Posts Tagged ‘Estate’

Fantasia di fine

31 agosto 2020

Maga. Sei l’unica che conosca a non aver mai detto di volerla fare finita.

.Appunto.

Non lo stai dicendo nemmeno adesso, vero?

.Certo, è solo una fantasia.

Solo una fantasia… di fine estate?

.Può darsi.

Ma, per sapere, ci sono anche io, nella fantasia?

.Quella di fine estate?.

Eh.

.No.

Perché?

.Tu sei bruciato.

Avevi detto che la mia tempra si rafforza col fuoco. Avevi detto che nessuno mi può eguagliare. Avevi detto,

.Sbagliavo. Vedi, è bastata un po’ di pioggia per rivelare che sei marcio dentro.

Oh. Sono perplesso, credevo fossi mia per sempre, Maga. Almeno nelle fantasie.

.E, invece, dopo tanto, è scesa la pioggia.

È vero. E mi sto dissolvendo, Maga. Addio. Prima, però puoi dirmela? Ti prego.

.Cosa?.

Quella tua fantasia. Me ne andrei più sereno.

.Una fantasia di fine, no?.

Quale fine, insomma!

.Ma la tua.

Avevi detto,

.Ricominci?.

Lasciami dire, sono sempre le mie ultime parole in fondo.

.Su, forza.

Avevi detto che era una fantasia di fine estate.

.Sono solo due gocce. Ti pare che l’estate possa finire qui?.

No, e per una come te potrebbe non finire mai.

.Ottime ultime parole, demone.

L’istante dell’instagatto

3 dicembre 2019

 

 

 

Ho acceso il caminetto, anche se il termostato segnava diciotto gradi. Volevo mangiare un mandarino e, si sa come succede, uno non è bastato. Ne ho preso un altro e poi un terzo e un quarto. E poi avevo davanti un mucchietto di bucce double-face, bianche e arancioni, che ancora spargevano intorno un’idea vogliosa di agrumi. Qualcosa di slegato dal palato. Golosità olfattiva, se si può dire così perché io, in pancia, di fame non ne avevo più.

La pigrizia mi ha fatto pensare di dare fuoco alle bucce con l’accendino dopo averle messe in una ciotola. Ma le ciotole in questa casa o sono di legno in finto stile rustico oppure di porcellana decorata. Avrei rischiato di ucciderle o renderle storpie per sempre. Non c’è in me tanta cattiveria. E non avrei abbandonato per nessun motivo al mondo il divano. Sempre lei, la pigrizia, mi ha ricordato che le ciotole si nascondono nei pensili in cucina e l’accendino più alla mia portata era sopra alla mensola del caminetto. Che in quel momento lanciava occhiate offese, da bambino in castigo. Ma come, sembrava domandare, hai questa gran voglia di atmosfera e pensi a tutto tranne che ad accendermi?

Per lo stress da indecisione ho schiacciato un pisolino. Quando ho riaperto gli occhi, intorno a me era buio e dalle finestre vedevo le altre case con le luci accese, fuori era calata la sera e io sentivo freddo.

Avrei potuto allungare la mano e afferrare quel plaid a quadri posato sul tavolino o avrei potuto alzarmi e accendere il riscaldamento.

Dal balcone accanto al mio, il gatto miagolava, doveva essere stato lui a risvegliarmi. Una volta ho postato un video di quel gatto su Instagram, inquadravo lui che appariva e spariva tra i pali della ringhiera. Un gatto tutto bianco, che a un certo punto si è seduto, si è messo a guardare me che lo filmavo e ha fatto: Miao.

Lo hanno visto tutti, quel video. Ho avuto un sacco di mi piace, ma non da una persona. Così, quando qualche giorno dopo ci siamo visti, eravamo proprio qui sul divano, e si è udito quel miagolio tanto vicino, ha detto: Hai un gatto? No, ho risposto io, è quello dei vicini. Gli ho fatto un video, lo vuoi vedere? E, invece della galleria, ho aperto Instagram. Te lo ricordi che siamo amici su Instagram? Possibile che non hai schiacciato il cuoricino?, volevo domandare, e invece ho continuato a sorridere e ho messo il telefono sotto al suo naso. Ah, è proprio carino, è stato il suo commento. Sembrava che non gliene importasse niente. Figurarsi se importava a me. Così ho lasciato perdere. Ho posato il telefono e gli ho sostituito il mio naso davanti all’altro naso. Ci baciavamo bene. E facevamo bene un mucchio di altre cose. Era estate e faceva molto caldo, stavamo sempre nudi.

Invece qui a pensare all’estate mi stavo intirizzendo. La casa era al buio ma sapevo che le mie dita erano di colore bluastro. All’improvviso tutto il corpo si è scosso in un brivido, le gambe si sono irrigidite e io, hoplà, non ero più sul divano. Ho preso il plaid e me lo sono buttato sulle spalle. Dopodiché, invece di accendere il termostato, ho infilate alla meglio le ciabatte e le ho trascinate a passi corti fino al camino.

Non è stata questione da poco. Ho iniziato a pulirlo con una pezza bagnata, ho spazzolato la griglia della ceneriera, poi ho infilato la testa nella cappa per vedere che la canna non fosse ostruita, e per fortuna si vedeva il cielo. La faccia però mi si è riempita di fuliggine, quindi ho preso una pausa per lavarmi. Ho anche messo sul fuoco una caffettiera e steso un bucato di calzini. Il gatto non miagolava più. Mi stavo rimboccando le maniche di nuovo per tirare fuori dalla nicchia i pochi ciocchi avanzati dall’inverno scorso, quando ho sentito odore di caffè.

Io il caffè non lo bevo di fretta, e in piedi solo al bar. Di nuovo sul divano, di nuovo a luci spente, l’ho preso sorsi calmi, alternando occhiate al camino e altre alle sagome nere fuori dalla finestra. Il giardino di questo condominio, coi sempreverdi altissimi e, in basso, le sue siepi, il vialetto di lastre di pietra irregolare, il pergolato col tavolo e le sedie ripiegate intorno, i vasi con le ortensie di ogni colore. Quanto mi piace.

Potevo solo intuirne la presenza, ma la certezza che là fuori tutto restava intatto come lo conoscevo, bastava a darmi la serenità per tornare a guardare all’interno. Il caminetto era pulito e pronto all’azione. E io avevo finito il mio caffè.

Ho gettato tra le fiamme le bucce che, raggrinzendo, scoppiettanti, sprizzavano scintille ed esalavano come ultimi respiri, nel buio rosso intorno, il desiderio arancio del primo pomeriggio. Stavo in piedi nel pieno della soddisfazione e contemplavo l’opera finita quando, alle mie spalle, si è rifatto vivo il gatto.

Era lì, dietro la ringhiera, e miagolava nella mia direzione. Non che ci fosse molto da pensarci su, l’ho raggiunto all’aperto, gli ho messo a disposizione il corpo accovacciato, e, davanti al muso, il palmo che odorava di brace e mandarino.

Lui, collo allungato e testa sconfinata nel mio spazio, mi ha picchettato col naso freddo e umido. Avvertivo una tensione, una specie di aspettativa. Stavo guardando il gatto come il mio riflesso in uno specchio, quando ha attraversato il confine in due facili passi, ha fatto un breve salto e me lo sono ritrovato in braccio.

Tenere traccia di ogni buon momento per non dimenticare i doni della vita. Ma, anche, per cercare testimoni della mia esistenza. Ho iniziato un video dal divano. Il gatto, che tengo tra le gambe, fa le fusa a occhi stretti con la mia mano abbandonata sopra il suo mantello. A pochi passi, il fuoco del camino. Clicco sul simbolo della condivisione ma qualcosa non mi fa andare oltre.

L’aroma degli agrumi, la pelliccia morbida al tatto, la sera del giardino alle mie spalle, il tepore, frutto del mio lavoro, che mi riscalda il corpo. Il tempo che scorre lento. Li condividerei, è vero, ma non postando un video. Non potrei, non basterebbe. Riceverei, sicuro, un mucchio di mi piace e, forse, ne mancherebbe ancora uno.

 

L -19

25 agosto 2013

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Le conseguenze del Lazioplano

Taleas Comic is ©2010-2012 Seth Black

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Lazio non esser squadra, ma regione,

Sminuisci l’importanza del pallone!

Ce li hai fatti a peperino*

Da Fregene a Fiumicino?

La natura ha dato fiato al suo trombone.

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*) espressione idiomatica riferita alla varietà di marmo (di origine laziale), a cui finiscono per assomigliare gli attributi  di chi viene ripetutamente importunato.

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Dall’inizio dell’estate il litorale laziale viene sorvolato quotidianamente da aerei pubblicitari inneggianti alla squadra vincitrice della Coppa Italia. Segno che almeno qualcuno non sente la crisi gravare sulle sue finanze, buon per lui.

A me del calcio non importa proprio niente, però ci tengo alla regione dove vivo. Una tromba d’aria e un geyser in contemporanea mi sembrano segnali da non sottovalutare (neppure da parte delle amministrazioni comunali).

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L -20

18 agosto 2013

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L’ora del me

colazione

Un certo Aldo Busi, che da Montichiari

Vaga per il mondo sfidando i “sicari”

A me personalmente

Insegna stabilmente.

Le pagine che scrive son breviari.

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“E da seduto mi dimentico al meglio. […] mi dimentico dell’alienazione altrui, ecco, quindi di me che la subisco e che, anziché puntare su un altro umanottero… che tanto si rivelerà uno che non ha letto niente e niente vuole saper più di quello che ignora e che l’unico trasporto che sente verso di me, un esempio irraggiungibile che gli morde l’amor proprio, se non proprio la coscienza, è o uccidermi o fare il bel gesto di risparmiarmi… punto a una sedia.”

Se le circostanze della vita non mi obbligano a fare diversamente, mi sveglio presto, per cercare concentrazione e prendere il mio the. Etichetta gialla, aroma di limone, vestito di limone vero e di un cucchiaino di miele. Ci inzuppo per un secondo gli angoli di pochi biscotti che gusto appena prima che si disfino.

Se le circostanze ancora lo permettono, sto con la finestra aperta su un grande prato esposto a Sud. In ogni stagione e clima, anche se piove. L’aria fresca o freschissima è quanto di meglio per entrare in sintonia col nuovo giorno. Dà libero corso a pensieri che forse solo a quest’ora possono materializzarsi e lavorare in pace e in silenzio.

Chissà se è esperienza anche di chi sta leggendo, l’ambiente lavorativo dei miei pensieri è nel retrobottega delle attività quotidiane. E in un punto qualsiasi della giornata, senza preavviso, mi arriva qualcosa di simile a un responso, non sempre a una domanda formulata, spesso è una nuova domanda che ancora non sapevo di voler esprimere.

Domande, limone e miele della vita, sono ciò che mi mette in moto la testa, dove girano e girano, fino al mattino dopo. E spesso, davanti a un the e con la finestra accanto spalancata, generano impulsi all’azione.

Bella di casa, la finestra aperta.

Vociare di uccelli.

Ieri ho salutato un desiderio e l’ho lasciato con la mano stretta a una certa me, su un’isola, ad aspettare il mio ritorno.

Non sento il solito brusio di traffico lontano, sono tutti in vacanza.

È passata metà agosto e non ho visto stelle cadenti, ma nemmeno quest’anno ne ho sentito la mancanza.

Un altro biscotto.

Ne ho ancora talmente tante di stelle legate a desideri espressi negli anni, stando infagottata nell’asciugamano in spiaggia. Ne raccoglievo a decine, assieme alle punture di zanzara.

Striscia sulla calotta cranica un principio di mal di testa da poco sonno. Ho fatto almeno un sogno però.

Il sogno che ricordo di aver fatto è una riconciliazione impossibile con un ex datore di lavoro di scarso valore, uno di quelli che proclamano al mondo la propria aderenza ai sani principi egualitari della sinistra che non è mai stata, né qui né altrove, e in ogni cosa della propria vita si comportano al contrario. E a me, che sono sempre stata una allergica ai principi preconfezionati, me ne fregava poco, stavo lì per lavorare. Ma poi con le code di occhi e orecchie, giorno dopo giorno mi accorgevo che era infastidito di quel fregarmene poco, quel mio preferire andare al Foro Italico a pattinare sul marmo liscio in barba ai divieti, dopo l’orario, piuttosto che trattenermi a sua disposizione. E mentre io mi lanciavo braccia all’indietro, controvento, velocissima sul marmo proibitissimo, lui architettava antipatici sgambetti per dimostrare a tempo debito che fossi inadatta a lavorare, invece di parlarmi apertamente.

Stanotte, sia come sia, ci ho fatto pace, e amen. Non è la prima volta che mi riconcilio con un fantasma. Mi sono alzata serena.

Campane dalle Chiese.

Squilli di trombe dalla Città Militare si sovrappongono per poco. Siamo in Italia, baby.

Altro silenzio.

È il momento di aprire il libro di Aldo Busi. Sì, mi pare di averlo intravisto ospite di certe trasmissioni-spazzatura, negli anni passati. Ma non mi sono soffermata. Ricordo invece di averne letti tanti di suoi libri, e ho smesso quando mi sono sentita di proseguire da sola, dopo che mi ha aiutato a svicolare dall’ipocrisia imperante. A smaltire sensi di colpa che non mi appartengono e restituire la stessa dignità a sogni, impulsi, impegno e distrazioni.

Non so se, come dice lui, sia davvero “un pesce piccolo al quale fa orrore il plancton che gli spetterebbe”. Non le ho viste le trasmissioni-spazzatura e il plancton, specie a colazione, fa orrore anche a me.

Riprendo a leggere Busi, quindi. Chissà quale domanda me lo ha portato davanti a colazione. Intanto, eccone una sua:

“Perché i figli del popolo, gli operai, le commesse, quelli del call center, i contadini, gli impiegati, i precari, gli esodati, i disoccupati, i sottoposti tutti, i neoproletari, insomma, per un salario da fame e spesso neanche quello, invece di andare in giro a far casino negli stadi e a impasticcarsi nelle discoteche e a peggiorare il loro stordimento e quindi la loro situazione contrattuale, non restano a casa loro a leggere cercando anche di capire cosa c’è nero su bianco? Capirlo come fatto che apparentemente non ti riguarda e palesemente non ti piace, innanzitutto, prima di proiettarvi la pochezza della tua interpretazione e dei tuoi sentimenti, di quello che tu chiami “il tuo vissuto”?”

Vorrei svernare all’isola.

Ho finito sia the che biscotti.

Però c’è luce e silenzio fuori, io continuo a leggere. Le circostanze ancora lo permettono.

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George Michael – Older

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Libri in vacanza: L’isola di Arturo (su Cartaresistente)

15 agosto 2013
(Leggi anche su Cartaresistente)

.Persa sull'isola

Chi è nato nel paese del sole, l’estate senza mare quasi non la concepisce. Sarebbe una scelta troppo innaturale, anche se a volte, nelle tasche, non ci si ritrova più la meraviglia. Restano solo granelli di fastidiosa sabbia, riversata sul pavimento quando meno te lo aspetteresti.
Il mare. Noi come isole logorate dalle onde.
Così, stavolta, sull’isola mi sono portata lei. Nata e cresciuta in un isolamento senza salsedine e iodio e spruzzi e languidi sciacquettii a lambire le sue caviglie pallide.
Lei, che le isole le rincorre, e sogna. Io le sto dietro e sogno quello che mi racconta di sognare. Ogni volta é un risveglio differente, la meraviglia che torna, e torna, e torna.

Lei stamattina legge “L’isola di Arturo” di Elsa Morante.

L -21

11 agosto 2013

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Il girovita della medusa medusae

La medusa produce come ustioni

Quando ti tocca, se in acqua ti abbandoni.

Mentre al largo tu fai il morto

Ti conviene stare accorto:

Lei ti resuscita, senza autorizzazioni.

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Tu credi nell’eternità?

Ho visto coppie che voi umani non potrete mai vedere. Sfioravano con tenerezza i reciproci esodermi, mentre intrecciavano tra loro gli ormai deboli tentacoli. Si dibattevano sul fondo di un secchiello, in preda agli ultimi spasmi delle loro esistenze molli e invertebrate.

Non prima di incontrarti.

Anche io.

Ne avevano rastrellate a decine. Individui senz’anima, che si curavano solo dei propri spregevoli profitti, biechi saccheggiatori di quelle esistenze ormai arrivate all’ultima spiaggia che si muovevano dal basso verso l’alto, quiete e melliflue, e senza alcuna intenzione di far male. Non poterono resistere al richiamo di una sorgente di luce ignota, intravista appena prima attraverso la sabbia del fondale. Si riconobbero un attimo prima di venire catturate, quelle anime gemelle.

Non stavo scherzando poco fa, presto, dammi un tentacolo.

Cosa vuoi fare? Non conosco neanche il tuo nome.

Turritopsis, mi chiamo Turritopsis Dohrnii.

Oh, non avevo mai conosciuto una medusa greca.

Turritopsis considerò per un momento l’ipotesi che si stesse legando troppo frettolosamente a una sconosciuta, ma si lasciò ogni remora alle spalle: una paletta le stava sollevando sotto lo sguardo divertito dei bambini, per spiattellarle a prosciugare al sole dentro una carriola sporca di alghe e spazzatura, pescate dal bagnino in prossimità della riva.

Bé, io mi chiamo Laerta, piaceeere.

Da oggi il tuo nome sarà Ebe, come la dea… – notò troppo tardi una certa assonanza allo stato di ebetaggine, ma alzò brevemente lo sguardo (?) come per raccomandarsi al cielo e proseguì -, e il tuo destino sarà quello di vivere infinitamente insieme a me.

Subito dopo il loro primo bacio si fusero in un unico organismo unicellulare che fu scambiato per sabbia, e rigettato distrattamente a mare. Dopodiché, furono cazzi di Turritopsis per l’eternità.

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Se fossi blogger _ Meditazione 1

1 agosto 2013
Così, ho deciso di inaugurare un ciclo di meditazioni agostane.

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Ragazzi, non si può arrivare sempre ad agosto a  infilare nelle buche delle lettere dei cittadini in ferie, o boccheggianti e bisognosi di nuovo ossigeno, volantini leggeri leggeri riportanti la richiesta di fare “scelte consapevoli” su argomenti del vivere civile dalle ricadute importantissime su tutti noi presenti e sulle generazioni future.

Non sono un’impulsiva, sono in grado di assumere posizioni e cambiare opinioni solo dopo aver attentamente riflettuto e confrontato informazioni che mi diano sufficiente tranquillità. Certo, nella vita quotidiana conta molto la rapidità, ma ho sviluppato anche questa caratteristica e non mi vedrete quasi mai tentennare davanti due prodotti simili nel momento di scegliere quale acquistare. Nel caso del cibo, evito di farmi trarre in inganno dall’eventuale packaging ingannatore, vado subito a leggere ingredienti, data e luogo di produzione, la scadenza, e non sempre preferisco quello col minor prezzo per unità di misura, poiché anche il gusto vuole la sua parte.

Ragiono in modo simile per il vestiario, riguardo ai libri sto cercando di entrare nell’ottica del prestito bibliotecario, altrimenti a questi ritmi dovrò decidere chi far sloggiare di casa, tra me e loro (i libri!).

In definitiva, credo di cavarmela abbastanza bene. Brava. Grazie.

E questo nonostante il caos della modernità, le complicazioni che comporta il vivere in una città come Roma, e la tentazione di abdicare al ragionamento, per le scelte più difficili, seguendo persone a mio giudizio autorevoli, nei loro indirizzi in favore o contro una delle opzioni in gioco.

Comunque, d’estate i pasti si risolvono con una pizza, un pomodoro col riso, tutt’al più sforzandosi di tagliare un melone e aprire la busta del prosciutto crudo. L’abbigliamento, come ha detto ieri nello spogliatoio della palestra la mia amica ancora più bella di Josefa Idem, all’atto di infilarsi uno straccetto (non so dire se di boutique o di bancarella, in estate tutte le vesti si somigliano – ed è facile intuire dove mi rifornisco io) direttamente sulla pelle umida di doccia “Quanto mi piace questa stagione, mi sembra di vivere in vestaglia”.

Questo è il livello massimo accettabile di scelta in estate, e, visto che è cosa risaputa, a me stamattina è venuto da arricciare il naso quando, distesi come bandiere, uno ciascuno sui due schermi che ho davanti, mi sono sentita tirare per lo straccetto da due appelli speculari:

Respect-vs-Riformecostituzionali

Respect” Costituzione, “non vogliamo la riforma della P2”. Firma l’appello

Partecipa” – Consultazione pubblica sulle riforme costituzionali

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Il dibattito non nasce oggi, e io da tempo mi sono convinta che la Costituzione italiana non sia perfetta, e che con gli strumenti già esistenti la si possa migliorare. Né mi piace il presidenzialismo, non mi piace per ragioni storiche, morali, perché ho il sospetto che finirei in galera subito, e perché non lo trovo adatto al nostro paese (c’è chi dice che si adatti ad altri, come la Francia, ma non ne so abbastanza della Francia e dei suoi abitanti per dire bene o male della giustezza di quella forma di governo, nel loro caso). Però vedo da tempo che tutto converge verso di esso, come se non avessimo altra possibilità, come se gli italiani non fossero maturi per un utilizzo pieno della democrazia (e chi ha portato la situazione fino a questo punto, però, siede tra coloro che caldeggiano la virata autoritaria…).

Poi mi ritrovo davanti alla proposta di una consultazione pubblica via rete, con tutte le limitazioni del caso, e mi pare comunque un atto democratico, e istintivamente mi piacerebbe utilizzarlo. Però non sono un’istintiva. Anche per questo, pur fidandomi di Rodotà, non mi fermerò alla fiducia nelle parole del personaggio autorevole. Sta di fatto che sono chiamata in causa. Che casino. Dovrò approfondire, e in fretta.

Farò la mia scelta, che gronderà fatica e sudore, questo è certo, ma adesso devo fermarmi e alzare le mani: riguardo all’iniziativa governativa, per ragioni di lavoro, vivo un conflitto di interesse, per cui:

Se fossi foco, arderei lo monno, se fossi ministra, mi ritirerei. Se fossi blogger, lascerei a chi legge le conclusioni.

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L -23

28 luglio 2013

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Meglio di un ghiacciolo

nudità-merini-.jpg 

Citazione di Alda Merini dalla copertina dell’ultimo Vanity Fair

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“La nudità mi rinfresca l’anima” hai detto

E chissà se intendevi la nudità nel letto

In casa si perdona,

Ma tra gente guardona

Nuda rinfreschi te, e scaldi ogni persona.

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Ma sai, Alda, che non piacevi a tutti? Il fatto è che prima che poetessa eri una donna fiera del proprio esistere, pronta a mostrarti, ma per prenderne spunto e viaggiare verso altri temi. Eri uno specchio troppo lustro e intatto, e perciò inadatto a rendere immagini almeno sopportabili per chi ti era di fronte. Allora meglio adesso, che sei quasi un’icona, (ora rubo una rima a Caparezza) dopo di te, in Italia, giusto Staller Ilona. Ma non ho notizia di un livello poetico delle sue esibizioni, dev’essere per questo che ha fatto tanta strada. (perché non Moana? La rima non era efficace, e forse pure il paragone)

Leggo questi ultimi aforismi*, quasi da diario scolastico, che ti dipingono come eri, una bimba che in piedi ruotava la gonna attorno alle proprie gambe, per farla sollevare. La psicanalisi rivela che tutti i bambini sono narcisi, e tu “Siete tutti narcisi anche oggi, come lo sono io”, sembravi dire, per poi aggiungere: “Giochiamo insieme?” Molti scappavano (gli stessi che adesso sono pronti a ritornare, però è impossibile il confronto con te, guarda tu che hai fatto: sei morta).

“La nudità mi rinfresca l’anima” è come uno specchio che mette a disagio i più.

Eppure lo conosciamo bene il piacere della nudità. In questi giorni di estate piena ne apprezziamo il valore. È così facile svestirsi. E insieme al corpo disvelato (che importa se solo a sé stessi o rendendo partecipe lo sguardo altrui, il punto della questione si trova un po’ più avanti) si invola la mente. Certe connessioni tra fisicità e pensiero si realizzano solo liberando entrambi all’unisono.

Mi è rimasto dall’infanzia il gusto della nudità liberatoria, rinfrescante per l’anima, nel senso che le dai tu, Alda. Da nuda, non puoi falsificare niente, e ti rigeneri in te, senza altri bisogni attorno a disturbare.

Viva l’estate che riequilibra tutto, per questo è da sempre la mia stagione preferita.

Estate: caldo, ozio, prendersi lussi impudichi come il disimpegno del leggere una rivista “da parrucchiere” sotto l’ombrellone. Sono certezze. Che Vanity Fair tenta di sgretolare con qualunquismo ipocrita. Alda, sei stata citata a (s)proposito della modella nuda incinta, che giusto  se leggi la didascalia ti accorgi  essere la Hunziker, tanto la fotografia è ritoccata per renderla simile alle altre.

E va bene, è lo stile del nostro tempo mescolare alto e basso, ma l’operazione dovrebbe essere al servizio della verità, di una luce che sterilizzi lo sguardo, e tiri fuori dalla nudità anche altro, oltre alla ripetizione pornografica. Verità è quella che ancora tutti, e soprattutto in estate, dovremmo andare cercando. Ce ne sarebbe bisogno, tanto, in ogni campo. E dunque ho deciso che fare sotto l’ombrellone.

Estate: caldo, ozio, gettare nel cassonetto della carta le brutte riviste, e rimediare un limerick che mi rinfreschi l’anima.

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*) Alda merini, Aforismi e magie, Ed. BUR 2003

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‘Sta mania della libertà d’espressione

10 luglio 2013
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(Sarò perdonata dagli amici di Cartaresistente -l’illuminato blog che parla e rappresenta libri di carta e altre faccende culturali molto tangibili, in maniera smaterializzata- ai quali ho promesso un certo numero di contributi, se oltre alle incombenze personali e lavorative, oltre ai post insonni colati giù dai calamari, antepongo alla messa in atto delle mie promesse anche queste poche righe.)

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Mi fa davvero piacere segnalare come un recente redazionale del Foglio, di promozione a un libro,  sia una summa di pensieri degni della massima attenzione e riflessione. Un esempio tra tutti:

“Gli scrittori da blog – non tutti, sia ben chiaro, solo quelli cialtroni – si sono liberati d’un colpo di qualunque convenzione e riempiono pagine e pagine di prosa sperimentale, la cui sperimentalità consiste essenzialmente nel non fare capire un tubo al lettore.”

Capostipite dei cialtroni del web sarebbe un certo Raymond Carver.

Alla domanda “Perché infliggere al prossimo tali esempi di grafomania patologica?” ci si limita a rispondere “Semplice: perché ora la tecnologia consente di farlo.” Senza considerare che chi apre un blog, oggi, prima di poter sperare che le proprie frasi trovino qualcuno disposto a buttarci uno sguardo, deve non soltanto pazientare come Giobbe, ma anche sforzarsi di mettere in atto strategie da guerra fredda, se addirittura WordPress si premura di istituire post nei quali imbecca i novizi con istruzioni adatte alla campagna stampa di una multinazionale.

E sorvoliamo sulle intenzioni, ce ne saranno mille, buone e meno buone. Resta il fatto che nessuno ci costringe a leggere un blog.

Ma perché tanto spreco di tecnologia? Il Foglio non è, in fondo, un prodotto per definizione cartaceo? Perché abbassarsi a contendere il web con tanti cialtroni, invece di porgere la propria pregiatissima offerta culturale a un selezionato pubblico di intenditori? Ah, già. Perché cialtroni non lo sono tutti gli “scrittori da blog”, ma solo quelli affetti da Carverismo, sia ben chiaro.

Ittaliani! Tornate subito in riga e pure in colonna, perdio! Prendete carta e penna e decretate morte ai cialtroni! Morte a chi si oppone alla comprensione dei tubi, delle tube e dei tromboni!

Io questo articolo l’ho amato, perché mi ha aperto gli occhi.

E, sia ben chiaro, quello che ho capito è che da grande voglio essere cialtrona come Carver. Perché cercare di trattenere il potere nelle mani di pochi puntando tutto sulla denigrazione dei processi di democratizzazione in atto, non sarà da cialtroni, ma di certo è tipico dei co… degli asini.

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De shortibus

5 luglio 2013

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jambes

Eh, sì. Parliamone pure, và. La noto anche io la fioritura di ragazzine in shorts. Le incontro anche io a Villa Borghese, ma non solo: in metro, per strada, nei bar. Ovunque. C’è qualche novità? Qualcosa che mi sono persa evitando di cliccare sulle notizie che riguardano olgettine varie e tal Sara Tommasi? Le ragazze in estate si spogliano. Lo fanno da sempre, sapendo bene, sperando anche, di farsi notare. Lo fanno comunque, anche se non ne avrebbero propriamente il fisico.

pantera

Lo facevo pure io, a rischio di venire  inseguita dal maniaco che mi bloccava il passaggio nella strada deserta, per convincermi a salire in macchina. Io mi attaccavo a tutti i campanelli del primo portone e, a scampato pericolo, iniziava la tremarella senza controllo e scendeva qualche lacrima di rabbia. Ma tornavo a denudarmi pericolosamente il giorno dopo, e in modo più impudente quando ero insieme alle mie amiche. Certo, non puntavamo a far sbavare il padre di famiglia, ma questo accadeva comunque. Che poi magari lì per lì soprassedeva, e poi era quello che ti infilava la mano nello slip sotto lo specchio d’acqua della piscina del villaggio turistico, subito dopo essere diventato grande amico di tuo padre per via della comune squadra del cuore. E tu non sapevi come si reagisce agli approcci degli amici di famiglia, e restavi come un(a) baccalà. Umiliata, offesa e senza armi, mica gratificata. Perché per noi teenagers quelli sopra i ventidue erano già vecchi. A noi piaceva un certo ragazzino, e spesso eravamo in gara era per lui o, al massimo, per mantenere alta la nostra “reputazione” nel gruppo.

Uomini, guardate pure, mica togliete nulla agli oggetti dei vostri sguardi. Magari fatelo con discrezione, avete compagne che potrebbero scambiare i vostri sguardi per dichiarazioni d’amore nei confronti di altre che non siano loro (alle quali avete promesso il cuore, e forse lo avete fatto con convinzione). Non sarà un riflesso ancestrale e poco controllabile a rovinare un progetto di vita o un sentimento vero.

Piuttosto, mi sembra molto diverso quello che fanno alcuni, che non si limitano a guardare.

Teenager io non lo sono più, ma sabato scorso, in spiaggia, un paparazzo da smartphone ha ritenuto suo diritto immortalare la mia discesa solitaria verso la battigia. E quando mi è arrivato a tiro, ed era chiaro che gli andavo incontro per dirgliene quattro, ha iniziato a puntare il panorama, le vele, il bagnino in canottiera rossa, prima di dileguarsi in tutta fretta altrove.

Mentre ieri, tornando in metropolitana, sono stata accecata da un flash, il solito smartphone tenuto tra le ginocchia da un tizio seduto di fronte a me, con aria da gnorri. Se ha fatto così con una che aveva sulle spalle dieci ore stressanti fuori casa, non so immaginare quali altre violazioni della privacy possa aver commesso ai danni delle delle primizie discinte che affollavano il vagone.

Il signore che ha allungato le mani attraversando le strisce col rosso mentre gli sfrecciavo accanto in bicicletta, invece, rientra nella categoria del porco. Nemmeno ipocrita, solo un qualsiasi porco metropolitano.

Domani è sabato, ci sono i saldi. Quasi quasi mi compro un paio di shorts e vado a spasso con le mie più morigerate figlie.

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PS. Vero, amico malpensante: un po’ gratificata lo sono. Ma fino a un certo punto, preferirei essere notata da Uwe Ommer.

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