Bisogni e libertà /1

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

Saranno state le tre, forse le tre e mezza. Si era svegliato, non proprio di soprassalto, ma insomma. Era scocciato. Nemmeno un’ora da quando aveva chiuso gli occhi e i sogni si erano gonfiati dentro di lui, gonfiati e tesi. Avevano preso a spingere da dentro, creato un senso di fastidio, come un’urgenza a cui andava data retta subito. Lo avevano spinto fino a ritrovarsi di nuovo in superficie, a fissare il pannello di lamiera penzolante una metrata e mezza sopra a sé. Ma non bastava.

“Sono vecchio”, si era detto sollevandosi, e se l’era ripetuto ancora, uscendo in fretta dal covo coperto di frasche. L’aria intorno era fredda e pungente, carica di umori e aromi, di mare e bosco insieme. Si sentiva lucido, con la mente stabiliva in modo fluido rapide e precise connessioni tra avvenimenti recenti, sogni interrotti e ragionamenti scaturiti, che andavano moltiplicandosi a velocità vertiginosa.

Avanzò a memoria sul terreno crepitante, finché, in un varco aperto nell’intreccio di rami, rametti e ciuffi di aghi fitti fitti, scorse una striscia di cielo nero. Dal mare si stava alzando un vento che pareva gonfiare tutto quel vuoto di materia. Pareva gonfiarlo e tenderlo, ad ogni lieve folata sembrava che le stelle brillassero più forte, come se fossero state spinte più vicino. Dentro di sé sentì di nuovo come un crampo, qualcosa di davvero piccolo, ma molesto. Lo avvertì allungarsi e propagarsi, dal cuore fino al pube. Piegò le braccia indietro, puntellando i lombi con le mani, e provò a trarre sollievo nella distensione della pancia prominente. Risollevò la testa come prolungamento di quel gesto e gli capitò in vista, appena sopra l’orizzonte, una specie di graffito. Un ampio frego rossastro che si faceva strada a stento nella vela nera e tesa di quella tronfia notte stellata. Ne percepì un’eco dall’interno, provò fisicamente l’aprirsi di una crepa nel proprio universo tanto rigonfio e vuoto. Nell’arco di un istante sperò di assistere all’esplosione del fondale e sperò, con esso, di spaccarsi anche lui, come fa un frutto maturo quando cade in terra dall’albero. Provò l’insensato bisogno dell’irruzione di una luce nuova ed accecante, che spazzasse via l’oscurità in cui si trovava, fuori e dentro i suoi pensieri. Ma, passato quell’istante, tutto si contrasse nuovamente. Il brillio degli astri si fece meno intenso, il vento per un po’ sembrò calmarsi.

Fu allora che si sentì spiato. Cominciò a fissare il nulla avanti a sé, cercò conferma dall’alone flebile della luna crescente, della presenza del Giglio e della mole convessa che l’affiancava da giorni, ma invano. Dovevano essere lì, davanti a lui, per forza. Solo, non sapeva dove. Non poterle identificare e collocare in uno spazio definito gliene fece percepire l’incombenza come una forza ignota, sottile ed angosciosa. Si voltò e ripercorse la via del ritorno, incalzato da quella sensazione, ed ecco che di nuovo il pungolo interiore riprese a tenderlo e tirarlo, come gas in espansione dentro un palloncino in procinto di scoppiare.

A quel punto dovette smettere di pensare all’isola e alla nave, perché una fitta lancinante alla vescica segnalò dove, in tutto il corpo, il disagio aveva deciso di concentrare la sua offensiva. Scelse a caso un tronco ad occhi chiusi, si lasciò andare e, come un bambino, godé della portata e della durata dello scroscio, un fragore sordo, cupo e uniforme.

Una volta aveva un medico, un omeopata, così si definiva. Praticava medicina olistica. Dunque in quell’altra vita avrebbe avuto a chi rivolgersi. Forse il suo malessere aveva un nesso con la sua psiche malridotta, o forse stava davvero diventando vecchio.

“Vecchio, e pure stronzo. Cosa me ne viene a me, adesso, di quello che ho combinato a quell’altro mentecatto? Che me ne faccio della sua umiliazione, della pena che si fa da solo e, a questo punto, un poco pure a me? Certo, non mi riporta quello che ho perduto”. Era tornato a riflettere sulla soluzione al suo problema contingente, quando lo allertò un rumore insolito e ovattato, proveniente da una distanza indefinibile. Riaprì gli occhi appena in tempo per vedere gli ultimi zampilli brillare nell’oscurità, illuminati da un fascio di luce radente che si smorzò dentro un cespuglio poco lontano.

D’istinto si gettò addosso all’albero, coprendo con le mani a conca i genitali. Per qualche secondo i tonfi del suo cuore nelle orecchie gli impedirono ogni altra possibile esperienza. Tornò a confondersi, temette che gli fossero già addosso, un tremolio iniziò a trasmettersi dalla punta delle dita a tutto il corpo. Il suo respiro si fece frettoloso e irregolare. Restò inchiodato in quella posizione per un tempo che protrasse ben oltre la scomparsa di ogni allarme.

Poi si mosse, a passi misurati, lungo il tragitto verso il rifugio. Brividi di insicurezza gli attraversavano il dorso. Con le narici dilatate scandagliava, risucchiandoli fino in fondo ad ogni alveolo, i refoli che si infilavano per vie tortuose dal mare fino a lui. La vista si era fatta acuta. Accolse la fredda umidità tra le sue membra come un’alleata, in grado di magnificare quel necessario stato di tensione. Più che degli uomini, però, pativa la presenza oscura della mostruosa estranea, distesa in una posa sconcia ed attraente, appena poche miglia più in là. Camminò con gli occhi della mente puntati dietro di sé. Si convinse di sentire dei lamenti, così affrettò le ultime falcate.

[continua]

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10 Risposte to “Bisogni e libertà /1”

  1. Manu Says:

    Lasciamelo dire, Frà… hai un talento innato! Continua, dai…

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  2. ubik Says:

    bel racconto complimenti, ti seguirò volentieri 🙂

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  3. Niarb Says:

    Continua, continua!

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  4. Niarb Says:

    Ora ho visto la strada. Questa sera percorrerò la strada.
    (Molto zen, eh?)
    Grazie!

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