Posts Tagged ‘Twitter’

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15 dicembre 2013

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Virale vs. Virtuale

Un moai

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Ti guardo, ma è come essere sott’acqua.

Attonita, un moai dell’Isola di Pasqua.

Stare male ha i suoi vantaggi:

Senza droghe fai bei viaggi.

Mi attraversa l’onda che tutto risciacqua.

 

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La salute viene dal contagio, qualche volta. Ogni tanto bisognerebbe mangiare la caramella caduta a terra. Lasciare le mani sporche quando si va a tavola. Non scartare il verme trovato nell’insalata.

La pediatria moderna raccomanda di non sterilizzare troppo gli oggetti a contatto col bambino. Per rafforzarne il sistema immunitario. I pediatri dicono anche di non lasciarlo solo con internet. Si perderebbe esperienze concrete e formative.

Anche Franzen raccomanda agli scrittori di non giocare troppo con la rete. E per motivi simili a quelli consigliati ai bambini. Inutile opporre che se ne può fare a meno quando si vuole. Il virtuale esige continuità e reiterazione.

Non è per marketing che lo scrittore immola la propria riservatezza perdendosi dietro a Twitter e fratelli. Ha scritto questo, oggi, Ida Bozzi su La lettura. Vero, corretto. Lui vuole aderire a una “Società delle menti”, che però è definita subito utopica e virtuale.

Che uno pensa di star sporcandosi le mani, di irrobustire le fila dei propri anticorpi, come per contatto con la vita vera, mentre in realtà si isola in un contesto sterile, fa esperienza di web. Di web, non di vissuto.

Si stanno concludendo i miei primi 20 mesi di Wp, un po’ meno di Twitter, fb e altri social. In tutto questo tempo sono stata in ottima salute fisica, ma ho subito imprevisti danni immateriali. Non sapevo come uscirne.

Allora, come cura d’urto, ho cercato e mangiato il verme dentro l’insalata.

Sapeva di terriccio, era buonissimo.

Ora sto bene. Per la prima volta dopo tanto tempo mi devasta un potente quanto implacabile raffreddore.

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Dipendere da una coperta telematica

8 ottobre 2013

Caro weblog,

oggi sono andata in giro senza smartfono.

L’avevo dimenticato a casa. Prima di uscire ho fatto il cambio di borsa e, nella concitazione del ritardo, ho scordato di portarmi dietro proprio lui.

E così, mi sono aggirata per corridoi, scrivanie, ascensori, bagni, con le mani libere. Ho parlato con la gente, sono stata perfino cooptata in una riunione nella quale non capivo niente, non era materia mia, senza la possibilità di distrarmi navigando.

A metà giornata ero cotta.

Grazie al pc ho aperto una gran quantità di finestre, e su ciascuna ho caricato un social network. Mi sono data alla socializzazione compulsiva, perfino Paolo Mastrolilli, un giornalista de La Stampa ha retwittato un mio inutile commento. Lui aveva intervistato Jonathan Franzen (due gradi di separazione: bingo!) è uno dei miei autori preferiti, che da qualche tempo va in giro dicendo che i social network (in particolare Twitter) sono stupidi e creano dipendenza.

Io a Mastrolilli ho solo detto, in sintonia con Juan Carlos De MartinFranzen ha ragione da vendere. Ma passare al fanatismo iconoclasta è un attimo.” Che normalmente è un pensiero che avrei tenuto per me, vista l’inutilità di esprimerlo al vento. E il giornalista, in piena contraddizione col pensiero dell’intervistato, mi ha ritwittato pure.

Poi ho guardato l’ora, e sono scappata fuori. Il cielo era celeste e sgombro, ed era pure caldo, ma non so com’è, stava piovendo. Sai quando la pozza d’acqua è tutta picchettata di goccioline, che sarebbe bastato chiudere l’otturatore (vabbé, intendevo dire: selezionare l’opzione “sport”) per fermare l’attimo, come potevo fare?

Ho fotografato tutto con gli occhi, senza la fotocamera da viaggio, incorporata dentro lo smartphone. Ma dopo un po’ ho smesso, e ho iniziato a fare caso alla postura che tenevo mentre camminavo, a quello che mi ricordavano le strade che mi portavano a tornare dopo tanto tempo in quella certa libreria, ho perfino ascoltato i monologhi di Lola sopra il figlio fatti a bassa voce in mezzo al traffico.

– Finalmente mi dai retta.

– Che hai detto? Eh? Alza la voce!

Il libro non me l’hanno consegnato, sono tornata indietro a mani vuote, ci dovrò ritornare. Pazienza, le mani le ho ficcate nelle tasche, il cielo era sereno, l’aria tiepida, ho dato uno sguardo attorno, e tutti erano impegnati a digitarsi l’uno con l’altro a testa bassa.

Linus

Scegliersi il Santo

4 ottobre 2013

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Oggi ho attraversato ali di folla osannanti, tutta gente che girava in massa -banchi di orate, come ne ho visti tanti in mare aperto- chiedendo “Ci sono Franceschi? Francesche, qui?” Uno sguancettio, uno schioccare che neanche al mio compleanno, guarda.

– Fanno sempre così?

– Oh, demone…. Quanto tempo! Macché, è la prima volta. Vedessi le facce, poi. Come se avessi partorito o vinto un Nobel. Roba che ho dovuto smettere di dire “Sì, è il mio onomastico, però a me non importa, non sono nemmeno cr…” Erano troppo felici. Troppo.

– Troppo?

– Eh. Troppo, sì.

Allora mi è venuto da pensare che magari è l’effetto @Pontifex che li esalta. Immagino che già tra un paio di stagioni gli effetti pratici della popolarità del nuovo papa saranno resi noti dalle Anagrafi. Chissà.

E allora dopo un po’, per trarmi fuori dall’impaccio, ho preso Savio per il gomito e me lo sono trascinato via con una scusa. Per la salute, Savio ha smesso di magiare dolci e, a detta dei maligni, non guarda nemmeno più il calcio. Non c’entrerebbe niente, ma sembra più magro, in effetti.

Gli faccio “Come va?” Sempre “Una meraviglia”, mi risponde. Segno che è cambiato fuori, ma dentro resta lo stesso, e meno male.

Non so com’è, il fatto è che a un certo punto io gli parlavo dei tempi che mi annichiliscono come mai prima, di quanto i social network mi sembrino inadatti, per l’uso che ne fa anche la gente più smaliziata, a diventare nuovi strumenti per la democrazia.

E qui Savio mi conia una delle sue immagini geniali. Parla di una “scrittura intramuscolo”, mi fa “Ti immagini se un vero intellettuale dovesse condensare in poche righe il succo di un pensiero elaborato?”

Ma, a parte il fascino della bella metafora, secondo me stavolta non ha fatto centro.

(Il suo problema è che neanche ci prova, a modernizzarsi. Se gli invio una mail, tesoro bello, grasso che cola se solo dopo tre giorni mi risponde. Non usa faccialibro né cinguettii, e poi discetta dei moderni mezzi.)

Cerco di rendergli più chiara la questione:

Savio, gli dico, se lasci perdere effebì con le sue pagine-diario che dicono tutto e niente e segnano l’appartenenza a una comunità chiusa di simili, e scordi i blog, che sono vivi solo se commentati e danno frutti solo se organizzati come uno strumento di gestione aziendale, l’unico che possa incidere resta Twitter. Guarda però che i tweet mica la sfondano la soglia epiteliale. Se uno è bravo, o genera o segue l’onda, è parte di una somma di micropensieri mobili come vettori, freccette corte dalla puntina aguzza, buoni solo se graffiano e incidono la superficie del connettivo umano.

Tante sottocutanee, è questa la metafora che rende, non certo un’intramuscolo. Qui non c’è spazio per la complessità del tuo intellettuale-tipo. Andare a fondo sarebbe l’antitesi, il fallimento del micromovimento. Porterebbe alla calma piatta la superficie, non a ciò che chiede il mare, moto che agita sé stesso motu proprio. Che si indirizza tracciando la propria direzione, senza un vero progetto, né in grado di discuterlo o condividerlo.

No Savio, guarda, sono alla conclusione che internet non è ancora (lo sarà mai?) uno strumento usato per la democrazia. Così com’è, fa la figura dell’ultimo ritrovato per mantenerci ancora più distratti e più inattivi.

Io non lo so… Come ti ho detto, sono tempi che mi annichiliscono.

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E sono giorni nei quali il corso delle cose assume un andamento molto strano, sarebbe lutto nazionale e invece tutti ridono. Ecco che mi hanno di nuovo circondata, Savio lo perdo, me lo scavalcano e tornano a farsi attorno a congratularsi. Il Santo paga,vero. Ma a me, lo sanno, del Santo importa poco, e offrono loro un caffè attorno al quale spiego che io, bambina, messa davanti al Libro dei nomi per scegliere la data in cui avrei festeggiato l’onomastico, ho preso tempo. Mi sono data una letta alle vite di tutti i Franceschi, e poi optato per il Santo di Assisi.

L’unico che non è morto sotto tortura, lo sciroccato che si spogliava nudo e spostava il centro del Creato dall’uomo al mondo intero. Un italiano, infine. Avevo avuto come un’ispirazione: se fossi stata sotto l’egida di un non migrante, avrei avuto minori grane nella vita.

Le stesse riflessioni che deve aver fatto Bergoglio, ecco perché la gente ne è tanto attratta, a partire dal nome.

A colazione ho sempre tanta fame

5 giugno 2013
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Fotografia di Tania Bocchino

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C’è che più vado avanti e più assomiglio a quella vecchietta che si alzava la gonna davanti a i passanti e questo non va bene, intanto perché non sono una vecchietta, e poi perché non posso indossare la gonna quando il meteo prevede tuoni e fulmini e io devo trascorrere almeno due ore e mezza al giorno sui mezzi pubblici. Ci vuole un esibizionismo di minore impegno. Il problema è che, non c’è niente da fare: non sono social.

Twitter, twitter per esempio, a me fa morire dal ridere. A Ilaria no, lei ne dice peste e corna e poi usa – ne fa un uso improprio ma è grande in questo, io no- come fossero tuittate i (come si chiamano?) messaggi di facebook. Ecco, quello è un altro esempio. A parte la sorpresa di scoprire ancora in vita e ben pasciute persone delle quali avevo perso le tracce più di venti, trent’anni fa, e buon per loro. Certo che esordire dicendo “finalmente ti ho trovata!” non depone bene sul loro stato di salute mentale. Mah, comunque, a parte questo, niente, io con facebook non ho alcun feeling. Divertente la chat, ma allora ce ne sono altre, meno invasive della privacy, leggi che non devo farmi per forza individuare da chiunque passi per caso e offenderlo pure se stacco subito, conosco passatempi più divertenti delle chat.

Non sono social in rete perché non lo sono nella vita. C’è un mucchietto di gente bella e cara nella mia vita, ma non mi ci dilungo in chiacchiere, non è nel mio dna. E poi, quando devo perdere almeno due ore e mezzo al giorno in trasporti, nove al lavoro, un altro paio in faccende domestiche, mi dici dove lo trovo il tempo (e la voglia) di chiacchierare?

Il blog. Ah, sì, c’è il blog. E quella è un’altra cosa. E’ come un figlio nato storto, mica lo puoi abbandonare, o sopprimere. Mi si può dire di tutto, ma non che sia una madre snaturata.

Eh, beh. Non chiacchiero neanche nel blog, è un dato di fatto. Lo sto facendo ora? Parlo con me stessa. Anzi, sono le 23.29 sul mio portatilino. Mi sa che sto dormendo e questo è un flusso di coscienza. Esperimenti di scrittura automatica, come quelli dei medium che parlano coi fantasmi.

Entro quindi in un sogno, un altro, il sogno doppio rispetto a questo del flusso di coscienza. Sono una donna. Meno male, almeno quello, visto che di solito sogno in maniera veritiera e sconvolgente. In questo sogno non vedo l’ora di smettere di scrivere per andare a dormire. Ma sono abituata a scrivere di notte, tanto che di quando in quando bacio la tastiera e lo schermo per la buonanotte. Bello questo sogno: caro, mio indispensabile, come ogni sera, anche quando non te lo dico, buonanotte e sogni d’oro.  Chiudo gli occhi e scivolo nella terza scena. Nella terza persona, anzi, perché è un racconto in terza persona per la precisione. Indosso altri panni, gioco alla sconosciuta.

 
Per quanto dritta, la striscia bianca che mi cammina a fianco non possiede la qualità di un corpo solido. In altre parole, non mi attira il suo campo gravitazionale. Sono le leggi della fisica che lo dicono, e io lo confermo, lezione dopo lezione, ai miei studenti: è tutta una questione di massa.
La massa grande attrae sempre quella più piccola. E lei, a sua volta, in modo spesso neanche percettibile, attrae la grande.
Stavolta no. Quel segno è bidimensionale, e neanche se in lei ardesse la scintilla di una qualche miracolosa volontà, e se miracolosamente intendesse esercitarla, potrebbe mantenere allineata a sé la mia traiettoria.
Nemmeno se fosse dotato di una sua corporeità. Ché, in quel caso, potrebbe al massimo farmi rallentare, o trattenermi, non certo guidarmi nell’avanzare in parallelo a lei. Se fosse panna soffice montata, per esempio, non otterrebbe altro che il mio inginocchiarmi in terra, vinta dal desiderio di nutrirmi. E, certo, ai passanti fornirebbe un argomento di conversazione (“Questa la devi sentire: per strada c’era una pazza chinata a leccare ingordamente la striscia dipinta sull’asfalto, affianco alla carreggiata dove scorrevano le macchine. Hanno dovuto chiamare la neuro, poveraccia”).
Per quanto affamata, io, invece, non sono in grado di fermare il passo. Che ondeggia, sbanda, si fa lento, e poi riprende a marce serrate, sotto questo sole implacabile di metà luglio. Io devo, devo, devo, inesorabilmente, raggiungere la meta.
Mi appoggio al cofano di un’auto parcheggiata, la sede del Magnifico Rettore è qua vicino. Forse ho fatto una sciocchezza a non chiamare un taxi, mi sono fidata di una superficiale conoscenza di Milano. Avrei dovuto, colpa della fretta.
Ieri sera, dopo la telefonata, ho chiuso quattro cose in un bauletto e ho preso il primo treno. Sono arrivata dopo mezzanotte, e alla stazione non ho perso tempo. Giunta al piazzale, ho puntato subito all’albergo. Mi sono fatta consegnare la chiave e ho preso l’ascensore. Da quando ho lasciato Roma il cuore non ha smesso un attimo di battere all’impazzata. Mi sono vista nello specchio mentre il display enumerava i piani. Avevo un’aria orribile, era deciso: sarei andata immediatamente a letto.
E invece, due ore dopo ancora, fissavo la lucina rossa intermittente sul soffitto. Passavo e ripassavo quello che avrei dovuto dire con convinzione al Professor Carrier. Quella docenza valeva tutta la mia carriera, non avrei fatto altro che un’ottima impressione.
Non mi pesava di non aver mangiato dal pranzo del giorno precedente. Lo stomaco si era chiuso come per un appuntamento con un innamorato. E, in fondo in fondo, qualcosa di vero c’era, visto che a Milano avrei potuto vivere la vita che aspettavo da anni, quella con l’uomo che mi ha giurato eterna fedeltà.
Carrier, all’apparecchio, aveva sentenziato: “Ora o mai più”, e da quel momento in poi, il tempo si è avvolto a me come un elastico stretto. Sul letto sono rimasta vestita tutta la notte, col cuore in gola, lo stomaco ridotto a un gomitolo di filo, e neanche l’ombra del sonno a visitarmi.
Adesso che ho raggiunto quasi il portone, vedo tutto annebbiato. Che sia per colpa di Milano? Ma no. È luglio, sono le nove del mattino e il sole splende come non l’ho visto mai, da queste parti. Accidenti. Per mettere a fuoco la targa in ottone con la scritta, ci impiego due minuti. Poi guardo l’ora: sono in tempo solo se faccio le scale a due a due. Galoppo verso l’alto, sospinta da una folata che mi insegue dal portone aperto.
Suono, mi aprono, mi presento. Mi dicono di aspettare. La sala d’attesa è in ombra, ci impiego un po’ a recuperare la vista. Ci sono delle sedie, e un divanetto. Un ficus sghembo e floscio, due stampe moderne ai muri. Sento il sudore cristallizzarsi sopra la schiena: in alto un condizionatore spara aria gelata sul mio completo di lino tutto sbracciato. È a questo punto che avverto il primo spasmo. È ancora gestibile, mi lascio ricadere su una seggiolina.
Passi frenetici. Si approssimano scalpicciando a due a due. Prima i tacchetti della segretaria, la tizia che non ho nemmeno guardato in faccia entrando. Dietro di lei, un tumultuoso e sguaiato ritmo maschile. Dal suono direi un uomo sui novanta chili. Si apre la porta.
La faccia è quella di un giovane scoiattolo, sembra uno a cui non siano ancora cresciuti i primi peli. Di chili ne peserà una sessantina, povero lui. Alto due metri, mi sembra che non mangi molto.
Mangiare. Quant’è che non ci penso. Mi porge la mano: “Carrier”, mi dice. Io, in tutta risposta, mi slargo in un sorriso e esplodo, dallo stomaco, in un boato ritorto e zigrintato, pieno di anse secondarie ed echi, e gorgoglii. Tanto forte da coprire il suono della mia presentazione. Così ostinato, da vincere la volontà dei presenti di soprassedere. Talmente corporeo, da vincere la forza di gravità e costringermi a piegarmi su me stessa, per poi cadere in terra senza sensi.

Riprendo i sensi in treno, il mio sogno tipico, sul tragitto succede sempre di tutto: incidenti, sparatorie, invasioni di alieni, perdite di coincidenze. Uffa. Cambio, oplà. Il quinto sogno fascia il quarto di mani e gambe calde e uh… Non è per voi, pubblico del blog.

Tesoro mio. Il sesto sogno è su di te. Io sono nuda dalla scena precedente e lo sono solo perché ho davanti te. Tu sei un roveto grondante more appetitose. Ma more ancora così acerbe, da farmi desistere dal volerle cogliere, e poi tu appari così ostile, con la tua barriera di spine aguzze addosso. Non ho il coraggio di avvicinarmi.

Oltretutto ormai sono sveglia, non sarò così pazza da graffiarmi inutilmente. Ora devo alzarmi, mi dispiace non poter restare. Ho davanti a me una traversata in pantaloni e stivali sotto la pioggia.

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seiseisei

No che non lo so come va finire

7 maggio 2013

In occasione del primo anno di blog, mi regalo una poesia di Guido Catalano, col quale ho appena scambiato il mio primo tweet (ho ancora la pelle d’oca).

Spreading Fingers by Taylor Marie Meredith

Spreading Fingers by Taylor Marie Meredith

Ma bada di non credere di sapere come va a finire

Un anno

I nuovi indicatori e la rete

26 aprile 2013

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nuovi-indicatori

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Di seguito un’anticipazione dell’articolo accennato Qui e pubblicato oggi dagli amici di LIB21 .

Buona lettura.

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Ricette per un New Deal condiviso

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Ha smesso di farmi ridere chi dà tutte le colpe dell’instabilità politica di questi mesi alla rete. Ha smesso dopo che ho visto, in tre giorni di fuoco, frantumarsi il PD, lo storico partito che formalmente aveva vinto le elezioni politiche, per ben altri motivi che una valanga di tweet, e subito dopo, vuoi per una somma di eventi tragicomici, vuoi per immaginabili macchinazioni, o per influenze “esterne”, bloccarsi sul congelamento della situazione preesistente, quella che aveva scatenato il ricorso alle elezioni dello scorso febbraio.

Ha smesso perché, il giorno dopo il pasticcio che ha portato all’acclamazione del Napolitano bis, dai media (e dal PD, va detto) si sono levati cori unanimi di protesta contro, nientedimeno che la rete.

In effetti, questa veicola messaggi in modo molto diverso da quello tradizionale: non più decisioni “calate” da una minoranza di strateghi istituzionali sopra una maggioranza passiva e silenziosa, ma una somma di temi condivisitra il mondo “reale” e quello istituzionale.

[…]
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[Continua a leggere su LIB21]

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Ridere non serve a niente

3 aprile 2013

Parafrasasando Walter Siti, mi sta venendo il dubbio che a tavola, per strada, al bar, dal parrucchiere, e in tutti i luoghi di ritrovo reali o virtuali, tutti concentrati a esercitare il nostro proverbiale senso dell’umorismo, ci stia sfuggendo il senso di tutto il resto.

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uno

 Ubi minor
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“Mio nipote, nove anni, risponde a una chiamata di telemarketing:
– Mi scusi, ma non sono autorizzato a parlare di queste cose. Le passo mio fratello che è maggiorenne.
L’altro, tre anni e mezzo, afferra la cornetta e ci urla dentro:
– Ploonto. Io non sono autolizzato…
A quel punto, all’altro capo riagganciano. Capisci?!”
 
“Ahahahahah”
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due

Zuppa di risa

“Nel bar, all’ora di pranzo mi dicono:
– Oggi è il giorno del polpettone.
– Auguri! – Grido a tutto il personale.
Quelli non capiscono. Allora chiedo una zuppa.”
 
“Ahahahahah”
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tre

 Sòcial-democrazia
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“Senti senti, tre suicidi in 24 ore, Napolitano dopo i dieci saggi chiamerà Mazinga, come fecero per Alfredino, il PD fa a botte con sé stesso e intanto formula pensieri sconci su unioni proibite con il PDL.
E il Tweet più in voga sai qual’? #StayStrongGaga”
 
“Ahahahahah. Che l’è successo mo’, poverella?”

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Riso amaro

5 marzo 2013

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Ieri avevo gonfiato le gomme alla pieghevole, volevo tornare a usarla, visto il bel tempo e l’aria marzolina. Avevo controllato le luci, i freni,  dato una spolverata a sellino e manubrio, ma poi, per un presentimento, ho lasciato perdere. Meglio così, perché a sera sono arrivata con un maldischiena atroce, l’autobus del ritorno, anche se in compagnia della mia amica Marzia, è stato il colpo di grazia. E oggi mi ritrovo a casa, devo stare il più possibile sdraiata, quindi utilizzerò meno energie possibili su questo post, mi scuserete.

La mia maggiore fonte di distrazione, oltre a La Strada di Cormac McCarty che però, causa crisi di panico indotte dalla lettura, devo interrompere spesso, sono i tweet.

Mica l’avevo capito prima il potere di un tweet ben formulato. Un aforisma che coglie l’essenza del contemporaneo, creato sul momento da menti geniali o fortunosamente tali per un momento solo della loro intera esistenza. Leggerli in sequenza, apprendendo le notizie e le loro sfaccettature, è davvero un’esperienza da fare. Tanto più che i tizi che seguo in genere non parlano di fatti personali. E questo aspetto che distingue Twitter da Facebook, me lo rende simpatico, ‘sto social network.

Per esempio,

Galatea

Tweet nel quale Galatea Vaglio reagisce alla bestialità affermata di Roberta Lombardi, neoletta capogruppo alla camera del M5S.

Ma anche:

Asino morto

Che sullo stesso argomento è un cortese richiamo alla Storia di Asino morto.

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Che oggi, tormentata dai dolori (ma non abbattuta, tranquillo, ci vuole ben altro) , non avevo testa di seguire i notiziari. Piuttosto continuava a tornarmi in mente la conversazione di ieri con Marzia, la mia collega trentaduenne, dolce come Biancaneve, precisa come il Grillo Parlante, innamorata come Cenerentola del suo Amò, col quale è andata a vivere da poco. E col quale ha fatto di recente un viaggio a Bali.

– Non saremmo mai tornati. Un posto da sogno. Non per il mare, che non è bello, troppe onde, forse bello per i surfisti. Ma per la calma, la gente che ti sorride anche se non ti conosce, che ti fa favori in cambio di pochissimi spiccioli. Poi ci sono quei negozianti che mettono delle offerte di fiori e cibo davanti ai negozi tutte le mattine. E che pregano, come preghiamo noi, ma più volte al giorno le loro divinità.

– Induisti, giusto?

– Si, credo, ma insomma, mentre noi preghiamo per dovere, loro lo fanno per un’esigenza interiore.

– Si vede che sono proprio disperati.

– Macché, è tutta gente talmente serena e semplice che all’inizio ti sembrano anche – pausa per guardarsi attorno, e poi, in un filo di voce – Ritardati. Ma non lo sono, dopo un po’ ti ci abitui e non vorresti mai venire via da lì.

– D’altra parte sono talmente poveri e senza gli stimoli di una società complessa come la nostra che è normale che sembrino “in ritardo” rispetto ai nostri tempi di reazione.

– Giusto, però dev’essere proprio qualcosa di innato, perché lo vedi che loro sono proprio felici.

– Come sarebbe a dire “felici”.

– Sì, per esempio, vanno a lavorare tutte le mattine nelle loro risaie, no? E lo fanno sorridendo.

– Ma, scusa, chi lavora nelle risaie, le donne?

– Sì, le donne, e anche i bambini.

– I bambini. Ma guarda che non possono essere felici di questo, al più saranno abituati, io ho una parente mondina che mi racconta di essere contenta di averlo fatto per poco, da ragazzina giovanissima. Ore china sulla risaia, con i caporali che controllavano, la fame, le malattie, la paura degli stupri…

– Mondina? Risaia?

– Non… non conosci le mondine? I canti delle mondine, Sciùr padrun da li beli braghi bianchi. Le ragazze che lavoravano in risaia fino a metà Novecento. Si divertivano talmente a spezzarsi la schiena in ore e ore immerse nei campi allagati a rischio di malaria, che furono tra le prime lavoratrici a rivendicare diritti sindacali. E divennero famosissime per questo.

Biancaneve aveva alzato le spalle e le maniche a sbuffo avevano quasi raggiunto il fiocco sulla sommità del suo capo.

– Non sapevo nemmeno che in italia si coltivasse il riso.

Trentadue anni, italiana, donna, laureata, un buon lavoro, ha sicuramente votato due domeniche fa. Poi uno si meraviglia che venga rappresentata da persone che, a voler essere buoni, non conoscono la Storia.

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Che male, che reni spezzate. Torno a sdraiarmi e guardo un cartone animato, che è meglio.

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Più osservi una cosa, meno ne sai

10 febbraio 2013

“Inside è un posto fuori dal mondo” e lì mi aggiro, nolente e incapace di liberarmi del principio di indeterminazione frogproduction.blogspot.com/2013/02/blog-p…

— Francesca Perinelli (@frperinelli) 10 febbraio 2013

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Una specie di reblog, e i miei primi passi su Twitter.
Comunque, si resta in osservazione per non bruciare tutto. Accettando il fatto che anche l’osservazione non sia neutrale. Sapendo che non servirà a molto. Con l’esperienza si può imparare ad affrontare il cambiamento, se proprio non lo si ha nel sangue.
Che sole stamattina, che cielo terso.
Buona domenica.

sul lago

Nemmeno appesa

4 febbraio 2013

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Ma così… Lo chiedo giusto perché mi avete fatto scendere in campo tutta discinta, manco mi stessi candidando io, dico. Almeno un’alzata di spalle, una pernacchia, una parolaccia. Non me la meritavo? Una testata, una ginocchiata in bocca, uno sputo, almeno?

Sara Brilli1

Non sono io, io mi vergogno, ma Sara Brilli, che queste cose le insegna anche a me

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Non era dovuta, ok. Non a me, d’accordo ci sto, c’è di meglio in giro. Ma neanche a Michele Lucente o Marco Cattaneo? Non ai 1.510 membri del gruppo fb “Dibattitoscienza”? Non ai circa 60 milioni (esclusi loro stessi e i loro parenti e affini) coinvolti direttamente in quanto loro diritto /dovere partecipare al voto, è dovuta una risposta?

I dieci quesiti posti ai candidati alle politiche che si terranno tra 20 giorni vengono pubblicamente affrontati in queste ore su Le Scienze, Dibattitoscienza.it, Cronachelaiche e altri siti di informazione, da chi ha considerato quantomeno utile alla propria immagine pubblica dedicarsi a rispondere.

Vale a dire Bersani, Giannino e Ingroia. Se ne sono guardati bene invece Berlusconi, Grillo e Monti.

Marco Cattaneo, giornalista scientifico e direttore di Le Scienze, Mente e Cervello, National Geographic Italia ne ha scritto in modo tristemente chiaro nell’articolo La scienza, l’informazione, la politica. E lo sfascio  (vi invito a leggerlo).

La solita, mistificatrice, separazione forzata di Scienza e Cultura (al Sole 24 Ore non è mancata materia di “dibattito”) aiuta a tenere il paese in una mortificante condizione di sudditanza intellettuale da chi grida opinioni, spacciandole per verità. E facilitando il compito ai prossimi governanti, ai quali basterà continuare a propinare panem (quello ancora non scarseggerà per un pezzo) et circenses per mantenere sotto controllo il malcontento.

Scienza e Cultura ridotte a cagne messe in competizione per i non pochi ossi costituiti dai finanziamenti pubblici. Che ovviamente, finiranno in tutt’altre tasche.

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In questi giorni è in corso una nuova iniziativa, rivolta a chi ha fatto mancare la propria risposta. Perché sappiano che la loro evasività non passa inosservata. Perché se è notizia recente, lo ricorda Cattaneo, che 30.000 persone hanno dormito all’addiaccio a causa, non tanto dell’informazione ricevuta su probabili scosse di terremoto, quanto piuttosto dell’incertezza circa la tenuta antisismica delle proprie abitazioni, è criminale ignorare che terremoti, frane, alluvioni, tanto per restare nel settore idrogeologico, e le loro più terribili e reiterate conseguenze hanno un denominatore comune: la deviazione dei flussi di denaro pubblico che sarebbero necessari ad avviare un circolo virtuoso di azioni preventive. Non rispondere, è ammettere implicitamente l’intenzione, in caso di vittoria elettorale, di assicurare la propria connivenza allo status quo.

La “fuga dei talenti” dall’Italia, è una realtà di proporzioni impressionanti. E c’è lo stesso chi ha il coraggio di non non rispondere, adducendo, quando va bene, motivazioni di scarsità di tempo? La rabbia, probabilmente, è il vero motore di questa nuova iniziativa di mail bombing. Un sentimento e un esito ai quali mi associo.

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Sì, perché quelle proposte da Dibattito Scienza non sono astruse domande di fisica quantistica o di biologia molecolare. Sono domande le cui risposte indicano la direzione che si vuole dare al futuro del paese. Sono domande di sostanza, che parlano di società, di sviluppo, di innovazione, se uno le sa leggere.

Non possiamo accettare che chi si candida a governare l’Italia pensi di potere tranquillamente soprassedere questi argomenti. Vi chiediamo quindi di contattare con tutti i mezzi a vostra disposizione Silvio Berlusconi, Mario Monti e Beppe Grillo per chiedere conto delle mancate risposte.

Qui di seguito qualche contatto:

– Silvio Berlusconi: pagina Facebook https://www.facebook.com/SilvioBerlusconi?fref=ts, profilo Twitter https://twitter.com/SBerlusconi2013, sito internet https://www.forzasilvio.it/;

– Mario Monti: pagina Facebook https://www.facebook.com/MarioMonti.ufficiale?fref=ts&rf=148403421850780, profilo Twitter https://twitter.com/SenatoreMonti, sito internet http://www.agenda-monti.it/;

-Beppe Grillo: pagina Facebook https://www.facebook.com/beppegrillo.it?fref=ts, profilo Twitter https://twitter.com/beppe_grillo, sito internet http://www.beppegrillo.it/.

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