Bisogni e libertà /4

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

Non seppe più adattarsi, guardare le cose dal di fuori e lasciarle scivolare via. Veniva contagiato, a mano a mano che li sentiva arrivare più vicino. Dopo una settimana, il Comandante non era più un nemico, ma un gemello. Un derelitto come lui, al quale mancava solo la parola. Gli liberò la bocca.

– Dì, Comandante, ti rendi conto che ti sto salvando la vita? Ho visto quella gente, è la stessa che hai voluto metterti sotto i piedi. Si è ribellata. Ti cerca coi forconi, vuole farti la festa, Comandante. Ah, ah! L’hai scampata bella, e sai perché? Perché io, io, Comandante, a differenza di te, sono un uomo libero.

Jack fece una pausa per cogliere la reazione del prigioniero alle sue parole. Per tutta risposta l’altro si voltò verso la parete.

– Sono un uomo libero, già. Soprattutto qui – e si toccò la tempia con un indice, fissando da vicino il Comandante in modo da costringerlo a tornare a lui con lo sguardo. Ormai era abituato a non avere un contraddittorio ma quella bocca chiusa senza più alcun bavaglio iniziava a metterlo a disagio.

– Uhm. Comunque, quello che voglio dirti è che ti cercano. Non ho ancora capito come non siano arrivati a questa baracca, ma penso sia questione di ore. Io non ho più rimpianti, una merda come te me le ha suonate un tempo, te l’ho già detto. Eppure come vedi, sono sopravvissuto. Ti ho tenuto con me abbastanza a lungo per smettere di temere quelli come voi sul ponte di comando. Tanto ve la fate sotto per la paura esattamente come noi, poveri cristi, le vostre vittime. Adesso che ho guardato bene in fondo a quei tuoi occhi da vigliacco, posso lasciarti. Devo solo scegliere se ucciderti o consegnarti alla giustizia.

L’altro si mosse nervosamente, scosse il corpo ancora ben legato, ma dalla bocca non uscì neanche un fiato.

– Uh? Che dici? – Sperò Jack. Poi si fissarono a lungo nelle pupille.

– Coraggio, puoi parlare. Allora? Sai che faccio? Ti tolgo anche le corde. – e svelto afferrò un coltello col quale tranciò lo spago attorcigliato a polsi e gambe.

– Grazie. – Mormorò a sorpresa il Comandante.

– Ah, ce l’hai fatta. – E per un po’ calò il silenzio tra di loro.

– Ma non sono un “Comandante”.

– Cosa?! – Gridò Jack, – non prendermi per il culo! Non te lo puoi permettere, non con me! –Gli occhi gli si iniettarono di sangue e, per non colpire l’altro, assestò un pugno contro il muro, piegando il pannello di cartone appoggiato alla faccia interna del tavolato d’assi male inchiodate, messo lì a protezione dal vento forte della costa.

L’uomo si raccolse ancora più in sé stesso, coprendosi la testa con le braccia. Aveva paura. A quella vista Jack si sentì a sua volta un vile.

Gettò uno sguardo fuori dall’entrata e iniziò a tormentarsi i polpastrelli callosi con le unghie smozzicate. Per un momento gli balenò di nuovo l’idea che il Comandante non stesse mentendo. Ma allora, se non era stato al comando del bastimento, perché quella volta si nascondeva in mezzo agli alberi, e con quell’aria da fuggiasco? Dopo quasi dieci giorni tutti parlavano ancora di lui, solo di lui, in modo ossessivo. La nave sarebbe rimasta a lungo sdraiata in mezzo al mare, avevano interrotto le ricerche dei dispersi, ma il Comandante era sempre sulla bocca di tutti come il primo giorno. Forse non doveva considerarla una cosa così strana, conosceva la natura violenta della folla e la temeva. Smisero di parlare un’altra volta. Ciascuno tornò solo con sé stesso. Jack aprì due scatole di fagioli per pranzo e porse al Comandante il proprio cucchiaio, perché si nutrisse per primo.

Tornato dalla questua pomeridiana nella piazza, Jack si leccava i baffi sporchi di caffè, domandandosi se avrebbe trovato ancora l’ospite nella stamberga. Ma giunta la sera erano ancora in due a sbocconcellare avanzi e bere birra insieme. Scambiarono poche battute, il Comandante non mostrava pentimento e Jack, che aveva deciso di concedergli la libertà, ne soffriva. Ne aveva fatto un punto d’onore.

–  Dì un po’, hai figli?

– Mhm mhm,- masticò l’altro, scuotendo la testa in segno di diniego.

– È questo che ti manca. È chiaro. Se avessi figli forse ti saresti accorto di avere una coscienza. Anche il peggior aguzzino che c’è al mondo, se ha figli ha almeno un attimo di esitazione prima di comportarsi come hai fatto tu. – Affermò Jack, assolutamente conciliante. Ma l’altro, forse incoraggiato dalle ultime ore nelle quali si erano ritrovati pressoché sullo stesso piano, stavolta reagì subito:

–  Aaah! Lo vuoi capire sì o no che non ho fatto niente? Io non c’entro con la nave, non c’entro con il tuo licenziamento, non c’entro niente con te! Ficcatelo bene in testa: ti sei sbagliato, mi dispiace! – fece in tono acre, agitando teatralmente i polsi feriti dalle corde. Jack, colto alla sprovvista strabuzzò gli occhi, spalancò le braccia e fece lentamente un mezzo giro su di sé nel poco spazio a sua disposizione in quel basso tugurio, ritrovandosi di nuovo gonfio dell’indefinibile ansia che lo aveva tormentato la notte precedente.

L’altro lo osservava aspettandosi il peggio ma ben deciso a non abbassare lo sguardo di sfida. Fuori era ormai buio, il vento sibilava piano negli interstizi del legname. Calò un silenzio tale che l’unico suono udibile fu per un po’ solo lo stormire degli alberi e dei cespugli intorno.

Nessuno dei due cedette, non una parola. Dopo un po’ uscirono dalla baracca in fila indiana e quando si trovarono fianco a fianco a fissare le frange del pineto oscillare all’unisono a ondate lievi, Jack sputò in terra.

– Sai, – attaccò il Comandante, – una volta ero sui gradini di una chiesa.

Jack aprì occhi e orecchie, attratto e preoccupato insieme del tono basso col quale udì pronunciare quelle parole.

– Qualcuno aveva sputato, proprio lì, vicino a dove ero seduto io. –

Jack deglutì.

– E allora? A te che ti faceva?

– Non lo capisci? Cosa faceva quello sputo sulle scale, proprio accanto a me?

– Eh.

– Saliva.

– Come?

– Saliva, sì, lo sputo. Sulle scale, capito? Sa-li-va. – Fece, mimando con indice e medio il movimento di due gambe. Un sorriso incredulo stravolse i loro connotati, uno dopo l’altro.

– Saliva… – ripeté Jack, -Saliva, uh, uh, uh!

Cominciarono a ridere, dapprima trattenendosi, poi i sobbalzi li scossero a tal punto che dovettero lasciarsi andare fragorosamente. Si diedero delle pacche sule spalle, senza riuscire a fermarsi per un pezzo. Lentamente, molto molto lentamente, tornarono più sobri, cercando di non guardarsi in faccia per non riattaccare a ridere. Infine rientrarono a prepararsi per la notte.

Intorno alle cinque, un uomo libero camminava in direzione della Statale poco lontana dalla costa. Si era svegliato presto, riesumato un vecchio usa-e-getta e, tagliuzzandosi, si era sbarbato alla cieca. Aveva deposto i vecchi stracci in un angolo del suo tugurio e indossato il cappotto del Comandante sopra un completo a righe rimediatogli da Adele tanto tempo prima e mai usato. Prima di uscire, aveva salutato con lo sguardo l’uomo, immerso in un sonno profondo, sul quale aveva deciso di lasciare irrisolti i molti dubbi.

Quando fu in alto, sul ciglio della strada, si volse verso l’isola avvolta nella notte. Inspirò a fondo e si sforzò ancora una volta di intuire le due sagome affiancate. Lo sfiorò una punta di nostalgia, ma non le diede retta. Quindi raddrizzò il bavero, la schiena e la testa e riprese ad andare per la sua strada.

 

Fine

(Grazie a Nastia e al suo Barzellettiere)

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