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Silent shit

24 dicembre 2018

Più di altri anni, per gli uomini e per le città, il 2018 si va concludendo per esaurimento. Le vie d’uscita s’ingombrano di immondizia e, oltre la siepe di resti e di cassonetti, non resta che immaginare mefitici naufragi nel liquame.

Ma, a pochi giorni dal termine, con qualche aggiustamento di tiro, si può ancora sperare di vedere un nuovo inizio. Più che buttare il vecchio dal balcone, si pensi a un suo riuso, o ad un riciclo.

Primo comandamento: separare. Tramite l’arte.

Gli ultimi non hanno voce? Dar voce ai primi, offrendo loro (quindi a noi stessi) un cambio di prospettiva. Scoprire i preconcetti che condizionano i rapporti e ostacolano il sorpasso della sostanza sulla forma.

Chi è il vero “rifiuto della società”, chi vive creando spazzatura o chi è costretto a nutrirsene? Chi deve aver fiducia in chi?

Se non si ha fede nell’arte, si tenti con la vita. Sarà da mettere in contro un certo stress, qualche tedioso shock, una dose abbondante di crisi.

Dopo però, potremmo uscirne rinnovati e più leggeri, liberi dal packaging di troppo e dall’inquinamento sensoriale.

Per queste riflessioni, per ciò che ne può scaturire, benedetta sia la feccia.

Holy shit.

 

Credits:

  1. Il bambino di Bansky che assaggia a bocca aperta e con la lingua di fuori i fiocchi che cadono dal cielo e non sono neve, ma un fallout di cenere tossica provocata dal rogo di un cassonetto dell’immondizia.
  2. The Square (film di Ruben Östlund, Palma d’Oro al 70esimo Festival di Cannes), il cui ricco e colto protagonista si ritrova a sguazzare nella spazzatura per salvare un bambino derelitto, aggredito da lui stesso poco prima.
  3. Underworld, di Don DeLillo del 1997, un mirabolante affresco di poco meno di un migliaio di pagine interamente dedicato ai rifiuti: scorie militari, carcasse di aerei, discariche, esseri umani.

 

Credetemi, è quanto di più bello mi sia capitato di leggere e vedere nel corso di quest’anno. E ne sono felice.

 

 

Dalla Bottega di narrazione, 5: Cosimo Lupo

10 giugno 2016

Cosimo Lupo non è pazzo, come potrebbe sembrare. Tutt’altro. Tutt’altro. E vi piacerà da impazzire. Forza, editori, non fatevelo sfuggire!

Bottega di narrazione - Corsi e laboratori di scrittura creativa

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere.

Cosimo Lupo presenta così il suo romanzo ADA .39:

Oggi, 31 agosto 2014, io, Cosimo Lupo, mi sono fatto portare da un pallone sonda fino all’altezza di trentanovemila metri, per poi lanciarmi giù, in caduta libera. Ho portato con me un cubo di Rubik mescolato e memorizzato, da risolvere, senza guardare, durante la caduta.
Durante l’ascesa, guardando il mondo, tutto, ho selezionato le istanze da assegnare alle facce del rompicapo, costituendo il sistema mnemonico che mi consentirà di risolverlo: un gesto sportivo, una composizione musicale, una scultura…

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Dalla Bottega di narrazione: 2, Luca Bonini

9 giugno 2016

Una storia bellissima. Spero tanto che trovi un editore.

Bottega di narrazione - Corsi e laboratori di scrittura creativa

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere.

Luca Bonini, Il lato oppposto della pelle

Si possono insegnare emozioni che non si è sicuri di possedere? Si può aiutare l’altro a guarire se non si è certi d’essere guariti?
La storia di Teresa, all’inizio bambina complicata allontanata dalla propria famiglia, poi giovane neuropsichiatra, incontra le storie dei ragazzi rotti che urlano, piangono, scappano, si innamorano, vivono nella comunità per adolescenti in cui si ritrova, quasi per caso, a lavorare. Il romanzo si muove dal racconto in presa diretta di ciò che accade in comunità, fuori e dentro…

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Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

Bottega di narrazione: giornata di presentazione

24 novembre 2015

Segnalo un evento importante, foriero di sicuri esiti, corroboranti per la letteratura italiana e l’universo tutto.

Ci sarò  anche io, in veste di bottegaia. Mi si riconosce, accanto a un giovanissimo Giulio Mozzi e a un ancor più giovane Gabriele Dadati, in questo scatto risalente all’ormai lontano ottobre 2014:

Bottega

Immagine presa da QUI

Domenica 13 dicembre 2015, a Milano presso lo Spazio Melampo di Via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17, si svolgerà la consueta presentazione al pubblico delle opere composte nel corso della Bottega di narrazione. L’incontro concluderà l’annualità 2014-2015 della Bottega.

Sono invitati a partecipare: editor, funzionari editoriali, direttori di collana, agenti letterari, scout, giornalisti di cultura, eccetera eccetera. In questi giorni stiamo lavorando sodo col telefono e con la posta elettronica.

Naturalmente possono partecipare anche gli ex o i futuri “apprendisti” della Bottega; nonché i semplici curiosi. Il buffet, per ragioni tattiche, sarà riservato agli invitati ufficiali.

Chiunque voglia partecipare è invitato a mandare due righe all’indirizzo della Bottega: bottega@laurana.it. Non è indispensabile, ma ci fa comodo.

Rabbia d’autunno

12 novembre 2013

http://www.taleas.com – Just a bunch of cubicles

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luce sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un’asciugabiancheria, la contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l’odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva pulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.

È l’incipit del mio libro preferito, Le Correzioni di Jonathan Franzen. Così come conviene agli incipit, contiene il germe dell’intero libro, e si condensa in sole 9 righe (sul foglio standard del mio LibreOffice Writer).

Il narratore è una voce fuori dal tempo, che sa e si può permettere da subito un racconto simbolico, collega i cambiamenti del tempo atmosferico con ciò che va cambiando nel destino dell’uomo occidentale. Anima oggetti ed esseri viventi, fa la parola viva. Anzi, è la parola stessa il narratore, e con lei tutti gli oggetti della sua descrizione, il mondo occidentale.

Questo narratore/parola/mondo entra da sottopelle nelle sensazioni del lettore e lo trasforma in un abitante del Midwest, il luogo da cui si incammina la trama del romanzo. Gli suggerisce ricordi legati alle sensazioni che richiama. Lo avvolge in un ambiente realistico, le sensazioni che gli fa provare sono tattili (il freddo che arriva dalla prateria), visive (l’alternanza di ombre e luci e dei colori sulle foglie delle piante), sonore (il rumore di un’asciugabiancheria sovrapposto a quello di un soffiatore da giardino), olfattive (l’odore delle mele -“nostrane”- a maturare in un sacchetto, l’odore della benzina che porta chi legge, risalendo dal pennello al braccio di chi lo sorregge, a conoscere il primo protagonista del romanzo).

Egli narra al passato, racconta i fatti all’imperfetto proprio perché la storia è già accaduta e, per darne le differenti sfaccettature e poterne suggerire un’interpretazione, di volta in volta legata ai personaggi che la sua “camera” segue, deve distaccarsene nel tempo e nello spazio, restarne al di fuori e governare il cammino cieco del lettore.

Il mondo sul quale questo incipit spalanca lo sguardo del lettore è l’autunno nei boschi del Midwest, un luogo tipicamente americano nei pregi e nei difetti e, proprio in quanto tipicamente americano, rispecchia l’andamento de “l’intera religione settentrionale delle cose”.

E il lettore, fino a un momento prima del tutto inconsapevole dell’incombenza della stagione fredda, sente montare attorno a sé la rabbia cieca di un gelido fronte autunnale. Allora, speranzoso, solleva gli occhi dalle pagine, e tenta di individuare nei dintorni almeno qualche segno che lo convinca di trovarsi in certe sconosciute praterie del Midwest.

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Le correzioni

Jonathan Franzen2005

Super ET

pp. 604

€ 14,50

ISBN 978880617449

L’aria sospetta di Piazza Alessandria

18 giugno 2012

Oggi non ci sarebbe imbarazzo nella scelta: il termometro segna 35°C  e a stare all’aperto si rischia un accidente. Però certo… Che tristezza mangiucchiare cercando di non disturbare la vista e l’odorato di quelli che stanno ancora lavorando. Sì, dentro l’ufficio è fresco, ma fuori c’è… la vita. Anzi, in barba a tutte le raccomandazioni, decido: vado verso il mercato. Più vita di così. Ho trascorso parte del liceo in aule ricavate dentro un ex-garage, al fianco di un mercato coperto. Per me la fuga durante la pausa (allora la facevamo a ricreazione) ha più sapore se si trascorre gironzolando tra i banchi degli alimentari e dell’ortofrutta.

Ho raggiunto, un po’ boccheggiando e un po’ sbocconcellando, l’unico (e bellissimo) mercato in zona, quello di Piazza Alessandria e qui ho iniziato a fingere di voler comprare qualcosa. Che spettacolo quelle contrattazioni per le quali provo un po’ d’invidia: io non ci posso riuscire, nessuno mi ha mai formato. Per me esistono da sempre i “super”. In questo luogo posso avvicinarmi solo alla frutta: per scegliere non mi serve altro che gli occhi, il tatto e l’odorato.

Le pesche tabacchiere! Mie! Do una spallata cafona (il caldo, mi dico, stimola l’aggressività, e così mi auto-assolvo) alla tizia accanto a me, che stava per compiere il mio stesso gesto. Ne sono rimaste quattro (è già l’una e mezza), non posso rischiare di farmele soffiare sotto il naso.

– Ooooh! – Mi fa quella, io la guardo da sotto in su e… la riconosco.

– Ilaria!

Ilaria Mazzeo, è proprio simpatica, e come potrebbe essere altrimenti? É una che si autocandida al premio Il racconto più brutto (organizzato da Carolina Cutolo) e riesce pure a piazzarsi quinta. Ma di lei ho letto il primo romanzo, Il silenzio perfetto* (titolo che Carofiglio ha rischiato di plagiare…) e trovo che pratichi una scrittura tutt’altro che brutta. Piuttosto delicata e insieme solida, di quelle che, chiuse le ultime pagine, lasciano intorno al lettore la scia di un profumo sottile e persistente.

– Non dirmi che anche tu stravedi per le tabacchiere-, mi fa con uno sguardo indecifrabile. Credo che anche lei stia combattendo dentro di sé, presa dal dubbio di coscienza: Faccio il gesto magnanimo di lasciargliele tutte o le propongo di dividerle da buone amiche? L’anticipo:

– Ferma lì: Le compro io e poi le mangiamo insieme, ok?

– Vabbé, se proprio ci tieni…

Mentre pago, la fruttivendola mi fa l’occhiolino. Che vorrà dirmi? Forse mi ha fatto lo sconto? Non mi pare, aspetta! Fa l’occhiolino a tutti. È un tic, è solo un tic. Insomma, finisce che passiamo tutta la pausa a camminare nei corridoi battuti da un vento caldo (meglio di  niente), mangiando pesche succulente (e buooone…).

– Lo sai, vero, che tra poco (il 5 luglio) decideranno il vincitore del Premio Strega?

– Ah, sì, in lizza non c’è pure Carofiglio? – Lo dico apposta per vedere come reagisce: È un autore del quale è (a dir poco) appassionata.

Il silenzio dell’onda** l’abbiamo letto entrambe, lei perché non avrebbe potuto esimersi, io perché mi circolava in casa e mi faceva l’occhiolino anche lui da così tanto tempo che, prima di venire influenzata dagli esiti dello Strega, ho deciso di dargli soddisfazione. Io e Ilaria ci incontriamo raramente e quando lo facciamo è sempre per parlare di scrittura (in senso decisamente lato). Sembriamo due cospiratrici, poco ci manca che ci copriamo la bocca per non svelare ad altri i movimenti delle nostre labbra. Stavolta, in ambiente neutrale (almeno credo), ci lasciamo andare a una sana chiacchierata fuori dai denti. Le dico:

– Non lo avevo mai letto prima, Carofiglio, però avevo apprezzato che avesse scritto quell’appendice a un altro suo libro, quella sul significato delle parole, come si chiamava?

La manomissione delle parole?

– Esatto, bella idea.

– Sì. Invece io ho letto praticamente tutto di lui: I romanzi, tutti. I racconti, solo qualcuno, e lo trovo molto bravo, ma alla lunga anche un po’ ripetitivo, per esempio il tema della depressione ritorna in diversi suoi libri: in “Testimone inconsapevole“, il primo romanzo in cui compare l’avvocato Guido Guerrieri, il protagonista è depresso, poi guarisce soprattutto grazie allo sport e a una donna che incontra, Margherita. Anche in “Il silenzio dell‘onda” c’è una donna che contribuisce al salvataggio del protagonista.

– Secondo me il tema clou non è la depressione ma un particolare tipo di rapporto uomo donna: quello nel quale c’è uno dei due che cura l’altro…

– Ma anche lei sta male! Sono pazienti dello stesso terapeuta…

– Già, su questo avrei qualcosa da ridire. Sulla connotazione dei personaggi. Molto credibile il protagonista, benino il ragazzo (anche se pensa e parla come un quarantenne), non bene la donna (sostenuta, isterica, non si capisce perché lui dovrebbe esserne affascinato, forse ne aveva in mente una in particolare ma non è riuscito o non ha voluto svelarla meglio).

– Hai ragione, Emma è poco caratterizzata.

– Vero? E poi, tornando sulla questione dell’amore terapeutico, in generale, ‘sta cosa che ci voglia uno psichiatra per dare su un piatto d’argento le chiavi di lettura… – E tirando fuori dalla tracolla nientemeno che le trecento pagine del libro in questione, inizio a sfogliarle cercando le lingue che avevo messo su quelle interessanti:

– “Si fanno tre o quattro passi in avanti, e poi due o tre indietro […]. I passi indietro derivano dalla paura del cambiamento. Se si convive a lungo con la sofferenza, alla fine essa diventa in qualche modo parte di noi. Quando cominciamo a star meglio, quando cominciamo a staccarci dalla sofferenza, viviamo degli stati d’animo contraddittori“. Per carità, niente di nuovo sotto il sole (e a me fa effetto lo stesso: è una mia fotografia), ma perché mettere in bocca proprio a uno psichiatra frasi ovvie per uno psichiatra? Non è un po’ banale?

Ilaria pare incassare bene l’attacco all’idolo, anzi, aggiunge:

– In effetti. Però non sono sicura che gli psichiatri dicano solo cose originali… La cosa che è davvero MOLTO romanzesca è la seduta notturna nella quale il dottore gli parla del rapporto con suo figlio. È contro ogni etica, un medico serio non lo farebbe mai.

– Sono d’accordo. In generale mi pare che alcune cose di questo libro siano state un po’ tirate via.

– Sì. Emma, in primis. E restando sulle cose tirate via, i capitoli dedicati ai sogni del ragazzino con il cane li ho trovati di una noia mortale.

– Credo che dovrebbe trasformare la fissazione per la psicanalisi in qualcosa di più strutturato narrativamente. Gianrico, cribbio! Ti giochi lo Strega!

– Ahahahahh! Detto tra noi, “Il passato è una terra straniera“, che vinse il Campiello, è molto più bello.

Che bella risata di gola, mi mette allegria. Riprendo, felice anche della polpa soda delle tabacchiere che non sbrodola e non mi costringe a smettere di sfogliare le pagine per pulirmi:

– Guarda, per chiudere con quello che non mi è piaciuto, poi passo a dirti quello che invece ho trovato bello, aggiungo che non c’è un indice (comunque, mi pare di aver contato 44 capitoli, dei quali 12 dedicati al ragazzo) e nel finale, molto emozionante nel complesso, c’è qualcosa di poco convincente: i giovani surfer guardano il “vecchio” con “sguardi carichi di ostilità, poi, dopo averlo visto bene, di scherno.” Bah… per la mia esperienza non è (sempre) così tra surfer. Ho conosciuto surfisti che tenevano in grande considerazione i “vecchi” e, portando loro molto rispetto, li andavano a cercare per avere consigli o farsi raccontare delle onde più grandi che avevano affrontato nella loro vita.

Ilaria è una grande, non si scompone ancora. Anche lei addenta le tabacchiere e prosegue accanto a me, serafica, il tour dei banchi.

– Ma tornando a noi, possiamo parlare di quello che ci è piaciuto?

– Come no? Per conto mio ho individuato due tipi di argomenti. Uno: Cose che riflettono la Mentalità dello scrittore (tutte cose che me lo rendono simpatico); Due: Cose che fa dire al personaggio ma sembra che siano pensieri suoi. Senti qua: #Uno: “Studiare le persone o le situazioni era forse la cosa che mi piaceva di più. Arrivare perfettamente preparato, sapere tutto dei miei interlocutori.” Le mette in bocca all’uomo che narra della sua deprecata vita precedente, ma si capisce che era una vita molto più apprezzata di quella attuale. E poi: “Giurò che quella sera avrebbe studiato su Wikipedia”, oppure “non è un problema se i romanzi non le piacciono“, rincarato da “era un fallito, un uomo solo, ignorante e infelice, che aveva vissuto in modo insensato“: Fatte le opportune proporzioni tra lo scrittore e il protagonista (in qualche modo un alter-ego), sembra quasi che lui stesso si vergogni di non essere un letterato puro. Ce n’è pure per Emma: “La ricerca dell’approvazione diventa una forma di dipendenza. E lo stadio successivo è quello della paranoia” e poi ancora per Roberto: “Il problema sorge quando devi essere un altro per sentirti te stesso. E quando non sei un altro sai di essere fuori posto” o “prima ancora di incastrarli io volevo sedurli” (se non le provi personalmente sensazioni come queste, non so se ti viene in mente di descriverle. E questa è… la confessione di una perversione). O quando Roberto inventa un sogno per mascherare un fatto vero, dice: “Era tutto vero e tutto falso […] Come un sacco di cose, a pensarci bene“. Insomma, è il processo creativo dello scrittore.

Finiscono le pesche nel sacchetto, ormai ne resta solo una. Ma non posso fermarmi, mi sento come invasata (che mi succede oggi?):

– E qui, guarda, guarda coi tuoi occhi: “La mente umana funziona in modo sorprendente. Non c’era nessun sogno e quindi tutto quel discorso non avrebbe dovuto avere senso“. Mi ha fatto pensare a quei film che, una volta visti, evito di guardare una seconda volta perché (eh sì) mi fanno paura. Per esempio: Vanilla Sky con Tom Cruise  e The Others con Nicole Kidman. Non ci avevo mai pensato, che quei due sono stati marito e moglie. Forse quello che avevano in comune all’epoca era una solida base paranoica. Anche nel libro, quel solo piccolo accenno mi inquieta, un po’ mi fa paura, quindi mi piace. Ha ragione Roberto/Gianrico Carofiglio: La mente umana funziona in modo sorprendente.

– Fantastico. La frase sull’uomo ignorante, solo e infelice aveva colpito anche me. Io non sottolineo i libri, non ci riesco, quindi purtroppo non ho citazioni da proporti, però posso dirti che la trama, tutto sommato, è piuttosto solida. In particolare, mi piace l’artificio narrativo che consiste nello svelare molto gradualmente quali siano i motivi alla base del tentato suicidio del protagonista. Che lui abbia tentato il suicidio lo si sa all’inizio; tutti i motivi li si collezionano solo praticamente alla fine.

– Sì, la suspance è costruita molto bene, anche la narrazione “a forcella”, due strade completamente separate che si riuniscono solo alla fine.

In quel momento scoppia una rissa tra alcuni clienti del chiosco-bar, che lamentano una scarsa pulizia, ed il gestore. Si alzano voci, qualcuno alza anche le mani. Facciamo appena in tempo a scoprire il punto d’origine il trambusto che tutto a un tratto si porgono le scuse con civiltà e si voltano le spalle. Alzo un sopracciglio, guardo Ilaria, anche lei un po’ perplessa, e le porgo l’ultima tabacchiera, in fondo stiamo smontando il suo beniamino.

– In realtà -, riprende lei, – che il figlio senza padre di Emma sarebbe diventato “suo”, a compensazione di quello perso in Sud America, l’avevo capito quasi subito, ciò non toglie che sia una bella idea; come se, grazie alla psicanalisi, dalle macerie della via precedente Roberto fosse riuscito a creare finalmente qualcosa: una famiglia. – Ah, ma lei mi da una bella mano, però.  Che lettrice onesta. Le rispondo:

– Sì, bé, io sono letteralmente allergica ai lieti finali. Ed essendo piuttosto tonta e lenta, forse inconsapevolmente faccio finta di non notare le ovvietà pur di lasciarmi schiaffeggiare dalla sorpresa! Invece, per quanto riguarda la seconda categoria di cose che mi sono piaciute: #Due (Cose che fa dire al personaggio ma sembra che siano pensieri suoi). Il magistrato si toglie la toga, il politico si alza dalla poltrona e può dire finalmente quello che pensa attraverso la finzione romanzesca: Il concetto che legalizzare le droghe può mettere in ginocchio la mafia, o anche “non c’è una vera differenza fra le droghe, il fumo, gli alcolici. Solo che le prime sono vietate e gli altri no. Se qualcuno mi dicesse oggi una cosa del genere [che non c’è niente di immorale a commerciare in cocaina] credo che gli darei ragione“. E poi (bello!): “Provò il desiderio fortissimo di appartenere a quello che aveva attorno, di esservi ammesso, e allo stesso tempo fu assalito da una dolorosa percezione di inferiorità e di esclusione irrevocabile“. Questa è vita vissuta.

– Beh, sì, Gianry esplicita questo genere di sentimenti in tutti i suoi scritti.

– Ma quanto gli vuoi bene a Gianry? – Elegantemente, lei fa finta di non aver sentito.

– I suoi personaggi soffrono tutti di una grande inadeguatezza; anche il protagonista di un libro molto autobiografico, che è “Né qui né altrove. Una notte a Bari“. Anche Guido Guerrieri, l’avvocato al quale ha dedicato una quadrilogia.

– Va bene, mi segno tutti questi libri e prima o poi me li leggo… Il signor Carofiglio mi è simpatico a prescindere, non potrebbe essere diversamente: uno che fa un mestiere duro come il magistrato, il parlamentare per passione e pure lo scrittore.

– … E però si sente inadeguato! Come si fa a non amarlo?!?

– Cara…. ti sono vicina in questa tua muta passione…

– Eheheheh.

– Eheheheh? Non capisco.

– Beh, una volta l’ho visto qui in via Piave e mi sono fatta autografare due libri con dedica.

– Chi??

– Ma Gianry, no?!?

– Certo. Scherzavo, naturalmente.

– Hai notato che lo studio dello psichiatra del libro sarebbe proprio QUA DIETRO? – È inquietante, tutti qui sembrano clienti di quello studio. Lo penso ma non lo dico, per non allarmare Ilaria. In fondo stiamo per uscire.

–  Sì, è proprio qui vicino.

– Eh, se è davvero così bravo, dovrò individuarlo e andarci.

– Ilaria, tu non sei pazza, figurati. – Su di me inizio ad avere qualche dubbio, invece.

– Non quanto lui, purtroppo.

Mi pare proprio che abbia sospirato, sì è così. Forse è stato per il ritorno al solleone, forse invece no, chissà. E improvvisamente mi ricordo di un’altra nota stonata, le metto una mano sulla spalla e le dico tutto d’un fiato, mentre la blocco sul confine tra l’ombra della copertura e il punto dove il gradino in marmo riprende il suo biancore abbagliante:

– Possibile che il protagonista per trovare una libreria debba farsela a piedi da Piazza Alessandria a Largo Argentina? Ma quanto è malato psichiatrico? Insomma, non avevo ancora letto Carofiglio, adesso l’ho fatto e dico che è bravo. Perché non è un letterato puro, perché fa prevalere l’aspetto umano di vicende che, vista la sua formazione di provenienza, potrebbe benissimo descrivere utilizzando eccessivi tecnicismi, perché è abbastanza in gamba a dar voce a personaggi diversi da lui. Ma lo Strega… Mmmm… No. Lo Strega ancora no.

Ilaria vorrebbe muoversi ma io la blocco in cima alla scalinata. Mi accorgo di esagerare, mollo la presa e lei ne approfitta per svicolare verso il basso. Poi, come se niente fosse, prosegue:

– Il fatto è che con uno qualsiasi, o quasi, degli altri romanzi, forse lo Strega se lo sarebbe pure meritato (se lo Strega premiasse davvero i libri migliori e non altre logiche, ovviamente).

– Ovviamente.

Intanto, mentre ci allontaniamo, penso che in questa piazza succedono cose strane. Continuiamo a parlare camminando una accanto all’altra. Adesso l’aria, anche se torrida, sembra più respirabile. Ilaria dice:

– Questo, dal mio punto di vista, rappresenta un po’ una regressione, perché affronta argomenti che ha già ampiamente proposto in altri libri, e non in maniera innovativa. Lo salvano la trama, lo stile, la competenza nel parlare di argomenti che hanno a che fare col crimine e la giustizia.

– Senti, non ne sono sicura ma qualcosa mi dice che non avrebbe dovuto ambientarlo da queste parti.

*) Ilaria Mazzeo: Il silenzio perfetto, Ed. Intermezzi, 2009

**) Gianrico Carofiglio: Il Silenzio dell’onda. Ed. Rizzoli, 2011


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