Archive for the ‘Bisogni e libertà’ Category

Bisogni e libertà /4

24 maggio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

Non seppe più adattarsi, guardare le cose dal di fuori e lasciarle scivolare via. Veniva contagiato, a mano a mano che li sentiva arrivare più vicino. Dopo una settimana, il Comandante non era più un nemico, ma un gemello. Un derelitto come lui, al quale mancava solo la parola. Gli liberò la bocca.

– Dì, Comandante, ti rendi conto che ti sto salvando la vita? Ho visto quella gente, è la stessa che hai voluto metterti sotto i piedi. Si è ribellata. Ti cerca coi forconi, vuole farti la festa, Comandante. Ah, ah! L’hai scampata bella, e sai perché? Perché io, io, Comandante, a differenza di te, sono un uomo libero.

Jack fece una pausa per cogliere la reazione del prigioniero alle sue parole. Per tutta risposta l’altro si voltò verso la parete.

– Sono un uomo libero, già. Soprattutto qui – e si toccò la tempia con un indice, fissando da vicino il Comandante in modo da costringerlo a tornare a lui con lo sguardo. Ormai era abituato a non avere un contraddittorio ma quella bocca chiusa senza più alcun bavaglio iniziava a metterlo a disagio.

– Uhm. Comunque, quello che voglio dirti è che ti cercano. Non ho ancora capito come non siano arrivati a questa baracca, ma penso sia questione di ore. Io non ho più rimpianti, una merda come te me le ha suonate un tempo, te l’ho già detto. Eppure come vedi, sono sopravvissuto. Ti ho tenuto con me abbastanza a lungo per smettere di temere quelli come voi sul ponte di comando. Tanto ve la fate sotto per la paura esattamente come noi, poveri cristi, le vostre vittime. Adesso che ho guardato bene in fondo a quei tuoi occhi da vigliacco, posso lasciarti. Devo solo scegliere se ucciderti o consegnarti alla giustizia.

L’altro si mosse nervosamente, scosse il corpo ancora ben legato, ma dalla bocca non uscì neanche un fiato.

– Uh? Che dici? – Sperò Jack. Poi si fissarono a lungo nelle pupille.

– Coraggio, puoi parlare. Allora? Sai che faccio? Ti tolgo anche le corde. – e svelto afferrò un coltello col quale tranciò lo spago attorcigliato a polsi e gambe.

– Grazie. – Mormorò a sorpresa il Comandante.

– Ah, ce l’hai fatta. – E per un po’ calò il silenzio tra di loro.

– Ma non sono un “Comandante”.

– Cosa?! – Gridò Jack, – non prendermi per il culo! Non te lo puoi permettere, non con me! –Gli occhi gli si iniettarono di sangue e, per non colpire l’altro, assestò un pugno contro il muro, piegando il pannello di cartone appoggiato alla faccia interna del tavolato d’assi male inchiodate, messo lì a protezione dal vento forte della costa.

L’uomo si raccolse ancora più in sé stesso, coprendosi la testa con le braccia. Aveva paura. A quella vista Jack si sentì a sua volta un vile.

Gettò uno sguardo fuori dall’entrata e iniziò a tormentarsi i polpastrelli callosi con le unghie smozzicate. Per un momento gli balenò di nuovo l’idea che il Comandante non stesse mentendo. Ma allora, se non era stato al comando del bastimento, perché quella volta si nascondeva in mezzo agli alberi, e con quell’aria da fuggiasco? Dopo quasi dieci giorni tutti parlavano ancora di lui, solo di lui, in modo ossessivo. La nave sarebbe rimasta a lungo sdraiata in mezzo al mare, avevano interrotto le ricerche dei dispersi, ma il Comandante era sempre sulla bocca di tutti come il primo giorno. Forse non doveva considerarla una cosa così strana, conosceva la natura violenta della folla e la temeva. Smisero di parlare un’altra volta. Ciascuno tornò solo con sé stesso. Jack aprì due scatole di fagioli per pranzo e porse al Comandante il proprio cucchiaio, perché si nutrisse per primo.

Tornato dalla questua pomeridiana nella piazza, Jack si leccava i baffi sporchi di caffè, domandandosi se avrebbe trovato ancora l’ospite nella stamberga. Ma giunta la sera erano ancora in due a sbocconcellare avanzi e bere birra insieme. Scambiarono poche battute, il Comandante non mostrava pentimento e Jack, che aveva deciso di concedergli la libertà, ne soffriva. Ne aveva fatto un punto d’onore.

–  Dì un po’, hai figli?

– Mhm mhm,- masticò l’altro, scuotendo la testa in segno di diniego.

– È questo che ti manca. È chiaro. Se avessi figli forse ti saresti accorto di avere una coscienza. Anche il peggior aguzzino che c’è al mondo, se ha figli ha almeno un attimo di esitazione prima di comportarsi come hai fatto tu. – Affermò Jack, assolutamente conciliante. Ma l’altro, forse incoraggiato dalle ultime ore nelle quali si erano ritrovati pressoché sullo stesso piano, stavolta reagì subito:

–  Aaah! Lo vuoi capire sì o no che non ho fatto niente? Io non c’entro con la nave, non c’entro con il tuo licenziamento, non c’entro niente con te! Ficcatelo bene in testa: ti sei sbagliato, mi dispiace! – fece in tono acre, agitando teatralmente i polsi feriti dalle corde. Jack, colto alla sprovvista strabuzzò gli occhi, spalancò le braccia e fece lentamente un mezzo giro su di sé nel poco spazio a sua disposizione in quel basso tugurio, ritrovandosi di nuovo gonfio dell’indefinibile ansia che lo aveva tormentato la notte precedente.

L’altro lo osservava aspettandosi il peggio ma ben deciso a non abbassare lo sguardo di sfida. Fuori era ormai buio, il vento sibilava piano negli interstizi del legname. Calò un silenzio tale che l’unico suono udibile fu per un po’ solo lo stormire degli alberi e dei cespugli intorno.

Nessuno dei due cedette, non una parola. Dopo un po’ uscirono dalla baracca in fila indiana e quando si trovarono fianco a fianco a fissare le frange del pineto oscillare all’unisono a ondate lievi, Jack sputò in terra.

– Sai, – attaccò il Comandante, – una volta ero sui gradini di una chiesa.

Jack aprì occhi e orecchie, attratto e preoccupato insieme del tono basso col quale udì pronunciare quelle parole.

– Qualcuno aveva sputato, proprio lì, vicino a dove ero seduto io. –

Jack deglutì.

– E allora? A te che ti faceva?

– Non lo capisci? Cosa faceva quello sputo sulle scale, proprio accanto a me?

– Eh.

– Saliva.

– Come?

– Saliva, sì, lo sputo. Sulle scale, capito? Sa-li-va. – Fece, mimando con indice e medio il movimento di due gambe. Un sorriso incredulo stravolse i loro connotati, uno dopo l’altro.

– Saliva… – ripeté Jack, -Saliva, uh, uh, uh!

Cominciarono a ridere, dapprima trattenendosi, poi i sobbalzi li scossero a tal punto che dovettero lasciarsi andare fragorosamente. Si diedero delle pacche sule spalle, senza riuscire a fermarsi per un pezzo. Lentamente, molto molto lentamente, tornarono più sobri, cercando di non guardarsi in faccia per non riattaccare a ridere. Infine rientrarono a prepararsi per la notte.

Intorno alle cinque, un uomo libero camminava in direzione della Statale poco lontana dalla costa. Si era svegliato presto, riesumato un vecchio usa-e-getta e, tagliuzzandosi, si era sbarbato alla cieca. Aveva deposto i vecchi stracci in un angolo del suo tugurio e indossato il cappotto del Comandante sopra un completo a righe rimediatogli da Adele tanto tempo prima e mai usato. Prima di uscire, aveva salutato con lo sguardo l’uomo, immerso in un sonno profondo, sul quale aveva deciso di lasciare irrisolti i molti dubbi.

Quando fu in alto, sul ciglio della strada, si volse verso l’isola avvolta nella notte. Inspirò a fondo e si sforzò ancora una volta di intuire le due sagome affiancate. Lo sfiorò una punta di nostalgia, ma non le diede retta. Quindi raddrizzò il bavero, la schiena e la testa e riprese ad andare per la sua strada.

 

Fine

(Grazie a Nastia e al suo Barzellettiere)

Bisogni e libertà /3

22 maggio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

Trascorse alcune ore dondolando con la testa nascosta tra le gambe. Cantava a denti stretti una canzone presa dal fondo di qualche altra disfatta che non ricordava più. Le lacrime ancora scorrevano abbondanti quando si accorse di essere l’oggetto della curiosità di un cane, entrato nel suo spazio con invadenza. Gli ficcava il tartufo umido tra i piedi.

– Giacinto, che succede?-, gli chiese Adele tirando forte il guinzaglio del bassotto e flettendo il busto per guardarlo dritto in faccia. Adele, con la bocca contratta in un punto di domanda. Che a Natale aveva brindato insieme a lui a casa di Don Pasquale, il parroco, e ancora prima gli aveva combinato, tra telefonate, ricerche negli archivi dell’anagrafe e insistenti raccomandazioni alle persone giuste, la visita dall’oculista della Asl. Jack nemmeno si sforzò di tornare ancora a galla, di cercare nella figura china su di lui la traccia di un ricordo, uno qualsiasi, che lo legasse a lei. Vide solo l’orlo della gonna scozzese ondeggiare sfrontata sul suo naso. Gli sembrò di percepire una folata tiepida sfuggire da là sotto e un odore di selvatico, come di coniglio, accarezzargli il viso. Sentì il bisogno urgente di afferrare i fianchi grassocci e affondare le unghie nella carne, e così fece, tirandola in un attimo in ginocchio. Poi, fulmineo, ribaltò le posizioni e montò sulla poveretta a terra, schiacciandole la bocca con le mani.

Il cane, senza un solo ringhio di preavviso, gli azzannò un polpaccio e Jack emise un urlo di dolore. Si sollevò di scatto con le pupille dilatate e guardò dall’alto in basso Adele, ansimante e tutta sottosopra, con gli occhiali rotti a qualche metro di distanza e il volto tumefatto. E finalmente si rese conto di avere appena fatto una cazzata.

Fuggì a testa bassa verso il mare, non si curava più della tragedia, del fatto scatenante, provava solo una pena enorme per la propria vita senza senso. La pace costruita nel silenzio e nella solitudine era ormai persa per sempre. Aveva di nuovo tutto intorno la schiera strepitante dei bisogni. Bisogno di contatto, di amore, di scontro, di odio, di sfogo per l’energia sbloccata che ora correva dentro come un fiume di lava nelle viscere della terra alla ricerca di un cratere dal quale erompere con forza.

Negli stessi istanti, come richiamato verso quella furia, un altro universo in fuga percorreva la stessa traiettoria in direzione opposta. Si trovarono di fronte nella pineta semibuia. Jack seguì l’intuizione di un momento e, senza pensarci troppo, caricò un montante con tutto il proprio peso che atterrò l’altro e lo stese al suolo senza sensi.

Ci ripensò, nei giorni successivi, a chi potesse essere in realtà quell’ombra. Domande senza risposta, le rivolgeva soltanto a sé. A lui riservava insulti, rinfacci di vecchi rancori. Spesso gridava per intimidirlo ma non si spingeva mai alle botte. Si riteneva superiore. Non fosse stato chi credeva, avrebbe avuto più difficoltà a trattarlo in malo modo. Se fosse stato un profugo, un clandestino, qualcuno giunto a ridosso del suo rifugio per sfuggire a un destino spaventoso. Talvolta il dubbio lo assaliva e c’era da sbizzarrirsi nelle ipotesi. Scaldava la zuppa in lattina sul fornelletto a gas e, con gli occhi prigionieri dei tremori delle fiammelle azzurre, si riavvicinava al fisico che era stato quando, brillante ed intuitivo, sapeva leggere il mondo attraverso le proprietà del fuoco di candela. Le proprietà che Faraday, nell’Ottocento, spiegava con esperimenti a dei bambini, per avvicinarli al mondo delle scienze naturali. La fiamma, dov’è più luminosa, se esposta al sole genera un’ombra tenue. Quell’individuo che gli stava accovacciato accanto, forse era anche lui il prodotto di una fiammata. Un paradosso, eppure è legge di natura.

Con quelle leggi spiegava il mondo di quartiere, il gatto di famiglia, sua suocera, i figli ed il vicino. Sua moglie invece ancora gli sfuggiva, sebbene alcune volte sembrasse averla in pugno. Quella volta che non la trovò più in casa, soprattutto, si convinse di non aver mai capito niente di lei.

Ma il tempo fu risucchiato ancora indietro e il fisico si dileguò in un anfratto, l’uomo piangeva. Jack gli tolse il bavaglio, lo lasciò prendere fiato tra i singhiozzi e infine, preso il cucchiaio, iniziò ad imboccarlo con pazienza.

Diversi giorni dopo erano ancora lui e l’altro, uniti e soli sul cuor della terra. Ma quella presenza muta stava avendo un ruolo nel rimettere in moto la mente del mendicante.

Nel via vai tra il rifugio e le strade del borgo, i primi tempi evitò di farsi notare. Adele ebbe il buon senso di non sporgere denuncia. Se fu pietà per Jack, o un segno della fondatezza dell’ipotesi che esistesse anche in lei un’idea folle che univa l’amore col bisogno, non ebbe il coraggio di verificarlo fino in fondo.

Si tenne il più possibile alla larga dalle notizie che animavano le chiacchiere, di cui la nave naufragata era sempre il perno. Portava al Comandante, era così che lo chiamava, cibo raccolto tra gli avanzi altrui. Lo imboccava, lo faceva bere e lo accudiva come un bambino. In sua presenza trovò il coraggio di ripercorrere la propria umiliazione. L’altro stava seduto, legato e imbavagliato. Dopo il primo momento di sorpresa non aveva più alcuna luce nello sguardo. Sedeva ed ascoltava. Gli riversò addosso con disprezzo tutte le recriminazioni, illuminò a giorno i pensieri fino ad allora accumulati in un qualche luogo oscuro. Un paio di volte provò anche la voglia di colpirlo, ma non lo fece. Quel tipo di vendetta non gli apparteneva. Anzi, si vergognò quando a un certo punto del tragitto si accorse di provare gratitudine per lui. Iniziò a guardarsi attorno con gli occhi di quell’altro. Cartoni, stracci, vecchi giornali, il fornelletto e un gran tanfo d’urina, a questo era ridotta la sua esistenza. Fuori, il mondo sembrava stringere il suo cerchio attorno a lui. Assisteva nascosto alla costituzione di squadre di ricerca, li vedeva allontanarsi seguendo mappe tutte segnate e logore.

[continua]

Bisogni e libertà /2

18 maggio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

Una volta entrato, restò chinato accanto all’imboccatura con tutti i sensi all’erta, finché non si convinse che l’unico elemento estraneo nei paraggi era quel corpo avvolto nelle coperte, rannicchiato in terra, dal quale si levava un rantolo ritmato, unito a un fischio rauco. Di quando in quando emetteva gemiti sommessi e a volte sussultava all’improvviso. Suo malgrado era l’immagine della sua stessa nemesi, nella postura curva, incagliata dentro quel pavimento scabro, e sofferente: nel suo ventre gridavano le anime dei morti che aveva sulla coscienza. Jack si avvicinò al suo volto.

“Sembra un bambino, non fosse per la barba”. Fece scorrere una mano sul proprio mento e con l’altra accennò a una carezza tremante sulla guancia di quell’uomo, rivolta alla sua vista. “Adesso anche mia madre ci confonderebbe, abbiamo la stessa puzza e la stessa faccia scura.” Gli avrebbe tolto lo straccio dalla bocca il mattino successivo, la nona alba che lo teneva insieme a sé.

Il primo giorno, già così lontano, era stato risvegliato come sempre dalle grida dei gabbiani. Aveva ficcato la testa in qualche cassonetto, vagabondato per le strade del borgo in compagnia delle ombre lunghe del mattino, ma già a quell’ora solitamente inoperosa l’aria era percorsa da un vociare, una polifonia che andava e ritornava, simile al suono di una fisarmonica. Qualcuno iniziava gridando da lontano e altri, più vicini a lui, rispondevano con altre grida. Sagome umane lo sfioravano, veloci come fossero già in piedi da un bel pezzo.

Si fermò al centro della piazza principale ad osservarle. Tutte le traiettorie, anche quelle articolate e composte di più passaggi, anche quelle ideali, tracciate in punta di dita, lanciate dagli sguardi o da un protendersi in avanti di più corpi, perfino quelle dei cani, randagi senza memoria come lui, convergevano in un punto lontano in mezzo al mare, dove una sagoma in ombra, enorme, si appoggiava all’isola del Giglio nel cielo ancora scuro ad occidente. Si sentì smarrito. Si guardò intorno, tormentato dal bisogno di verificare. Sì, era ancora nel solito paesino, lungo l’orizzonte era accampata la pineta, più giù il chiosco sulla spiaggia, ecco là sorgeva ancora l’isola e, al suo cospetto, s’era inchinato uno scafo d’acciaio, qualcosa che non doveva esserci e che offriva alla vista sbalordita del passante un indifeso, ampio e scivoloso fianco. Non riuscì a sopportarlo a lungo. Preferì tornare al suo metodo indiretto di conoscenza delle cose, che aveva elaborato per sopportare ancora l’esistenza del mondo circostante.

Da quando aveva deciso di sparire, dopo il licenziamento e la morte di suo padre, dopo che la crisi definitiva lo aveva messo al tappeto, aveva fatto perdere ogni traccia. Ormai erano passati tre anni, nei quali aveva lenito le sue ferite, calando uno sguardo da ruminante sull’intorno, rendendo l’udito impermeabile alla folla di parole troppo svelte, che non riusciva a incasellare entro frasi con un senso. La sua invisibilità gli consentiva di appropriarsi dei discorsi dei passanti, di voci, di notizie, lanciate da una facciata all’altra sui vicoli sottesi.

I giorni da clochard trascorrevano in gran parte nel raccogliere frammenti del reale. Nel tempo restante, passato sotto un portico a elemosinare o sdraiato a sera nella baracca nella pineta, ignota anche alla pie donne che di quando in quando provvedevano a un pasto caldo o qualche abito pulito, rimuginava. Il mondo raccolto in quei suoi giri era così caotico, che impiegava gran parte della giornata a ricostruirlo, elaborando dalle schegge raccolte una nuova teoria di luoghi e fatti, adatti a essere accolti nel proprio cosmo.

Assistette da lontano alle operazioni di soccorso: gli innumerevoli giri della Guardia Costiera, gli sbarchi dei naufraghi accolti dagli abitanti. Sforzando la vista poté scorgere persone scivolare sul fianco inclinato dello scafo, gli arrivò, portato dal vento, il pianto dei bambini. Gente, ovunque gente. Lo bombardarono di notizie radio e televisioni accese, venne marchiato a fuoco dai commenti roventi dei passanti, graffiato dalle affilate chiacchiere nei bar. Che riferivano del conto che non tornava di vittime e dispersi, delle persone, delle cause, delle contingenze. Ma sopra tutto spiccava un’unica domanda “Di chi è la colpa?”

“Va trovato il responsabile” “È stato il capitano” “Il capitano, sì” “E’ sua la colpa” “Era ubriaco, drogato” “C’era una donna” “È fuggito mentre la nave affondava” “Vigliacco, li ha abbandonati”. Vigliacco, maledetto vigliacco. Maledetto… Piangeva Jack, nella sera di quel giorno freddo di gennaio. Sussultava nei suoi miseri stracci, sedendo con le spalle al mare, all’isola e a tutto quel disastro. Ora che aveva trovato pace, proprio adesso che aveva potuto dimenticare, si accorse che il suo dolore non si era mai allontanato da lui. Piuttosto, si era accucciato, aveva accettato di starsene in un angolo, in silenzio, a patto che nessuno venisse a provocarlo.

Anche stavolta la colpa era di chi comanda, come quando anche la sua vita fu sconvolta da un capitano d’azienda. Un altro bastardo, che aveva venduto la storica società per la quale lavorava da vent’anni agli stranieri. Venduta e subito liquidata, e tutti i dipendenti alla malora. Lo aveva fatto vergognare con sé stesso, coi suoi figli, con sua moglie, aveva avviato con la sua arroganza la discesa di Jack verso l’inferno.

[continua]

Bisogni e libertà /1

15 maggio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

Saranno state le tre, forse le tre e mezza. Si era svegliato, non proprio di soprassalto, ma insomma. Era scocciato. Nemmeno un’ora da quando aveva chiuso gli occhi e i sogni si erano gonfiati dentro di lui, gonfiati e tesi. Avevano preso a spingere da dentro, creato un senso di fastidio, come un’urgenza a cui andava data retta subito. Lo avevano spinto fino a ritrovarsi di nuovo in superficie, a fissare il pannello di lamiera penzolante una metrata e mezza sopra a sé. Ma non bastava.

“Sono vecchio”, si era detto sollevandosi, e se l’era ripetuto ancora, uscendo in fretta dal covo coperto di frasche. L’aria intorno era fredda e pungente, carica di umori e aromi, di mare e bosco insieme. Si sentiva lucido, con la mente stabiliva in modo fluido rapide e precise connessioni tra avvenimenti recenti, sogni interrotti e ragionamenti scaturiti, che andavano moltiplicandosi a velocità vertiginosa.

Avanzò a memoria sul terreno crepitante, finché, in un varco aperto nell’intreccio di rami, rametti e ciuffi di aghi fitti fitti, scorse una striscia di cielo nero. Dal mare si stava alzando un vento che pareva gonfiare tutto quel vuoto di materia. Pareva gonfiarlo e tenderlo, ad ogni lieve folata sembrava che le stelle brillassero più forte, come se fossero state spinte più vicino. Dentro di sé sentì di nuovo come un crampo, qualcosa di davvero piccolo, ma molesto. Lo avvertì allungarsi e propagarsi, dal cuore fino al pube. Piegò le braccia indietro, puntellando i lombi con le mani, e provò a trarre sollievo nella distensione della pancia prominente. Risollevò la testa come prolungamento di quel gesto e gli capitò in vista, appena sopra l’orizzonte, una specie di graffito. Un ampio frego rossastro che si faceva strada a stento nella vela nera e tesa di quella tronfia notte stellata. Ne percepì un’eco dall’interno, provò fisicamente l’aprirsi di una crepa nel proprio universo tanto rigonfio e vuoto. Nell’arco di un istante sperò di assistere all’esplosione del fondale e sperò, con esso, di spaccarsi anche lui, come fa un frutto maturo quando cade in terra dall’albero. Provò l’insensato bisogno dell’irruzione di una luce nuova ed accecante, che spazzasse via l’oscurità in cui si trovava, fuori e dentro i suoi pensieri. Ma, passato quell’istante, tutto si contrasse nuovamente. Il brillio degli astri si fece meno intenso, il vento per un po’ sembrò calmarsi.

Fu allora che si sentì spiato. Cominciò a fissare il nulla avanti a sé, cercò conferma dall’alone flebile della luna crescente, della presenza del Giglio e della mole convessa che l’affiancava da giorni, ma invano. Dovevano essere lì, davanti a lui, per forza. Solo, non sapeva dove. Non poterle identificare e collocare in uno spazio definito gliene fece percepire l’incombenza come una forza ignota, sottile ed angosciosa. Si voltò e ripercorse la via del ritorno, incalzato da quella sensazione, ed ecco che di nuovo il pungolo interiore riprese a tenderlo e tirarlo, come gas in espansione dentro un palloncino in procinto di scoppiare.

A quel punto dovette smettere di pensare all’isola e alla nave, perché una fitta lancinante alla vescica segnalò dove, in tutto il corpo, il disagio aveva deciso di concentrare la sua offensiva. Scelse a caso un tronco ad occhi chiusi, si lasciò andare e, come un bambino, godé della portata e della durata dello scroscio, un fragore sordo, cupo e uniforme.

Una volta aveva un medico, un omeopata, così si definiva. Praticava medicina olistica. Dunque in quell’altra vita avrebbe avuto a chi rivolgersi. Forse il suo malessere aveva un nesso con la sua psiche malridotta, o forse stava davvero diventando vecchio.

“Vecchio, e pure stronzo. Cosa me ne viene a me, adesso, di quello che ho combinato a quell’altro mentecatto? Che me ne faccio della sua umiliazione, della pena che si fa da solo e, a questo punto, un poco pure a me? Certo, non mi riporta quello che ho perduto”. Era tornato a riflettere sulla soluzione al suo problema contingente, quando lo allertò un rumore insolito e ovattato, proveniente da una distanza indefinibile. Riaprì gli occhi appena in tempo per vedere gli ultimi zampilli brillare nell’oscurità, illuminati da un fascio di luce radente che si smorzò dentro un cespuglio poco lontano.

D’istinto si gettò addosso all’albero, coprendo con le mani a conca i genitali. Per qualche secondo i tonfi del suo cuore nelle orecchie gli impedirono ogni altra possibile esperienza. Tornò a confondersi, temette che gli fossero già addosso, un tremolio iniziò a trasmettersi dalla punta delle dita a tutto il corpo. Il suo respiro si fece frettoloso e irregolare. Restò inchiodato in quella posizione per un tempo che protrasse ben oltre la scomparsa di ogni allarme.

Poi si mosse, a passi misurati, lungo il tragitto verso il rifugio. Brividi di insicurezza gli attraversavano il dorso. Con le narici dilatate scandagliava, risucchiandoli fino in fondo ad ogni alveolo, i refoli che si infilavano per vie tortuose dal mare fino a lui. La vista si era fatta acuta. Accolse la fredda umidità tra le sue membra come un’alleata, in grado di magnificare quel necessario stato di tensione. Più che degli uomini, però, pativa la presenza oscura della mostruosa estranea, distesa in una posa sconcia ed attraente, appena poche miglia più in là. Camminò con gli occhi della mente puntati dietro di sé. Si convinse di sentire dei lamenti, così affrettò le ultime falcate.

[continua]


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: