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11 luglio 2013

(una risposta ai commenti di  Marì qui e qui e  anche a Max, che domanda perché è un gran curiosone)

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Marì, Marì,

A te sta bene ciò che scrivi, come lo scrivi, dove lo scrivi e cosa commenta chi lo viene a leggere. Allora, se ti domandi “Come si fa a cambiare prospettiva”, ti riferisci al contenuto. Il tuo blog, almeno al momento (ma ti conosco solo da ieri), rende visibile all’esterno la tua interiorità. La tua è una “scrittura catartica”, e affermando questo intendi dire che scrivere opera su di te una catarsi. Ma ancora non ti basta. Uhm uhm.

Ci sono moltissime persone come me e te che praticano una scrittura catartica, in modi a volte radicalmente differenti tra di loro. Io ho la convinzione che scrivere bene riordini i pensieri, focalizzi gli obiettivi, renda più saldi nelle convinzioni. Per questo ho l’obiettivo di scrivere sempre meglio, e per questo studio e leggo. Leggo e studio. E infine scrivo.

Viviamo nell’era Siti.

Quello dell’autofiction non è un percorso obbligato, anzi, ma per il poco che ho capito finora, è una scelta onesta, percorribile. Dirò forse qualcosa di eccessivo: è in potenza qualcosa di socialmente utile, di meritorio. Ma chiudo qui, ho citato Siti solo per introdurre l’idea che, se l’esigenza di scrivere origina da qualcosa di irrisolto nella propria interiorità (e che si sente il bisogno di indagare, di portare al confronto con altri, o solamente di liberare), trova uno sbocco proprio avendo sé stessi come oggetto di indagine.

Se questa è la via individuata, è solo compiendo concretamente (non solo letterariamente, quindi) delle “prove di vita”, assimilabili a bozze letterarie,  e osservandone i risultati, riportandoli in forma scritta, manipolandone gli effetti, che si può sperare di avvicinarsi al cuore dell’enigma.

Spesso il problema di chi si esprime attraverso un blog, è proprio quello di non riuscire a focalizzare bene il centro, l’origine delle proprie pulsioni ed inquietudini. Ne deriva una scrittura circolare. Che torna sempre sugli stessi temi. Che consola, forse, ma certo non fa evolvere. Spesso, alla decadenza del pensiero fa seguito anche quella della qualità della propria scrittura. Non è facile accorgersene. Servirebbe avere sempre accanto qualcuno che ci conosca veramente, e che ci voglia bene al punto di avvertirci in tempo se rischiamo di andare fuori rotta.

Ma a chi come me non si fida facilmente, o non vuole far gravare su altri questo fardello, non resta che cambiare prospettiva, come dicevi tu, Marì. Investire sé stessi di questo compito, sottoscrivendo l’impegno a volersi sinceramente bene e ad esercitare una lettura realmente onesta e critica. Condizioni, però, necessarie ma non sempre sufficienti perché l’io, in fondo, è sempre uno solo.

Dunque, estrema ratio, si può provare a ingannare l’occhio interiore (deformante), e adottare certe strategie correttive. Delle mie sono alquanto gelosa, e anch’io subisco l’invalidante remora del giudizio etico altrui, quindi –sapete com’è- non le diffondo. Tanto più che la loro validità è limitata alle mie personali esigenze.

Io credo che chi si interroghi sul senso del proprio scrivere, e del perché abbia scelto di non lasciarlo confinato alla propria esclusiva fruizione, possa (se è  onesto con sé stesso) riuscire a rintracciare il disegno che sta sotto. C’è sempre un disegno, solo che può essere stato realizzato inconsapevolmente.

Di recente un amico mi ha detto, scherzando, che riconosce nel mio modo di agire l'”architetto”. Al solito davanti al complimento mi sono schernita, dicendo che, piuttosto, ho cambiato lavoro proprio perché rischiavo di far crollare qualche edificio. Ma lo ringrazio ancora per la sua notazione, perché riguardo alla vita forse è vero, tracciare progetti di massima è uno dei pochi modi architettonici che mi sono rimasti.

Lo affermo con cognizione di causa: senza un progetto, seppure vago, che guidi in qualche modo le nostre azioni, siamo soltanto cani alla catena. E tanto più i blogger, che rischiano, come accade anche a me, di scavare solchi circolari e improduttivi, di farlo a lungo, senza riuscire a rendersi conto di essere vincolati a una corda fatta solo di parole.

Chi vorrà (superando la propria ritrosia) provare a non evitare le domande su sé stesso, scoprirà di avere gli elementi necessari, tramite la scrittura, e anche gli strumenti per fare sì che questo senso ri-trovato gli sia compagno lungo un percorso in linea retta. Svolto su una strada reale, fatta di terra, sabbia, asfalto, comunque concreta. Lungo la quale capita di inciampare e cadere qualche volta, ma dalla quale è possibile rialzarsi.

Non ho ricette per gli altri. Io ho fatto un disegno lungo un anno. Poi l’ho messo allo specchio e mi sono sorpresa nel trovarlo banale  e scontato, impreciso e presuntuoso. Ci sono rimasta male, posso imputare i miei errori solo a me stessa. Ma intanto ci ho provato, e continuerò a provarci, rigirando di quando in quando il foglio davanti allo specchio per verifica.

Questo l'ho fatto io con mio figlio in pancia, nel 2007

Questo l’ho fatto io, nel 2007

Un’ultima considerazione. Mi è sempre piaciuto disegnare a mano libera, a più riprese ho anche studiato su manuali di autoistruzione, l’ultimo della serie una decina di anni fa, si intitola “Disegnare con la parte destra del cervello”. Lì ho trovato il trucchetto dello specchio. Funziona. In effetti al rovescio i disegni rivelano tutte le loro pecche.

Ma è solo quando mi sono rivolta a un’insegnante professionista che ho iniziato a migliorare.

Per traslazione, io credo che per scrivere bene si debba avere l’umiltà di trovare buoni maestri. E che se si cerca di sbrogliare la propria vita, a volte può non bastare la scrittura catartica, potrebbe essere necessario devolvere fiducia e denaro a uno sbrogliatore di professione. 

Ora tu mi dirai, ma chi t’ha chiesto niente, e aggiungerai poi: chi ti conosce? Allora mi ritirerò in buon ordine, salterò in sella come sempre più o meno a quest’ora, dopo aver asciugato il sellino dalla pioggia monsonica, e scoprirò, una volta smontata, di avere il sedere fradicio perché ho scordato che l’imbottitura restituisce l’acqua a tradimento.  Che cosa c’entra? Non lo so, mi serviva un finale e non avevo voglia di sforzarmi.

Ciao, ti abbraccio (più o meno) come se ti conoscessi.

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A colazione ho sempre tanta fame

5 giugno 2013
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Fotografia di Tania Bocchino

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C’è che più vado avanti e più assomiglio a quella vecchietta che si alzava la gonna davanti a i passanti e questo non va bene, intanto perché non sono una vecchietta, e poi perché non posso indossare la gonna quando il meteo prevede tuoni e fulmini e io devo trascorrere almeno due ore e mezza al giorno sui mezzi pubblici. Ci vuole un esibizionismo di minore impegno. Il problema è che, non c’è niente da fare: non sono social.

Twitter, twitter per esempio, a me fa morire dal ridere. A Ilaria no, lei ne dice peste e corna e poi usa – ne fa un uso improprio ma è grande in questo, io no- come fossero tuittate i (come si chiamano?) messaggi di facebook. Ecco, quello è un altro esempio. A parte la sorpresa di scoprire ancora in vita e ben pasciute persone delle quali avevo perso le tracce più di venti, trent’anni fa, e buon per loro. Certo che esordire dicendo “finalmente ti ho trovata!” non depone bene sul loro stato di salute mentale. Mah, comunque, a parte questo, niente, io con facebook non ho alcun feeling. Divertente la chat, ma allora ce ne sono altre, meno invasive della privacy, leggi che non devo farmi per forza individuare da chiunque passi per caso e offenderlo pure se stacco subito, conosco passatempi più divertenti delle chat.

Non sono social in rete perché non lo sono nella vita. C’è un mucchietto di gente bella e cara nella mia vita, ma non mi ci dilungo in chiacchiere, non è nel mio dna. E poi, quando devo perdere almeno due ore e mezzo al giorno in trasporti, nove al lavoro, un altro paio in faccende domestiche, mi dici dove lo trovo il tempo (e la voglia) di chiacchierare?

Il blog. Ah, sì, c’è il blog. E quella è un’altra cosa. E’ come un figlio nato storto, mica lo puoi abbandonare, o sopprimere. Mi si può dire di tutto, ma non che sia una madre snaturata.

Eh, beh. Non chiacchiero neanche nel blog, è un dato di fatto. Lo sto facendo ora? Parlo con me stessa. Anzi, sono le 23.29 sul mio portatilino. Mi sa che sto dormendo e questo è un flusso di coscienza. Esperimenti di scrittura automatica, come quelli dei medium che parlano coi fantasmi.

Entro quindi in un sogno, un altro, il sogno doppio rispetto a questo del flusso di coscienza. Sono una donna. Meno male, almeno quello, visto che di solito sogno in maniera veritiera e sconvolgente. In questo sogno non vedo l’ora di smettere di scrivere per andare a dormire. Ma sono abituata a scrivere di notte, tanto che di quando in quando bacio la tastiera e lo schermo per la buonanotte. Bello questo sogno: caro, mio indispensabile, come ogni sera, anche quando non te lo dico, buonanotte e sogni d’oro.  Chiudo gli occhi e scivolo nella terza scena. Nella terza persona, anzi, perché è un racconto in terza persona per la precisione. Indosso altri panni, gioco alla sconosciuta.

 
Per quanto dritta, la striscia bianca che mi cammina a fianco non possiede la qualità di un corpo solido. In altre parole, non mi attira il suo campo gravitazionale. Sono le leggi della fisica che lo dicono, e io lo confermo, lezione dopo lezione, ai miei studenti: è tutta una questione di massa.
La massa grande attrae sempre quella più piccola. E lei, a sua volta, in modo spesso neanche percettibile, attrae la grande.
Stavolta no. Quel segno è bidimensionale, e neanche se in lei ardesse la scintilla di una qualche miracolosa volontà, e se miracolosamente intendesse esercitarla, potrebbe mantenere allineata a sé la mia traiettoria.
Nemmeno se fosse dotato di una sua corporeità. Ché, in quel caso, potrebbe al massimo farmi rallentare, o trattenermi, non certo guidarmi nell’avanzare in parallelo a lei. Se fosse panna soffice montata, per esempio, non otterrebbe altro che il mio inginocchiarmi in terra, vinta dal desiderio di nutrirmi. E, certo, ai passanti fornirebbe un argomento di conversazione (“Questa la devi sentire: per strada c’era una pazza chinata a leccare ingordamente la striscia dipinta sull’asfalto, affianco alla carreggiata dove scorrevano le macchine. Hanno dovuto chiamare la neuro, poveraccia”).
Per quanto affamata, io, invece, non sono in grado di fermare il passo. Che ondeggia, sbanda, si fa lento, e poi riprende a marce serrate, sotto questo sole implacabile di metà luglio. Io devo, devo, devo, inesorabilmente, raggiungere la meta.
Mi appoggio al cofano di un’auto parcheggiata, la sede del Magnifico Rettore è qua vicino. Forse ho fatto una sciocchezza a non chiamare un taxi, mi sono fidata di una superficiale conoscenza di Milano. Avrei dovuto, colpa della fretta.
Ieri sera, dopo la telefonata, ho chiuso quattro cose in un bauletto e ho preso il primo treno. Sono arrivata dopo mezzanotte, e alla stazione non ho perso tempo. Giunta al piazzale, ho puntato subito all’albergo. Mi sono fatta consegnare la chiave e ho preso l’ascensore. Da quando ho lasciato Roma il cuore non ha smesso un attimo di battere all’impazzata. Mi sono vista nello specchio mentre il display enumerava i piani. Avevo un’aria orribile, era deciso: sarei andata immediatamente a letto.
E invece, due ore dopo ancora, fissavo la lucina rossa intermittente sul soffitto. Passavo e ripassavo quello che avrei dovuto dire con convinzione al Professor Carrier. Quella docenza valeva tutta la mia carriera, non avrei fatto altro che un’ottima impressione.
Non mi pesava di non aver mangiato dal pranzo del giorno precedente. Lo stomaco si era chiuso come per un appuntamento con un innamorato. E, in fondo in fondo, qualcosa di vero c’era, visto che a Milano avrei potuto vivere la vita che aspettavo da anni, quella con l’uomo che mi ha giurato eterna fedeltà.
Carrier, all’apparecchio, aveva sentenziato: “Ora o mai più”, e da quel momento in poi, il tempo si è avvolto a me come un elastico stretto. Sul letto sono rimasta vestita tutta la notte, col cuore in gola, lo stomaco ridotto a un gomitolo di filo, e neanche l’ombra del sonno a visitarmi.
Adesso che ho raggiunto quasi il portone, vedo tutto annebbiato. Che sia per colpa di Milano? Ma no. È luglio, sono le nove del mattino e il sole splende come non l’ho visto mai, da queste parti. Accidenti. Per mettere a fuoco la targa in ottone con la scritta, ci impiego due minuti. Poi guardo l’ora: sono in tempo solo se faccio le scale a due a due. Galoppo verso l’alto, sospinta da una folata che mi insegue dal portone aperto.
Suono, mi aprono, mi presento. Mi dicono di aspettare. La sala d’attesa è in ombra, ci impiego un po’ a recuperare la vista. Ci sono delle sedie, e un divanetto. Un ficus sghembo e floscio, due stampe moderne ai muri. Sento il sudore cristallizzarsi sopra la schiena: in alto un condizionatore spara aria gelata sul mio completo di lino tutto sbracciato. È a questo punto che avverto il primo spasmo. È ancora gestibile, mi lascio ricadere su una seggiolina.
Passi frenetici. Si approssimano scalpicciando a due a due. Prima i tacchetti della segretaria, la tizia che non ho nemmeno guardato in faccia entrando. Dietro di lei, un tumultuoso e sguaiato ritmo maschile. Dal suono direi un uomo sui novanta chili. Si apre la porta.
La faccia è quella di un giovane scoiattolo, sembra uno a cui non siano ancora cresciuti i primi peli. Di chili ne peserà una sessantina, povero lui. Alto due metri, mi sembra che non mangi molto.
Mangiare. Quant’è che non ci penso. Mi porge la mano: “Carrier”, mi dice. Io, in tutta risposta, mi slargo in un sorriso e esplodo, dallo stomaco, in un boato ritorto e zigrintato, pieno di anse secondarie ed echi, e gorgoglii. Tanto forte da coprire il suono della mia presentazione. Così ostinato, da vincere la volontà dei presenti di soprassedere. Talmente corporeo, da vincere la forza di gravità e costringermi a piegarmi su me stessa, per poi cadere in terra senza sensi.

Riprendo i sensi in treno, il mio sogno tipico, sul tragitto succede sempre di tutto: incidenti, sparatorie, invasioni di alieni, perdite di coincidenze. Uffa. Cambio, oplà. Il quinto sogno fascia il quarto di mani e gambe calde e uh… Non è per voi, pubblico del blog.

Tesoro mio. Il sesto sogno è su di te. Io sono nuda dalla scena precedente e lo sono solo perché ho davanti te. Tu sei un roveto grondante more appetitose. Ma more ancora così acerbe, da farmi desistere dal volerle cogliere, e poi tu appari così ostile, con la tua barriera di spine aguzze addosso. Non ho il coraggio di avvicinarmi.

Oltretutto ormai sono sveglia, non sarò così pazza da graffiarmi inutilmente. Ora devo alzarmi, mi dispiace non poter restare. Ho davanti a me una traversata in pantaloni e stivali sotto la pioggia.

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seiseisei

Non era amore

29 maggio 2013

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A Franca Rame.

.Laguna blu

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A Franca Rame.

Quando ero ragazzina non era ancora come oggi, che sono tutte bellissime, le ragazzine. La moda era terribile, e i capelli te li sistemavi da sola, o al massimo con l’aiuto dell’amica del cuore, rinchiuse per ore in bagno prima di una festa. Grazie a spume, lacche, e tecniche rubate al parrucchiere dall’amica più grande che già poteva permettersi la permanente. Tutte a testa in giù a spruzzarsi tanta e tanta robaccia puzzolente sui capelli, che poi dovevamo accartocciare con perizia, mentre sparavamo il phon sulle radici, ma senza diffusore. Io ambivo a essere un clone della prima Ciccone. Sognavo di agitarmi in mezzo alla pista, sotto una pioggia di luci psichedeliche, invasata e dardeggiante, sinuosa e debordante. E la mia amica del cuore, che somigliava un po’ a Brooke Shields, ma coi capelli belli, lisci e biondi, li massacrava pensando di far bene, e finiva col farli sembrare quelli di Crudelia De Mon.

Alcune nostre compagne pensavano che io e lei fossimo le più carine della scuola, noi ce ne convincemmo e ci alleammo subito. Sedevamo insieme al banco, una affianco all’altra e le ore di lezione passavano col conforto della reciproca vicinanza. Avevamo entrambe un ragazzo che si chiamava Maurizio, e spesso uscivamo in coppia. Raggiungevamo il mare sulle moto dei Maurizii e poi ci appartavamo tra le dune, da dove riemergevamo coi  vestiti tutti messi male, i capelli aggrovigliati e sabbia infilata ovunque. A quel punto, a quell’età, avevamo non più di sedici anni, tornati in vista al mondo si ricomponevano le coppie, donna stava con donna, uomo con uomo, e si passava il tempo restante a confidarsi, a fare battutine, a condividere piccoli progetti di fuga che a pensarci adesso mi fanno solamente tenerezza.

Maurizio io l’avevo conosciuto a una festa di capodanno. Ero lì per caso, trainata dal fratello di una mia amica d’infanzia. Non conoscevo nessuno di quei ragazzi quasi tutti più grandi di me e molto ben vestiti. Il posto era una grande villa, la padrona di casa una ragazza pallida e fine, con una erre francese di natura, in abito nero al ginocchio e filo di perle al collo. Ora, bisogna sapere che io attraversavo il periodo ribelle, che ero una bionda tinta attratta da efebi post atomici, possibilmente introversi, autolesionisti, schizoidi e tenebrosi. Che dopo Flip, lo scenografo con la cresta che si sparava punti sulla coscia tanto per sentire l’effetto che faceva, rimasi in uno stato solitario e agognante per mesi, senza riuscire a trovare tra i ragazzi del liceo nessuno che uguagliasse tanto splendore.

Dunque arrivai alla festa non solo annoiata e scettica, ma pure disperata. A partire dalle auto di lusso parcheggiate fuori, passando per la musica discreta e a basso volume, per le luci soffuse, gli orologi di marca, gli arredi sobri e classici, finendo col buon cibo, il buon bere e la bella gente, non era certo quello il posto in cui avevo sperato di iniziare il nuovo anno.

A un’ora dall’entrata in sordina me ne stavo da sola a mani incrociate sulle gambe incrociate, seduta su un divanetto basso, accanto a un ragazzo con una testa spropositatamente grossa e tutto butterato, che cercava di attaccare bottone con battute che, mmm… ho dimenticato.

Finché è arrivato lui.

Presentato dal fratello della mia amica, ha preso posto accanto a quello col testone e subito ha disteso il braccio oltre le sue spalle fino a raggiungere il mio collo. Questo è ciò che penso mi abbia conquistata. La sorpresa.

Sentire due dita che mi scorrevano sulla pelle, senza vedere in faccia quello che me lo faceva, mi mise in apprensione, mi mise in subbuglio, mi mise in uno stato di quasi-eccitazione che ho provato solo una seconda volta, e solo ripensandoci in sogno. Quando uno sconosciuto mi alzò la minigonna in metropolitana, mentre si stava tutti bloccati e stretti stretti, cercando di salire sempre più verso l’alto. E più mi dimenavo per spostarlo, più quello insisteva. Finché non mi sono girata di scatto con una faccia brutta, senza riuscire a individuarlo, ma almeno riuscendo a farlo smettere.

Maurizio aveva questo, che ci sapeva fare con le donne. Mi fece sentire unica, preziosa e rarissima. Era bravissimo a sollevarmi in volo con le parole e i gesti. E aveva anche due occhi tremendamente belli. Avrebbe avuto tante altre qualità se non fosse stato così insicuro. Lo era talmente tanto che, benché fossimo affiatati come nessuno, mi controllava in continuazione. Cercava di incontrarmi quando dovevo studiare, si appiccicava al vetro della scuola di danza mentre mi esercitavo, mi telefonava per ore, mi sottoponeva a lunghi e puntigliosi interrogatori sui miei due o tre ex, e poi mi accusava di tutto, soprattutto di tutto quello che non avevo mai neanche lontanamente pensato di fare.

Perché ero carina, forse è vero, ma ero innamorata di lui. E durante il ballo di fine anno del liceo era con lui che mi ero chiusa in bagno, nei giorni in cui non avevo interrogazioni facevo sega da scuola con lui (le uniche volte che non l’ho detto ai miei genitori). Con lui suonavo il pianoforte a quattro mani, con lui uscivo sempre, sempre, sempre. Ma era un insicuro, e così si disperava pensando di non avermi abbastanza sotto il suo controllo. Mi accusava dandomi schiaffetti in pubblico, davanti ai miei amici piazzava pacche commentando la sodezza del mio sedere (ero una cosa sua), una volta in moto iniziò a carezzarmi una coscia cercando di farsi vedere dal mio prof di matematica, che casualmente aveva affiancato la sua macchina alla nostra moto.

La storia è durata circa tre anni, in un crescendo di litigi e sgambetti reciproci. Lui addirittura, durante una delle nostre crisi, riuscì a “fidanzarsi” per alcuni mesi con una ragazza del nostro quartiere, non dicendole niente di me, e niente di lei a me, benché i nostri amici in comune sapessero benissimo, e tacevano.

Anche in quell’occasione lo perdonai. Ho sempre perdonato alla fine, io. Almeno finché non mi sono stufata e resa conto, ma guarda, di essere degna di essere amata come si deve. Quindi alla fine mi sono stufata anche di lui. L’ho lasciato definitivamente e, a quel punto, la nostra commediola insulsa si è trasformata in un horror.

Ormai avevo raggiunto la maggiore età ed ero una matricola universitaria. I miei erano entrati in rotta di collisione e stare in casa era molto simile a vivere da svegli in un incubo. Sentire il fiato di Maurizio sul collo e subire le sue sfuriate era l’ultima cosa di cui avrei avuto bisogno. Lo misi gentilmente di fronte all’evidenza, apriti cielo.

Elenco, in ordine sparso: agguati in strada, minacce per telefono, minacce e insulti scritti su biglietti nella buca della posta, dietro a fotografie mie strappate e sistemate sul parabrezza delle macchine, la mia e quella dei miei, ma anche sul parabrezza della macchina del padre del mio compagno di studi del momento, con tanto di irruzione notturna in casa sua, e rigatura delle fiancate, rotture di antenne e specchietti di tutte le auto fin qui menzionate (sospettai di lui anche per lo scoppio dei miei pneumatici in corsa), e ancora telefonate e agguati, e minacce, e scene madri.

Mio padre dovette andare via di casa in quel periodo. La mia vicenda era lo specchio di quella dei miei genitori.

Nei mesi successivi trovai un po’ di conforto rifugiandomi nell’abbraccio buono e senza pretese di un amico. Col tempo, ci volle più o meno un anno, Maurizio si calmò, diradò le sue improvvisate che diventarono sempre meno offensive, fino quasi a interromperle del tutto (ma ritornano, loro ritornano sempre). Era stata una relazione importante, eppure non ho mai sentito la sua mancanza. Alla fin fine, innamorata o meno che fossi stata un tempo, quello non era stato amore.

Oggi, che è passata tanta acqua sotto i ponti, ritornandoci sopra mi pare che tutto sia accaduto a un’altra persona. Ma una traccia di quella vicenda, una traccia forte, ce l’ho ancora dentro, sensibile come una cicatrice. Non mi riesco più a fidare delle persone che si esaltano facilmente nell’espressione dei sentimenti, positivi e negativi. So che sono in grado di fare del bene, ma anche tanto male (e spero di sbagliare, spero che non sia così proprio per tutti coloro che manifestano temperamenti passionali).

Questa esperienza mi è servita di lezione per il futuro, alle povere ragazze delle cronache di  questi ultimi tempi non è stato concesso tanto.

Che’Nelle – Slow Down 

Integrazioni

14 maggio 2013

finestrino

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Sul treno di ritorno da un viaggio di lavoro. È passata un’ora dalla partenza, e un tizio seduto davanti a me non smette di gridare al telefono. Parla di business, di migliaia di mila euro, risponde e commenta battute che non possiamo udire né io, né l’uomo che ho di fronte, che cerca di leggere il giornale e scuote la testa con aria sconsolata. Ogni tanto ci guardiamo: Ma non è possibile! Ci diciamo con gli occhi. Due scene di segno opposto, la prima è una compenetrazione molesta tra realtà separate, molto simile alla violenza. La seconda, è una forma di integrazione empatica ed effimera tra sconosciuti, e conferma che l’umanità, alla fin fine, è fatta di una sola pasta.

Lui uomo, io donna, lui anziano, io eddai sì che sono giovane, lui tradizionale (gli spiovono in faccia le pagine impregnate di piombo), io tecnologica (pc, smartphone, tutta fili. Connessa, insomma). Ma scuotiamo la testa proprio allo stesso modo.

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Motivi deontologici mi impediscono di entrare nei dettagli della mia attività lavorativa. E va bene così per me, visto che su questo blog cerco di restare libera da costrizioni, innanzitutto di natura mentale, a maggior ragione legale.

E quindi fidatevi, anche un’illustre assemblea* si è sperticata, negli ultimi due giorni, a ripetere (e a ragione): l’”integrazione è tutto”.

Purché gestita bene, aggiungo io. Che si tratti del modo in cui alcune città realizzano l’autarchia energetica integrando diverse tecnologie ai fini del teleriscaldamento, oppure che l’argomento riguardi le differenze tra le persone residenti sul suolo italico.

Il punto è cercare di capire cosa sia più conveniente: meglio (ius) soli, o (male) accompagnati?

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Mi servono giusto un altro paio di esempi per chiarire cosa ne penso.

Sabato scorso, nella pausa caffè di un seminario, io e una mia amica in compagnia di un altro corsista, chiacchieravamo seduti all’aperto al tavolino di un bar. Si è avvicinato, come accade spesso, un ragazzo africano proponendo la sua mercanzia e noi abbiamo gentilmente rifiutato. Il ragazzo ha insistito, ne è nato un battibecco con l’uomo del nostro terzetto, degenerato in insulti e minacce verbali.

Uno spettacolino che personalmente avrei evitato, soprattutto in considerazione del fatto che l’”intruso” è giunto in Italia sfruttando le maglie di una legislazione molto restrittiva riguardo agli ingressi dai territori extra Schengen, maglie che si allargano quando le autorità chiudono tutti e due gli occhi davanti alle minorenni che battono in strada. Ragazzine col fiato sul collo dei magnaccia delle varie mafie straniere. O davanti a questi uomini che fanno da tramite per altri racket, dormono in camere sovraffollate -quando va bene, quando va male, in strada o in qualche baracca malmessa- e fanno quadrato attorno alla legge del ghetto, anziché opporvisi. Enfatizzando la diversità e la non appartenenza a uno stato che proprio non ne vuole sapere di loro.

E qui mi soccorre il secondo esempio, un fatto accaduto proprio ieri sera a Milano.

La cena era stata squisita: antipasto misto di salumi, ossobuco accompagnato da purè, un rosso corposo che ha riscaldato le chiacchiere e gli ammiccamenti, finale goloso a cucchiaiate di mousse al cioccolato.

Non avrei creduto fino a ieri a chi mi avesse detto che Milano poteva essere tanto bella. L’aria della notte era commovente, giunta a cavallo di due giornate dal clima asciutto e soleggiato.

Due chiacchiere ancora, senza fretta, quasi arrivati davanti al portone d’ingresso, e s’infiltra pure qui l’ospite. Anzi, visto che erano in due, gli ospiti (inattesi).

– Amico, gringo, questa tua moglie sì? Tu fortunato, noi non parliamo con voi, tu però- e si rivolge a me- sei come mia madre, anche mia madre è una donna. – Una donna, una candida femmina, un angelo del focolare io sono, è vero. Oh come mi riconosco.

– Ma va? Pure la mia!

– Anche tu fortunata perché lui è bravo.- Ma chi? Bravo a far cosa? – Tieni.- E mi piazza nel palmo della mano un elefantino di pietra rossa lucida. Tempo di altre due frasi da imbonitore e gli animali nel palmo diventano tre, mi dice di ficcarli in tasca, fa per andarsene, poi torna indietro.

– Noi non parliamo con voi, ma tu parla lui, io devo mangiare, digli dai me qualcosa.

Io cerco di restituire gli animali ma uno di quelli che erano con me, l’involontario marito, fa un gesto galante (la sera era romantica, si era sollevato dal piano del reale). Apre il portafogli e senza pensarci allunga un foglio da cinquanta accompagnato dalla gentile richiesta del resto.

Segue fuga del duo con nostra rincorsa (mamma li piedi), centinaia di metri all’indietro, fino alla stazione centrale. Che scenetta. Uno è scomparso nel buio, l’altro invece ha virato sul flemmatico e si è rimesso al nostro temibile giudizio. Intonando una litania infinita sulla sua sorte di immigrato clandestino al quale avremmo fatto un danno denunciandolo. Ovvio che all’idea di restare in attesa dell’amico, che ormai doveva aver raggiunto il confine con la Francia, abbiamo preferito andarcene. Bella serata. Sì, davvero. Bel clima. Già. Bé, tante belle cose e buona notte.

È così che mi sono ritrovata in stanza a notte fonda a meditare sul fatto che è vero, siamo della stessa pasta, italici e foresti. In posizione di forza cediamo facilmente alla tentazione dell’offesa, come rivalsa sul disprezzo subito dall’altro.

Un’ultima occhiata alle notizie, la camera d’albergo era così stupidamente silenziosa, e il sonno mi ha colta mentre immaginavo la manina del ministro Kyenge che mi faceva il solletichino sotto ai piedi.

Lo ius soli non sarebbe la panacea contro la diffidenza, ma la sua introduzione da parte dello Stato italiano sarebbe un segnale forte. Poi starà a noi, cittadini ufficiali e non, scegliere come comportarci nel caso ci rincontrassimo con la coscienza sporca in una strada buia di Milano o davanti a qualche caffè a Roma.

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Il treno del ritorno non fa scali intermedi, va da stazione a stazione in tre ore nette. Il Belpaese sfreccia dal finestrino, e l’uomo del telefono non ha mollato un minuto le sue corrispondenze.

All’improvviso esclama:

– Ma che succede? Mi stai sentendo ancora?

È caduta la linea, finalmente. Cerco lo sguardo del mio dirimpettaio, ma non lo trovo. Dorme -la guancia che dondola al ritmo del treno, scivolata dal cranio a sua volta ciondolante- vinto dalla stanchezza e col giornale aperto sulla pancia.

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*) Quarta conferenza nazionale sulle rinnovabili termiche, organizzata da Amici della Terra.

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Notizie dall’ANTA – La cintura

7 maggio 2013

.Ninfa

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5) La cintura (o dell’ultima volta).

L’ultima volta che ho avuto indosso questa cintura (larga, di tessuto jeans, a strisce orizzontali bianche e blu, chiusa da una fibbia metallica rettangolare con sopra scritto Levi’s), sarà stato in terza media. Nemmeno tredici anni, avrò avuto. Me lo ricordo bene, la usavo non tanto per tenere su i pantaloni -perché ero una ragazzina sviluppata d’un colpo, dalla sera alla mattina, cosicché i miei, quando alle sette già sulla soglia in partenza per la scuola, spostavano i loro sguardi preoccupati dalle cuciture con l’aria di stare per saltare, alla mia faccia segnata dal cuscino (e, data l’età, ancora senza trucco) mi chiedevano: “Ma sei sicura di voler uscire così?”- non la infilavo tanto tra i passanti per lo scopo di solito richiesto a quest’accessorio, ma per l’aria che supponevo mi donasse. Trendy, si sarebbe detto qualche annetto dopo, ma ancora quel termine non si usava. Neanche “fico”, mi pare che avessi ancora sentito pronunciare, ma in fondo uscivo da poco dalle elementari. E, a dire il vero, non avrei saputo dire cosa usassero i miei coetanei, per definire ciò che li metteva in linea con la moda.

Perché, per me, quelli erano tempi in cui il mondo era tutto nuovo. Senza saperlo, in pochi mesi avevo fatto un mucchio di ultimi gesti. Come l’ultima volta che avevo giocato con i Fiammiferini, chiusi nelle loro scatole esposte nell’ultimo lavoretto fatto a scuola, una bacheca di compensato tagliato col seghetto a mano. O l’ultima telefonata ad Alessandra, la mia migliore amica, alla quale avevo risposto che, no, a casa sua non ci potevo andare, perché avevo troppo da studiare, ma in realtà perché da lei avremmo fatto i soliti giochi da bambine, mentre io avevo deciso che con quel corpo tutto nuovo avrei dovuto affrontare solo nuove esperienze. Stare affacciata, per esempio, in barba ai compiti, per tutto il pomeriggio. E attendere l’arrivo della torma di motorini smarmittati, condotti in testa da uno su una ruota sola. Daniele, il mio primo ragazzo. Avevo salutato da poco anche l’ultima volta che su di me si erano affaccendate con premura le ultime mani neutrali di qualche adulto. Pediatra, nonna o genitore. E quella gita fu l’ultima della terza media, l’ultima occasione in cui indossai la mia cintura.

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Per ogni cosa nella vita di una persona c’è una prima e un’ultima volta. Eventi che possono coincidere. O divaricare tra loro talmente tanto da finire col non mantenere più neanche il punto di contatto originale. Dipende. La cintura, per dire, la sto indossando di nuovo. Quanto mi sta bene, molto meglio che da ragazzina. Oggi che sono migliore in tutto, mi domando se questo tutto abbia qualche valore, perché non so vederlo, se non con discontinuità.

Ci sono fasi nella vita. Quella che attraverso io, la chiamo la fase trasparente. Buttate all’aria le mistificazioni, usa alla cortesia per il rispetto che porto agli altri, anche a quelli che non mi somigliano neanche un po’, non tollero, non tollero proprio, almeno per ciò che mi riguarda, l’ipocrisia. La fase trasparente somiglia al processo che porta i vecchi a dire quello che pensano fregandosene delle reazioni.

– Mica sei vecchia.

– ok, ok. Per questo motivo tengo a freno la lingua. A cuccia adesso.

– Scorbutica.

– Belzebù (ti piace? lo ripetono tutti in televisione, oggi.)

– (Mhm. Carino, sì.)

– (Allora contentati e taci.)

Le illusioni sono quello che sono, ovvero nulla di reale. Metti il ’93, l’anno dell’esame di scenografia, di cui ho questo ricordo: la sera prima avevo steso tutte le tavole per il pavimento del salone. Un lavoro abnorme, ci camminavo in mezzo orgogliosa e, mentre le contemplavo, parlavo con Fabrizio dal cordless. Commentavamo l’avviso di garanzia a Giulio Andreotti sulla base delle accuse di Buscetta a proposito dell’omicidio Pecorelli. Eravamo eccitatissimi.

E solo in parte per l’esame.

Ci sembrava di vivere un momento storico. Ma Andreotti passò indenne quella e altre bufere. Arretrò a poco a poco nell’ombra e a noi restò il senso di qualcosa di incompiuto, che non facemmo in tempo a elaborare. Intanto era iniziata l’era Berlusconi che ci tenne occupati a brontolarne per vent’anni, nel corso dei quali siamo subliminalmente soggiaciuti al fascino perverso dell’illusione dell’immortalità. Credendo che tutto ciò che viene nella vita, viene sempre per restare.

E solo in parte a causa della giovinezza.

Da ieri, io almeno (di Fabrizio non so quasi più nulla da tempo), ho sentito cadere un ultimo velo. Ho visto ancora meglio le cose come sono, che l’illusione non aveva senso: Andreotti è morto. Ha “fatto” qualcosa per l’ultima volta. Era ovvio attenderselo, no? Era umano, certo. Ma le persone hanno la tendenza a sistemarsi comode dietro il paravento delle illusioni, finché  queste non cadono (cadono sempre), lasciandole in mutande e sole davanti alle proprie responsabilità.

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Pointillisme

5 aprile 2013
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(Oggi a colazione ho letto questo articolo de Le Scienze: “Un “decifratore” per leggere i sogni” e, visto che Cartaresistente mi aveva avvertito che per motivi tecnici non sarebbe stata pubblicata la Dicotomia n. 10, ho pensato di riempire lo spazio vacante con un raccontino ad hoc.)

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Peter Buechler, Untitled (detail) – 2009

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Giovedì, 21:45

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La fase più snervante è stata quella di riempimento di tutti i moduli, forse l’ho percepita molto più lunga di quanto non sia stata davvero, visto che sono entrata nel Centro di Sperimentazione al termine di una giornata non propriamente facile. Ma di questo non ho voglia di parlare.

Non ero stata tanto a pensarci prima di decidere. Lo facevo per soldi, non c’è alcuna gloria nel fare da cavia.

Per fortuna non ho subito altro trattamento che l’applicazione degli elettrodi. Altro fastidio oltre a un leggero rattrappimento della pelle, quando la mano del tecnico ha premuto le placche adesive e fredde su tutti i punti necessari.

Dei fili mi sono scordata presto, mi sono sentita scomoda solo finché sono stata l’unica in tenuta da notte sotto i neon, ingenua cavia dallo sguardo sperduto, tra seri professionisti in camice bianco. Ma quelli all’improvviso mi hanno salutato e sono usciti, hanno spento la luce e sono rimasta sola.

Sapevo di essere osservata, che il buio sarebbe stata una coperta corta. Ho posato la testa sul cuscino e mi sono sistemata meglio. Ho perso conoscenza quasi subito.

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Taylor Marie Meredith – kyle lash large

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Venerdì, 8:31

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Bussarono alla porta che ero già sveglia da chissà quanto. Non avevo punti di riferimento né geografici né cronologici in quella stanza d’albergo nascosta al quarto piano della struttura ospedaliera universitaria. Temendo di rovinare tutto, trattenevo la pipì già da metà nottata, ma lo sforzo mi era costato una gran quantità di risvegli, senza contare quelli provocati dai ricercatori che a intervalli regolari venivano a chiedermi di descrivere ciò che stavo sognando in quel momento.

Mani solerti rifecero gli stessi gesti della sera prima, all’incontrario. Stavolta la pelle doleva a ogni strappo. Dove era nuda restarono segni rossi al posto degli elettrodi, e dalla testa vidi volare via ciuffi di capelli.

In teoria, quello sarebbe dovuto essere un luogo molto pulito. Ma quando mi chiesero di seguirli, uno spasmo di disgusto mi afferrò alla gola.

Avevo voglia di tornare a casa in fretta a farmi una doccia, e di buttare camicia da notte e tutto il resto nella spazzatura. La stanchezza della sera precedente era scomparsa, ma adesso mi sentivo sporca, una donna misera, una che aveva barattato i propri sogni in cambio dell’equivalente di una cena di lusso.

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Venerdì, 9:08

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Sedevo da un quarto d’ora in attesa del ricercatore capo, davanti alla sua scrivania. Prima mi ero rimessa i vestiti e mangiato in fretta due biscotti rotondi, farciti di una crema di cioccolata densa e senza sapore. Settanta centesimi regalati al distributore piazzato nel mezzo del corridoio asettico. Quindi ero stata condotta in una sala dove mi avevano mostrato alcune figure elementari, non dovetti fare altro che riconoscerle. Mi fecero uscire e mi condussero nella stanza in cui ora mi trovavo.

La luce che entrava dalla finestra era troppo forte. L’uomo comparve di colpo, spiazzandomi con una fisicità invadente. Il camice aperto sventolava sopra i suoi jeans. Era tutto avvolto da un rumore fastidioso di stoffa strofinata.

Mi si accostò e disse semplicemente che in qualche giorno avrebbero elaborato i dati, che avrebbero chiamato loro. Intanto i soldi erano stati già depositati sul mio conto corrente. Mi guardò senza espressione, mi ringraziò e mi invitò ad uscire in modo asciutto.

Avevo la gola ruvida, nel rispondergli incontrai con lo sguardo la finestra. La luce intensa mi fece starnutire e gli sputai addosso, involontariamente, alcune molliche risalite dall’esofago.

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Sabato, 21:57

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Davanti alla televisione accesa avevo mangiato una pizza e bevuto una lattina di birra. Il mio proposito era di stordirmi un po’ e andare a dormire presto. Il gatto mi aveva preceduto, si era acciambellato sul cuscino dell’ospite. La vista della porta aperta sulla camera da letto era così invitante.

Lo straniero, andandosene, aveva fatto affidamento sulla mia incapacità di smaltire i bei ricordi. Sul fatto che io costruisca la mia visione del futuro usando per mattoni solo le esperienze positive: tutto era emozionante, nuovo e possibile, non avrei lasciato andare quello che avevo appena guadagnato. Feci l’errore di dirglielo.

Prima era tornato in sé, poi era tornato fisicamente indietro, lasciandomi la casa infestata di mostri. Cartapesta. Lui era un mago delle scenografie. Qualcosa di scritto nei suoi geni, una capacità mai sospettata, esplosa negli ultimi anni dopo un percorso duro e pieno di deviazioni.

Dedicandosi alle sue creature era capace di dimenticare tutto il resto. L’importante era che le persone continuassero a saperlo vivo e attivo. Così il mondo lo certificava come vero, mentre i mostri lo testimoniavano in un modo molto più reale del reale. E il suo io poteva starsene in disparte, da solo, felicemente indisturbato.

Lo stavo pensando ancora. Spensi la televisione.

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Sabato, 22:18

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Ormai per casa mi aggiravo a testa bassa, in questo modo avevo raggiunto il letto.

Lui mi mancava, e non potevo più guardare quegli esseri che sbucavano nell’ombra. Tanto li avevo ammirati all’inizio, quanto il trovarmeli davanti adesso, impietriti in quelle pose che non sapevo decifrare, mi suscitava vere e proprie crisi di panico.

Mi mancava, e finché le cose restavano così, ero sicura che lui ne fosse consapevole. Che lo rasserenasse sapere che continuavo a coltivare il suo pensiero, la sola vicinanza possibile. Ero arrabbiata con me stessa, non riuscivo a capire perché non la finissi lì su due piedi, sarebbe stato tanto facile.

Il punto era che li odiavo, ma non avevo cuore di sbarazzarmi dei suoi mostri. Poteva tornare a riprenderli.

Forse, un giorno in cui saremmo stati vecchissimi, lo avrei ritrovato davanti alla mia porta. Forse lui avrebbe dimenticato di non sopportarmi più da tempo. Forse, non avrebbero più avuto senso tante differenze, come la sua doccia serale, io preferivo farla al mattino, o la scelta del cibo, io carne, lui pesce, o la musica, di cui apprezzo la complessità, mentre per lui è solo rumore, o il bisogno di toccarlo spesso, che lui non contraccambiava, o la gioia di veder nascere un sorriso, rimasta tale, e ormai da tempo inappagata, solo per me. Ma gli uomini vecchissimi aspettano soltanto di morire.

Il gatto fece le fusa per un po’, con la mia mano sopra che lo accarezzava. Poi ci addormentammo entrambi, respirando l’aria che ci sbuffavamo addosso dai nasi a contatto tra di loro.

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Domenica, 6:05

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L’aurora era rovinata dalla pioviggine, ma a me è sempre piaciuto alzarmi presto. Restai per qualche tempo a guardare fuori. Per chi ha occhi, a quell’ora non c’è nulla che non valga la pena di essere guardato. Quando sogni e realtà si mantenevano entità intrecciate, potevo recuperare sensazioni e immagini che ancora mi vagavano per la mente.

Arrivò così, senza preavviso, quella specie di déjà vu. Mi resi conto di avere un sogno ricorrente. Un sogno così bello che avevo vergogna anche a confessarlo a me stessa. La mia consolazione, il senso che mi tirava avanti per tutta la giornata. Sparì mentre cercavo di metterlo a fuoco, rimase solo la sensazione che la differenza tra mostri e sogni fosse, in realtà, molto sfumata.

Fui ottimista per alcuni istanti, pensai di andare in giro per casa e osservare da vicino le creature di cartapesta. Riconoscerle nella loro innocuità. Ma durò poco, non ero ancora pronta. Solo l’idea mi fece iniziare a tremare e a respirare forte, come sempre.

Il gatto si strusciò contro i miei piedi nudi, mi fece il solletico. Deglutii il nulla, mi riempii i polmoni di aria che buttai fuori piano. Passai lo sguardo sul pelo morbido dell’animale, gli versai qualche croccantino in una ciotola e andai a mettere su un caffè.

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Taylor Marie Meredith – Chelsey

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Lunedì, 10:45

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Lo stesso atrio, gli stessi corridoi, di diverso ci fu che mi condussero in una stanza dove non ero stata prima. Avevo chiamato io, in preda all’ansia. Nel corso della giornata precedente una paura incontrollata insinuò l’idea che i ricercatori avessero avuto accesso alla visione che consolava le mie notti.

Forse, il fatto che proprio ora l’avessi riconosciuta un sogno ricorrente, aveva a che fare con l’esperimento a cui avevo partecipato.

Qualcosa si era sbloccato, immaginai. E adesso, come avrei fatto fronte alle mie giornate senza un sogno solo mio, che mi scaldasse in segreto fino a sera? Dovevo parlare con i ricercatori, capire bene.

Li sorpresi di spalle, stavano discutendo sopra un insieme di macchie colorate. L’esito del mio test.

Erano su di giri, pensai che stessero ridendo di me e impallidii. E invece, mi misero davanti una sequenza di immagini, alcune di quelle che mi vennero mostrate la mattina successiva alla sperimentazione. Avevano decifrato il sogno, a loro dire.

Ma a me fu mostrato qualcosa che non aveva niente a che fare coi sogni, né con i mostri. Vidi solo un cuscino, un gatto, una mano aperta.

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Notizie dall’ANTA – Grandi mete, piccoli segnali

1 aprile 2013

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giacche

4) Il completo da lavoro

È un bel po’ che mi compaiono cose davanti come segni. E io non sono superstiziosa per poterne approfittare. Proprio pochi giorni fa ho avuto una conversazione con due amiche, loro credono al soprannaturale. Si è parlato di esorcismi e di malocchio. Sono venuti fuori episodi che le hanno avute come protagoniste. Forse non c’è nessuno che possa dire di non aver mai vissuto qualcosa di spiegabile secondo le leggi conosciute, ma io mi ostino a fare un ragionamento semplice.

Se esistessero davvero forze così grandi da far comparire oggetti dove non ce ne sono, da far ammalare i sani, da cambiare il corso di una vita, semplicemente volendo fortemente il male di qualcuno, come mai non ne esistono di altrettanto potenti da impedire la morte di un bambino, portare alla scoperta di una cura contro il cancro, la soluzione alla fame nel mondo, la pace in Terra e un governo stabile per questo sfortunato paese?

Natalia Ginzburg scrisse Le piccole virtù in cui fece capire che però aveva a cuore soprattutto le grandi. Aveva convinzioni ferme continuamente rintuzzate da minuti distinguo. In sostanza, praticando il piccolo fatto, trovava la forza per sostenere il grande assioma.

Un punto di vista estremamente femminile, che lei stessa non faticò a riconoscere come tale. Forse a me sta capitando proprio questo, con la differenza che nel tempo in cui vivo, il tempo in cui viviamo tutti, non è facile avere ideali da difendere, mete a cui tendere con incrollabile certezza.

Allora mi capita di trovarmi davanti a una bella ma banalissima levata del sole e pensare che non è un caso che si manifesti in quel modo sfacciato proprio a me. O leggo un libro nuovo e ogni due pagine mi fermo per un’illuminazione. Frasi che parlano di ciò a cui sto pensando in quel momento. Piccole cose, nessun malocchio, né poltergeist, né altro di così inspiegabile. Sono io che le vedo. Piccole, significantissime cose. Ma significantissime di che?

Ci perdo tempo sopra. Mi fermo a pensare senza conoscere l’oggetto del pensiero. Mollo tutto, o quasi. Il resto mi sembra di importanza relativa, tanto che G., vedendomi in difficoltà, non molto tempo addietro mi diede un compito facile facile per distrarmi. Parla di ciò che trovi nell’armadio, rendi concreto il pensiero, non divagare. Recupera una visione lucida sul mondo, mi disse, pressappoco.

Ma i tempi sono proprio complicati. Forse lo sono io, mah, chissà. Fatto sta che ultimamente non ho fatto il compito. Mi rincresce, e ci voglio riprovare. Apro l’armadio e mi vengono le vertigini. Sembra che di me stessa ne esistano molte versioni.

Il capo più presente, e anche il meno utilizzato ultimamente è il tailleur. C’è da dire che penso che abbia fatto il suo tempo nella mia vita. A parte questo completo giacca e pantaloni in vellutino marrone. Un taglio aderente e sportivo, qualcosa che indosso ancora con tranquillità.

E giusto l’altro giorno, una di quelle amiche che credono al soprannaturale mi ha tirato le orecchie: trova che io racconti in modo sempre troppo autoreferenziale.

Voglio parlare di quel completo, allora, partendo dalla donna che ho conosciuto nei camerini del negozio nel quale l’ho comprato.

§§§

A Roma, in un giorno qualsiasi. Era d’autunno, forse. Si era già svoltato il millennio. Non l’anno trascorso, non il precedente, era il tempo in cui la donna non si riconosceva più nello specchio. Non era cambiata nella taglia, né in qualsiasi dettaglio fisico. Era perfettamente riconoscibile a chiunque non fosse coinciso con sé stessa.

La donna era stata invitata dalle colleghe a prendere con loro un autobus e raggiungere la zona del Vaticano durante l’ora di pausa prevista per pranzo. Meta, lo shopping.

Lei aveva un problema con quella pratica, essendo cresciuta nei racconti della fame del tempo di guerra e uscita da un’infanzia nella quale venivano rammendate calze e collant, messe toppe a gomiti e ginocchia consumate, comprati vestiti in occasione di feste e cerimonie o stagionalmente, durante la crescita, perché  era la figlia maggiore e non aveva nessuno che le passasse cose già usate.

Da adolescente le vennero riadattati i vestiti della madre finché non venne l’età in cui i compagni di classe iniziarono a prenderla in giro perché non seguiva la moda. In seguito fu sempre piuttosto restìa allo shopping, o sarebbe meglio dire che era cresciuta indolente e incapace di spendere denaro per delle velleità, dalle quali era comunque tentata. Imparò a difendersi dalla formalità delle persone esibendo un’eccentricità voluta.

Forse la cosa ebbe inizio la volta che quasi provocò un infarto a un signore maturo. Un uomo puramente ariano nell’aspetto e nel comportamento, che trovandosi in strada nell’ora e sul percorso di ritorno dalla scuola della donna, allora non pienamente tale, e di tanti suoi coetanei, si imbestialì per la vista di qualcosa che per strada secondo lui non avrebbe dovuto esserci.

La spudorata passeggiata di una coppia di amici. Lei, un’olandese solare, amica della donna, di cui era anche vicina di casa. Avanzava con le anche che venivano per prime, facendo molleggiare il seno abbondante. Si torceva i riccioli rossi col dito indice, e l’altra mano stava ficcata nella tasca posteriore di una salopette jeans.

Accanto le camminava un ragazzo alto, pallido e magrissimo, coperto di tessuto strappato in più punti, di pelle nera, e di catene e spille da balia chiuse sui vestiti e su lembi di pelle. Il ragazzo aveva la testa sormontata da una cresta alta, rigida, coloratissima. La donna, allora ragazzina, li seguiva ammirata e non riusciva a staccar loro gli occhi di dosso.

Non ci riusciva neppure l’ariano, mentre scaricava l’erba appena tagliata sull’aiuola davanti casa propria. Li vide sfilargli davanti al naso, controsole, e restò immobile, compresso e muto, finché non lo superarono tanto da essere certo di non poter essere udito.

La donna, che era poco più di una bambina, non poté non accorgersi di lui. Immaginò, comparandola alla propria, l’eccitazione ben più pressante nell’uomo, al passaggio della giovane straniera. Immaginò l’invidia per quel compagno che poteva camminare accanto a lei alla pari.

Immaginò che l’uomo fosse padre di figli biondi e perfettamente ariani, sempre beneducati, ben pettinati e ben vestiti, e che andavano in chiesa tutte le domeniche. Ed ebbe la visione netta di lui che, accanto a una moglie molto adeguata a costituire la coppia, partecipava alla vita di quartiere, fatta di ripetuti inviti a cena, del circolo sportivo, di tornei di bridge e mercatini di solidarietà.

Mentre i due elementi di disturbo svoltavano sulla strada principale, anche la donna/bambina attraversò il campo visivo dell’uomo. Sentì arrivarle addosso un forte brivido, l’onda d’urto della repressione, seguita da un’esplosione inaspettata, diretta proprio contro di lei.

– Ma è una vergogna, ha visto? – Cercò di farne la sua sponda, sorprendendola. Era certa che in nessun’altra occasione le avrebbe rivolto la parola. Un bolo di cattiveria le risalì l’esofago fino alla bocca.

– Visto cosa?

– Quei due, no? Che schifo! – L’uomo non poté credere di essere provocato e incalzò:

– Lei farebbe mai entrare in casa un tipo come quello, con quei capelli, con quelle…

– Io? Io sì! – Alzò la voce lei, guardandolo con intenzione e inclinando bruscamente il mento in alto.

Se lo lasciò alle spalle che implodeva mugugnante in mezzo al proprio strazio, che le ricordò gli accessi d’ira di Paolino Paperino. Proseguì oltre, sforzandosi di mantenere il passo di prima, mentre dentro soffriggeva dalla soddisfazione.

Di lì a poco avrebbe conosciuto la musica dei Clash e degli Smiths, gli anni settanta conclusi da appena un lustro, la new age post punk dell’era in corso, libri e film alternativi ai gusti delle masse. Avrebbe affrontato il mondo mantenendosi isolata. Apprendendo di poter scioccare chi la guardava, portando avanti la fisicità come uno scudo.

Talvolta subì attacchi gratuiti, venne stigmatizzata. Ma non voleva pagare il prezzo dell’omologazione, che l’avrebbe deviata dalla strada appena intrapresa della scoperta di sé. Lo specchio la ripagò restituendole immagini precise e appaganti per diversi anni.

La donna crebbe, con lei crebbero sia i dubbi che le certezze. Presero forza gli ideali, guadagnò e perse miti e amicizie. Finché non si confrontò col mondo del lavoro. L’ultima generazione in grado di cogliere i frutti del proprio studio era stata quella dei suoi genitori. Il vento era cambiato, spirava in verso contrario alla sua direzione e a quella dei coetanei, e si andava sempre più rafforzando.

Quando ancora non tutte le porte si erano chiuse, riuscì a fare gavetta senza eccessive umiliazioni, e in questo le fu utile la considerazione di sé rimasta alta nel tempo. Però dovette mimetizzarsi, nell’aspetto e nel comportamento, per avere accesso e rimanere negli ambienti nei quali sperava di trovare un impiego. Forse fu un caso, ma quella scelta si rivelò corretta.

L’azione persistente della mimesi, portata avanti per l’intero giorno, per quasi tutto l’anno, per la somma degli anni che si succedettero, scavò sempre più percettibilmente la distanza tra ciò che la donna sapeva di essere realmente e l’immagine che trasmetteva.

Quando le colleghe le proposero di andare con loro a fare shopping, finì per accettare. Si convinse pensando alle ultime volte che guardando lo specchio aveva visto riflessa una sconosciuta. Forse un gesto qualsiasi, purché compiuto fuori dai suoi soliti schemi, l’avrebbe salvata. Raggiunsero il negozio nei pressi del Vaticano. Una commessa sveglia le mise tra le braccia cose diverse da quelle che indossava in quel momento.

Si ritrovò sola nel camerino. Riusciva a considerare soldi ben spesi solo quelli che fossero usati per abiti da portare sul lavoro. Provò un completo invernale di velluto marrone, il taglio era strafottente, non proprio impiegatizio. Ma addosso le stava molto bene.

Inoltre, si sorprese a riconoscersi nello specchio. Capì che quello era un minuscolo segnale, che nel tempo andò ad aggiungersi ad altri, a volte più importanti, a volte molto meno, sulla strada del riavvicinamento a sé, la grande meta ancora da raggiungere.

La donna sapeva bene, e la vita glielo confermò ogni giorno, che bisogna essere pronti, perché il messaggio atteso può arrivare con ogni messaggero. E va riconosciuto. E benché il messaggio non coincida, né vada mai confuso con il messaggero, questo non è sempre da buttare dopo l’uso. Perciò ancora oggi continua ad apprezzare quel completo, e se lo tiene stretto.

Questo è ciò che mi disse, in quella occasione e nelle molte altre volte venute dopo che, uscite simultaneamente dai nostri camerini, ci guardammo per lunghi secondi senza poter fiatare. Ebbe inizio una lunga frequentazione, che dura ancora oggi. A volte ci perdiamo, poi ci ritroviamo ancora e sempre più simili. Penso che, un giorno o l’altro, non ci distingueranno più.

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Il problema è di chi resta: prepararsi alle nuove leggi di mercato

28 marzo 2013

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Costa ancora un’elemosina

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Gli ultimi in ordine di apparizione sono i manifesti che sloganeggiano un tristemente esplicito VaffanCUD, firmato da una delle tante sottosigle sindacali.

Lo leggo a semaforo rosso, è affisso sulla recinzione del cantiere fermo-per-elezioni-comunali, tappezzato di vecchie e nuove facce che chiedono il voto dietro promesse spudoratamente false. Per reazione mi volto dall’altra parte. Alla mia vista si espone magnanimamente agli sguardi altrui un essere di cui individuo il sesso, femminile, grazie alla gonna di cotone verde militare, lunga, a balze, con pizzi e frange, che penzola da sotto il giubbotto sportivo di stoffa nera.

Le mani della donna si danno da fare sopra un telefonino, nella destra stringe una sigaretta appena accesa. Le unghie sono lunghe quanto metà dita e decorate con un french particolarmente fantasioso. Da dentro l’auto non decifro il disegno, ma a occhio e croce sarà costato un’ora di lavoro all’estetista, oltre al coating di prammatica.

La donna è grassa, ha un gran pancione che tende il giubbotto verso il basso, le gambe sono pietosamente nascoste alla vista dalla copertina invernale dello scooter. Del viso si scorgono solo labbra pittate e naso adunco, da sotto il casco escono allo scoperto mostruosi orecchini stile impero e occhiali firmati, sovramisurati.

Mentre allontano un lavavetri, il solito a quel semaforo (ci conosciamo e, se non oggi, capitolerò domani), riesco a immaginarla in versione estiva, col culo che straborda dalla cintura troppo calata in vita e una Y merlettata che scava nelle sue carni striate, portando l’involontario osservatore a frugare con la fantasia fin dentro i  suoi più reconditi recessi.

Mi viene da pensare che sia una che scopa. Sicuro. E tutti i giorni, pure. Alla faccia dell’età e del senso estetico comune. Immagino che abbia una vita vorticante nel web. Una famiglia che le somiglia, un cane che le somiglia.

Alla fine scatta il verde, mentre sto pensando che una così avrà anche fede in un partito che le somiglia molto. Del quale rappresenta il tipico elettore di estrazione popolare, ma benestante, probabilmente lavora in qualche ramo del commercio.

Perché i poveracci hanno poco da sentirsi rappresentati. Ne incontro a mazzi di decine al giorno, camminando verso il posto di lavoro.

Al primo, in genere uno che canta, suona o si lamenta in metro, mollo quello che trovo in tasca. Cerco di non dare più di trenta o cinquanta centini, perché poi come al solito finisco io a ricasco dei colleghi, quando si improvvisano riunioni  o pre-riunioni, o solo chiacchiericci, davanti al distributore del caffè. Non mi piace avere conti in sospeso, di nessuna natura.

Ma poi arriva il secondo, spesso un vecchio, malandato, puzzolente, spesso sdraiato o seduto in terra. In tasca non mi è rimasto nulla, se non quei trenta centesimi di cui sono restia a privarmi. Tiro dritta, non lo guardo neanche in faccia. Mi vergogno, e rimando mentalmente al prossimo incontro.

Quindi è la volta di un uomo di colore o può essere una donna, a volte corredata di figliolo in fasce, con un carico di calzini incellofanati che sborda dalle braccia ripiegate sul petto, e l’insistente “Ehi bella, ho fame, non hai qualche spiccio? Ehi? Bella? Bella? Ehi.”

Mi è capitato di fermarmi con loro, qualche volta. Se regalo del denaro mi va di scambiare due parole con chi lo riceve. Immagino sia una compensazione tipica da personalità fragile, questo tentativo di livellare le posizioni, di non sentirmi gravata dalla colpa della mia migliore condizione.

Un tempo questi ragazzi, sempre intorno alla trentina, non accettavano spicci, insistevano che venisse comprato qualcosa, offerta libera, mai meno di una manciata di euro. Un tempo potevamo anche permettercelo, noi che possiamo contare su di un conto in banca (finché l’effetto Cipro non ci travolgerà).

Noi che abbiamo qualcuno al quale diamo fiducia perché ci rappresenti in Parlamento, anche se siamo consapevoli che non sarà mai una fiducia abbastanza ben riposta. È solo l’unica alternativa al non voto, e il non voto è una violenza ai nostri diritti e un insulto ai nostri padri. Eccetera.

Oggi, diversamente da ieri, l’”offerta” è calata drasticamente, e la “domanda” si è adeguata.  Arrivano anche a toccarmi, a volte a strattonarmi, i venditori di calzini. Mi chiedono spicci, quello che ho, anche se non gli compro niente. Io li guardo e mi sembrano sempre così in carne. Non so, forse era meglio darli al vecchio.

Mantengo ancora i trenta centesimi stretti tra le dita della mano nascosta in tasca. So che non mi toglierò l’odore di metallo per una buona mezza mattinata, e così il fastidio di pensare a queste prime ore del giorno. Continuo a  camminare, il panorama è vario.

Donne in età, in età molto avanzata e anche bambinaie, giovani e vecchie, molte straniere, con passeggini, e ragazze e ragazzi, che teoricamente dovrebbero preoccuparsi del futuro e non trovarsi in quel momento in strada a gonfiare il petto coi soldi dei genitori, griffati e supponenti.

Portano a spasso il cane, tutti. I cani sfuggono, si perdono, si azzuffano l’un l’altro. I proprietari strillano. I passeggini intoppano. I bambini spengono gli occhi sbarrati sulla strada, qualcuno riesce pure a dormire, in mezzo ai clacson e alle urla.

Da un paio d’anni Stefano non c’è più. Veniva dall’est Europa, uno scheletro di circa novanta primavere, le ultime cinque, almeno, passate sulla strada, estate e inverno. C’erano persone che sospettavano che fosse sfruttato da una banda di compatrioti, perché ispirava “troppa” pietà. E per questo, per non alimentare il racket sospettato, non gli hanno mai dato una moneta.

Io con Stefano ero entrata in confidenza. Lui, non so se mi riconoscesse quando lo salutavo, mi faceva sempre dire il mio nome, era praticamente cieco. Ma le sue orbite offuscate si illuminavano, e slargava la bocca in un sorriso dei suoi due o tre denti appesi ai gengivoni rosati, quando mi ci accucciavo davanti e perdevo tempo con lui.

Stava seduto su una cassettina della frutta. A me faceva bene, davvero, parlarci. Era un brutto periodo, mi sentivo più vicina alle persone senza patria e senza casa che a quelli che frequentavo quotidianamente. Loro non avrebbero capito cosa mi si agitava dentro.

Una volta Stefano mi ha sorpreso, discendo che da giovane era stato uno studioso, un professore, e aveva curato la traduzione del Decamerone. Mi declamò su due piedi qualcosa di Boccaccio. Mentre alterava la voce in maniera spaventosa (considerato che era ogni giorno più privo di forze) e sputazzava in giro, gli scendevano le lacrime. E aveva un’aria fiera. Si lamentò di non poter più leggere. E di non aver nessuno che leggesse a lui qualcosa.

In una delle farneticazioni con le quali intrattengo giulivamente me stessa, ero arrivata a pensare di cercare un audiolibro su CD con tutto il Decamerone, di regalarglielo insieme a un lettore CD da due soldi e delle cuffie per ascoltarlo. Avevo pensato di darglielo e scappare via. Ma forse non avrebbe saputo usarlo.

Forse avrei potuto farglielo provare, gli avrei spiegato come funzionava, e se poi ci riusciva, glielo avrei dato, e sarei scappata in fretta. Ma poi mi sono distratta, ed è passato tempo, e sono successe cose che mi hanno portata per mesi lontano da quei marciapiedi. Quando sono tornata, Stefano non c’era più.

Veniva in centro tutte le mattine con l’autobus, aggrappandosi a un bastone. Viveva da solo in periferia, da quando il suo coinquilino con cui condivideva una stanzetta nei dintorni lo aveva lasciato solo e lui non poteva più permettersi l’affitto. Altro che racket. Avesse avuto almeno un cane, uno vero, non uno da passeggio, a fargli compagnia.

Oggi c’è Anna appoggiata al muro, stretta in un cappotto beige, dimostra un’ottantina d’anni. Lei è italiana, com’è cambiata la “domanda”. Lei chiede e basta, non vende nulla. Non declama niente. Non salta, né balla. Prova solo tanta vergogna e cerca di non dare nell’occhio, si piazza dietro a dei cassonetti dell’immondizia e quando uno passa, chiede perfino scusa per il disturbo. A me non viene affatto il dubbio che sia sfruttata da qualcuno. Le do sempre qualcosa, e mi fermo per due parole. Dice che si contenta di mangiare passato di verdure e the, che tanto alla sua età è meglio contenersi.

Oggi le ho detto che avevo mal di schiena, ho due vertebre disallineate, ieri ho fatto la risonanza magnetica. Le ho parlato con scioltezza, ho ridacchiato pure, il solito complesso di quella che dorme tra due cuscini alla faccia degli altri.

Lei, per i neuroni specchio, forse, mi ha raccontato una certa storia di miracoli. Ha detto che in ospedale aveva aiutato un’amica a sollevare il corpaccione del marito che non riusciva a spostare da sola dalla sedia a rotelle al letto, e che si era fatta male alla schiena. Il medico le aveva prescritto il busto, ma non era riuscita a sopportarlo, se l’era tolto subito.

E poi il Signore aveva fatto prima la grazia all’uomo, facendolo tornare a camminare, poi a lei, togliendole il mal di schiena. Anna ha cercato di trasmettermi tranquillità. Io ho rabbrividito. Non riesco proprio a credere nei miracoli. Anzi, farlo mi è sempre sembrato un atteggiamento molto pericoloso.

E poco prima avevo incontrato Emilio. Che aveva detto “Chi la dura la vince”, ci devono dare il cento per cento. Emilio è un carissimo ragazzo, un uomo buono. Però, quanta voglia di credere ai miracoli. Credere come bambini che le cose, se le desideri intensamente, si avvereranno.

Per esempio, buttare giù per sempre i malcostumi ultradecennali d’Italia nel tempo di un Vaffanculo (com’è cambiata la “domanda”, una volta si sarebbe detto “nel tempo di un amen”). Credere nella venuta di Uno al di sopra del bene e del maaaaaaleee, fare, come l’eeeeremita… Uno che con una spallata distrugge tutto, ma tutto tutto. Tanto verrà qualcun altro a ricostruire, e a ricostruire come Uno comanda. Non quell’Uno, però, che non se ne intende affatto. Un altro.

Io sto studiando il modello Anna. Il suo modo semplice e astuto di presentarsi. Sa che la sua è una guerra a chi impietosisce di più. E lei, è vero che ha ottant’anni, ma vorrebbe ancora campare. Stravincerà sulle vecchie col cagnolino defecante e sui ragazzotti che, per forza d’età, resteranno ancora a lungo strafottenti.

Io la studio, perché intendo superarla, quando tutto ma proprio tutto sarà spazzato via e, guarda un po’, non comparirà nessuno da un fantomatico cilindro a ricostruire. Io… ho due vertebre protuse, ecco il termine esatto e, pensa, una volta ero una ballerina mentre ora, povera me, mi contento di camminare piano, quando ci riesco. Io una volta ho aiutato un vecchio cieco a comprare le medicine, sono sempre stata tanto buona e ora che servono a me, le devo comprare da sola… Uh, quante storie potrei raccontare ai passanti, piegata in due, pigolante, e con gli occhi lacrimosi.

Perché il problema è che quando saremo col culo a terra, né io né la chiappona col perizoma al vento ci accontenteremo facilmente del passato di verdure. E quando in strada ci ritroveremo tutti, passeremo direttamente dal capitalismo al cannibalismo. Bisogna prepararsi.

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Nanni Moretti (Palombella Rossa) – e ti vengo a cercare (di Franco Battiato)

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Eri così carino. Ma v@ff@anc\/|0.

22 marzo 2013

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Un post criptopolitico
(non sono abbastanza -politicamente- liberata).

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effusioni-in-metro.

Guardate, in questi giorni non c’è notizia che non mi stimoli eccessivamente il sistema nervoso.

L’antefatto è sbriciolato nelle pieghe di mattinate molto simili a quella di ieri (ma furono anche pomeriggi). Una decina di persone vestite più o meno bene (camicetta e gonna al ginocchio le donne, camicia stirata, giacca e cravatta gli uomini), gesticolavano mentre parlano di interpellanze, di intrighi nazionali e internazionali, a seconda del periodo nel quale veniva svolto il viaggio.

Il viaggio stesso, dignitoso e squattrinato, veniva fatto in metropolitana. Espressioni scettiche, alzate di spalle, aria di cospirazione.

Ce n’era sempre uno che aveva l’aria di saperne più degli altri e alzava di poco il tono della voce: si andava a contrattare con alcune delle più alte cariche dello Stato. C’era chi aumentava temporaneamente di statura. Il silenzio intorno al gruppetto si allargava, come gli sguardi che sbirciavano le nostre cartelline, le frasi passate a mezza bocca da un passeggero a un altro.

Tutto quello sforzo nella cura della forma (ai luoghi delle istituzioni si deve del rispetto), mentre le ascelle bagnavano le cuciture delle maniche anche in pieno inverno, visto che andavamo dove avremmo dovuto reprimere la rabbia personale per rappresentare in modo equidistante quella di tutti, e quanta fatica solo nel prepararsi mentalmente all’azione.

Andavamo a rappresentare quegli stessi che il più delle volte chiedevano proprio a me di alzare la voce, di battere i pugni sul tavolo (sono una che quando si arrabbia se ne accorge anche l’altro capo del mondo) mentre, un po’ per natura, un po’ per strategia, volevo solo portare a casa i risultati e badavo a far sottoscrivere col sangue impegni ufficiali sopra richieste chiare e precise. Sapendo benissimo che in questo Paese, specie in politica, la parola data vale quanto un fazzoletto per il naso. E ogni volta ricominciare era più faticoso.

Era proprio quella sensazione di fatica che mi si appiccicava addosso anche subito dopo il risveglio, la doccia e i vestiti puliti, che mi obbligava a guardarmi attorno, e stare attenta a non dare nell’occhio in metropolitana.

Perché fino a un minuto prima avevo preparato discorsi e stampe di documenti lavorati a lungo, anche per giorni, con gli altri. Documenti la cui redazione e la cui rappresentanza a volte avevamo strappato a stento dalla zampata dell’opportunista di turno. Uno portato in palmo di mano da gente molto esaurita.

Gente che non necessariamente viveva lontano da Roma, ma si dichiarava distante da quelli che chiamava “i giochi di palazzo”, che accusava me e gli altri di non riuscire a combinare nulla, fingendo di non accorgersi che si succedevano governi su governi e ciascuno demandava il da farsi a quello che l’avrebbe seguito.

Noi continuavamo a tenere il punto, l’unico punto da tenere fisso, quello che ci avrebbe reso giustizia, il riconoscimento di diritti negati che sarebbe dovuto arrivare legalmente, per essere certi che avrebbe resistito nel tempo.

Visto che di bambini si andava a trattare, e tra i numeri da una a tre cifre che a stento la mia coscienza riusciva a sopportare, c’era anche un “due”, le due mie figlie, che non potevo ancora chiamare con quell’appellativo.

Ma neanche lasciare che se ne occupasse un portavoce sbucato da chissà dove, che gridava alla carneficina arringando la folla dal comodo palco della propria indifferenza alla questione.

Non dico che quella linea di condotta sia sempre e in assoluto la migliore, che valga in ogni circostanza, perché le istituzioni sono una bella cosa, ma in astratto. Spesso sono gli accordi presi sottobanco a  regolare il gioco.

Vedi il caso dei Marò, che alla fin fine sono sempre persone, portatrici di diritti universali, coi quali si sta giocando come con dei soldatini di piombo. Che ne so io se hanno ucciso o meno.  Ci sono i tribunali per stabilire le colpe. Le leggi dei Paesi non si parlano? Si fa lavorare la diplomazia.

E io mi ero convinta che dietro alla decisione di non farli ripartire, anche se discutibile, ci fosse stata una strizzata d’occhio tra i due Stati e la bagarre conseguente fosse orchestrata apposta. Macché. La situazione è sfociata comunque in un pasticcio.

Forse a causa di differenze culturali (mettiamo di non aver sentito parlare di retroscena politico/commerciali)?

L’Italia si è andata a impelagare in questa crisi diplomatica in un momento di massima vacanza di autorevolezza al proprio interno e sul piano internazionale. In mezzo al guado del passaggio da un governo tecnico (che politicamente vale meno di niente) a uno ancora da costituirsi, se mai si costituirà.

In questo limbo non era pensabile che alcuno si assumesse la responsabilità di una decisione definitiva, giusta o sbagliata che apparisse agli occhi dell’opinione pubblica. In pratica, un fallimento annunciato fin dall’inizio. La cosa più grave, un giocarsi il tutto per tutto sulla pelle di due uomini, trattati come cavie da laboratorio.

È inaudita, come tante altre cose che avvengono in questi mesi, così che verrebbe voglia di lasciar correre, ma no, non lascio correre: è inaudita questa retromarcia. Olltretutto costituisce l’ennesima ammissione dell’inconsistenza del nostro Paese, l’ennesima riprova che chiunque voglia può manovrarlo come meglio lo aggrada, dall’esterno e dall’interno.

Non sto con i marò, né con gli indiani, sto con quelle regole che gli esseri umani hanno costruito nei secoli, per la sopravvivenza della specie: leggi che valgono per tutti, governi che prendono decisioni per il bene dei cittadini che li hanno eletti. Quella che una volta chiamavano democrazia, e oggi mi sembra sempre più utopia.

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in-metro

Mi ricordo che uno dei nostri, una gran persona, un gran papà, il giovedì sera a volte tornava in treno dalle sue parti, al Nord, dopo quattro giorni trascorsi in Parlamento. Imparai che spesso il giovedì era l’ultimo giorno della settimana lavorativa per un deputato di fuori Roma, ma almeno per il mio amico lo “sbraco” arrivava sempre dopo il lavoro.

Ieri era giovedì, e di mattina nel vagone della metro spiccavano una decina di persone vestite più o meno elegantemente. Spiccavano per la rara occasione di vedere età e decoro riuniti in un’unica persona. Sbarbati di fresco, capello perfetto, camicia stirata, cravatta, occhiali da sole (non da vista: sotto i trenta si usano le lenti) sulla testa.

Uno aveva attirato la mia attenzione di osservatrice indipendente e fuori concorso. Per convincermi a prenderlo in considerazione: “Carino” mi avevano fatto gli occhi, dandomi di gomito.

– Su coni e bastoncelli?

– Immagino. Ma che domande, si parla per metafora.

Accento (forse) veneto, parlava ad alta voce con alcuni pari requisiti della varietà delle interpellanze che gli veniva chiesto di preparare dai più disparati gruppi di elettori di ogni parte d’Italia. Neanche gli altri del capannello facevano molto per cercare di non dare nell’occhio. Il silenzio si andava allargando attorno all’epicentro d’attenzione che costituivano. Alcune donne allungavano le orecchie dandogli a malincuore le spalle. Perché erano proprio carini, bisogna che mi ripeta.

Due loro coetanei capitolini, la barba sfatta, jeans e giubbotto di pelle aperto sulla maglia sformata, gli occhiali scuri pure loro, ma calati sopra gli occhi, si passavano commenti a mezza bocca.

Uno l’ho sentito bene: “Ma vaffanculo”, che forse era detto solo per invidia. Loro a Montecitorio non so se entreranno mai, se nella vita non sceglieranno di lottare in prima persona per qualche diritto leso da difendere.

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Subsonica – Tu menti (cover CCCP)

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Cry me a river

21 marzo 2013

Antropologi. Comincio a pensare di soffrire di una dipendenza da.

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emozioniStefano Bartezzaghi dalla prima pagina di Repubblica di oggi segnala una ricerca sulla letteratura di lingua inglese prodotta nel XX secolo, con risultati da non sottovalutare.

what are you in the mood for?

What are you in the mood for?: Emotional trends in 20th century books (Plus blog)

Il ricorso a termini come anger, disgust, fear, joy, sadness e surprise è stato in costante calo.

Autore un antropologo italiano trapiantato a Bristol, Alberto Acerbi. Pensate: qualcuno ha ritenuto importante finanziare una ricerca che ha comportato l’immersione di chi l’ha condotta nella lettura (certo, anche aiutata dell’informatica) di romanzi su romanzi. A cosa è servito? Non è dato saperlo, ma, ripeto, ci hanno investito denaro.

Mi sento a disagio. In Italia forse abbiamo sofferto troppo nel secolo passato? Siamo ancora nel pieno dell’euforia del dopoguerra? Per questo tanta gente vota ancora Berlusconi e accorre davanti al tribunale di Milano in lacrime per baciargli le mani e chiedergli ‘o miracolo?

Fatto sta che non è ritenuto utile studiare le sue sensazioni. Quelle della gente, mica di Berlusconi. Non penso che ci farebbe male un po’ di autocoscienza collettiva. Tanto per capire che cosa abbiamo fatto io o i miei avi perché meritassimo di vivere nel paese dove spopolano Moccia e l’adorazione del dio lucchetto.

A me, così a naso, la storia del secolo trascorso fa pensare che, avendo i paesi anglosassoni vinto la grande guerra, inventato la beat generation e che essendo comunque titolari di culture impregnate di pragmatismo nell’espressione dei vari credo religiosi, forse per questo possono permettersi con estrema nonchalance di dimenticarsi coscientemente dell’espressione dell’emotività all’interno di testi che le persone leggono, diciamo così, per svago. E dunque effettuando operazioni in netto contrasto con le logiche di pubblicazione che, almeno in Italia, ad oggi sembrano predominanti.

Forse è così allora (ma andrò a sbirciare le conclusioni della ricerca per capire meglio). Tant’è che dagli anni ottanta in poi la tendenza ha iniziato a invertirsi (mi mancano i dati dell’ultimo decennio), segno evidente dell’insorgenza di quel comportamento molto umano che porta ad aggrapparsi alle emozioni (lette e vissute) nei momenti di maggiore ansia per il futuro.

I loro dati indicano che l’uso di parole che esprimono sentimenti decresce generalmente nei libri pubblicati nel ventesimo secolo. Curiosamente, l’uso di parole relative al disgusto è declinato maggiormente. L’uso di termini connessi alla paura diminuì similarmente durante gli anni settanta, quando il trend prese una brusca impennata (e continuò a crescere nelle successive tre decadi). Quando tracciarono la frequenza di parole relative a gioia e tristezza, la tendenza di queste era correlata ai maggiori eventi storici come la seconda guerra mondiale e la grande depressione.

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– Tu sei romantica.

– Ma se quando uno mi rivolge un complimento poco ci manca che lo azzanni alla giugulare. Ma no, ascolta bene, quando scrivo di emozioni, cerco di controllarne il flusso, per evitare che implodano all’interno, facendo sopraggiungere una silenziosa emorragia letale. Dovresti riconoscere le mie buone intenzioni. Migliorerò con l’esercizio, diventerò meno sentimentale. Ma tu cerca di smorzare quell’eccesso di realismo. Che non fa bene, hai visto il dollaro che fine sta facendo?

– Secondo me la deflazione non è una cattiva strategia.

– La mia era una provocazione, non m’intendo abbastanza di economia come di tanto altro.

– E cosa speri di ottenere?

– Un finanziamento alle mie ricerche sugli effetti della visione di fiorellini di campo nel primo giorno di primavera ❤

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Julie London – Cry me a river

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