che il suo modo di fare somigliasse più a quello irrazionale di un adolescente che a quello di un adulto che aveva superato la metà della vita. Sapeva riconoscere che la sua inquietudine era la cifra del proprio tempo e in particolare della propria generazione. E che se non fosse andato a fondo cercando di capire, anche vivendo sulla propria pelle tutti gli sbagli e le contraddizioni che gli si sarebbero presentate strada facendo, non sarebbe mai riuscito a superare quel periodo per tornare a guardare avanti.

Utilizzò pollice e indice della mano sinistra per tendere bruscamente la pelle della coscia destra, in un punto ancora non esplorato. L’altra mano era già pronta ad appoggiare sopra la pelle sottile la lama, disinfettata velocemente poco prima con uno spruzzo di acqua ossigenata. Ne premette il dorso fino a vedere il filo sparire sotto pelle. Lo vide, infatti, più che sentirlo. Si spaventò di questo e premette di più, finché avvertì un bruciore perfettamente sopportabile. Un rivolo di sangue iniziò a gocciare silenziosamente sul piatto doccia, allargandosi in macchie filamentose che si unirono in rigagnoli, nel percorrere la pendenza fino allo scarico. Da quel momento, raggiunto l’obiettivo, iniziò a sentire il bruciore nella gamba come fonte di piacere. Sapeva che sarebbe accaduto, come già nei giorni passati. Voleva arrivare a questo. Sperimentare l’eccitazione del sentirsi vivo. Continuò a segnare nuove superfici, solo però qualche millimetro per volta.

Fino a poco prima si era lasciata aperta la possibilità di aprire al massimo l’acqua caldissima, dare un taglio deciso all’altezza della safena grande e accasciarsi senza opporre resistenza al lento addio del sangue a tutto il corpo. Ma nemmeno quello era il giorno adatto, non avrebbe saputo lasciarsi andare verso il nulla proprio mentre sentiva di nuovo la forza della vita scorrergli dentro e dargli tutta quella carica. Chiuse di colpo l’acqua, scappò fuori dalla doccia tamponandosi con un asciugamano scuro, uno che si era ricordato di portare da casa all’ultimo momento. Si medicò in fretta, richiuse tutto nel borsello e si rivestì. Pochi istanti dopo si trovava in strada con il grosso zaino sulle spalle. Zoppicava leggermente e se ne compiacque, sorridendo con discrezione di quel fastidio, mentre si dirigeva verso biblioteca comunale. Si erano fatte le diciotto e trenta e si stava aprendo la conferenza del noto scrittore X. Tra i viventi, uno dei suoi preferiti.

La mezz’ora che avrebbe potuto cambiare il corso delle cose, ovvero la sua vita, si era conclusa senza grosse conseguenze. Le cose stesse avevano scelto di non prendere strade diverse da quelle già tracciate. L’unica eccentricità rispetto alla monotonia della vacanza l’avrebbe trovata lì dove si stava indirizzando. Non era un’occasione irripetibile, tutt’altro, ma desiderava ripartire portandosi dietro qualcosa di diverso a cui pensare. A lui quei luoghi ameni mettevano addosso brividi di disagio, come quando la pelle si rapprende per uno stridore fastidioso. Si giustificava dichiarandosi un uomo metropolitano, uno che non sarebbe sopravvissuto a un anno intero in tanto isolamento.

Attraversò il corridoio che portava alla Sala Conferenze. Odorava di intonaco dato di fresco, un odore che gli era sempre piaciuto. La novità, o almeno il rinnovamento, il moto perpetuo, la vernice passata e ripassata su vecchie superfici, come nel caso di quel camminamento candido, gli dava l’illusione di fare le cose come per la prima volta. Varcata la soglia della sala rettangolare dal soffitto basso, coperto da una scacchiera di plafoniere al neon, delle quali alcune erano accese senza apparente regola, contò non più di una trentina di persone annoiate, comprese le vecchie che aspettavano la messa feriale delle diciannove, e che erano venute solo perché accompagnavano figlie o nuore che avevano studiato fuori e poi erano tornate al paese a sistemarsi, e per le quali quella conferenza era probabilmente davvero l’unico evento degno di nota di tutta una stagione. Poche presenze maschili nel pubblico. Si stupì di non conoscerne nessuno. Faceva troppo caldo e le finestre piccole e alte non permettevano l’ingresso di aria nuova.

Quattro uomini in circolo (ma, notò Aldo, ciascuno chiuso in sé, coi piedi ben piantati in terra e le braccia conserte) si rivolgevano all’orecchio dell’interlocutore di turno mentre questi si inclinava leggermente per ascoltare meglio. Il Primo Cittadino in fascia tricolore, finita la consultazione uscì dal capannello e, dopo essersi toccato il labbro inferiore col pollice un paio di volte, e rivolto uno sguardo senza entusiasmo alla platea, andò ad accomodarsi in prima fila. Aldo volle avvicinarsi per salutarlo, in fondo lo aveva evitato accuratamente da che era arrivato e non voleva che, saputo che era stato lì tutti quei giorni senza farsi vivo, se la prendesse a male. Erano stati amici, un tempo. Non si vedevano da quando giocavano insieme a pallone sul campo terroso di Tresea, il paese accanto, quello semidistrutto dalla frana dei primi anni ottanta, e poi abbandonato da quasi tutti gli abitanti, incapaci di restare in eterna attesa di finanziamenti e aiuti, che si misero presto all’opera per ricostruirlo alla bell’e meglio nel piccolo golfo che seguiva a Sud, lungo il corso della Provinciale, con buona pace di Piani territoriali, ambientali o paesistici. D’altra parte, nessuno alzò mai un’obiezione negli anni a venire. Il nuovo insediamento venne chiamato Pulizzi, dal nome del costruttore originario di Tresea che mise a disposizione, accettando margini irrisori, i materiali e i mezzi necessari. In mezzo al giardino circondato da una recinzione con punte di lancia sulla sommità, sul versante della piazza centrale che affacciava sul porto, era stata collocata una statua a grandezza naturale di Alcione Pulizzi in tenuta da ricco imprenditore (lo scultore aveva reso addirittura il principe di galles, cesellandolo chissà in che modo sopra il bronzo) che indicava a braccio teso e con aria accigliata il nuovo campanile.

Per la consuetudine dovuta al ruolo, il Sindaco Pinardo gli porse subito la mano con decisione, benché fosse chiara la sua incertezza sull’identità dell’uomo chinato su di lui. Lo squadrò con gli occhi semichiusi, ma doveva essere un atteggiamento, pensò Aldo, perché aveva un paio di vistosi occhiali poggiati sul naso sudato e ricoperto di capillari colorati. Una veloce rinfrescata alla memoria gli consentì di riconoscerlo, e a quel punto si alzò di scatto per abbracciarlo calorosamente. Forse avrebbero potuto dirsi di più ma il gracchiare del microfono che veniva acceso diede ad Aldo l’occasione per sganciarsi e andare ad occupare in tutta fretta una sedia qualche fila più indietro.

Alzò lo sguardo. Al posto dello scrittore atteso, al centro del tavolo sedeva una donna, con una maglietta blu scuro da poco prezzo e pantaloncini corti di colore beige. Le sue gambe incrociate sbucavano da sotto il piano e oscillavano a un ritmo agitato, guidate dal movimento ritmico dei piedi fasciati da sandali bassi e spartani. La sconosciuta guardava in alto, sopra le teste dei presenti. Si mordicchiava le labbra a turno, ora il superiore e ora quello inferiore. Le si avvicinò uno degli organizzatori che, dopo averle detto qualcosa a bassa voce, le rivolse un largo sorriso stringendole forte una spalla prima di lasciarla nuovamente sola. Lei si schiarì la voce.

– Buona sera, – disse. Aldo notò dapprima un particolare accento e subito dopo che il tono di voce era leggermente impostato, come di una persona abituata a parlare in pubblico, ma che comunque si trovava fuori dal proprio ambiente. L’esordio fu una palese mossa per prendere tempo. Pronunciò il proprio nome e cognome e annunciò la defezione imprevista dello scrittore. Aldo capì l’antifona e si dispiacque che di lì a poco avrebbe portato nel viaggio verso casa soltanto il fastidio di un’attrazione da mezza tacca da paesino di provincia. Iniziò a sperare che la cosa non si prolungasse oltre i limiti della decenza. Lei proseguì con qualche banalità.

 – So che sperate che mi riveli all’altezza di chi doveva essere seduto qui al mio posto, ma temo di dovervi deludere. – Voilà. in questo modo si era alienata subito la metà del pubblico.

– Sono nativa di Tresea, e sono una scrittrice. Un certo tipo di scrittrice, poi. Fine delle similitudini. Perché, vedete, no non si scomodi, lei in seconda fila, a nascondere lo sbadiglio, se vuole può anche alzarsi. Non sono abituata ad avere un grande pubblico -. Aldo si era fermato alla prima affermazione. Iniziò a chiedersi se non l’avesse già conosciuta in passato, fin da subito gli era sembrata una faccia nota.

– E la sede, certo, non è delle più comode – aggiunse, accompagnando alle parole il gesto di un braccio che descriveva in un arco la desolazione della sala. Il Sindaco gli stava seduto davanti, ma immaginò lo stesso che a quella battuta l’avesse incenerita con lo sguardo.

– Si possono aprire un po’ più le finestre? …Per favore? – Nessuno dava un seguito alle sue richieste. Qualche vecchia che si sventagliava già da un po’ alzò appena gli occhi verso le poche vetrate rimaste ancora chiuse. Finché il Sindaco non afferrò le redini della situazione intimando a un tizio che stava in piedi sul fondo di spalancare quelle stupide finestre. Poi, una volta in piedi, prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni e prese l’uscita bisbigliando. Il brusio, che si era acquietato con l’apertura del microfono, riprese a salire. Aldo immaginò che avrebbe assistito a una conferenza sulle ricette della tradizione culinaria locale. Era pronto ad infilarsi dietro a una delle persone che stavano alzandosi e andandosene.

– Non avendo preparato materiale per questo incontro sono costretta ad andare a braccio. Inizierò col dirvi che mi occupo di scrittura per il cinema. Ma non vi parlerò di “story telling” tout court. Oddio, ho infilato quattro termini stranieri in fila, e in lingue diverse! Ah, ah! – I quattro gatti che erano rimasti risero, l’avevano presa in simpatia. La battuta aveva annullato la distanza. Aldo si tranquillizzò e restò a sentire come sarebbe andata a finire. Anche se lui di cinema non se ne intendeva molto. Era solo che aveva realizzato di avere qualcosa da domandarle. E poi lei aveva preso a parlare con scioltezza non appena aveva bloccato gli occhi, fissi sopra i suoi.

Disse di aver realizzato dieci plot, poi tradotti in film, di cinema indipendente nordamericano. Disse cose intorno alle teorie, aggiungendo che lei non ne seguiva, ma che piuttosto cercava di far reggere una storia, anche nel campo dell’assurdo o del fantascientifico, mantenendo un’onestà di fondo nei confronti dei suoi personaggi. Che era partita praticando la pittura, come sua madre.

– Qualcuno in sala l’avrà pure conosciuta, vivevamo in Contrada … prima dello smottamento del monte Foleno.

– Come no, – disse ad alta voce una delle vecchie in sala, – Norma la

Norma la matta, certo, – l’anticipò lei, arrossendo sotto l’abbronzatura, – Era di origine russa, lo sapevate? Amava così tanto questi posti che li aveva scelti come patria, e qui è venuta a morire.

A quelle parole seguì un breve lasso di tempo, talmente breve che chi durante il suo svolgersi provò imbarazzo, non fece in tempo ad accorgersene, perché subito lei riprese:

– Io venni data in affidamento a una famiglia che emigrò negli States e mi fece studiare. Laggiù sono diventata quella che sono oggi.

Aldo sbatté le palpebre due o tre volte di fila, come sorpreso da una rivelazione della quale però stentava ancora a individuare i contorni. Lei tornò ad aggrappare al suo sguardo il proprio. Lui lo sostenne, stavolta come se la stesse sostenendo con un braccio in vita per impedirle di cadere. Di Norma la matta se ne ricordava eccome.

– Come pittrice, il mio primo interesse era stato quello di descrivere lo spazio. Paesaggi, strade, città. Poi è arrivato il matrimonio e subito i figli. E, chissà com’è, quasi rinascendo insieme a loro, ho sentito farsi avanti nuove esigenze. È stato come se mi fossi resa conto che alla pittura, il mio mezzo d’espressione nel mondo, mancava qualcosa che completasse la realtà descritta dallo spazio. Mancava lo scorrere del tempo. O meglio, in molti ci avevano già provato, dalle avanguardie futuriste in poi, ma quell’epoca, il primo Novecento, è andata, svanita. Dirò di più: è fallita. Annientata dallo sconvolgimento culturale seguito alle due guerre.

Io, quando i figli sono arrivati quasi all’adolescenza, vedendo arrivare al termine il mio compito di madre che genera, nutre ed accudisce mi sono accorta di dover, probabilmente, o almeno spero – si nascose la bocca con la mano, sbuffando dal naso una risatina nervosa, – vivere ancora a lungo, ma senza più poter avere come bussola il compito assegnatomi dalla natura. Questo all’inizio mi ha provocato un disagio. L’ho sentito crescere dentro di me giorno per giorno, finché senza preavviso, mi sono trovata a un bivio. Riprendere a dare la vita. Non alla carne, ma a qualcosa che lo stesso percorra lo spazio e insieme il tempo. La vita ancora, quindi. Altrimenti, – Aldo avrebbe concluso la frase anche da solo, – avrei preferito morire. – E finalmente, nel pronunciare queste ultime parole, lasciò gli occhi liberi di vagare nello spazio davanti a sé, appoggiandosi allo schienale e prendendo un respiro profondo.

Le sedie della prima fila, dopo l’uscita di scena del Sindaco, erano completamente inutilizzate. Dalla seconda fila all’ultima erano rimaste sì e no tre donne sulla quarantina, attente e mute. Le vecchie ormai erano tutte andate a messa. Aldo si rese conto di dover dare una registrata alla propria espressione. Strizzare un po’ gli occhi, cambiare fuoco guardandosi attorno. Era dispiaciuto del silenzio che si stava prolungando, in assenza di un contraddittorio. Così alzò la mano per prendere parola. Lei sollevò l’arcata sopraccigliare, sorpresa. In quel momento si spensero le luci e un bibliotecario zelante invitò i presenti a imboccare la porta.

Mentre attendeva che il pubblico residuo, le tre donne, la liberassero, si andò ad appoggiare al muro appena fuori dalla porta della biblioteca. La vide uscire e le si piazzò davanti, spaventandola. Come lei si riebbe, Aldo si presentò e, d’istinto, la prese sotto braccio camminando. La guidò fino al giardino con la statua di Pulizzi, facendole sommari complimenti e scoprendosi un poco nelle sue passioni. Non le disse però che anche lui c’era, durante i giorni dell’inferno di Tresea. Alla luce del tramonto lei aveva gli occhi più chiari e una bocca morbida dischiusa in un sorriso. Aldo lo ricambiò, senza altro perché che quello dettato dalle leggi di natura. Provava una vicinanza maggiore di quanto non lo fosse nel tempo che stavano vivendo. Dopo averle preso il braccio aveva iniziato a percepire una realtà più intensa, e ad avvertire i significati più profondi delle parole che scambiavano tra loro, nascosti dentro le frasi che sbocciarono in pochi istanti: – Sapeva, vero, che Carver ha descritto in un suo racconto* le ultime ore di Cechov? – Ho problemi con le storie, credo piuttosto nel caos…,La vastità del reale è incomprensibile… – La vita è prigioniera della sua rappresentazione. Del giorno dopo ti ricordi solo tu.**

Aldo prese un respiro con l’intenzione di utilizzarlo per recitarle “Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento.” E per poi spiegarle: “Questa frase è dedicata a una donna che un giorno troverò in un porto, ma lei non sa ancora che ci incontreremo”***, quando un uomo biondo, alto e ben piazzato, fece capolino da dietro la siepe, pronunciando – Heèy.

– Hey, dear, I’m coming, – rispose lei, sganciando prontamente il braccio dalla presa.

Lo straniero notò che Aldo tentò di dire un’ultima battuta, mentre sua moglie gli veniva incontro.

Qualcuno di quelli appoggiati coi gomiti alla ringhiera sopra il porto si accorse della scena. Fu espresso qualche commento a mezza bocca. Videro la coppia allontanarsi con lo stesso passo lento verso la fine della piazza. Le campane iniziarono a suonare mentre l’uomo che era rimasto solo s’incamminava a sua volta in direzione del deposito dei pullman. Zoppicava in modo non troppo evidente e teneva appoggiata su una sola spalla una delle due cinghie dello zaino. Presto anche quelle persone compirono gesti consueti, tornando verso le loro case o le stanze della villeggiatura per cenare.

Su tutta la scena si spandeva la luce dorata proveniente dal mare, era il riflesso del Sole che vi si immergeva. Sole che osservava con uguale distacco e tedio i movimenti degli uomini e quelli delle formiche, a poco a poco indistinguibili tra loro a causa della lontananza del punto d’osservazione e  dall’avanzare implacabile dell’oscurità.

[continua]

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Paolo Conte – Fuga all’inglese

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*) Raymond Carver, Errand – The New Yorker, June 1, 1987

**) Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi Ed. Feltrinelli, 2010; Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo – Scritti 1968-1988, Ed.ubulibri, 1994

***) Antonio Tabucchi, raccontoVagabondaggiosu Dino Campana


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