Bisogni e libertà /2

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

Una volta entrato, restò chinato accanto all’imboccatura con tutti i sensi all’erta, finché non si convinse che l’unico elemento estraneo nei paraggi era quel corpo avvolto nelle coperte, rannicchiato in terra, dal quale si levava un rantolo ritmato, unito a un fischio rauco. Di quando in quando emetteva gemiti sommessi e a volte sussultava all’improvviso. Suo malgrado era l’immagine della sua stessa nemesi, nella postura curva, incagliata dentro quel pavimento scabro, e sofferente: nel suo ventre gridavano le anime dei morti che aveva sulla coscienza. Jack si avvicinò al suo volto.

“Sembra un bambino, non fosse per la barba”. Fece scorrere una mano sul proprio mento e con l’altra accennò a una carezza tremante sulla guancia di quell’uomo, rivolta alla sua vista. “Adesso anche mia madre ci confonderebbe, abbiamo la stessa puzza e la stessa faccia scura.” Gli avrebbe tolto lo straccio dalla bocca il mattino successivo, la nona alba che lo teneva insieme a sé.

Il primo giorno, già così lontano, era stato risvegliato come sempre dalle grida dei gabbiani. Aveva ficcato la testa in qualche cassonetto, vagabondato per le strade del borgo in compagnia delle ombre lunghe del mattino, ma già a quell’ora solitamente inoperosa l’aria era percorsa da un vociare, una polifonia che andava e ritornava, simile al suono di una fisarmonica. Qualcuno iniziava gridando da lontano e altri, più vicini a lui, rispondevano con altre grida. Sagome umane lo sfioravano, veloci come fossero già in piedi da un bel pezzo.

Si fermò al centro della piazza principale ad osservarle. Tutte le traiettorie, anche quelle articolate e composte di più passaggi, anche quelle ideali, tracciate in punta di dita, lanciate dagli sguardi o da un protendersi in avanti di più corpi, perfino quelle dei cani, randagi senza memoria come lui, convergevano in un punto lontano in mezzo al mare, dove una sagoma in ombra, enorme, si appoggiava all’isola del Giglio nel cielo ancora scuro ad occidente. Si sentì smarrito. Si guardò intorno, tormentato dal bisogno di verificare. Sì, era ancora nel solito paesino, lungo l’orizzonte era accampata la pineta, più giù il chiosco sulla spiaggia, ecco là sorgeva ancora l’isola e, al suo cospetto, s’era inchinato uno scafo d’acciaio, qualcosa che non doveva esserci e che offriva alla vista sbalordita del passante un indifeso, ampio e scivoloso fianco. Non riuscì a sopportarlo a lungo. Preferì tornare al suo metodo indiretto di conoscenza delle cose, che aveva elaborato per sopportare ancora l’esistenza del mondo circostante.

Da quando aveva deciso di sparire, dopo il licenziamento e la morte di suo padre, dopo che la crisi definitiva lo aveva messo al tappeto, aveva fatto perdere ogni traccia. Ormai erano passati tre anni, nei quali aveva lenito le sue ferite, calando uno sguardo da ruminante sull’intorno, rendendo l’udito impermeabile alla folla di parole troppo svelte, che non riusciva a incasellare entro frasi con un senso. La sua invisibilità gli consentiva di appropriarsi dei discorsi dei passanti, di voci, di notizie, lanciate da una facciata all’altra sui vicoli sottesi.

I giorni da clochard trascorrevano in gran parte nel raccogliere frammenti del reale. Nel tempo restante, passato sotto un portico a elemosinare o sdraiato a sera nella baracca nella pineta, ignota anche alla pie donne che di quando in quando provvedevano a un pasto caldo o qualche abito pulito, rimuginava. Il mondo raccolto in quei suoi giri era così caotico, che impiegava gran parte della giornata a ricostruirlo, elaborando dalle schegge raccolte una nuova teoria di luoghi e fatti, adatti a essere accolti nel proprio cosmo.

Assistette da lontano alle operazioni di soccorso: gli innumerevoli giri della Guardia Costiera, gli sbarchi dei naufraghi accolti dagli abitanti. Sforzando la vista poté scorgere persone scivolare sul fianco inclinato dello scafo, gli arrivò, portato dal vento, il pianto dei bambini. Gente, ovunque gente. Lo bombardarono di notizie radio e televisioni accese, venne marchiato a fuoco dai commenti roventi dei passanti, graffiato dalle affilate chiacchiere nei bar. Che riferivano del conto che non tornava di vittime e dispersi, delle persone, delle cause, delle contingenze. Ma sopra tutto spiccava un’unica domanda “Di chi è la colpa?”

“Va trovato il responsabile” “È stato il capitano” “Il capitano, sì” “E’ sua la colpa” “Era ubriaco, drogato” “C’era una donna” “È fuggito mentre la nave affondava” “Vigliacco, li ha abbandonati”. Vigliacco, maledetto vigliacco. Maledetto… Piangeva Jack, nella sera di quel giorno freddo di gennaio. Sussultava nei suoi miseri stracci, sedendo con le spalle al mare, all’isola e a tutto quel disastro. Ora che aveva trovato pace, proprio adesso che aveva potuto dimenticare, si accorse che il suo dolore non si era mai allontanato da lui. Piuttosto, si era accucciato, aveva accettato di starsene in un angolo, in silenzio, a patto che nessuno venisse a provocarlo.

Anche stavolta la colpa era di chi comanda, come quando anche la sua vita fu sconvolta da un capitano d’azienda. Un altro bastardo, che aveva venduto la storica società per la quale lavorava da vent’anni agli stranieri. Venduta e subito liquidata, e tutti i dipendenti alla malora. Lo aveva fatto vergognare con sé stesso, coi suoi figli, con sua moglie, aveva avviato con la sua arroganza la discesa di Jack verso l’inferno.

[continua]

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: