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Una ricetta contro la paura

14 marzo 2020

Veronique Paquerau – Mon village

La bolla isolata in cui cantilenava i suoi blues la coscienza di me è un fatto ora diffuso e, giocoforza, avvolge singolarmente ciascuno. Avvolge e isola, rende incerti il presente e il futuro.

Ma la parte da leone mi pare la faccia il terrore di non saper che farsene di un presente destrutturato così, dalla notte al giorno. Si cerca l’abbraccio con l’umanità, e lo si trova nell’intonare dalle finestre in coro l’inno nazionale (io non l’ho fatto, ero impegnata in altro), all’interno di quel condominio che, fino a due giorni, fa era la bestia nera degli individui e dei nuclei a sé stanti di cui si compone: l’inviso ma necessario mescolarsi con chi, di norma, con noi non spartisce altro che la pulizia delle scale, le utenze, i ripristini e le manutenzioni.

Il Buongiorno e Buonasera, da oggi a fine quarantena, ha trovato una sua concreta ragion d’essere.

Mi ha ricordata, questa cosa, l’esibizione dai balconi della bandiera della pace, una trovata del 2003 che accomunò sotto l’insegna di una grande minaccia gli stessi condòmini i quali, al termine dello spauracchio, da allora fino appunto a due giorni fa, si sono a malapena tollerati incrociandosi negli spazi comuni, senza dire delle snervanti tenzoni, spesso sfociate in risse motivate da futili motivi che, sotto sotto, rivelavano solo una gran diffidenza (e paura) l’uno dell’altro.

Sono riti, lo comprendo, per molti necessari.

Constato una paura dilagante che a me manca, e che mi rende cauta, quando la incontro negli occhi degli altri, perché nasconde un tranello.

Conseguenze della paura: in prima battuta, panico, atti inconsulti, messa in atto di risposte del tipo attacco-e-fuga, stress e depressione, saccheggi, prese della Bastiglia e prese di distanza; quindi, passato il primo shock: ricerca di protezione attraverso nuove abitudini, necessità di un oblio rasserenante nell’abbraccio di un qualsiasi prossimo e, ancora, altri atti “inconsulti” quali lo sfoggio di generosità inusitate, misticismi, dichiarazioni di amore universale.

Tutto ciò avrà luogo finché arriveremo a un nuovo equilibrio e torneremo a voltarci le spalle, come sempre.

Io ancora non ho paura. Sono consapevole che la morte è sempre dietro l’angolo. Ho fatto le mie scelte e ho perso la protezione delle abitudini, da tempo. Combatto la staticità del vivere. E non mi annoiano i giorni senza struttura, so cosa farne. Per questo mi permetto di consigliare un punto d’approdo verso cui orientare la prua: la coerenza, la continuità, la vicinanza vera, anche nella distanza. Non fate che sia il panico a scegliere i vostri atteggiamenti di oggi, perché domani potrete rimangiarveli e tornare vulnerabili di fronte a ogni nuova emergenza.

Rafforzatevi. Nutritevi bene. Curatevi di voi. E siate generosi, sempre. Senza tornaconto, fosse pure il sollievo da un temporaneo stato di paura.

Io sto bene. State bene anche voi.

L’abbraccio è il mio leitmotiv

5 maggio 2019

Un leitmotiv in campo letterario altro non è che una fissazione, narrativamente ben congegnata, che ricorre in parallelo alle vicende raccontate e che spesso consente all’autore la dimostrazione delle proprie tesi, tramite fatti mostrati invece che con l’enunciazione di verbosi o scarsamente dimostrati teoremi.

Molti dei libri che, a partire dalle cime delle classifiche, finiscono tra le nostre mani, invece, hanno questo difetto: contengono insopportabili spiegoni. Utili, forse, a chi non riesce a trarre da sé le proprie conclusioni, al genere di lettori che estrapolano frasi e poi le mettono a corredo dei propri profili social, per rendere ben chiaro al mondo di star vivendo secondo regole altrui.

Lode a quello scrittore che mi porta sotto al naso il profumo della rosa invece di enunciare il carattere del mese di maggio. Lode a Jane Austin, quando fa scalpitare il cuore di Elizabeth Bennet nel mio stesso petto, e non perde righe preziose dietro alla descrizione della donna borghese, inglese, di inizio Ottocento.

Lode ai contemporanei che non si scompongono davanti alla pochezza del mainstream, come Tim Parks, che con Destino muove i suoi personaggi in una pièce dove il leitmotiv è l’impossibilità di scampare agli esiti delle proprie scelte di vita, e come Jonathan Franzen, che nelle Correzioni invece sostiene l’opposto: finché imprimiamo svolte al destino, anche contrarie a come sono impostati in origine i nostri personaggi, troveremo sempre una porta aperta per aver salva la vita.

Questo considero, man mano che leggo (e rileggo) vite altrui completamente inventate e mi astengo dal consumo bulimico della sconfinata realtà che mi si presenta a ogni passo senza nemmeno attendere che sia io a cercarla tra le pagine di cronaca od origliando dietro a una porta chiusa.

Chi ha il dono di congegnare esistenze e armonizzarle a una propria visione dell’universo realizza il miracolo di valicare la smisurata solitudine e il senso di impotenza che ci minaccia ogni volta che entriamo in contatto con l’insensata assurdità del quotidiano. La letteratura è l’abbraccio che riconcilia con l’Umanità.

Immagine via Pinterest

 

 

 


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