Posts Tagged ‘Jonathan Franzen’

Inversione di rotta

19 dicembre 2017

Era la stagione della migrazione, del volo, del canto e del sesso. Nella regione neotropicale, che ospitava la più ricca biodiversità della terra, qualche centinaio di specie di uccelli diventava irrequieta e si lasciava alle spalle le altre migliaia di specie, molte delle quali strettamente imparentate dal punto di vista tassonomico, che si accontentavano di rimanere lì, a coesistere accalcate e a riprodursi nella quiete dei tropici.

Libertà, Jonathan Franzen

Bimestrale

28 febbraio 2017

Dendroica Cerulea

 

Mi viene da pensare che scrivere un post una volta ogni due mesi è un po’ come pagare la bolletta della luce. Solo, un po’ meno oneroso.

Per altre scritture bisognerà aspettare la terza Settimana d’Autore CRT del 2017, in pubblicazione nel prossimo mese. Il post avrà uno sfondo ornitologico. Evenienza casuale e involontaria ma che, cosa gratificante, riconduce in qualche maniera a Franzen (Ciao Jonathan! Dicevo così, una volta, quando incontravo un gabbiano – adesso penso che i gabbiani siano uccelli sporchi e pericolosi. Si cambia).

A Franzen capitò di dire all’intervistatrice Winfrey , circa il suo prolungato silenzio letterario, che “che scrivere romanzi è un modo per raccontare la propria evoluzione. E a prendere coscienza di un cambiamento, dice, non bastano certo uno o due anni”.

Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

L -3

15 dicembre 2013

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Virale vs. Virtuale

Un moai

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Ti guardo, ma è come essere sott’acqua.

Attonita, un moai dell’Isola di Pasqua.

Stare male ha i suoi vantaggi:

Senza droghe fai bei viaggi.

Mi attraversa l’onda che tutto risciacqua.

 

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La salute viene dal contagio, qualche volta. Ogni tanto bisognerebbe mangiare la caramella caduta a terra. Lasciare le mani sporche quando si va a tavola. Non scartare il verme trovato nell’insalata.

La pediatria moderna raccomanda di non sterilizzare troppo gli oggetti a contatto col bambino. Per rafforzarne il sistema immunitario. I pediatri dicono anche di non lasciarlo solo con internet. Si perderebbe esperienze concrete e formative.

Anche Franzen raccomanda agli scrittori di non giocare troppo con la rete. E per motivi simili a quelli consigliati ai bambini. Inutile opporre che se ne può fare a meno quando si vuole. Il virtuale esige continuità e reiterazione.

Non è per marketing che lo scrittore immola la propria riservatezza perdendosi dietro a Twitter e fratelli. Ha scritto questo, oggi, Ida Bozzi su La lettura. Vero, corretto. Lui vuole aderire a una “Società delle menti”, che però è definita subito utopica e virtuale.

Che uno pensa di star sporcandosi le mani, di irrobustire le fila dei propri anticorpi, come per contatto con la vita vera, mentre in realtà si isola in un contesto sterile, fa esperienza di web. Di web, non di vissuto.

Si stanno concludendo i miei primi 20 mesi di Wp, un po’ meno di Twitter, fb e altri social. In tutto questo tempo sono stata in ottima salute fisica, ma ho subito imprevisti danni immateriali. Non sapevo come uscirne.

Allora, come cura d’urto, ho cercato e mangiato il verme dentro l’insalata.

Sapeva di terriccio, era buonissimo.

Ora sto bene. Per la prima volta dopo tanto tempo mi devasta un potente quanto implacabile raffreddore.

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Rabbia d’autunno

12 novembre 2013

http://www.taleas.com – Just a bunch of cubicles

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luce sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un’asciugabiancheria, la contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l’odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva pulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.

È l’incipit del mio libro preferito, Le Correzioni di Jonathan Franzen. Così come conviene agli incipit, contiene il germe dell’intero libro, e si condensa in sole 9 righe (sul foglio standard del mio LibreOffice Writer).

Il narratore è una voce fuori dal tempo, che sa e si può permettere da subito un racconto simbolico, collega i cambiamenti del tempo atmosferico con ciò che va cambiando nel destino dell’uomo occidentale. Anima oggetti ed esseri viventi, fa la parola viva. Anzi, è la parola stessa il narratore, e con lei tutti gli oggetti della sua descrizione, il mondo occidentale.

Questo narratore/parola/mondo entra da sottopelle nelle sensazioni del lettore e lo trasforma in un abitante del Midwest, il luogo da cui si incammina la trama del romanzo. Gli suggerisce ricordi legati alle sensazioni che richiama. Lo avvolge in un ambiente realistico, le sensazioni che gli fa provare sono tattili (il freddo che arriva dalla prateria), visive (l’alternanza di ombre e luci e dei colori sulle foglie delle piante), sonore (il rumore di un’asciugabiancheria sovrapposto a quello di un soffiatore da giardino), olfattive (l’odore delle mele -“nostrane”- a maturare in un sacchetto, l’odore della benzina che porta chi legge, risalendo dal pennello al braccio di chi lo sorregge, a conoscere il primo protagonista del romanzo).

Egli narra al passato, racconta i fatti all’imperfetto proprio perché la storia è già accaduta e, per darne le differenti sfaccettature e poterne suggerire un’interpretazione, di volta in volta legata ai personaggi che la sua “camera” segue, deve distaccarsene nel tempo e nello spazio, restarne al di fuori e governare il cammino cieco del lettore.

Il mondo sul quale questo incipit spalanca lo sguardo del lettore è l’autunno nei boschi del Midwest, un luogo tipicamente americano nei pregi e nei difetti e, proprio in quanto tipicamente americano, rispecchia l’andamento de “l’intera religione settentrionale delle cose”.

E il lettore, fino a un momento prima del tutto inconsapevole dell’incombenza della stagione fredda, sente montare attorno a sé la rabbia cieca di un gelido fronte autunnale. Allora, speranzoso, solleva gli occhi dalle pagine, e tenta di individuare nei dintorni almeno qualche segno che lo convinca di trovarsi in certe sconosciute praterie del Midwest.

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Le correzioni

Jonathan Franzen2005

Super ET

pp. 604

€ 14,50

ISBN 978880617449

Dipendere da una coperta telematica

8 ottobre 2013

Caro weblog,

oggi sono andata in giro senza smartfono.

L’avevo dimenticato a casa. Prima di uscire ho fatto il cambio di borsa e, nella concitazione del ritardo, ho scordato di portarmi dietro proprio lui.

E così, mi sono aggirata per corridoi, scrivanie, ascensori, bagni, con le mani libere. Ho parlato con la gente, sono stata perfino cooptata in una riunione nella quale non capivo niente, non era materia mia, senza la possibilità di distrarmi navigando.

A metà giornata ero cotta.

Grazie al pc ho aperto una gran quantità di finestre, e su ciascuna ho caricato un social network. Mi sono data alla socializzazione compulsiva, perfino Paolo Mastrolilli, un giornalista de La Stampa ha retwittato un mio inutile commento. Lui aveva intervistato Jonathan Franzen (due gradi di separazione: bingo!) è uno dei miei autori preferiti, che da qualche tempo va in giro dicendo che i social network (in particolare Twitter) sono stupidi e creano dipendenza.

Io a Mastrolilli ho solo detto, in sintonia con Juan Carlos De MartinFranzen ha ragione da vendere. Ma passare al fanatismo iconoclasta è un attimo.” Che normalmente è un pensiero che avrei tenuto per me, vista l’inutilità di esprimerlo al vento. E il giornalista, in piena contraddizione col pensiero dell’intervistato, mi ha ritwittato pure.

Poi ho guardato l’ora, e sono scappata fuori. Il cielo era celeste e sgombro, ed era pure caldo, ma non so com’è, stava piovendo. Sai quando la pozza d’acqua è tutta picchettata di goccioline, che sarebbe bastato chiudere l’otturatore (vabbé, intendevo dire: selezionare l’opzione “sport”) per fermare l’attimo, come potevo fare?

Ho fotografato tutto con gli occhi, senza la fotocamera da viaggio, incorporata dentro lo smartphone. Ma dopo un po’ ho smesso, e ho iniziato a fare caso alla postura che tenevo mentre camminavo, a quello che mi ricordavano le strade che mi portavano a tornare dopo tanto tempo in quella certa libreria, ho perfino ascoltato i monologhi di Lola sopra il figlio fatti a bassa voce in mezzo al traffico.

– Finalmente mi dai retta.

– Che hai detto? Eh? Alza la voce!

Il libro non me l’hanno consegnato, sono tornata indietro a mani vuote, ci dovrò ritornare. Pazienza, le mani le ho ficcate nelle tasche, il cielo era sereno, l’aria tiepida, ho dato uno sguardo attorno, e tutti erano impegnati a digitarsi l’uno con l’altro a testa bassa.

Linus

La chimica degli effetti

26 settembre 2013

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pole-dancer

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– Lei è proprio, proprio sicuro che mi farà bene?

[…]

– Glielo «garantisco». […] Si sentirà emotivamente più elastica, […] più flessibile, fiduciosa, tranquilla con sé stessa. La sua ansia e la sua ipersensibilità scompariranno, insieme alle preoccupazioni morbose per l’opinione degli altri. […] «Se salterà fuori ne parlerò; altrimenti, perché discuterne?» Questo sarà il suo atteggiamento. La bipolarità perversa della vergogna, il rapido passaggio dalla confessione alla reticenza… Ha di questi disturbi?

– Credo che lei mi capisca.

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Il medico della nave da crociera sulla quale si trova Enid Lambert, una protagonista delle Correzioni*, propone una soluzione chimica a un problema che dichiara essere di origine essenzialmente chimica (e Franzen ne approfitta per insinuare nella mente del lettore, facendo luce sui retropensieri che nel frattempo si generano nella mente di Enid, che invece tutto risalga alla paura della morte come fatto definitivo, se si rinuncia all’effetto consolatorio delle religioni che promettono un aldilà).

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Ho un’altra soluzione.

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Chimica, sì, anche questa chimica. Autoindurre la scomparsa, nel medio periodo, di tutti i sintomi connessi al lato oscuro del colore blu.

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Si fa così:

A terra, in ginocchio, prendere con le due mani il palo, piegare il mento sul petto, far aderire il collo e la parte alta della schiena, stendere le gambe e subito iniziare a sollevarle piano, cercando di sentire l’elevazione progressiva come la conquista di una nuova dimensione (aprire gli occhi, nota bene, tenere gli occhi aperti: il mondo assumerà nuovi connotati!). Raggiunto il punto di contatto, andare oltre, portandosi con piedi, polpacci e ginocchia uniti fuori dal proprio asse. Allo stesso tempo, è necessario precisare, occorre forzare un po’ l’inarcatura naturale della schiena, per mantenere l’equilibrio. Strette bene le cosce attorno al palo, alla performer allenata sarà facile sfruttare il tono della parete addominale per una contrazione integrale, una tensione rollante, costante e progressiva, sospinta dallo sterno al perineo. Abbandonare la presa delle mani diventerà apertura delle ali al volo. Che spiccherà naturalmente, come se non si fosse fatto altro che planare nella vita, quando il mento darà l’avvio alla curva dinamica (flesso appiccato alla sommità del pube) nelle tre dimensioni. Allora la fronte (asse z), e le due braccia (x ed y), mireranno al congiungimento sull’asintoto, dove la contrattura dell’interno coscia attende di lasciare il posto agli arti superiori. Nell’attimo in cui la presa delle mani sostituirà la precedente stretta, le gambe si apriranno, descrivendo ciascuna un arco da compasso e raggiungendo il suolo sottilmente, piedi di punta e sorriso garantito.

Lì per lì si sperimenterà un piacere coreografico, pratico, di soddisfazione per l’impresa impeccabilmente riuscita. Il giorno successivo potrà accadere che, nella folla dell’autobus, o nella camminata mattutina a passo svelto, nel prendere il caffè con un’amica, nell’osservare il cielo com’è limpido, e il sole quant’è caldo oggi, si approdi alla contemplazione pura, attiva e lucida, un senso di gratitudine per ogni cosa o essere vivente, una pace che non ci visitava da tanto. È l’effetto di una modificazione chimica, s’intende, e dura finché dura. Ma poi basta ripeterne la causa. Più o meno.

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Questa era una ricetta. Un’altra, forse non un’indicazione originalissima per gli amici più informati, si può trovare qui.

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Mayer Hawthorne – Thin Moon

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*) Jonathan Franzen, Le correzioni. Ed. Einaudi, 2005 Sono alla seconda rilettura, questa sì che è una droga 😀

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Consigli d’autore

27 dicembre 2012

Una bella occasione che mi è stata offerta da Cartaresistente.


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