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Ecco: la coscienza civile, non la scomodare

7 marzo 2015

Iosif Stalin

 

L’ibridazione dei generi è una tendenza salutare, attuale e generalizzata. Per il letterato, a volte, costituisce una tentazione irresistibile, spesso con esiti disastrosi.

Canale Mussolini (Premio Strega 2010) mi piacque molto. Provengo da una vasta area romana che fu bonificata ai tempi del fascismo, e il sapere di poter ritrovare, in tante altre parti d’Italia, vaste pianure coltivate, accarezzate dal frusciare delle fronde di interminabili filari di odorosi eucalipti, ai margini delle strade che corrono parallele alla trama e all’ordito dei canali di scolo, mi intenerisce il cuore.

Ti fui grata, Antonio Pennacchi, per aver scritto dei bonificatori con tanta partecipazione affettiva e con cotanto scavo nelle vicende della grande e minima Storia. Quel libro, per me, è Letteratura.

Ma tu, solo e pensoso, per i deserti campi del revisionismo storico sconfinando vai.

O, meglio, andavi, oramai 11 anni fa, e chissà che l’operazione di Limes, rivista italiana di geopolitica, non intendesse coscientemente far ricadere, visto il tempo trascorso, sotto l’egida del revisionismo storico, il tuo articolo L’autobus di Stalin, riproposto in lettura lo scorso 5 marzo, anniversario della morte di Iosif Stalin.

Io, lo sai, Pennacchi, il fatto che gli articoli di settore, in questo caso ospitati da una illustre rivista di geopolitica, vengano affidati alla penna di un intellettuale in voga, che di quel settore ha una competenza non specialistica, ma bensì più spesso letteraria, familiare, maccheronica, un po’ come il linguaggio volutamente utilizzato per esporre tesi contraddittorie, quasi a strizzare l’occhio al lettore mediamente acculturato (ovvero, poco o per nulla, e si può star certi che col passare degli anni il livello possa solamente essersi abbassato), e guadagnarsi senza troppo scalpore, paragrafetto dopo paragrafetto, la via della parola “fine”, a me non piace neanche un po’.

Lo sai, io, da un letterato, mi aspetto, ibridata o meno, Letteratura, materia che spalanca la visuale del fruitore sulla storia, sull’etica, sulla politica, e in generale sulla vita e su sé stesso, più di qualsiasi trattato tecnico, specialistico o psicanalitico possa mai fare.

A un articolo di geopolitica, magari scritto in un linguaggio piano, ma pur sempre chiaro e comprensibile, corredato da dati e numeri incontrovertibili, chiederei che arricchisca il mio bagaglio culturale e allarghi lo spettro dei miei ragionamenti.

Fatti, magari organizzati e in qualche modo “interpretati”. Di certo, non esercizi di fantasia o opinioni.

Pennacchi caro, è proprio grazie alla tua indiscussa padronanza in ambito letterario se, leggendoti, ho potuto visualizzarti così nitidamente alla guida di un autoveicolo, nel lontano 2004, mentre elucubravi su etica e politica tra te e te, grosso modo così:

Se metti un animale sotto con la macchina non sei rimproverabile (prevale l’istinto di sopravvivenza), se prendi un umano, sì (valutazione etica, facile da sostenere se riguarda altri, meno se si è coinvolti in prima persona). Ma ci sono innumerevoli sfumature. Ad esempio, sei rimproverabile se metti sotto un pedone mentre sei alla guida di uno scuolabus?

“[…] devi andare dritto. Prenderlo in pieno. Senza pensarci sopra. È un «worst case», ma pure questa è etica.” Ovvero, scegli il male minore.

Stesso ragionamento si può applicare a “Gli orrori del Comunismo”.

“Ecco: la coscienza civile.”

“Anche quella è un fatto storico, storicamente determinato.”  Stalin ha fatto la scelta etica migliore per la sua epoca e collocazione geografica. Etica, non politica né storica, intesa come “valutazione [?] di tutti i fatti e tutte le relazioni che li hanno in qualche modo determinati”. Correttezza di valutazione, che va intesa come coscienza civile, ovvero concetto relativo, prodotto di una data epoca e collocazione geografica.

Stalin non era uno stinco di santo ma “se tu hai tutto il diritto di fare revisionismo storico sul fascismo o sulla Dc, hai però il dovere di applicare le stesse categorie e lo stesso beneficio d’inventario pure sullo stalinismo” e “tu ti presenti dicendo: «Viva noi» – intendendo con quel noi gli squilibri del capitalismo e delle tue presunte democrazie, costruite sulle spalle degli uomini e dei popoli più deboli – io non posso che risponderti: «Viva Stalin»”.

Quindi, fascismo, DC, stalinismo, capitalismo [perché, almeno in apparenza, ormai morente], il reato è caduto in prescrizione: furono scelte etiche.

L’analisi storica [“Corretta valutazione ecc.”] del fenomeno dei Gulag non può essere effettuata, perché non se ne conoscono con precisione i numeri. Probabilmente, dei 15 milioni di esseri umani trasferiti, molti saranno morti “in incidente d’auto e chi di infarto o di vecchiaia”. Ma con quei 15 milioni, in prevalenza, ci si è popolata l’Asia e la Siberia, e, inoltre, la coscienza civile dei cittadini dell’URSS non ne fu ripugnata. Hanno ottenuto “l’emancipazione di sterminate masse di diseredati. E questo è un fatto, costituito da innalzamento dei tenori di vita, sistema sanitario, standard abitativi, altissima scolarizzazione di massa e totale giustizia sociale.”

Davanti, poi, a obiezioni sul metodo, “Non è anche dottrina Usa del resto – quella in vigore tuttora a Guantanamo – che «l’integrità del nemico può costare la vita dei nostri»?”

Si è trattato, in definitiva, di flussi migratori come quelli moderni (in Italia da Sud a Nord, causati dalle prospettive di un impiego in FIAT), rispetto ai quali l’unica differenza sta “tra dirigismo e fenomeni indotti”.

Io ti vedevo, dunque, mentre guidavi, guidavi, Pennacchi (nella notte?), ma, elucubrando mentre eri impegnato in altro, secondo me non ti accorgevi di avere le idee un po’ confuse. Provo a chiarirtele, applicando i tuoi stessi concetti e conducendo il tuo scritto in un modo più corretto verso la parola fine.

Se Stalin, è stato equivalente a Agnelli, allora ha diritto anche lui alla sua quota di elogi.

E, se tu stesso sei equivalente Solzˇenicyn (come alludi, in quanto figlio di “deportati” da Mussolini nelle paludi pontine), allora, undici anni fa come oggi, non c’è revisionismo che tenga, tu, a un Baffone (autista dello scuolabus, sceso temporaneamente dal mezzo di trasporto delle masse, mettiamo, per fare un bisognino), che ti si pari all’improvviso davanti all’auto in corsa, dammi retta, tu lo ficcheresti “sotto senza pensarci sopra” (Pennacchi, su, eri proprio distratto). Non per politica, né per storia, né per una scelta etica, ma per pura sopravvivenza. Altro che elogi.

Fine.

Naufragio d’antan

4 dicembre 2014
Duane Michals

Duane Michals

 

Si approssima il Natale, siate buoni. Donate generosi i vostri baci all’Antologia  che li celebra, il blog di Vinicia Tesconi a caccia di appassionati baciatori e/o collezionisti di altrui baci. Questo il mio contributo, una cosetta giovanile:

L’intrepida corsara ha naufragato.
speronata da una chiave di violino.
ed ora, sulla zattera, tra i flutti,
minaccia di vendetta come può:
“Che tu lo sappia o no, che tu lo voglia,
ho un solo desiderio ed è baciarti,
baciarti e ribaciarti, finchè,
alzati gli occhi sopra i tuoi,
non li vedrò sorridere sornioni;
occhi d’animaletto ironico e spietato
nei tuoi silenzi e le tue brevi frasi
che non chiedono mai troppi perchè.
Lo sai chi sono io? Se ti ricordi
sono quella che più d’altre cose
sentiva il desiderio di baciarti…”

 

 

La trasgressione del mese

31 agosto 2014
Reclame d'una volta

Nuove trasgressioni: la Sinistra alla riscoperta delle tette.

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Va detto che il mese di agosto che si sta concludendo in queste ore, come qualsiasi altra entità, non è più quello di una volta. Poveretto, bisogna capirlo, si è arreso alla necessità di trasgredire, altrimenti come frenare la drammatica caduta di popolarità che ne ha segnato gli ultimi, ingenerosi, anni? Come alimentare i mesi successivi, tutti figli suoi, senza poter contare sui capisaldi che storicamente garantivano la continuità del chiacchiericcio fertile, meglio se consumato ai tavoli di un bar nei giorni di pioggia o a tavola dopo una bella polentata accompagnata da fiumi di un corposo rosso? Un agosto così non verrà dimenticato facilmente. Prendi il clima. Quello meteorologico, politico, umanitario, cronachistico, tutto stavolta è stato differente.

Io, questo cambiamento, l’ho preso bene.

Ho gradito il fresco persistente, mai come quest’estate i miei pensieri sono rimasti lucidi e, senza le solite tre-quattro docce quotidiane, non c’è stato neanche tanto spreco di acqua. Per non parlare della bolletta elettrica: non più di qualche notte coi ventilatori accesi.

E che dire dei romani, piegati alla necessità di ricercare il caldo per meglio sostenere i mesi di cui sopra, quelli a venire. Tutti partiti. Sai che noia restarsene davanti al mare a osservare le onde, invece di arrostire a fuoco sostenuto, perdere inibizioni, aprirsi, aprirsi a più non posso (tanto fa caldo) a esperienze nuove e pazzamente estreme?

Roma, nell’aria nitida e lucente di questo agosto, è stata una regina di bellezza, gli acquazzoni non hanno potuto che farla risplendere agli occhi dei turisti e dei pochi abitanti a spasso per le sue strade.

Ebbene, mi spiace dirlo, ma anche tutto questo andrà perduto. Come lacrime nella pioggia.

Ieri ho ceduto, e ho buttato un occhio al famigerato D, il periodico per Donne allegato a Repubblica. Non sto qui a verificare, ma giurerei che da che esiste il blog, almeno un post all’anno glielo dedico e, lo so, sembrerò in questo meno attuale del mese di agosto, ma qualche caposaldo non posso fare a meno di mantenerlo.

Io D lo sfoglio velocemente, salto a piè pari quasi tutte le rubriche, mi soffermo appena su Rampini e Zucconi, noto le inchieste, alcune ancora riescono a colpirmi, sbadiglio sulla moda, approdo infine a Galimberti che riesce sempre a restituire un senso alla rivista e spesso anche a molte riflessioni personali.

Galimberti risponde a Paolo Izzo

Questa settimana risponde a un lettore non banale, di estrazione radicale, e individua nella necessità di “curare la scuola la cultura e l’educazione, perché solo queste cose rendono i cittadini liberi e capaci di difendere con argomentazioni i diritti […] e di sollevare le masse”, definendo questo un compito di Sinistra. La stessa Sinistra che nel resto dell’articolo, però, incolpa di un grave fraintendimento storico, l’aver calato i valori della rivoluzione francese all’interno di una società, quella sovietica, che non disponeva di una classe borghese “e quindi non poteva esprimersi che come dittatura.” La stessa Sinistra che oggi si è gravemente compromessa con l’adeguamento alla regola sociale della distinzione a tutti i costi, alla necessità di trasgredire, di perdere inibizioni, di aprirsi, spesso sconsideratamente, a esperienze nuove, che in alcuni casi non esiterei a definire “pazzamente estreme”. E ha perso. La Sinistra esiste ancora, più come sentimento che come progetto, in seno a molti che non si rassegnano alla sua dissoluzione sulla scena politica italiana. Ai restanti molti la Sinistra suscita solo cattivi sentimenti.

Tale è la sorte, temo, che attende il mese di agosto. Con tutta la simpatia che provo per chi non esita ad aprirsi nuove strade col falcetto (nel caso della Sinistra, anche col martelletto… ah ah!) dove pare più impenetrabile la jungla, domani, intendo più in là nel tempo, ma già a settembre o ai primi d’ottobre, potremmo realizzarlo, di lui non si parlerà che male.

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Temo l’igiene sopra ogni altra cosa

28 giugno 2014

Uniforme di FF

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Due settimane dopo che Stoner ebbe ricevuto la sua laurea in Lettere, l’Arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato a Sarajevo da un nazionalista serbo e, prima dell’inizio dell’autunno, la guerra era scoppiata in tutta Europa. Tra gli studenti era argomento di conversazione continuo; tutti si chiedevano che ruolo avrebbe avuto l’America e quale emozionante futuro li attendesse.

John Williams, Stoner Fazi Editore, Febbraio 2002

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“Una depressione in area balcanica provoca instabilità su tutta l’Europa…”.

È il ventotto giugno del Quattordici. Dalla televisione l’uomo delle previsioni rende, senza volerlo, un fatto meteorologico tal quale al quadro geopolitico di cent’anni fa, e si alza l’asticella all’espressività dei miei sopraccigli: Quanto candore in questo accostamento. Cent’anni, cifra tonda, circolare. Il Giambattista Vico…

E quanto spesso sento ormai ripeterlo come un auspicio: “Ci servirebbe, mi spiace dirlo, un evento forte, capace di cancellare tutto, per ricominciare davvero”.

Ingenuamente immagino si possano trovare somiglianze tra il Quattordici di allora e quello in cui viviamo. A me l’auspicio proprio non appartiene. Ci penso su, allarmata, e cerco chi mi conforti.

“No, no.” Mi fanno (è Savio, l’amico mio che ne sa di Storia), “tutto sommato, al netto delle previsioni e della data, la simmetria non è così evidente”. Ansia rientrata, ma a me – che posso farci? – a me è rimasta voglia di capire.

La guerra allora era già nell’aria.

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Accanto a […] fattori materiali […] che potremmo definire in una sola parola la gara a spartirsi il mondo, vi sono anche dei fattori, per così dire, spirituali, psicologici, culturali. Vi è certamente, negli anni e nei mesi che precedono lo scoppio del conflitto, l’accentuarsi di uno stato d’animo diffuso di aspettativa della guerra: si fa strada una cultura, filosofica ma anche letteraria, che guarda con favore alla guerra in quanto tale. Questa idea criminale secondo cui la guerra sarebbe «l’igiene del mondo», questo tipo di stato d’animo noi lo cogliamo, per esempio, in tante avanguardie; la guerra «igiene del mondo» è un’idea fissa per esempio di una parte del Futurismo italiano – Marinetti pratica l’esaltazione della guerra – ma è anche del bagaglio mentale di un personaggio discutibile e a tratti clownesco come Gabriele D’Annunzio.

Ma non è soltanto la cultura per così dire attivistico-estetizzante che guarda alla guerra come alla rivoluzione dei problemi morali del presente. Bisogna dire che anche la cultura più compassata, più tradizionale, conservatrice guarda alla guerra come ad una salvezza o una forma per così dire di purificazione delle coscienze. Peraltro è noto che quando in un paese ci sono tensioni sociali, problemi irrisolti, scatenare una guerra è una magnifica trovata per scatenare le tensioni altrove […]

Una grandissima personalità della cultura classica tedesca, il barone Ulrich von Wilamovitz-Moellendorff, rettore dell’università di Berlino nel 1915-16, pronuncia un discorso, all’inizio di quell’anno, intitolato L’impero mondiale di Augusto, che sembra quasi soltanto un discorso di storia antica.

La tesi centrale è che la lunga pace che ha caratterizzato l’impero di Augusto fu nociva per il regno romano, che cominciò a decadere per colpa di quella pace troppo lunga; quindi la guerra ogni tanto è necessaria: discorso evidentemente allusivo al presente, che suggerisce chiaramente che la guerra ogni tanto ci vuole, pe ritemprare un popolo. (1)

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Bastava trovare un appiglio.

L’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, che non stimava l’erede Francesco Ferdinando e provava un’antipatia imperiale per la consorte morganatica del figlio, superò in fretta lo stupore e la costernazione per l’attentato di Sarajevo.

Fu presa in concomitanza con la commemorazione della battaglia del Kosovo la visita della coppia nei territori annessi al Regno Asburgico.

Tra le ali di folla che l’accolsero in Bosnia, molti erano con tutta probabilità i prezzolati dallo Stato austriaco e ostili alla Serbia, la quale proprio nella battaglia del Kosovo riconosceva un caposaldo della propria lotta.

E sarà stato forse un caso che gli attentatori del ventotto giugno fossero sette fanatici della società segreta serba “Mano Nera”, poco più che bambini, armati di tre pistole, sei bombe e di pochissima esperienza?

Il giorno che cambiò la Storia suo malgrado vide in successione:

– Il ventenne Kabrinovic lanciare sul corteo imperiale due prime bombe, una delle quali rimbalzò sull’auto dell’Imperatore e colpì la successiva, causando il grave ferimento dei suoi occupanti. [Kabrinovic non ebbe fortuna neppure nel tentativo di darsi la morte, la capsula di veleno ingerita non fece effetto e si ritrovò accerchiato dalla folla. Recluso a Teresin, vi morirà nel gennaio del Sedici].

– Francesco Ferdinando, lo scampato, adirarsi, recriminare, riprendere comunque le tappe del suo viaggio, dando però ordine di modificare il percorso.

Stranamente l’ordine non trovò esecuzione e, nel corso della manovra maldestra per correggere l’errore, la macchina della coppia si parò davanti a un secondo attentatore, il diciannovenne Gavrilo Princip che, ormai convinto di dover rinunciare al piano, tornava alla taverna dove aveva fatto colazione. Il ragazzo colse al volo l’occasione ed esplose i suoi colpi contro l’Arciduca e la moglie. Lei morirà sul colpo, lui in ospedale, dopo l’agonia causata dall’incapacità dei soccorritori di venire a capo del mistero dei bottoni che non si sbottonavano: Francesco Ferdinando li faceva cucire stretti attorno al proprio corpo, non proprio sottilissimo, in ogni occasione ufficiale.

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Sulla divisa dell’erede al trono

I bottoni ci stavano per mostra,

perché lui non li usava. Lui usava

il filo e l’ago; ossia, se vogliamo

essere esatti, li faceva usare.

Sua Altezza metteva l’uniforme,

e poi c’era qualcuno a cucirgliela

addosso, all’istante, a filo doppio,

ben attillata, in modo che la forza

del filo comprimesse ogni gonfiore,

il torace, le cosce, il ventre, den Arsch

– pardon volevo alludere alle natiche.

Dovrei dire – ma forse è irriverente –

Che il compianto Francesco Ferdinando

diventava un salame – Gott verzeihe,

Dio mi perdoni – diventava

un salame ambulante ogni qual volta

andava a una parata o a una soirée.

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La “polveriera balcanica” trovò quindi chi accese la propria miccia, e coinvolse nella sua esplosione i molti equilibri labili e le mutevoli alleanze dei vari Paesi in evidenza sullo scacchiere geopolitico di quegli anni, conducendoli inesorabilmente alla tanto agognata guerra, sola “igiene del mondo”.

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Quattro ore di sonno, non di più.

Ma sogno spesso. Sogni molto belli.

Non incubi, ma sogni che riguardano

la vita e l’amore. Vita e amore.

Da sveglio penso a tutto. Al mio Paese.

Alla guerra. La Serbia non esiste,

mi hanno detto. È finita, non c’è più.

La guerra non è stata scatenata

dall’attentato. No. Era una guerra

che sarebbe scoppiata in ogni caso.

Mi ha guidato l’amore per il popolo.

Amore e desiderio di vendetta.

Adesso questa vita è insopportabile.

Solo uno sciocco può sperare ancora.

Princip, catturato e messo sotto torchio, morì quattro anni dopo in carcere, senza essersi mai pentito delle proprie gesta, reso malato dalle privazioni della prigionia e amputato tardivamente del braccio sinistro andatogli in cancrena.

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Tracciati sull’intonaco del muro

gli ultimi versi di Gavrilo Princip:

«Emigreranno a Vienna i nostri spettri

E là si aggireranno nel Palazzo

A incutere sgomento nei sovrani». (2)

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Non c’è altro da aggiungere, l’inchiesta è bella e chiusa. Sono soltanto piccolezze umane, piegate all’uso grande della Storia. L’Uomo comune è sempre quello lì, che si fa largo con lo sguardo a terra, preso a scansare le merde che altri gli vanno sistemando sul cammino.

No so dire di chi legge, ma a me, che temo l’igiene (del mondo) più di ogni altra cosa, non importa niente di sporcarmi.

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1)      Luciano Canfora, 1914. Ed. Sellerio, 2006.

2)      Gilberto Forti, A Sarajevo il 28 giugno. Ed. Adelphi, 1984.

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Quello che i giornalisti vogliono

4 aprile 2014

E quanto me ne importa.

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Stamattina mi sentivo giù. Mi basta poco, in genere, così come mi basta poco anche per esaltarmi. Ma oggi, con questo tempo ballerino, e poi sono una donna, e poi ancora avevo una cosa qui che mi rodeva per un fatto contingente, di esaltazione oggi, beh, nemmeno l’ombra.
Il punto è che a volte mi annichilisce la consapevolezza della vacuità del tutto, o forse mi piacerebbe solo non percepirmi una di tanti.
Mi rifletto in una vetrina e mi sorprendo migliore del numero progressivo che la società mi appioppa. Ah, se gli altri mi vedessero come mi vedo io.
Quando sono vagamente depressa divento un po’ Tafazzi, vado a cercarmi rogne, come si dice a Roma, che dopo mi compiango meglio.
Avevo colto un titolo che pareva foriero di tremenda indignazione, l’ho seguito fino a un articolo di Luca Mastrantonio sul Corsera che impallinava i politici che strizzano l’occhio ai riti populisti, come quello dei selfie sparati a ripetizione sui social network. Perché chi lo fa cerca di dimostrare

a) di esistere
b) di avere il pollice opponibile, unico requisito evolutivo richiesto
c) di essere importante — vale per le persone comuni —, perché qualcuno ti sta fotografando, anche se è un autoscatto
d) di essere come tutti — questo vale per le persone importanti —, perché ti fai fotografare con chiunque.
Risultato? Una sbronza globale di narcisismo e demagogia.

Per superare l’onta sono andata in palestra dove l’allenatore ha osservato: “Anvedi che figurino me stai a mette su, France’” e a me m’è ripartito l’up, tanto che mi sono guardata bene allo specchio e ho pensato: non sfigurerei in un selfie.
Questo degli autoscatti è un tema inevitabile.
Ecco che Floris e Severgnini presentano i loro libri a Otto e mezzo. Apprendo quindi che, anche se questo tempo richiede di essere veloci, per i politici (ma sì, oggi tutto è veloce, perché non la politica? Buttiamola in battuta, così non mortifichiamo nessuno: noi cambiamo quattro ministri intanto che in Inghilterra ne è in carica uno solo, pappappero) è importante non disabituarsi all’esercizio di qualità più durature.
La resilienza, ad esempio. Una parola in apparenza goffa, ma invece tanto italiana. Che significa elasticità, capacità di tornare allo stato originale dopo un trauma. che esprime l’eroismo quotidiano, la poesia nelle cose che fanno le persone che hanno una vita veramente difficile. Bisogna essere orgogliosi di essere normali (e intanto si noti bene che resilienza è anche una parola molto in voga tra i pediatri).
Ammetto di essermi distratta, dei tanti nessi che non ho capito c’è quello tra il narcisismo dei politici e questa conclusione: La generazione che è stata adolescente negli anni Ottanta è stata l’ultima a guardare con ottimismo al futuro. E il periodo attuale è simile agli Ottanta perché si sta assistendo al crollo di una certa classe dirigente, ma oggi noi (noi generazione, non tanto la politica) abbiamo l’obbligo di restituire alle nuove leve ciò che abbiamo loro sottratto.
Dobbiamo restituire loro l’ottimismo, quindi, ma non prima di aver ispirato i politici con con la nostra resilienza, col nostro orgoglio scopertamente infantile per tutta la nostra sfiga.
Che simpatica demagogia di ritorno quella di certi giornalisti.
Potrei provare a leggere i due libri, perché no. Ma mentre lo sto pensando mi assale uno squadrone di sbadigli, e sono botte.
Meno male che, a seguire, Crozza fa travestire Berlusconi da Regina d’Inghilterra.
È sera ormai, sono tornata su. Quando mi sento così, pigio sull’acceleratore e faccio anche cose turpi, ma nella media. Non sono in politica, quindi non esprimo populismo o demagogia, bensì mi viene facile immergermi nei riti popolo, contentarmi delle piccole gioie riservate al demos.

Crozza mi ha ispirato, non ci penso due volte: mi faccio un autoscatto mascherata.
Anvedi che figurino. Adesso posso anche dispensarla qualche lezione di ottimismo.

mascherina

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9 marzo

9 marzo 2014

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Non sono una donna appariscente, eppure,

– mi hanno messo le mani addosso, senza che lo volessi, in autobus, in metro, in piscina, in bicicletta, nel corso di discussioni con diversi fidanzati, durante una visita di controllo dopo un’operazione, e chissà quante altre volte che ora non ricordo,

– durante un esame mi sono state proposte intercessioni non richieste presso docenti di corsi che avrei dovuto seguire all’università, in cambio di un incontro privato col professore che mi stava valutando. E, dopo la mia risposta di scherno, ho subito minacce telefoniche da sconosciuti, notte e giorno, per oltre due anni, finché non ho dato segni di crollo psicologico,

– sono stata costretta a vestirmi, muovermi e parlare in modo da allontanare dall’interlocutore ogni velleità di approccio per costringerlo a concentrarsi su ciò che dico.

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Non sono una donna appariscente, eppure,

– ho chiesto le mani addosso, le ho messe a mia volta, ottenuto, al momento opportuno, il consenso anche solo con gli occhi, e ho considerato un privilegio l’ingresso nella sfera altrui,

– ho ricevuto aiuto e gentilezze da parte di uomini non sempre spinti dall’attrazione per me, anche quando ero in grado di farcela da sola. Ho accettato e, a mia volta, ho offerto aiuto e gentilezze, a uomini e donne, senza chiedere mai nulla in cambio e accettando l’eventuale rifiuto,

– mi convinco a vestirmi, muovermi e parlare in modo da sentirmi in armonia con me stessa (vale a dire: se sono stanca e magari febbricitante resto comoda e in disparte, se invece avverto l’energia scorrermi dentro, indosso l’entusiasmo e vado incontro al mondo col sorriso),

– dico ciò che penso e, un attimo dopo aver respinto le eventuali avances, tento di riprendere il discorso interrotto, e di costringere l’interlocutore, stupito, a focalizzarsi sui concetti.

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Ci ho messo anni a credere in me stessa, ma ogni giorno, fuori dalla porta di casa, si innesca comunque una guerra tattica. Poi arriva l’otto marzo e coglie tutti di sorpresa.

La parità al momento non esiste, e ciò è frutto di un “sistema” del quale ciascuno è complice, in misura varia.

Con la sterile incriminazione dell’uomo tradizionale, che a sua volta si lamenta dell’aggressività delle “nuove” donne, aumenta soltanto l’altezza degli steccati che ci separano.

Facciamo qualcosa, sì, ma oggi, domani e per il resto dell’anno, con calma, con coscienza e senza la mimosa in mano.

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Pretendere la verità

27 febbraio 2014

Un deja vu che non vorrei avere più

 

Ieri dal Giornale Radio Rai ho ascoltato:
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“Lo sblocco delle adozioni dalla Bielorussia, congelate da diversi anni, è stato annunciato dal Ministro degli Esteri, Federica Mogherini. La questione era stata portata all’attenzione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su sollecitazione delle famiglie, con cui la Farnesina si è tenuta costantemente in contatto.”
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Deja vu.
Tuffo al cuore e salto indietro nel tempo.
Ho pensato: “è la notizia della prosecuzione di uno stillicidio, non, come può sembrare, di un trionfo della diplomazia, né una soluzione definitiva a quei casi di accoglienza di “Bambini di Chernobyl” che sfociano in richieste di adozione da parte DEI BAMBINI senza genitori” (ci sono casi diversi, non ne parlo qui per semplicità).
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Vorrei sapere chi ha passato le informazioni ai giornalisti di Repubblica, del Fatto Quotidiano e di Avvenire* (altri quotidiani non ne ho voluti leggere).
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Per amor di verità:
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1) Le adozioni non erano bloccate da “soli” otto anni, ma da quasi dieci. Ovvero, dal discorso del presidente Lukaschenko dell’ottobre 2004 (io c’ero, ero in Bielorussia, a trovare la mie future figlie) che vietava a tempo indeterminato adozioni internazionali e soggiorni terapeutici per il risanamento da Chernobyl nei paesi occidentali.
I soggiorni terapeutici però sono ripresi quasi subito, le adozioni sono rimaste bloccate fino alla stipula del primo protocollo bilaterale, frutto della pressione disperata degli aspiranti genitori dei bambini coinvolti nel blocco.
La riapertura formale c’è poi stata, ma solo per tranche di bambini autorizzati di volta in volta, dal 2009. Ovvero dalla temporanea decadenza del divieto di mettere piede sul suolo dell’UE riferita al Presidente e ai principali esponenti governativi bielorussi.
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2) La scelta scellerata della coppia di Cogoleto, nel 2006, ha soltanto rallentato le adozioni. E ha causato molta inutile sofferenza aggiuntiva. Trovo fuori luogo (e ritorno a chiedermi chi ha dato le stesse -erronee- informazioni a diversi giornalisti, quando esistono fior di rassegne stampa sull’argomento, basta cercare) ripescare quella vicenda che ha dilaniato il movimento degli adottanti dall’interno e reso più difficile tutta la strada percorsa successivamente.
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3) Mi sembra più che evidente, anche senza conoscere i dettagli, che questo recentissimo governo non ha alcun merito in relazione alla vicenda, se non quello di aver apposto una firma su un documento che sancisce la fine di un incubo per una certa quantità di bambini e ragazzi e delle loro famiglie.
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4) I numeri delle adozioni che si leggono su Avvenire sono parziali, ed è strano perché uno dei nostri principali interlocutori, oltre alla Farnesina e alla Presidenza del Consiglio, fu il Vaticano. Il lavoro congiunto delle famiglie del Coordinamento e queste istituzioni permisero, tra il 2009 e il 2012 l’adozione di centinaia minori bielorussi da parte di coppie italiane.
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L’adozione, nel nostro caso, è stato un processo durato sette anni e mezzo, e si è conclusa nel 2011. Non so come sia possibile, ma le mie ragazze hanno risentito molto poco dei danni di questa situazione. Non è stato così, purtroppo, per la stragrande maggioranza di quei bambini che nel 2004 avevano dai sette ai tredici anni, fate voi i calcoli e provate a immaginare.
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A causa di cattive informazioni come quelle date dai quotidiani citati, si diffonde l’ignoranza. Trovo nei commenti e in giro nei forum dichiarazioni prive di qualsiasi appiglio con la realtà dei fatti. Per tacere di chi parla tanto per parlare anche se non ha nessuna voce in capitolo per farlo, né interesse diretto.
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Prima di formarvi un’opinione, pretendete sempre la verità dalle notizie che vi vengono date in pasto.

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http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/02/26/news/bielorussia-79722753/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/26/adozioni-dalla-bielorussia-sbloccate-lannuncio-del-ministro-mogherini/895599/#disqus_thread

http://www.avvenire.it/famiglia/Pagine/bielorussia-sbloccate-le-adozioni.aspx

Randomize ((Trinariciuti) + (Tre volte) + (Tribordisti))

23 febbraio 2014
Un post zeppo di tre, però l’alternativa pare essere una sola.

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Peppone
Gino Cervi – Peppone in comizio

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La nave della Terza Repubblica sta salpando squilibrata.

La mia cara amica, nata e cresciuta a tribordo delle simpatie politiche, giusto ieri mi diceva: “Alfano non mi piace ma spero che riesca a raddrizzare questa situazione”.

Giuro che per un attimo, invece di Alfano (ero distratta), ho capito “Renzi”, poi mi è venuto il dubbio che avesse detto “Grillo” (certo, non Vendola, non Civati, né tantomeno Cuperlo).

Ma certo, aveva detto Alfano. Allora si augurava che solo la nave della destra venisse raddrizzata.

La capisco. In tempi come questi chi lotta quotidianamente per restare in piedi vorrebbe contare su un pavimento solido piuttosto che su delle travi marce. È tutto molto umano, e umano è il fatto che io e lei dopo più di trent’anni ancora ridiamo insieme, imitando l’ex delfino che, con le vene del collo ingrossate, rinnega tre volte, moltiplicato tre, B.: “Si è circondato di troppi idioti inutili! Da troppi inutili idioti! Troppi! Inutili! Idioti!” Alalà.

Solo che io, fin dall’altro secolo, sarei quella delle due cresciuta sul lato di babordo delle simpatie politiche. E non ho potuto non aggiungere, per quella mia mania di far quadrare i cerchi, che per me A. e B. hanno solo concordato una vecchia strategia: separare l’anima riformista da quella conservatrice, per poi riunirsi a elezioni avvenute, riportando in seno a un’unica destra i delusi di Grillo.

Meno male che io e lei abbiamo altri argomenti in comune su cui deviare le conversazioni. Questioni di vita, trattate in un linguaggio piano, materia fertile.

Tra i miei amici non ci sono molti letterati, alcuni non leggono né libri né giornali. Ce ne sono di quelli che a scuola dichiaravano di non interessarsi di politica, e su quella linea, poi, hanno proseguito. Credo, mi pare di capire dalle statistiche che circolano, che rappresentino la maggioranza degli italiani.

Ci sono rapporti di amicizia (a volte – ne conosco – anche relazioni sentimentali) che sanno prescindere dalle fedi, politiche o religiose. Legami che sostengono tra loro persone che, se non si conoscessero, incontrandosi su terreni favorevoli allo scontro, si sbranerebbero vive.

Si tratta comunque di punti a favore della speranza, isole solide sopra cui sostare a riprendere fiato prima di rituffarsi in mezzo ai flutti. Di questi tempi, ripeto, non è poco.

E se ho l’anima ormai forgiata per sempre da principi egualitari e da tutto ciò che un tempo poteva essere senza dubbio detto pensiero di sinistra, oggi non trovo alcuna forza politica a farmi da sponda. La stessa mescolanza che nella vita quotidiana spesso mi piace frequentare, che trovo vivifica e utile e piacevole, quella che è substrato indistinto e ineludibile della società italiana, in campo istituzionale non riesce a tradursi in spinta positiva per il cambiamento. La politica adotta sempre metodi da tifoserie calcistiche.

Ah, sì.

Io e la mia amica abbiamo fatto insieme il liceo classico. E quando penso a quegli anni riprendo a scrivere con un linguaggio quasi arcaico, definibile in ogni modo tranne che popolare. Forse indugio un po’ troppo nei luoghi comuni. È vero.

Ma ho con me l’antidoto, vado a spulciare il blog di Paolo Nori, scrittore che mi piace per la semplicità di pensiero e scrittura. Dal quale avrei tutto da imparare quanto a stile e concisione (ma non mi riesce, darò ancora la colpa alla facoltà di architettura).

Il 19 febbraio, ma pensa tu, Nori scriveva (“Un leggero senso di superiorità”):

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Nel libro di Claudio Giunta Una sterminata domenica, in un saggio che  si intitola «Una magnifica cosa pop: Radio Deejay dalle 9 alle 12» a un certo punto c’è scritto: «Un leggero senso di superiorità. Chi non lo ha avvertito, chi non lo avverte ogni volta che accende la radio? Tutti quei poveretti con il loro vocabolario di cento parole e la loro paratassi da scuola elementare che dicono cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri…». Ecco, quando ho letto quel passo qui (a pagina 103), ho pensato che io, quel leggero senso di superiorità non lo avverto e non l’ho avvertito perché il vocabolario di cento parole, la paratassi da scuola elementare e le cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri sono i miei strumenti di lavoro, mi è venuto da pensare, o, meglio, togliendo di mezzo, per quanto è possibile, me stesso, sono gli strumenti di lavoro di Daniil Charms, ho pensato, o, in certe cose, di Georges Perec, e, in certe altre, di Samuel Beckett, per come li capisco io, e probabilmente li capisco male.

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Sciocca io che non guardo Sanremo e poi pretendo che i miei amici si convertano alla letteratura.

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Leggere pillole di Nori mi riappiana, e mi riporta un ricordo antico. Forse per la cadenza così riconoscibile, data la comune provenienza dall’Emilia Romagna. O forse perché parla di sua figlia come “la Battaglia”, mi fa tornare in mente Guareschi. Non quello di Don Camillo che faceva passare per scemo il babordista Peppone, ma quello dei libri che mi regalava mia mamma da ragazzina, in cui parlava della sua famiglia e chiamava la sua, di figlia, “la Pasionaria”.

Guareschi l’intellettuale di destra, fondatore del Candido e onorato degli insulti di Togliatti che, in risposta alla sua satira contro i trinariciuti, durante un comizio gli diede del “Tre volte idiota, moltiplicato tre!”.

Togliatti e non Alfano, alla faccia dei luoghi comuni.

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[Nota sul titolo: Avevo necessità di un concetto sintetico. “Randomize” è la versione Visual Basic del comando “Random”, che in informatica indica la produzione di un qualsiasi risultato dalla combinazione casuale di più fattori.]

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L -5

1 dicembre 2013

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Sprecare le occasioni

brent

Il sogno di Brent™

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Quanto salda senti al fianco la fortuna

Da snobbarla senza aver vergogna alcuna?

C’è chi ha avuto un incidente

E non ne è rimasto niente.

Tu ringrazia, e fai meno il deficiente.

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(un altro limerick spurio, variato in AAbbB)

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Ho appena avuto il privilegio di vedere per caso Il sogno di Brent, cartone animato prodotto da Rai Fiction a firma di Andrea Lucchetta. Un piccolo capolavoro, a mio parere, a partire dalla scelta del tema, quello della disabilità e lo sport, trattato con grande capacità di coinvolgimento e realismo, e senza inutili pietismi. Per non parlare della sceneggiatura, del ritmo, della colonna sonora. Da brivido.

Un piccolo dialogo che riprendo a memoria, tra allenatore e protagonista, più o meno recita:

– Smetti di fare l’handicappato!

– Non si dice handicappato, ma “diversamente abile”.

– E tu ti comporti da handicappato, invece, per farti compatire. Conoscevo ragazzi che non sono tornati dopo un incidente, tu hai avuto una seconda possibilità, non sprecarla.

Avevo una cara amica, una volta, che lavorava nella riabilitazione di ragazzi come Brent, e che ha formato la mia idea su questo argomento.

Conosco da vicino la storia di Davide, un piccolo grande uomo.

Da persone come loro avrebbe molto da imparare questo paese sfiduciato e stanco, che di tutto ha bisogno per tentare di cambiare rotta e ripartire, tranne di una “Sinistra” che, ancora più in questo contesto disastrato, mi appare oscena nell’ostentazione del suo glamour patinato. Che, se ti conquista con la sua aria alternativa, poi fa l’handicappata, non sa che farsene delle seconde e terze chances. Che ha sfidato troppe volte la fortuna, nonché la pazienza del suo elettorato.

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L -11

20 ottobre 2013

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Fare breccia nell’elettorato

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A Porta Pia oggi s’è svolta un’acampada

Per Angelino niente più di una Lambada

Domani sopra al fiume

Passeranno le piume

Il Tribunale premerà a che nulla accada?

 

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Beh, la mia giornata di domani dovrebbe prevedere lo stesso percorso dei manifestanti, da Porta Pia a Piazzale Clodio. Sarà il caso di lasciare l’auto a casa e prepararmi a sfilare in mezzo a loro.

In genere simpatizzo con chi manifesta, quando è toccato a me andare in piazza a protestare ho trovato assurdo che ci fosse chi si scansava, chi non prestava orecchio alla gravità dei fatti che stavo denunciando. Tutt’al più, in una città come Roma dove le manifestazioni sono all’ordine del giorno, cerco di evitarle. Così, giusto per vivere, ogni tanto.

Ma in questi giorni penso che sia importante dare ascolto a tutte le voci. A Porta Pia una ragazza intervistata dal TG appena sveglia, ha snocciolato rapida le priorità: reddito e casa. Mi sembra il minimo, ma è un minimo al quale in moltissimi stanno rinunciando.

Apprezzo di più chi sceglie di confrontarsi con la politica, e le manifestazioni sono uno strumento lecito e utile a questo scopo, rispetto a chi (scusate la metafora fluviale, ma il Tevere è vicino) sceglie di seguire la corrente senza opporvisi. Segno che non ha ancora rischiato di essere trascinato a fondo, o che non è abbastanza previdente da temere le rapide.

E proprio oggi ho letto un passo da un libro molto bello:

Soldi, amore, cibo, vizio, che altro c’è da sapere? Noi suoi discepoli abbiamo fondato la Società dei Fratelli, secondo la quale la libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere. […]

“Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole…. Lo stato, e attraverso di esso il capitale*, qualunque forma assuma, ha già vinto la battaglia per due o tre secoli. Nulla potrà cambiare il corso dell’era industriale. I vermi hanno iniziato a mangiarsi il formaggio e nessuno potrà fermarli. La produzione non cesserà fino alla completa rovina del pianeta. Pochi sopraviveranno. In un futuro prossimo i poveri avranno forse vestiti migliori, case e cibo, ma saranno sempre più indebitati col potere, e se anche avranno smesso di pagare col sangue e coi polmoni, daranno comunque in cambio il loro riso e anche la loro intelligenza. Il povero diventerà un idiota benestante e serio. Conclusione evidente? L’importante è sopravvivere! Che il crollo della società non distrugga anche noi… […]

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. [per l’enfasi a questa frase, dovuta a grassetto e sottolineato prendetevela con me] […]

Chiunque abbia un mestiere conosciuto, calzolaio, panettiere, minatore, carpentiere, pittore, orologiaio, medico, ingegnere eccetera, è una preda dello stato, che lo sfrutta fino a succhiargli il midollo. Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi […]

Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Ed. Feltrinelli, 1992

*) lo “stato” e il “capitale” con iniziale minuscola non sono errori di battitura, ma grafia ripresa testualmente dal libro.

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Sono convinta che un buon libro possa illuminare quanto e più dei mezzi di informazione più veloci. Spero di darvene la riprova nella mia reazione a una puntata di Ambiente Italia , storica trasmissione ambientalista della Rai.

Ci sono capitata davanti proprio mentre il conduttore non si premurava di distinguere la contaminazione dei terreni per via delle agromafie dalla “contaminazione” da ogm. Per lui, per gli ospiti e per il pubblico, i due fatti erano coincidenti.

Prima di lanciare l’amo a sterili discussioni, consiglio a chi lo desideri una rinfrescata al concetto di Ogm attraverso una veloce letta a questo articolo.

Davanti all’ennesimo fallimento della Rai come servizio pubblico, invece di lasciare cadere le braccia (come farei forse se fossi teledipendente)  mi sono detta “ma diamo una raddrizzata a questa informazione talebana” attorno al concetto del “ritorno alla natura” come soluzione ai guai dell’umanità.

Nella stessa trasmissione veniva intervistato sulla contaminazione dei suoli un rappresentante del Corpo Forestale di Napoli che sostanzialmente diceva: “gli analisti investigatori, indagando sui siti contaminati deducono che non c’è un’unica regia, ma un unico fenomeno generale e trasversale protrattosi nel tempo, in forza del quale una pluralità di soggetti diversi, anche con il coinvolgimento della criminalità organizzata, ha smaltito illegalmente sul territorio ogni sorta di rifiuti speciali o interrandoli o sversandoli nelle falde acquifere… “

La trasmissione confermava la cosa con un approfondimento mirato sul recente dossier Eurispes / Coldiretti che segnala la conversione delle mafie dal business ambientale a quello agroalimentare. Nel lancio di tale dossier viene riportato

Il reinvestimento dei proventi illeciti anche nel settore dell’agroalimentare, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente come l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari, ma anche mediante l’attuazione di pratiche estorsive, imponendo l’assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, costringendo gli operatori del settore ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando poi i prezzi di vendita.  I risultati conseguiti dalle Forze di Polizia evidenziano come l’intero comparto agroalimentare sia caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva.

Dalla Terra dei fuochi in Campania ai territori ex-industriali della Val Bormida in Liguria, ben 725.000 ettari in Italia risultano gravemente inquinati. Inquinati da percolati però, non da ogm.

Ma in studio il dibattito si è animato attorno a un unico punto di domanda: “Abbiamo il diritto di sapere ciò che mangiamo, quindi fateci sapere quanti ogm nascosti ci sono nel cibo commercializzato”.

È stato sottolineato che in Piemonte un’ordinanza ha impedito ed estirpato le coltivazioni ogm e che bisogna aumentare la vigilanza per scovare se “… nelle maglie… si sia infilato ciò che i consumatori non vogliono” (nella fumosità del linguaggio utilizzato c’è tutta la sostanza di questo punto di vista). Gli ogm sono questo pericolo. Certo, in assenza di chiarezza, di ricerca pubblica e di informazione, il consumatore si astiene. A me basterebbe vederci più chiaro, invece, e avere a disposizione regole, etichettature, controlli e pene ufficializzati e garantiti, per poi scegliere in piena autonomia cosa portare in tavola.

Mentre le voci autorevoli fuori campo trattavano di un tema importante come le agromafie, in diretta tv ci si dibatteva, è il caso di dirlo, su un piano terra-terra:

– Avete notato quanta uva senza semi ai supermercati!

– Brrr…

Eh già, ma esistono qualità di uva senza semi, leggete per esempio Bressanini.

– Io faccio da sola il pane in casa, è così buono ed economico…

Io no. Non ne ho il tempo, sto fuori casa undici ore al giorno. È vero che la macchinetta elettrica che sta prendendo polvere sotto al microonde può lavorare da sé e anche di notte, solo che poi il pane che produce è troppo, non lo consumiamo mai tutto subito e si indurisce. Non facendolo spesso, poi, la farina invecchia e va buttata. Pertanto compro il lavoro del panettiere ed evito lo spreco alimentare.

E comunque, cosa c’entra il pane fatto in casa con il percolato di origine mafiosa nei terreni coltivati?

In sostanza, Ambiente Italia ha condotto un dibattito monocolore su temi quali l’auspicio che le generazioni future si ritrovino in campagna a coltivare i campi. Sottolineando che negli anni della crisi si sia registrato il picco di occupazione dei  giovani nell’agricoltura (anche la filiera del fotovoltaico non era messa male ma poi…, beh magari ne parlo un’altra volta).

Diciamolo ai giovani in piazza a Porta Pia, allora, quelli che chiedono casa e reddito garantito, spieghiamo loro che hanno sbagliato ministero e si dovrebbero spostare di un paio di chilometri, davanti al MIPAAF.

D’altra parte, secondo la stessa Coldiretti,

Le produzioni biologiche sono le manifestazioni più evidenti di un nuovo modo di fare agricoltura, più attento ai possibili effetti negativi sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

Possiamo definire l’agricoltura biologica come “quell’insieme di tecniche agronomiche fondate sulle naturali interazioni tra organismi viventi, pedoclima e azione dell’uomo e che escludono l’impiego di prodotti chimici di sintesi.”

Si tratta di un sistema produttivo spesso assai sofisticato, che mette al primo posto non la produzione fine a se stessa (produrre più possibile), ma la produttività nella salvaguardia della salute dell’uomo e dell’ambiente in cui vive.

Nata ad inizio secolo più con connotati filosofici e ideali che come tecnica agronomica a se stante, l’agricoltura biologica è passata in questi ultimi anni da fenomeno d’élite a movimento di massa: sono sempre di più gli agricoltori che scelgono questo modello produttivo per le loro aziende

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A me la coincidenza con Jodorowsky torna di nuovo in mente considerando l’origine del bio come fenomeno d’élite:

Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza.

che poi diventa movimento di massa,

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi.

quando la massa però non è uniformemente dotata della possibilità di accedervi e ambisce più alla produzione che al consumo. Inoltre, con quel che costa praticare l’agricoltura biologica, è necessario che almeno i prodotti si possano fregiare di un riconoscimento che li nobiliti (un brand, è stato detto, un DOC, un DOP, almeno un IGP) e magari di un packaging seducente che li rendano appetibili ai più abbienti (memento il costo dei fagiolini di Berlusconi)

I poveri continueranno a mangiare Junk food, finché, chissà, in presenza di alternative più sane ed economiche cambieranno volentieri abitudini. E non mi riferisco necessariamente all’adesione al credo biologico.

Se conducessi una trasmissione come quella, inviterei in studio a dibattere parlamentari e scienziati, oltre agli ambientalisti. E proporrei di trattare di come rafforzare indagini e dissuasioni dell’inquinamento e dei  traffici illeciti, di come dotare l’agricoltura di incentivi, e finanziare la ricerca pubblica per l’innovazione.

Lasciare gli ogm nelle mani delle multinazionali, che la ricerca possono pagarla e darne l’interpretazione che vogliono, senza smentite, ci rende giustamente diffidenti e chiusi. Siamo globalizzati ormai, indietro non si torna. Le sementi ogm esistono (da sempre), non sarebbe i caso di imparare a utilizzarle bene? Il bio, per quanto in alcuni casi meritorio, ha numeri e possibilità di diffusione piccoli, piccolissimi. Mentre la popolazione umana continua a crescere a ritmi vertiginosi.

Quindi, per far sì che il ritorno del lavoro nei campi non sia accomunato al mestiere dell’ Addolcitore di vuoti o al Correttore di ombre, o alla paradossale altra invenzione di Jodorowsky, il Biologo fantastico, inventore di corpi,  si deve mettere in grado chi voglia e possa fare questa scelta di dire, a chi propone un ritorno al passato, “no grazie, ma per come lavorerò io, questo sarà un mestiere nuovo”.

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