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Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

Mia nonna e la successione quotidiana

2 novembre 2014

Prima mi ero affacciata in balcone, per dare un’innaffiata al gelsomino stitico, il rampicante che abbiamo intenzione di sradicare del tutto a breve, ma intanto che c’è, in balcone, mi pare giusto trattarlo da essere vivente, allora devo confessare che in realtà mi ero affacciata perché l’aria oggi è così bella, di domenica mattina a Roma, che mi è sembrato giusto pure trattare me stessa, come un essere vivente. Il gelsomino è venuto dopo.

Poi ho sentito una vocina, era mio figlio, là sotto, che parlava con il padre mentre si allontanavano in strada per andarsene a spasso e io, a sentire quella vocina, ho pensato subito: “Aveva proprio ragione mia nonna”. Aveva ragione sul fatto che i bambini meritino considerazione. Io li considero perché penso che siano le poche persone al mondo a meritare considerazione. Lei non lo so perché.

Per tutto il tempo che l’ho conosciuta, vale a dire un buon terzo della sua esistenza, l’ho vista trattare con amore soprattutto i bambini, compresi quelli sconosciuti. E io a mia nonna do credito, nel senso che per me ha importanza ancora oggi, che è quindici anni che è morta, chi trattava bene in vita. È stata in pratica il mio terzo genitore, e se devo pensare a qualcosa rispetto alla quale fare un paragone subito subito, come ad esempio per la questione di prima, ricorro spesso a lei.

E poi sono rientrata in casa soddisfatta, avevo l’impressione di aver fatto bene a pensare quella cosa lì, che i bambini al mondo sono forse le persone che meritano più attenzione. Per tanti motivi tutti miei, non ultimo il fatto di trarre piacere dalla loro vicinanza, sentirmi rigenerata, trovare la forza di fare qualsiasi cosa per far star loro bene, come se mi fossi alzata dal letto dopo otto ore di sonno solo poco prima. E questo mio pensiero, rientrata in casa e richiusa la porta-finestra del balcone, avevo sentito che non valeva solo per me, ma che poteva essere un valore universale, di quelli che guai a dimenticarseli, si perderebbero punti di umanità e si retrocederebbe sul tabellone del Gioco dell’Oca dell’evoluzione.

Avevo fatto bene, sicuro, e chi mi dava l’autorizzazione a pensarlo era proprio lei, mia nonna, ovunque si trovasse. Probabilmente scrivo quello che scrivo su di lei, ora, proprio quassù sul blog perché io, dentro di me, ho questa credenza: che i morti si aggirino per internet, che non sia vero che i vecchietti, meno che mai quelli vissuti in tempi molto lontani dai nostri, non si intendano di queste cose moderne.

Ne ero così convinta già un bel po’ di tempo fa, che poco dopo la morte di mia nonna mi ero messa a cercarne traccia su Google. E l’ho trovata. Anche lei aveva avuto delle pubblicazioni all’attivo. Scriveva di imposte e tributi su certi libri dalla copertina bianca, me li ricordo ingialliti dal tempo e impilati nello sgabuzzino di casa sua, accanto alle copie della settimana enigmistica. E, come queste ultime, alla sua morte non sapevamo che farcene, perciò li abbiamo buttati tutti senza starci tanto a pensare.

Eppure, com’ero contenta quando ne ho trovata una copia in vendita, che mi è balzata all’occhio come se si trattasse dell’ultimo di Paolo Nori. C’era scritto:

RASSEGNA DI GIURISPRUDENZA SULLA IMPOSTA DI SUCCESSIONE. Milano, Giuffrè, 1958.

PINCHETTA PINCOPALLO Enrietta (a cura di).

Usato ⁄ Brossura ⁄ Prima edizione

Quantità: 1

Da: Studio Bibliografico Pesca s.a.s. (Grosseto, Italy)

Valutazione libreria: 4 stelle

Me la sono accattata subito, voglio dire, mi sono precipitata a spendere quei quattro soldi per una pubblicazione di cui non avrei saputo che farmene. È solo che pregustavo il momento, che poi di lì a poco è arrivato veramente, in cui il postino avrebbe suonato per la consegna e avrei aperto la porta pensando “Evviva, è arrivata nonna!”. Poco conta che, al dunque, nonna nel frattempo risultasse aver preso un aspetto mascolino, masticasse a bocca aperta una gomma, cosa che una signora come lei non penso abbia mai fatto in vita sua, e mi chiedesse di mettere una firmetta lì, come se non fosse vero che non ci incontravamo più da anni.

Quando ho avuto tra le mani il suo libro, e constatato che neanche sarei riuscita ad aprirlo senza tagliare le pagine ancora attaccate insieme a due a due, prima di impacchettarlo e riporlo su uno scaffale remoto della mia libreria, ho avvertito mia madre della conquista, e poi mia sorella, e abbiamo gioito insieme per qualche minuto, come se avessi assistito a una specie di miracolo, prima di ricomporci e passare a parlare d’altro.

Ecco, più o meno è questo il modo in cui penso, praticamente ogni giorno, a mia nonna. E sono rientrata dal balcone così, con l’impressione di averla vista solo poco prima. E mi è sembrato bello essermi resa conto di aver pensato a lei ben prima di ricordarmi che oggi è il due novembre.

Per questo, nonna, ho cercato il modo di fartelo sapere.

82.5

26 aprile 2014

[QUATTROLeggi dall’inizio]

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Diario
Venerdì 25 aprile
6.25       Nel dormiveglia sento chiudere la porta dell’appartamento.
8.00       Ottantadue rientra, si siede e posa un mazzo di fiori di campo sul tavolo in tinello, dove gli ho fatto trovare una colazione casalinga: the, biscotti, pane, marmellata. Mi chiede di tornare a casa, dice che qui non si trova più bene, che ormai è cambiato tutto. Non approfondisco, gli dico solo che sono d’accordo, per motivi diversi dai suoi avverto anche io la stessa sensazione.
10.00     Saldiamo il conto e telefoniamo agli amici: ci scusiamo tanto ma non possiamo trattenerci.
10.30     In macchina Ottantadue si addormenta quasi subito e non si sveglia più fino alla meta. Accesa un po’ di musica, io guido senza fretta e senza interruzioni. Starò con mio fratello finché non torna Jole.

 

Abbiamo caricato i bagagli in macchina e ci siamo messi in moto. Unica breve sosta all’inizio del viaggio, per comprare panini e bibite da consumare in cammino. Ottantadue mi ha aspettata a motore acceso, appena sono scesa mi ha colpita un’ondata di calore radioattivo, i dintorni avevano assunto una colorazione ultravioletta, grazie alla quale gli abiti dei villeggianti e quelli dei residenti erano tornati a somigliarsi molto. Le rane si erano accomodate sullo sfondo, mentre davanti stavano accampati il bom-bom-bom di un basso da discoteca pompato da non lontano, le strilla di bambini e genitori isterici, abbai di cani e rombi di motociclette. Mi girava la testa, sono tornata il prima possibile alla guida.

Grottini, 25 aprile 2014

 

Vincenzo,

quante volte ti ho già chiesto di insistere col Direttore di questo posto, o chi per lui, per fare in modo di allacciare il cimitero alla fibra ottica? Ce l’ha tutto il paese, non dire fesserie, ti sento quando mugoli lassù le tue ridicole scuse: “Non esiste un Direttore, non esiste un Direttore…” La verità è che sei vergognosamente pigro, tu sei una nullità, Vincenzo, come tutti quelli della tua generazione. Non inventarti niente questa volta, o lo so io che Santi faccio scendere dal Cielo! Quant’è vero Iddio ti faccio di nuovo venire a tirare le orecchie nel cuore della notte e stavolta non te la caverai con un paio di visite dallo strizzacervelli. Ti ho detto e ripetuto che non riesco ad allacciarmi al wifi del residence che abbiamo qua davanti, è inutile che ogni volta che passi mi ridai la password, perché, te lo ripeto, non funziona. Non funziona da agosto, o te lo sei scordato? Ormai è quasi un anno e nessuno ha fatto niente per ripararlo, e poi non vedo perché dovrei agganciarmi alle reti altrui come un pirata. Sono arrivata alla mia bella età a tirare le cuoia perché mi sono sempre comportata onestamente. Pagando il giusto, ma pagando sempre, per ciò che mi serviva. Dicendo pane al pane e vino al vino. E seminando calci in culo quando necessario, caro mio! Tuo padre lì in Germania dovrebbe scendere più spesso a darti una raddrizzata, dall’alto dei suoi sessant’anni di lavoro duro. Tu hai preso da quella pappamolla di tua madre, mi sembra chiaro. Ma me lo devi, idiota. O credi che te ne stai a sbafo nel tuo bel paesello per grazia ricevuta? Tu, questa eredità, in qualche modo me la devi ripagare, Vincenzino mio. Quindi: grazie per la passata di straccio e per aver dato una rastrellata al ghiaietto. Ma cerca di risolvere in fretta, non posso vivere così isolata, qui è un mortorio, te lo garantisco. E poi, ultimamente si è fissato con me uno squilibrato, uno dell’età tua. Un gerontofilo, mi pare. Mi porta fiori che sanno di gas di scarico e piscio di gatto, e canta strane canzoni stonatissime, come se non potessi sentirlo. Ma che vuole? Mi sembra di impazzire. Oggi ho dovuto assestare un gran colpo dal basso, per impedirgli di riempirmi nuovamente il vaso di schifezze. Di energie ne ho ancora parecchie, capisci bene. E io da qui, se voglio, ti scateno un casino che neanche te lo riesci a immaginare. Vedi cosa puoi fare, quindi, e fallo presto.

La tua scocciatissima

nonna Alfonsina.
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La privacy di Tobin

12 febbraio 2014

(Ragionamento in forma di mesh up: “Il senso della privacy ai tempi di internet” di Jaron Lanier Vs. “La palma di Tobin” di O. Henry*)

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Quindi cercherò oltre, una volta finito “I Booddensbrook” mi infarinerò con uno spesso strato di filosofia zen, … non prima di aver familiarizzato con l’analisi bioenergetica di A. Lowen, W. Reich fino ad arrivare a Freud. Senza dimenticare di costruire solide basi di stoicismo e filosofia taoistica.(**)

Quindi cercherò oltre, una volta finito “I Booddensbrook” mi infarinerò con uno spesso strato di filosofia zen, … non prima di aver familiarizzato con l’analisi bioenergetica di A. Lowen, W. Reich fino ad arrivare a Freud. Senza dimenticare di costruire solide basi di stoicismo e filosofia taoistica.(**)

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Io con la testa ci sono e non ci sono.

«Che sia dannato» faccio a Tobin, «se riesco ad applicare il metodo scientifico a questa storia della privacy, ancora troppe incognite, malgrado Snowden e gli altri, proprio non ci riesco».

Noi due, Tobin e io, ce ne andammo a Coney, un giorno, e fra me e lui avevamo quattro dollari, e Tobin aveva bisogno di distrarsi. Per via di Katie Mahoner, la sua fidanzata, di County Sligo, che era scomparsa da che era partita per l’America tre mesi prima […]

«Fregatene,  ancora con questa fissazione con le prove provate. Apri la mente, se proprio non credi al soprannaturale, almeno segui qualche teoria, una filosofia, affidati all’introspezione, considera gli aneddoti… Uh… » E si interrompe con un sospiro penoso. È quasi impossibile cercare di distrarlo.

Davanti a un casotto di sei metri per otto, Tobin fa alt e gli occhi gli si fanno più umani.

«Qui,» dice «penso che mi divertirò. Mi farò investigare la mano dalla prodigiosa chiromante del Nilo, e vediamo se accadrà quel che deve accadere». […]

«Uomo,» dice madame Zozo «la linea della tua mano mostra […] che non sei arrivato a questo punto della vita senza malasorte. E dell’altra te ne toccherà. Il monte di Venere, o t’ha ammaccato una sassata?, dice che sei innamorato; la tua ragazza t’ha dato dei dispiaceri».

«Sta parlando di Katie Mahoner » mi sussurra Tobin a gran voce.

«Vedo,» dice la chiromante, «dolore e tribolazioni per colpa di una che non puoi dimenticare. Vedo che le linee indicano nel tuo nome le lettere K e M ».

«Hai sentito?» mi dice Tobin.

«Fa’ attenzione» continua la chiromante «ad un certo uomo nero e a una donna bionda; che te ne verranno guai. Presto farai un viaggio per acqua e subirai un danno finanziario. Vedo una linea che ti porta buona sorte. Un uomo entrerà nella tua vita per portarvi la fortuna: lo riconoscerai dal naso arcuato».

«C’è anche il nome?» […]

La chiromante guardò la mano, pensosa. «Qui il nome non c’è, però le linee dicono che è un nome lungo, e dovrebbe esserci la lettera ʽoʼ […]»

M.me Zozo, lei per esempio, ha usato l’intuizione umana per dedurre i fatti di Tobin e predire le sue mosse, non disponeva certo di un dossier su di lui, non lo aveva mai visto prima. Né può contare, non essendo né ricca, né potente, su sistemi statistici basati sui Big Data.

Il suo mestiere sfrutta quelli come Tobin, disposti a cedere notizie di sé in cambio di vantaggi effimeri, percepiti come più importanti di quanto non sia il loro valore reale.

D’altro canto, non c’è storia: gli studi mettono i fatti dalla parte di Madame Zozo. Altro che il “precrime” di Minority Report che viene sbandierato come già possibile.

Lei fa come il T9: completa i frammenti di informazione carpiti ai clienti, usando come database l’esperienza unita al ragionamento umano, per il momento molto più efficace di qualsiasi algoritmo.

Visto che, più che l’accesso alle informazioni, conta la potenza di calcolo, la chiromante del Nilo è la prova vivente che i sistemi di sicurezza nazionale sono ben lontani dall’anticipare i crimini.

E la fiducia propagandata con la terminologia da “divinità onnisciente”, può fare grossi danni.

Come le assicurazioni sanitarie USA, che dopo aver evitato i clienti più a rischio con complessi calcoli statistici applicati a enormi quantità di informazioni sugli ignari richiedenti, da quella stessa complessità sono stati travolti, per non aver saputo gestirla.

Ma niente in confronto alla nostra grande recessione, l’esempio più lampante. Persone ridotte a modelli e bersagli per la pubblicità di mutui e crediti, e automatismi degni della fantasia di Dick: così la finanza incompetente ha fottuto sé stessa e il resto del pianeta.

Pensate che la gente abbia capito?

Il mio amico Tobin, oltre che senza soldi, è ancora per la condivisione estrema, un sogno egualitario che non prevede rendite di posizione. Infatti dà subito una prova di condivisione di botte.

Mentre ci schiacciamo per infilarci sul traghetto, un negro pianta il suo sigaro nell’orecchio di Tobin, e ci sono complicazioni […]

Un occhio nero a testa, e ciascuno se ne va contento. Anche io ho sempre avuto il mito della condivisione gratuita, ma ormai ho letto troppo, e non è più così.

Se gli smanettoni e i cyberattivisti, così come i social network, predicano la condivisione ma poi bloccano la libera circolazione delle informazioni su sé stessi, vorrà dire qualcosa.

Sul traghetto di ritorno, quando c’è l’uomo che grida «Chi vuole il cameriere?» Tobin vuol dichiararsi colpevole, muore dalla voglia di soffiar via la schiuma da un boccale di birra ma, quando si fruga in tasca, si trova assolto per insufficienza di prove. […]

Su un sedile, appoggiata alla ringhiera, stava una giovane donna con completo per automobile rosso e capelli color ambra immacolata. Passandole accanto Tobin, senza intenzione, l’urta col piede, e […] mentre si scusa ceca di far la mossa col cappello. Ma gli dà una botta, e il vento se lo porta via, in mare. […]

Ecco, Tobin mi prende per un braccio, e dice, eccitato: «Jawn,» dice «Sai che stiamo facendo? Stiamo facendo un viaggio per acqua». […]

«Ascolta,» dice Tobin «non hai orecchie per il dono della profezia o i miracoli degli ispirati. […] Sta accadendo tutto, davanti ai nostri occhi. “Attenzione” dice “all’uomo nero e alla donna bionda. Ti daranno dei guai”. […] E dov’è finito il dollaro e sessantacinque che avevo nel cappotto dopo il tiro a segno?»

Al modo come la metteva Tobin, sembrava corroborare l’arte della predizione, sebbene a me sembrasse che accidenti di quella sorta a Coney potevano capitare a chiunque, senza che c’entrasse la chiromanzia. […]

All’angolo di una strada, sotto un lampione a gas, intento a guardare la luna sulla sopraelevata, c’era un uomo. Un tipo lungo, ben vestito, col naso che andava su e giù due volte, dal principio alla fine, come un serpente. […]

«Buona notte a voi, signore» disse Tobin all’uomo. Quello si toglie il sigaro di bocca e ricambia i saluti, tutto socievole.

«Vorreste dirci un po’ il vostro nome,» dice Tobin «per vedere quanto è lungo? Può darsi che sia nostro dovere fare la vostra conoscenza».

«Il mio nome» dice l’uomo, cortese «è Friedenhausman, Maximus G. Friedenhausman».

«La lunghezza è quella giusta» dice Tobin. «Lo scrivete con una ʽoʼ ?» […]

Appunto.

Chi raccoglie ed è in grado di manipolare i dati personali  ha in mano una leva del potere, legittimata dalla ignoranza di chi, come il mio amico Tobin, concede i propri dati personali. Che equivalgono a beni, con un valore monetizzabile, in teoria.

Qualcuno dice che, per non rinunciare alla libera circolazione, basterebbe utilizzare reti più piccole, autogestite e svincolate dai sistemi di trasporto dati planetari. Ma è un’autarchia che mi sembra impraticabile su vasta scala. E poi, qual è la libertà nel ghetto?

C’è anche chi sostiene che, se l’accesso a pagamento ai dati personali venisse istituzionalizzata, renderebbe più equa la distribuzione della ricchezza e meno incontrollabili i risultati delle speculazioni.

Immagino la conversazione con Madame Zozo:

«Mi direbbe se per caso soffre per amore?»

«Glielo dico per cinquanta dollari.»

«Oh, beh, probabilmente oggi pioverà. Rischia di bagnarsi, si ricordi di prendere l’ombrello. Mi deve 50 cents».

Eppure, mi domando: se uno squattrinato come Tobin sarebbe disponibile a farsi pagare, sarebbe altrettanto disposto a rinunciare alle proprie illusioni? E come convincere i colossi della rete, o i manipolatori dell’alta finanza ad accettare passivamente una così devastante restrizione del proprio campo d’azione? Senza una vera spinta popolare, che contrasti l’influenza delle lobbies sulle istituzioni, anche questo scenario non mi sembra realistico. Mi scoppia la testa, non se ne esce proprio.

«Bene, voi due,» dice l’uomo col naso, guardando in su e in giù se per caso ci fosse una guardia «Ho goduto immensamente della vostra compagnia. Buona notte». […]

«Ascoltate, uomo,» dico io «[…] cercate di capire la mia posizione in questo pasticcio. Secondo le mie idee, io sono amico del mio amico Tobin. È facile essere amico dei fortunati, perché rende; non è difficile essere amico dei poveri perché quelli vi gonfiano di gratitudine come un pallone, e poi ti fai fare il ritratto davanti al povero abituro con un secchio di carbone ed un orfano per mano. Ma mette a dura prova l’arte dell’amicizia far da amico ad uno sciocco nato. Ed è quello che sto facendo […] ed io lo assisterò nell’esperimento finché non si sarà persuaso che da voi non c’è da ricavare proprio niente». […]

Perché, alla fin fine, il punto è questo. Io sono disposto a credere alle favole, alle credenze, alle dicerie, alle deduzioni illogiche, se può tornare utile. Un vero amico è quello che ti segue anche dietro il sipario dell’assurdo, sapendo che, al termine del viaggio, lo attenderà comunque una delusione. Perché vorrà essere con lui per sostenerlo.

«Dovete sapere» dice l’uomo del destino «che il mio lavoro è di tipo letterario. Io vado in giro di notte cercando estrosità tra le folle e verità nei cieli.» […]

E poi l’uomo dice che deve andare a casa, e ci dice di accompagnarlo. […]

Io con la testa ci sono e non ci sono. Quasi direi a Tobin di girare i tacchi e andarci a bere qualcosa da soli. Ma lo vedo così determinato, immagino l’impatto dello smacco che sta per subire. L’uomo riprende, dopo una breve passeggiata in nostra compagnia:

«Vi prego di entrare nella stanza dell’interrato dove possiamo pranzare e partecipare a un conveniente rinfresco […] scendete questi gradini, […] io intanto entrerò dalla porta di sopra, e verrò ad aprirvi. Dirò alla nuova ragazza che abbiamo in cucina» dice «di farvi un bricco di caffè prima che ve ne andiate. Per essere arrivata tre mesi fa dall’isola, Katie Mahorner fa proprio un buon caffè. Entrate,» dice l’uomo «la mando subito da voi».

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*) Estratti dal racconto “La palma di Tobin” in O. Henry, “Memorie di un cane giallo e altri racconti” A cura di Giorgio Manganelli – Piccola Biblioteca Adelphi, 1980

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**) Illustrazione e citazione tratte dalla graphic novel di Alice Socal “Luke. Anche i cattivi invecchiano”  – Giuda edizioni. Una bella recensione si può leggere QUI.

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L -3

15 dicembre 2013

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Virale vs. Virtuale

Un moai

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Ti guardo, ma è come essere sott’acqua.

Attonita, un moai dell’Isola di Pasqua.

Stare male ha i suoi vantaggi:

Senza droghe fai bei viaggi.

Mi attraversa l’onda che tutto risciacqua.

 

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La salute viene dal contagio, qualche volta. Ogni tanto bisognerebbe mangiare la caramella caduta a terra. Lasciare le mani sporche quando si va a tavola. Non scartare il verme trovato nell’insalata.

La pediatria moderna raccomanda di non sterilizzare troppo gli oggetti a contatto col bambino. Per rafforzarne il sistema immunitario. I pediatri dicono anche di non lasciarlo solo con internet. Si perderebbe esperienze concrete e formative.

Anche Franzen raccomanda agli scrittori di non giocare troppo con la rete. E per motivi simili a quelli consigliati ai bambini. Inutile opporre che se ne può fare a meno quando si vuole. Il virtuale esige continuità e reiterazione.

Non è per marketing che lo scrittore immola la propria riservatezza perdendosi dietro a Twitter e fratelli. Ha scritto questo, oggi, Ida Bozzi su La lettura. Vero, corretto. Lui vuole aderire a una “Società delle menti”, che però è definita subito utopica e virtuale.

Che uno pensa di star sporcandosi le mani, di irrobustire le fila dei propri anticorpi, come per contatto con la vita vera, mentre in realtà si isola in un contesto sterile, fa esperienza di web. Di web, non di vissuto.

Si stanno concludendo i miei primi 20 mesi di Wp, un po’ meno di Twitter, fb e altri social. In tutto questo tempo sono stata in ottima salute fisica, ma ho subito imprevisti danni immateriali. Non sapevo come uscirne.

Allora, come cura d’urto, ho cercato e mangiato il verme dentro l’insalata.

Sapeva di terriccio, era buonissimo.

Ora sto bene. Per la prima volta dopo tanto tempo mi devasta un potente quanto implacabile raffreddore.

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Dipendere da una coperta telematica

8 ottobre 2013

Caro weblog,

oggi sono andata in giro senza smartfono.

L’avevo dimenticato a casa. Prima di uscire ho fatto il cambio di borsa e, nella concitazione del ritardo, ho scordato di portarmi dietro proprio lui.

E così, mi sono aggirata per corridoi, scrivanie, ascensori, bagni, con le mani libere. Ho parlato con la gente, sono stata perfino cooptata in una riunione nella quale non capivo niente, non era materia mia, senza la possibilità di distrarmi navigando.

A metà giornata ero cotta.

Grazie al pc ho aperto una gran quantità di finestre, e su ciascuna ho caricato un social network. Mi sono data alla socializzazione compulsiva, perfino Paolo Mastrolilli, un giornalista de La Stampa ha retwittato un mio inutile commento. Lui aveva intervistato Jonathan Franzen (due gradi di separazione: bingo!) è uno dei miei autori preferiti, che da qualche tempo va in giro dicendo che i social network (in particolare Twitter) sono stupidi e creano dipendenza.

Io a Mastrolilli ho solo detto, in sintonia con Juan Carlos De MartinFranzen ha ragione da vendere. Ma passare al fanatismo iconoclasta è un attimo.” Che normalmente è un pensiero che avrei tenuto per me, vista l’inutilità di esprimerlo al vento. E il giornalista, in piena contraddizione col pensiero dell’intervistato, mi ha ritwittato pure.

Poi ho guardato l’ora, e sono scappata fuori. Il cielo era celeste e sgombro, ed era pure caldo, ma non so com’è, stava piovendo. Sai quando la pozza d’acqua è tutta picchettata di goccioline, che sarebbe bastato chiudere l’otturatore (vabbé, intendevo dire: selezionare l’opzione “sport”) per fermare l’attimo, come potevo fare?

Ho fotografato tutto con gli occhi, senza la fotocamera da viaggio, incorporata dentro lo smartphone. Ma dopo un po’ ho smesso, e ho iniziato a fare caso alla postura che tenevo mentre camminavo, a quello che mi ricordavano le strade che mi portavano a tornare dopo tanto tempo in quella certa libreria, ho perfino ascoltato i monologhi di Lola sopra il figlio fatti a bassa voce in mezzo al traffico.

– Finalmente mi dai retta.

– Che hai detto? Eh? Alza la voce!

Il libro non me l’hanno consegnato, sono tornata indietro a mani vuote, ci dovrò ritornare. Pazienza, le mani le ho ficcate nelle tasche, il cielo era sereno, l’aria tiepida, ho dato uno sguardo attorno, e tutti erano impegnati a digitarsi l’uno con l’altro a testa bassa.

Linus

Scegliersi il Santo

4 ottobre 2013

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Oggi ho attraversato ali di folla osannanti, tutta gente che girava in massa -banchi di orate, come ne ho visti tanti in mare aperto- chiedendo “Ci sono Franceschi? Francesche, qui?” Uno sguancettio, uno schioccare che neanche al mio compleanno, guarda.

– Fanno sempre così?

– Oh, demone…. Quanto tempo! Macché, è la prima volta. Vedessi le facce, poi. Come se avessi partorito o vinto un Nobel. Roba che ho dovuto smettere di dire “Sì, è il mio onomastico, però a me non importa, non sono nemmeno cr…” Erano troppo felici. Troppo.

– Troppo?

– Eh. Troppo, sì.

Allora mi è venuto da pensare che magari è l’effetto @Pontifex che li esalta. Immagino che già tra un paio di stagioni gli effetti pratici della popolarità del nuovo papa saranno resi noti dalle Anagrafi. Chissà.

E allora dopo un po’, per trarmi fuori dall’impaccio, ho preso Savio per il gomito e me lo sono trascinato via con una scusa. Per la salute, Savio ha smesso di magiare dolci e, a detta dei maligni, non guarda nemmeno più il calcio. Non c’entrerebbe niente, ma sembra più magro, in effetti.

Gli faccio “Come va?” Sempre “Una meraviglia”, mi risponde. Segno che è cambiato fuori, ma dentro resta lo stesso, e meno male.

Non so com’è, il fatto è che a un certo punto io gli parlavo dei tempi che mi annichiliscono come mai prima, di quanto i social network mi sembrino inadatti, per l’uso che ne fa anche la gente più smaliziata, a diventare nuovi strumenti per la democrazia.

E qui Savio mi conia una delle sue immagini geniali. Parla di una “scrittura intramuscolo”, mi fa “Ti immagini se un vero intellettuale dovesse condensare in poche righe il succo di un pensiero elaborato?”

Ma, a parte il fascino della bella metafora, secondo me stavolta non ha fatto centro.

(Il suo problema è che neanche ci prova, a modernizzarsi. Se gli invio una mail, tesoro bello, grasso che cola se solo dopo tre giorni mi risponde. Non usa faccialibro né cinguettii, e poi discetta dei moderni mezzi.)

Cerco di rendergli più chiara la questione:

Savio, gli dico, se lasci perdere effebì con le sue pagine-diario che dicono tutto e niente e segnano l’appartenenza a una comunità chiusa di simili, e scordi i blog, che sono vivi solo se commentati e danno frutti solo se organizzati come uno strumento di gestione aziendale, l’unico che possa incidere resta Twitter. Guarda però che i tweet mica la sfondano la soglia epiteliale. Se uno è bravo, o genera o segue l’onda, è parte di una somma di micropensieri mobili come vettori, freccette corte dalla puntina aguzza, buoni solo se graffiano e incidono la superficie del connettivo umano.

Tante sottocutanee, è questa la metafora che rende, non certo un’intramuscolo. Qui non c’è spazio per la complessità del tuo intellettuale-tipo. Andare a fondo sarebbe l’antitesi, il fallimento del micromovimento. Porterebbe alla calma piatta la superficie, non a ciò che chiede il mare, moto che agita sé stesso motu proprio. Che si indirizza tracciando la propria direzione, senza un vero progetto, né in grado di discuterlo o condividerlo.

No Savio, guarda, sono alla conclusione che internet non è ancora (lo sarà mai?) uno strumento usato per la democrazia. Così com’è, fa la figura dell’ultimo ritrovato per mantenerci ancora più distratti e più inattivi.

Io non lo so… Come ti ho detto, sono tempi che mi annichiliscono.

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E sono giorni nei quali il corso delle cose assume un andamento molto strano, sarebbe lutto nazionale e invece tutti ridono. Ecco che mi hanno di nuovo circondata, Savio lo perdo, me lo scavalcano e tornano a farsi attorno a congratularsi. Il Santo paga,vero. Ma a me, lo sanno, del Santo importa poco, e offrono loro un caffè attorno al quale spiego che io, bambina, messa davanti al Libro dei nomi per scegliere la data in cui avrei festeggiato l’onomastico, ho preso tempo. Mi sono data una letta alle vite di tutti i Franceschi, e poi optato per il Santo di Assisi.

L’unico che non è morto sotto tortura, lo sciroccato che si spogliava nudo e spostava il centro del Creato dall’uomo al mondo intero. Un italiano, infine. Avevo avuto come un’ispirazione: se fossi stata sotto l’egida di un non migrante, avrei avuto minori grane nella vita.

Le stesse riflessioni che deve aver fatto Bergoglio, ecco perché la gente ne è tanto attratta, a partire dal nome.

Argomentazioni e conclusioni. Ancora sul femminicidio _ Meditazione n.8

21 agosto 2013

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“È ovvio che il femminicidio è un omicidio come gli altri, quindi non ne facciamo niente.”

“È ovvio che nessuno ha mai ucciso una donna in quanto donna. Gli omicidi contro i gay invece, sì che esistono.”

“È ovvio che l’uomo uccide perché è nella sua natura di cacciatore, la donna è vittima e deve fare pippa.”

Milioni di anni di evoluzione buttati così alle spalle.

A tutti quelli che “Le femministe mi stanno sulle palle, anche se il femminismo ha anche fatto anche cose buone, percarità”, vorrei ricordare che, vostro malgrado, esistono le donne.

Ah, e poi esistono i misogini, da che mondo è mondo, così come (è innegabile) esistono i coglioni.

Una volta cercai di sollecitare il suo punto di vista su una questione che riguardava le donne a uno scrittore per il quale col tempo ho perso la stima personale, ma almeno non ancora quella intellettuale. Mi rispose semplicemente che lui non si intendeva di questioni femminili, Un po’ riduttiva come risposta, ma si sa come sono i divi. Però ho apprezzato la coerenza: non ho un’opinione, dunque non mi sbilancio.

Magari fosse così per tutti. Quelli che un’opinione se la costruiscono in prima persona, e hanno a cuore il progresso, avrebbero meno intoppi sul cammino per poter almeno cercare di risolvere i problemi, senza trovarsi quintalate di posizioni prese per sentito dire a sbarrare la strada.

Invece oggi, non soltanto ci siamo sorbiti (chi se ne è accorto, eh, perché generalmente vi fate i cazzi vostri e poi vi lamentate) una riapertura parlamentare mesta e fiacca su un tema sul quale evidentemente qualcuno di quelli che paghiamo per rappresentarci ha trovato qualche motivo per spenderci soldi pubblici e perdere un po’ di ferie per discuterne.

Oggi noi, che grazie alla rete godiamo di pulpiti grandi o piccoli dai quali sputare sentenze non sempre richieste, noi, coi nostri piccoli ego da esibire in una gara a chi è più narcisista, abbiamo dato prova per l’ennesima volta del perché questo paese è in stallo e si avvita vorticando a testa in giù e a gran velocità verso il suolo. Ci siamo anche dovuti dividere sul concetto di ovvietà.

È ovvio, non è vero, che il femminicidio è proprio un termine cacofonico?

È ovvio che se ti stuprano la figlia, tanto per fare un esempio, lo stupratore andrebbe come minimo punito?

È ovvio che in un paese dove le leggi vengono applicate male o disattese i crimini non vengono dissuasi?

È ovvio che le leggi fatte male sono inefficienti?

È ovvio che è meglio fare qualcosa piuttosto che non fare niente?

Chi non si informa, finisce con l’essere d’accordo su tutte queste ovvietà simultaneamente. E si ritrova con la testa che gli gira all’interno di un quadro di Escher, quello che creava ambienti con le figure impossibili. Mezzo dentro e mezzo fuori, con buona pace della partner che intanto che vi decidete fa le parole crociate alla luce fioca del comodino.

Tu sei un blogger e per definizione remi contro. Fai cordata con quelli come te. E quando non hai un’opinione di qualcosa mandi avanti quello che strilla di più o che dice più parolacce.

Ma, guarda, non mi tiro mica indietro. Anche io c’ho il blogghe e conosco l’arte di citare, strillare e dire le parolacce. E sai una cosa? Mi sa che te la mando a dire pure io.

E intendo scomodare la Lipperini, nientemeno, che almeno lei l’ascolti.

Così, giusto per aiutarti a distinguere tra la (ovvia) realtà di un crimine orrendo (qui) e la sacrosanta critica della sua persecuzione attraverso una cattiva legge (qui).

Leggi, và, e fattela un’opinione, così magari ne riparliamo.

Ah, e non darmi della femminista, né della femmina. Considerami soltanto una persona.

A colazione ho sempre tanta fame

5 giugno 2013
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Fotografia di Tania Bocchino

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C’è che più vado avanti e più assomiglio a quella vecchietta che si alzava la gonna davanti a i passanti e questo non va bene, intanto perché non sono una vecchietta, e poi perché non posso indossare la gonna quando il meteo prevede tuoni e fulmini e io devo trascorrere almeno due ore e mezza al giorno sui mezzi pubblici. Ci vuole un esibizionismo di minore impegno. Il problema è che, non c’è niente da fare: non sono social.

Twitter, twitter per esempio, a me fa morire dal ridere. A Ilaria no, lei ne dice peste e corna e poi usa – ne fa un uso improprio ma è grande in questo, io no- come fossero tuittate i (come si chiamano?) messaggi di facebook. Ecco, quello è un altro esempio. A parte la sorpresa di scoprire ancora in vita e ben pasciute persone delle quali avevo perso le tracce più di venti, trent’anni fa, e buon per loro. Certo che esordire dicendo “finalmente ti ho trovata!” non depone bene sul loro stato di salute mentale. Mah, comunque, a parte questo, niente, io con facebook non ho alcun feeling. Divertente la chat, ma allora ce ne sono altre, meno invasive della privacy, leggi che non devo farmi per forza individuare da chiunque passi per caso e offenderlo pure se stacco subito, conosco passatempi più divertenti delle chat.

Non sono social in rete perché non lo sono nella vita. C’è un mucchietto di gente bella e cara nella mia vita, ma non mi ci dilungo in chiacchiere, non è nel mio dna. E poi, quando devo perdere almeno due ore e mezzo al giorno in trasporti, nove al lavoro, un altro paio in faccende domestiche, mi dici dove lo trovo il tempo (e la voglia) di chiacchierare?

Il blog. Ah, sì, c’è il blog. E quella è un’altra cosa. E’ come un figlio nato storto, mica lo puoi abbandonare, o sopprimere. Mi si può dire di tutto, ma non che sia una madre snaturata.

Eh, beh. Non chiacchiero neanche nel blog, è un dato di fatto. Lo sto facendo ora? Parlo con me stessa. Anzi, sono le 23.29 sul mio portatilino. Mi sa che sto dormendo e questo è un flusso di coscienza. Esperimenti di scrittura automatica, come quelli dei medium che parlano coi fantasmi.

Entro quindi in un sogno, un altro, il sogno doppio rispetto a questo del flusso di coscienza. Sono una donna. Meno male, almeno quello, visto che di solito sogno in maniera veritiera e sconvolgente. In questo sogno non vedo l’ora di smettere di scrivere per andare a dormire. Ma sono abituata a scrivere di notte, tanto che di quando in quando bacio la tastiera e lo schermo per la buonanotte. Bello questo sogno: caro, mio indispensabile, come ogni sera, anche quando non te lo dico, buonanotte e sogni d’oro.  Chiudo gli occhi e scivolo nella terza scena. Nella terza persona, anzi, perché è un racconto in terza persona per la precisione. Indosso altri panni, gioco alla sconosciuta.

 
Per quanto dritta, la striscia bianca che mi cammina a fianco non possiede la qualità di un corpo solido. In altre parole, non mi attira il suo campo gravitazionale. Sono le leggi della fisica che lo dicono, e io lo confermo, lezione dopo lezione, ai miei studenti: è tutta una questione di massa.
La massa grande attrae sempre quella più piccola. E lei, a sua volta, in modo spesso neanche percettibile, attrae la grande.
Stavolta no. Quel segno è bidimensionale, e neanche se in lei ardesse la scintilla di una qualche miracolosa volontà, e se miracolosamente intendesse esercitarla, potrebbe mantenere allineata a sé la mia traiettoria.
Nemmeno se fosse dotato di una sua corporeità. Ché, in quel caso, potrebbe al massimo farmi rallentare, o trattenermi, non certo guidarmi nell’avanzare in parallelo a lei. Se fosse panna soffice montata, per esempio, non otterrebbe altro che il mio inginocchiarmi in terra, vinta dal desiderio di nutrirmi. E, certo, ai passanti fornirebbe un argomento di conversazione (“Questa la devi sentire: per strada c’era una pazza chinata a leccare ingordamente la striscia dipinta sull’asfalto, affianco alla carreggiata dove scorrevano le macchine. Hanno dovuto chiamare la neuro, poveraccia”).
Per quanto affamata, io, invece, non sono in grado di fermare il passo. Che ondeggia, sbanda, si fa lento, e poi riprende a marce serrate, sotto questo sole implacabile di metà luglio. Io devo, devo, devo, inesorabilmente, raggiungere la meta.
Mi appoggio al cofano di un’auto parcheggiata, la sede del Magnifico Rettore è qua vicino. Forse ho fatto una sciocchezza a non chiamare un taxi, mi sono fidata di una superficiale conoscenza di Milano. Avrei dovuto, colpa della fretta.
Ieri sera, dopo la telefonata, ho chiuso quattro cose in un bauletto e ho preso il primo treno. Sono arrivata dopo mezzanotte, e alla stazione non ho perso tempo. Giunta al piazzale, ho puntato subito all’albergo. Mi sono fatta consegnare la chiave e ho preso l’ascensore. Da quando ho lasciato Roma il cuore non ha smesso un attimo di battere all’impazzata. Mi sono vista nello specchio mentre il display enumerava i piani. Avevo un’aria orribile, era deciso: sarei andata immediatamente a letto.
E invece, due ore dopo ancora, fissavo la lucina rossa intermittente sul soffitto. Passavo e ripassavo quello che avrei dovuto dire con convinzione al Professor Carrier. Quella docenza valeva tutta la mia carriera, non avrei fatto altro che un’ottima impressione.
Non mi pesava di non aver mangiato dal pranzo del giorno precedente. Lo stomaco si era chiuso come per un appuntamento con un innamorato. E, in fondo in fondo, qualcosa di vero c’era, visto che a Milano avrei potuto vivere la vita che aspettavo da anni, quella con l’uomo che mi ha giurato eterna fedeltà.
Carrier, all’apparecchio, aveva sentenziato: “Ora o mai più”, e da quel momento in poi, il tempo si è avvolto a me come un elastico stretto. Sul letto sono rimasta vestita tutta la notte, col cuore in gola, lo stomaco ridotto a un gomitolo di filo, e neanche l’ombra del sonno a visitarmi.
Adesso che ho raggiunto quasi il portone, vedo tutto annebbiato. Che sia per colpa di Milano? Ma no. È luglio, sono le nove del mattino e il sole splende come non l’ho visto mai, da queste parti. Accidenti. Per mettere a fuoco la targa in ottone con la scritta, ci impiego due minuti. Poi guardo l’ora: sono in tempo solo se faccio le scale a due a due. Galoppo verso l’alto, sospinta da una folata che mi insegue dal portone aperto.
Suono, mi aprono, mi presento. Mi dicono di aspettare. La sala d’attesa è in ombra, ci impiego un po’ a recuperare la vista. Ci sono delle sedie, e un divanetto. Un ficus sghembo e floscio, due stampe moderne ai muri. Sento il sudore cristallizzarsi sopra la schiena: in alto un condizionatore spara aria gelata sul mio completo di lino tutto sbracciato. È a questo punto che avverto il primo spasmo. È ancora gestibile, mi lascio ricadere su una seggiolina.
Passi frenetici. Si approssimano scalpicciando a due a due. Prima i tacchetti della segretaria, la tizia che non ho nemmeno guardato in faccia entrando. Dietro di lei, un tumultuoso e sguaiato ritmo maschile. Dal suono direi un uomo sui novanta chili. Si apre la porta.
La faccia è quella di un giovane scoiattolo, sembra uno a cui non siano ancora cresciuti i primi peli. Di chili ne peserà una sessantina, povero lui. Alto due metri, mi sembra che non mangi molto.
Mangiare. Quant’è che non ci penso. Mi porge la mano: “Carrier”, mi dice. Io, in tutta risposta, mi slargo in un sorriso e esplodo, dallo stomaco, in un boato ritorto e zigrintato, pieno di anse secondarie ed echi, e gorgoglii. Tanto forte da coprire il suono della mia presentazione. Così ostinato, da vincere la volontà dei presenti di soprassedere. Talmente corporeo, da vincere la forza di gravità e costringermi a piegarmi su me stessa, per poi cadere in terra senza sensi.

Riprendo i sensi in treno, il mio sogno tipico, sul tragitto succede sempre di tutto: incidenti, sparatorie, invasioni di alieni, perdite di coincidenze. Uffa. Cambio, oplà. Il quinto sogno fascia il quarto di mani e gambe calde e uh… Non è per voi, pubblico del blog.

Tesoro mio. Il sesto sogno è su di te. Io sono nuda dalla scena precedente e lo sono solo perché ho davanti te. Tu sei un roveto grondante more appetitose. Ma more ancora così acerbe, da farmi desistere dal volerle cogliere, e poi tu appari così ostile, con la tua barriera di spine aguzze addosso. Non ho il coraggio di avvicinarmi.

Oltretutto ormai sono sveglia, non sarò così pazza da graffiarmi inutilmente. Ora devo alzarmi, mi dispiace non poter restare. Ho davanti a me una traversata in pantaloni e stivali sotto la pioggia.

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I nuovi indicatori e la rete

26 aprile 2013

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Di seguito un’anticipazione dell’articolo accennato Qui e pubblicato oggi dagli amici di LIB21 .

Buona lettura.

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Ricette per un New Deal condiviso

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Ha smesso di farmi ridere chi dà tutte le colpe dell’instabilità politica di questi mesi alla rete. Ha smesso dopo che ho visto, in tre giorni di fuoco, frantumarsi il PD, lo storico partito che formalmente aveva vinto le elezioni politiche, per ben altri motivi che una valanga di tweet, e subito dopo, vuoi per una somma di eventi tragicomici, vuoi per immaginabili macchinazioni, o per influenze “esterne”, bloccarsi sul congelamento della situazione preesistente, quella che aveva scatenato il ricorso alle elezioni dello scorso febbraio.

Ha smesso perché, il giorno dopo il pasticcio che ha portato all’acclamazione del Napolitano bis, dai media (e dal PD, va detto) si sono levati cori unanimi di protesta contro, nientedimeno che la rete.

In effetti, questa veicola messaggi in modo molto diverso da quello tradizionale: non più decisioni “calate” da una minoranza di strateghi istituzionali sopra una maggioranza passiva e silenziosa, ma una somma di temi condivisitra il mondo “reale” e quello istituzionale.

[…]
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[Continua a leggere su LIB21]

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