Posts Tagged ‘Democrazia’

Scegliersi il Santo

4 ottobre 2013

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Oggi ho attraversato ali di folla osannanti, tutta gente che girava in massa -banchi di orate, come ne ho visti tanti in mare aperto- chiedendo “Ci sono Franceschi? Francesche, qui?” Uno sguancettio, uno schioccare che neanche al mio compleanno, guarda.

– Fanno sempre così?

– Oh, demone…. Quanto tempo! Macché, è la prima volta. Vedessi le facce, poi. Come se avessi partorito o vinto un Nobel. Roba che ho dovuto smettere di dire “Sì, è il mio onomastico, però a me non importa, non sono nemmeno cr…” Erano troppo felici. Troppo.

– Troppo?

– Eh. Troppo, sì.

Allora mi è venuto da pensare che magari è l’effetto @Pontifex che li esalta. Immagino che già tra un paio di stagioni gli effetti pratici della popolarità del nuovo papa saranno resi noti dalle Anagrafi. Chissà.

E allora dopo un po’, per trarmi fuori dall’impaccio, ho preso Savio per il gomito e me lo sono trascinato via con una scusa. Per la salute, Savio ha smesso di magiare dolci e, a detta dei maligni, non guarda nemmeno più il calcio. Non c’entrerebbe niente, ma sembra più magro, in effetti.

Gli faccio “Come va?” Sempre “Una meraviglia”, mi risponde. Segno che è cambiato fuori, ma dentro resta lo stesso, e meno male.

Non so com’è, il fatto è che a un certo punto io gli parlavo dei tempi che mi annichiliscono come mai prima, di quanto i social network mi sembrino inadatti, per l’uso che ne fa anche la gente più smaliziata, a diventare nuovi strumenti per la democrazia.

E qui Savio mi conia una delle sue immagini geniali. Parla di una “scrittura intramuscolo”, mi fa “Ti immagini se un vero intellettuale dovesse condensare in poche righe il succo di un pensiero elaborato?”

Ma, a parte il fascino della bella metafora, secondo me stavolta non ha fatto centro.

(Il suo problema è che neanche ci prova, a modernizzarsi. Se gli invio una mail, tesoro bello, grasso che cola se solo dopo tre giorni mi risponde. Non usa faccialibro né cinguettii, e poi discetta dei moderni mezzi.)

Cerco di rendergli più chiara la questione:

Savio, gli dico, se lasci perdere effebì con le sue pagine-diario che dicono tutto e niente e segnano l’appartenenza a una comunità chiusa di simili, e scordi i blog, che sono vivi solo se commentati e danno frutti solo se organizzati come uno strumento di gestione aziendale, l’unico che possa incidere resta Twitter. Guarda però che i tweet mica la sfondano la soglia epiteliale. Se uno è bravo, o genera o segue l’onda, è parte di una somma di micropensieri mobili come vettori, freccette corte dalla puntina aguzza, buoni solo se graffiano e incidono la superficie del connettivo umano.

Tante sottocutanee, è questa la metafora che rende, non certo un’intramuscolo. Qui non c’è spazio per la complessità del tuo intellettuale-tipo. Andare a fondo sarebbe l’antitesi, il fallimento del micromovimento. Porterebbe alla calma piatta la superficie, non a ciò che chiede il mare, moto che agita sé stesso motu proprio. Che si indirizza tracciando la propria direzione, senza un vero progetto, né in grado di discuterlo o condividerlo.

No Savio, guarda, sono alla conclusione che internet non è ancora (lo sarà mai?) uno strumento usato per la democrazia. Così com’è, fa la figura dell’ultimo ritrovato per mantenerci ancora più distratti e più inattivi.

Io non lo so… Come ti ho detto, sono tempi che mi annichiliscono.

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E sono giorni nei quali il corso delle cose assume un andamento molto strano, sarebbe lutto nazionale e invece tutti ridono. Ecco che mi hanno di nuovo circondata, Savio lo perdo, me lo scavalcano e tornano a farsi attorno a congratularsi. Il Santo paga,vero. Ma a me, lo sanno, del Santo importa poco, e offrono loro un caffè attorno al quale spiego che io, bambina, messa davanti al Libro dei nomi per scegliere la data in cui avrei festeggiato l’onomastico, ho preso tempo. Mi sono data una letta alle vite di tutti i Franceschi, e poi optato per il Santo di Assisi.

L’unico che non è morto sotto tortura, lo sciroccato che si spogliava nudo e spostava il centro del Creato dall’uomo al mondo intero. Un italiano, infine. Avevo avuto come un’ispirazione: se fossi stata sotto l’egida di un non migrante, avrei avuto minori grane nella vita.

Le stesse riflessioni che deve aver fatto Bergoglio, ecco perché la gente ne è tanto attratta, a partire dal nome.

‘Sta mania della libertà d’espressione

10 luglio 2013
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(Sarò perdonata dagli amici di Cartaresistente -l’illuminato blog che parla e rappresenta libri di carta e altre faccende culturali molto tangibili, in maniera smaterializzata- ai quali ho promesso un certo numero di contributi, se oltre alle incombenze personali e lavorative, oltre ai post insonni colati giù dai calamari, antepongo alla messa in atto delle mie promesse anche queste poche righe.)

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Mi fa davvero piacere segnalare come un recente redazionale del Foglio, di promozione a un libro,  sia una summa di pensieri degni della massima attenzione e riflessione. Un esempio tra tutti:

“Gli scrittori da blog – non tutti, sia ben chiaro, solo quelli cialtroni – si sono liberati d’un colpo di qualunque convenzione e riempiono pagine e pagine di prosa sperimentale, la cui sperimentalità consiste essenzialmente nel non fare capire un tubo al lettore.”

Capostipite dei cialtroni del web sarebbe un certo Raymond Carver.

Alla domanda “Perché infliggere al prossimo tali esempi di grafomania patologica?” ci si limita a rispondere “Semplice: perché ora la tecnologia consente di farlo.” Senza considerare che chi apre un blog, oggi, prima di poter sperare che le proprie frasi trovino qualcuno disposto a buttarci uno sguardo, deve non soltanto pazientare come Giobbe, ma anche sforzarsi di mettere in atto strategie da guerra fredda, se addirittura WordPress si premura di istituire post nei quali imbecca i novizi con istruzioni adatte alla campagna stampa di una multinazionale.

E sorvoliamo sulle intenzioni, ce ne saranno mille, buone e meno buone. Resta il fatto che nessuno ci costringe a leggere un blog.

Ma perché tanto spreco di tecnologia? Il Foglio non è, in fondo, un prodotto per definizione cartaceo? Perché abbassarsi a contendere il web con tanti cialtroni, invece di porgere la propria pregiatissima offerta culturale a un selezionato pubblico di intenditori? Ah, già. Perché cialtroni non lo sono tutti gli “scrittori da blog”, ma solo quelli affetti da Carverismo, sia ben chiaro.

Ittaliani! Tornate subito in riga e pure in colonna, perdio! Prendete carta e penna e decretate morte ai cialtroni! Morte a chi si oppone alla comprensione dei tubi, delle tube e dei tromboni!

Io questo articolo l’ho amato, perché mi ha aperto gli occhi.

E, sia ben chiaro, quello che ho capito è che da grande voglio essere cialtrona come Carver. Perché cercare di trattenere il potere nelle mani di pochi puntando tutto sulla denigrazione dei processi di democratizzazione in atto, non sarà da cialtroni, ma di certo è tipico dei co… degli asini.

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I nuovi indicatori e la rete

26 aprile 2013

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Di seguito un’anticipazione dell’articolo accennato Qui e pubblicato oggi dagli amici di LIB21 .

Buona lettura.

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Ricette per un New Deal condiviso

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Ha smesso di farmi ridere chi dà tutte le colpe dell’instabilità politica di questi mesi alla rete. Ha smesso dopo che ho visto, in tre giorni di fuoco, frantumarsi il PD, lo storico partito che formalmente aveva vinto le elezioni politiche, per ben altri motivi che una valanga di tweet, e subito dopo, vuoi per una somma di eventi tragicomici, vuoi per immaginabili macchinazioni, o per influenze “esterne”, bloccarsi sul congelamento della situazione preesistente, quella che aveva scatenato il ricorso alle elezioni dello scorso febbraio.

Ha smesso perché, il giorno dopo il pasticcio che ha portato all’acclamazione del Napolitano bis, dai media (e dal PD, va detto) si sono levati cori unanimi di protesta contro, nientedimeno che la rete.

In effetti, questa veicola messaggi in modo molto diverso da quello tradizionale: non più decisioni “calate” da una minoranza di strateghi istituzionali sopra una maggioranza passiva e silenziosa, ma una somma di temi condivisitra il mondo “reale” e quello istituzionale.

[…]
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[Continua a leggere su LIB21]

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Democrazia invidiosa

10 aprile 2013

Femen e Putin

 

Una discussione originata da un articolo di Internazionale. Di seguito la mia ultima risposta:

Protesta mondo liquido

Vorrei aggiungere che forse, nel mondo arabo, di donne così possono anche infischiarsene ma qui da noi servono come il pane. Sono sicura che la loro azione non sia esattamente folle come sembra. Non riesco a essere dura con delle tizie che espongono e votano a una causa (forse) persa la parte più intima e delicata di sé. E poi, trovo gustosamente comica la scelta di strumentalizzare il proprio corpo in questo modo. Un modo così apparentemente ingenuo, che mi fa tenerezza. Un modo molto diverso da quello aggressivo e presuntuoso di rock star, modelle, attrici, olgettine e via discorrendo che costituiscono, per la stragrande maggioranza delle donne, occidentali  e non occidentali, il modello a cui tendere. Molto diverso e molto rischioso per loro stesse.

Ammetto che si possa non gradire il metodo, o sentirsi offesi dalla spudoratezza (ma oggi bisogna essere ingenui più di loro per arrivare a tanto), o dissentire sull’oggetto della protesta. Siamo in democrazia (anche se in certi casi mi pare una democrazia invidiosa).

 

 

Ma di che cosa stiamo parlando?

27 settembre 2012

Di cosa parliamo quando parliamo di argomenti come “Democrazia”, “Uguaglianza dei diritti”, “Costituzione”, “Libertà di stampa e di espressione”? Un sospetto mi è balenato davanti agli occhi stamattina, facendomi cadere l’ultimo pezzo di frollino nel the -cosa che mi ha costretto a tirarlo su con un fastidioso inzuppo delle dita nel liquido bollente. Ahi-.

Due fatti, stranamente simili tra loro, che tengono occupate lingue e penne del Belpaese mi stanno seriamente, per così dire, “inquietando”.

Punto uno.

Gianrico Carofiglio intenta una causa (vedi qui: Ostuni-Carofiglio) per diffamazione all’editor Vincenzo Ostuni, reo di averlo offeso via web. Via web, un mondo (virtuale? Forse, ma di sicuro il nuovo media imperante) che ancora non è chiaro se debba essere regolato dalle stesse leggi che regolano la società civile.

Il “popolo” degli scrittori, in prevalenza, si indigna: Carofiglio non rispetta la libertà di stampa e di espressione e non solo, la sua iniziativa costituisce un pericoloso precedente (ma da Corradino Mineo a Rainews 24 vengo a sapere di un altro fatto, risalente al 1954, che sfociò in una condanna a Giovanni Guareschi “per aver diffamato a mezzo stampa sul settimanale ‘Candido’ Alcide De Gasperi”, ha ricordato il figlio. Un’altra epoca).

E la comunità (degli autori e, in genere, di tutti gli operatori dell’editoria) che fa? Indice una bella manifestazione (anzi, un flashmob, mei cocomeri) contro Carofiglio. Tutti contro uno.

Io questa cosa l’ho letta, forse superficialmente -ma ancora non avevo collegato con il Punto due-, in questo modo: lo scrittore amareggiato si è fatto forte di quella sua seconda competenza (su questo nulla da dire, viviamo nell’epoca della non-specializzazione necessaria, la flessibilità per la sopravvivenza), ha compiuto un gesto eccessivo, dettato dalla stizza, cha ha travalicato, prima ancora che il buon senso, o il rispetto dei principi liberali, il puro e semplice senso del pudore.

Se la questione si fosse fermata lì, anche il mio sdegno si sarebbe fermato alla stigmatizzazione di Carofiglio.

Invece, grazie al diminuendo del ricorso al confronto civile e leale -innescato e radicato dai vent’anni di Berlusconi(smo) che hanno messo in ginocchio le nostre coscienze per poter mettere in ginocchio l’intero Paese- invece dicevo, evidentemente incapace di cercare (non dico trovare, basterebbe solo l’impegno del cercare) soluzioni più efficaci, il “popolo” e ha compiuto una scelta facile facile e dal risultato garantito: Tutti contro uno. Ricorda certe aggressioni fasciste degli anni settanta, compiute magari in un vicolo cieco, in questo caso davanti alla Questura di Roma.

Fin qui, bazzecole. E quindi, finalmente, vengo al

Punto due.

La questione Sallusti. Ancora una volta mi tocca domandarmi: Di cosa stiamo parlando? Siamo sicuri di sapere qual’è il quid della questione? Certo che sto con Federica Sgaggio, quando con grande efficacia retorica, ma evidentemente toccata nel profondo, addita la porcheria perpetrata dalle colonne di un quotidiano a tiratura nazionale ai danni della Verità, e di un sacco di altri principi e diritti sacrosanti. Ma mica ci fermeremo qui, vero? Perché quello di tal Dreyfus è tutt’altro che il risultato di buono o cattivo giornalismo, adatto ad essere commentato e quindi eventualmente perseguito come tale. Si tratta, a tutti gli effetti, di una porcheria, e per di più di stampo diffamatorio. Una porcheria degna delle vomitate estemporanee di un blog di quarto o quint’ordine. Di livello, mi sento di dire, anche inferiore al mio.

Sì, d’accordo. Ma comunque, la condanna in Cassazione a 14 mesi di reclusione per diffamazione (del giudice tutelare di Torino Giuseppe Cocilovo, lo ricorderei: non della ragazza o dei suoi genitori, o di chiunque sia stato toccato dalle invettive di Dreyfus), in base a quale articolo di legge viene pronunciata?* In base all’articolo 595 del Codice Penale (“diffamazione a mezzo stampa”: Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516). Un articolo che diverse proposte di legge (bipartisan) hanno tentato di modificare, escludendo la carcerazione, e che così com’è si presta, come in questo caso, a facili strumentalizzazioni (e infatti, il magistrato che ha sporto querela ha così puntualizzato la questione).

In ciò sta il motivo principale della mobilitazione della stampa (l’esatto punto del ragionamento in cui mi è caduto il frollino), mentre del commento del comitato di redazione del Giornale “Per un reato di opinione in carcere un giornalista non deve andare”, dubito della rispondenza alla questione di principio… Anche perché il reato d’opinione -oggetto di una modifica al Codice Penale operata attraverso la legge n° 85/2006, “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”, approvata dal Governo Berlusconi III– non è pertinente, né coincidente con quello di “diffamazione a mezzo stampa“.

E mi è capitato di veder prendere forma un paio di considerazioni, la prima riguarda la categoria tanto vituperata (anche da me, e soprattutto nei bei tempi andati dell’impegno) dei giornalisti. I quali, per consuetudine alla verifica delle fonti, un loro dovere deontologico, in questa querelle ne escono meglio, a confronto con la categoria dei pensatori puri, dei dispensatori di cultura e anche dei blogger, in alcuni casi.

La seconda considerazione è che operazioni come quelle in corso, più che reazioni estemporanee, siano a loro volta una richiesta di reazioni. Mi spiego meglio. Nella negoziazione tra gruppi, eterogenei al loro interno, non sempre conviene mettere tutto al corrente di chiunque. Va necessariamente saltato qualche anello della condivisione democratica, se non si vuole che una discussione costruttiva sfoci nella lite condominiale, o nel consiglio di classe. È dura da mandar giù ma quando all’interno del gruppo hai anche degli emeriti caproni, per conseguire il bene comune, di alcuni passaggi devi per forza metterli a parte a cose fatte. E noi (quanti siamo diventati) 60 milioni di italiani anestetizzati e rincretiniti in massa, ci ritroviamo –a questo punto, mi tocca immaginare. Sbaglierò?- oggetto di un’azione a fini democratici, svolta secondo metodi massoni.

Se non sappiamo nemmeno sospettare manovre come queste, e sottrarci al battibecco che ogni pensiero costruttivo annichilisce, come possiamo pensare seriamente ad un risveglio di coscienze, a un cambiamento operato dal basso?

*) Franco Battiato – Uccelli

Per ricordare che la legge di Murphy è ciò che regola gli eventi in questa parte di universo, dopo il biscotto suicidatosi nel the bollente e mia conseguente ustione di secondo grado, mi si sono presentati nell’ordine: una pedalata scomoda a causa di una nuova ondata di caldo boia e l’uscita fuori sede della catena durante un discesone. Cosìcché mi sono presentata sul posto di lavoro sudata, lercia, e bisognosa di prendermela con qualcuno.

Ma ora sto meglio.

🙂

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*) Sono una principiante, meno male che chi legge è più sveglio di me. Il post qui pubblicato è alla seconda versione, modificato nella parte riguardante i reati di diffamazione a mezzo stampa. Chiedo scusa a chi, passando di qui, abbia già letto le imprecisioni della prima pubblicazione.


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