Bisogni e libertà /3

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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Trascorse alcune ore dondolando con la testa nascosta tra le gambe. Cantava a denti stretti una canzone presa dal fondo di qualche altra disfatta che non ricordava più. Le lacrime ancora scorrevano abbondanti quando si accorse di essere l’oggetto della curiosità di un cane, entrato nel suo spazio con invadenza. Gli ficcava il tartufo umido tra i piedi.

– Giacinto, che succede?-, gli chiese Adele tirando forte il guinzaglio del bassotto e flettendo il busto per guardarlo dritto in faccia. Adele, con la bocca contratta in un punto di domanda. Che a Natale aveva brindato insieme a lui a casa di Don Pasquale, il parroco, e ancora prima gli aveva combinato, tra telefonate, ricerche negli archivi dell’anagrafe e insistenti raccomandazioni alle persone giuste, la visita dall’oculista della Asl. Jack nemmeno si sforzò di tornare ancora a galla, di cercare nella figura china su di lui la traccia di un ricordo, uno qualsiasi, che lo legasse a lei. Vide solo l’orlo della gonna scozzese ondeggiare sfrontata sul suo naso. Gli sembrò di percepire una folata tiepida sfuggire da là sotto e un odore di selvatico, come di coniglio, accarezzargli il viso. Sentì il bisogno urgente di afferrare i fianchi grassocci e affondare le unghie nella carne, e così fece, tirandola in un attimo in ginocchio. Poi, fulmineo, ribaltò le posizioni e montò sulla poveretta a terra, schiacciandole la bocca con le mani.

Il cane, senza un solo ringhio di preavviso, gli azzannò un polpaccio e Jack emise un urlo di dolore. Si sollevò di scatto con le pupille dilatate e guardò dall’alto in basso Adele, ansimante e tutta sottosopra, con gli occhiali rotti a qualche metro di distanza e il volto tumefatto. E finalmente si rese conto di avere appena fatto una cazzata.

Fuggì a testa bassa verso il mare, non si curava più della tragedia, del fatto scatenante, provava solo una pena enorme per la propria vita senza senso. La pace costruita nel silenzio e nella solitudine era ormai persa per sempre. Aveva di nuovo tutto intorno la schiera strepitante dei bisogni. Bisogno di contatto, di amore, di scontro, di odio, di sfogo per l’energia sbloccata che ora correva dentro come un fiume di lava nelle viscere della terra alla ricerca di un cratere dal quale erompere con forza.

Negli stessi istanti, come richiamato verso quella furia, un altro universo in fuga percorreva la stessa traiettoria in direzione opposta. Si trovarono di fronte nella pineta semibuia. Jack seguì l’intuizione di un momento e, senza pensarci troppo, caricò un montante con tutto il proprio peso che atterrò l’altro e lo stese al suolo senza sensi.

Ci ripensò, nei giorni successivi, a chi potesse essere in realtà quell’ombra. Domande senza risposta, le rivolgeva soltanto a sé. A lui riservava insulti, rinfacci di vecchi rancori. Spesso gridava per intimidirlo ma non si spingeva mai alle botte. Si riteneva superiore. Non fosse stato chi credeva, avrebbe avuto più difficoltà a trattarlo in malo modo. Se fosse stato un profugo, un clandestino, qualcuno giunto a ridosso del suo rifugio per sfuggire a un destino spaventoso. Talvolta il dubbio lo assaliva e c’era da sbizzarrirsi nelle ipotesi. Scaldava la zuppa in lattina sul fornelletto a gas e, con gli occhi prigionieri dei tremori delle fiammelle azzurre, si riavvicinava al fisico che era stato quando, brillante ed intuitivo, sapeva leggere il mondo attraverso le proprietà del fuoco di candela. Le proprietà che Faraday, nell’Ottocento, spiegava con esperimenti a dei bambini, per avvicinarli al mondo delle scienze naturali. La fiamma, dov’è più luminosa, se esposta al sole genera un’ombra tenue. Quell’individuo che gli stava accovacciato accanto, forse era anche lui il prodotto di una fiammata. Un paradosso, eppure è legge di natura.

Con quelle leggi spiegava il mondo di quartiere, il gatto di famiglia, sua suocera, i figli ed il vicino. Sua moglie invece ancora gli sfuggiva, sebbene alcune volte sembrasse averla in pugno. Quella volta che non la trovò più in casa, soprattutto, si convinse di non aver mai capito niente di lei.

Ma il tempo fu risucchiato ancora indietro e il fisico si dileguò in un anfratto, l’uomo piangeva. Jack gli tolse il bavaglio, lo lasciò prendere fiato tra i singhiozzi e infine, preso il cucchiaio, iniziò ad imboccarlo con pazienza.

Diversi giorni dopo erano ancora lui e l’altro, uniti e soli sul cuor della terra. Ma quella presenza muta stava avendo un ruolo nel rimettere in moto la mente del mendicante.

Nel via vai tra il rifugio e le strade del borgo, i primi tempi evitò di farsi notare. Adele ebbe il buon senso di non sporgere denuncia. Se fu pietà per Jack, o un segno della fondatezza dell’ipotesi che esistesse anche in lei un’idea folle che univa l’amore col bisogno, non ebbe il coraggio di verificarlo fino in fondo.

Si tenne il più possibile alla larga dalle notizie che animavano le chiacchiere, di cui la nave naufragata era sempre il perno. Portava al Comandante, era così che lo chiamava, cibo raccolto tra gli avanzi altrui. Lo imboccava, lo faceva bere e lo accudiva come un bambino. In sua presenza trovò il coraggio di ripercorrere la propria umiliazione. L’altro stava seduto, legato e imbavagliato. Dopo il primo momento di sorpresa non aveva più alcuna luce nello sguardo. Sedeva ed ascoltava. Gli riversò addosso con disprezzo tutte le recriminazioni, illuminò a giorno i pensieri fino ad allora accumulati in un qualche luogo oscuro. Un paio di volte provò anche la voglia di colpirlo, ma non lo fece. Quel tipo di vendetta non gli apparteneva. Anzi, si vergognò quando a un certo punto del tragitto si accorse di provare gratitudine per lui. Iniziò a guardarsi attorno con gli occhi di quell’altro. Cartoni, stracci, vecchi giornali, il fornelletto e un gran tanfo d’urina, a questo era ridotta la sua esistenza. Fuori, il mondo sembrava stringere il suo cerchio attorno a lui. Assisteva nascosto alla costituzione di squadre di ricerca, li vedeva allontanarsi seguendo mappe tutte segnate e logore.

[continua]

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