Posts Tagged ‘Epistolari’

Lettera aperta “L”

26 giugno 2014

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Oggi, su Cartaresistente, è stato pubblicato un mio contributo alla serie “Lettera aperta”, originale iniziativa, i cui post sono illustrati egregiamente da Marco Campedelli.

Qui i riferimenti dell’illustratore:

L”: letterpress con caratteri originali serie a tiratura limitata, 2013.
Design Marco Campedelli per Tipoteca Italiana
“Print Matters!” è una collaborazione di Marco Campedelli & Tipoteca Italiana

L’abbinamento del mio testo con la “L” è stato operato da Cartaresistente, che ringrazio sentitamente per avermi coinvolta anche in questa avventura.

 

Due parole sul testo, dedicato alla mia ex-musa, che con i suoi scritti ha guidato involontariamente la mia scoperta tardiva della passione per la scrittura. Non sono granché un animale sociale, ma in questi anni mi è sempre sembrato indispensabile immaginare un dialogo con altri lettori e scrittori, per poter tirar fuori, cesellare e presentare all’esterno quello che mi urge scrivere e far leggere. Il destinatario della lettera è dunque la prima musa ispiratrice.

Questo testo, che ho scritto alcuni mesi fa, costituisce il mio congedo da quella “dipendenza” e un riconoscimento del valore della vita vera, della quale a volte è possibile gustare il senso se riscritta per mezzo di un simbolismo, anche solo attraverso una successione di magnifiche lettere.

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Un’offerta speciale

26 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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Come se

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…è domenica, ed io la voglio santificare scrivendo a lei, che ha ora nelle sue mani un avvenire così meraviglioso per me, che ha il potere di attirare sopra di me, appena voglia, tempeste, temporali e schiarite, i più violenti sconvolgimenti dell’universo. amica mia non chiedo quando ciò avverrà, ma avverrà…

Rainer Maria Rilke, Parigi, Gennaio 1914 (in Magda von Hattingberg,  Rilke e Benvenuta)

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UNO

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È domenica, e io che non credevo più alle muse, agli angeli, ai cospiratori, ai martiri, alle testine pettinate e impertinenti che inclinate un po’ su un lato mi dicono che fare sorridendo, io, oggi che è domenica e la mia terra brucia in nome dell’Europa, intanto che, colpevole, parcheggio sotto la mia falsa casa e mentre alzo gli occhi noto un volo d’uccelli dalle ali ad arco, oggi e soltanto oggi, io credo ancora.

Mi muovo un passo indietro, indietro arretrano le nuvole del cielo. Da rosse si rifanno bianche, la luce intensa, la strada si riavvolge all’incontrario. E mi ritrovo ancora a cercare Anna dall’angolo del muro che sto per svoltare. Lo sguardo è alto, e il me che ero si fa altra persona.

L’appuntamento è al bar. Di fronte alla piazza col chiosco dei giornali, a cui un pavimento in selce sagomata conduce, fin dove è piacevole sedersi. All’ombra dei porticati, tenendo tra le mani un caffè italiano, a zero ogni pensiero, e in muta osservazione dei passanti, sapendo con certezza che, proprio accanto, si sta svolgendo il rito del fioraio. E col conforto quieto del sordo mormorio della fontana.

Anna è seduta, sta a schiena dritta e gambe accavallate. Parla a sua figlia, la testa un po’ inclinata verso di lei, sorriso spento. Lo sguardo scuro dietro lenti da sole, che in compagnia di Anna c’è solo Anna medesima.

Poi vede anche Mimì, la cosa più preziosa. La figlia nata quando era finita, la frase conclusiva di un dialogo interrotto, l’ultimo bacio di due bocche prosciugate.

Cesare avanza con una mano in tasca. Ad ogni passo assilla e affonda dentro i polpastrelli le chiavi della macchina, ferisce le sue dita, si pizzica la pelle delle gambe. I passi frettolosi risuonano strada per strada del borgo ridondante di storia, rumore che si smorza ad ogni incrocio, ma intanto hanno informato della presenza di lui ogni mattone, ogni tegola, ogni singola fessura, ciascuna minima crepa.

C’è una scusa già pronta per l’uso. Sarebbe facile dire che, richiusa la portiera, l’aveva accerchiato un nugolo di piccoli sfrontati, a sfidarlo, parlandogli una lingua sconosciuta. Sempre la stessa frase, detta a turno. Suonava dolce, ma ormai non si fidava e, prima di decidere che fare, si erano sparpagliati lontano guardandosi alle spalle, fino a sparire.

Il tempo di contare fino a tre, e non trovava più il telefono. Zingari. Stranieri regolari. Ecco uno degli emblemi critici del falso mito europeo che stava trascinando alla rovina la sua patria. L’adrenalina gli aveva consentito di muoversi meccanico e veloce, di investigare ovunque dentro l’abitacolo e sbattersi sconfitto la portiera alle spalle, di trovare il ritmo adatto a ridurre il ritardo, di arrivare, anche se madido della corsa nella tarda mattinata.

Ma, prima di svoltare l’ultimo angolo, Cesare ha deciso. Di non doverle alcuna spiegazione.

A tradimento, la piazza si spalanca e gli porta via l’ultimo fiato dal petto, gli toglie ogni riparo, inganna il suo equilibrio, mentre Mimì gli si fa sempre più vicina, corre, corre, gli cade fiduciosa tra le braccia. Ma Cesare sente che è lui a cadere in braccio a lei.

Anna. La voce senza tono. Rigida nella corazza di queste occasioni. Cesare ha una fitta in petto, ritrae il busto proteso già in avanti, stupido slancio involontario. Anna lo avverte. La raggiunge l’eco che risuona nei vicoli, il suono dei passi spesi per venirle incontro, per ogni passo scolpito nelle tegole e i mattoni, per ogni crepa e ogni fessura al corrente, Anna viene trafitta, senza pietà, dal suo dolore.

E allora attacca:

– Attento che Mimì ha il raffreddore, tieni d’occhio la tosse. Chiamami subito, se serve,  ti dico cosa fare. Ah, non farla sudare, e coprila se uscite da un posto caldo.

– Naturalmente.

Ma non si sono intesi, infatti parlano ancora, sovrapposti:

– Come stai? – Gli dice lei, pentita.

– Mimì, saluta mamma. – Affretta, indispettito, lui.

– Sì, amore, un bacio, e fai la brava.

Da adesso, fino al giorno successivo, ogni istante sarà soltanto per la figlia. Non può e non vuole pensare a nient’altro. Non al lavoro, non alle più recenti compagnie da uomo solo, non al passato. Non riesce solo a sbarazzarsi di un fantasma silente, troppo ingombrante per trovare posto in tasca con le chiavi.

Lo aveva ritrovato accanto a sé al risveglio, mentre teneva un braccio avvolto malamente nel lenzuolo – via vai di formiche isteriche dal gomito fino a dietro la sua nuca.

Fuori pioveva ancora, la stessa pioggia che nella notte aveva raccolto pietosa i suoi pensieri, li aveva appesi a ogni goccia per poi riunirli nel rigagnolo che ora bagnava di sudore la sua fronte.

Senza una donna accanto, braccia accoglienti e porta della fiducia aperta, quella volta.

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[DUE]

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L -15

22 settembre 2013

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Preludio in limerick caudato

Dickinson

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Che bella espressione – «andare a dormire»

Come fosse un Paese cui volger le mire.

Dormire, morire o,

Forse, sognare un po’

È l’itinerario. Son pronta a partire.

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(Shackera Shakespeare con la Dick-

inson e ottieni un limerick)*

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Pronto da tenere accanto al letto per la notte.

Lode all’epistolario di quest’oggi, preludio di dolci sonni. L’originale delle prime strofe:

[…] Che bella espressione – «andare a dormire» come fosse un Paese in cui si va – Combattiamo per la sua unità – Lo unificheremo, sarà la mia Patria – mio caro vieni, oh diventa subito un patriota […]

è tratto da una lettera indirizzata a Otis Phillips Lord, inclusa in Emily Dickinson. Un vulcano delizioso, la vita. Lettere di un genio pudico. Traduzione di Marco Federici Solari – Ed. L’Orma, 2013

§

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Mi avvicino a questo banchetto coperto di libri dalle copertine che mettono appetito,

– Tutte foto nostre!

– Nientemeno?

Marco me ne spiega l’origine, inizia a illustrare i volumi ma lo agganciano a un’altra conversazione. Due, tre li soppeso, li apro, li sfoglio, titubo come le antenne dei grilli che mi aspettano con i cori accesi là fuori nella notte. Li appoggio proprio come li ho trovati. Un appunto mentale alla loro posizione. Raggiungo il quarto, allungo la mano, il ragazzo si libera e torna da me,

– Aprili, sfogliali pure. – Ops, l’ho già fatto… – Questo te lo consiglio, anche perché l’ho tradotto io.

– E com’è venuto?

– Direi niente male. Niente male, no.

Ecco, mi viene in mente che, chissà dove,

– Ho letto che i traduttori sono sottopagati, è vero? Ma com’è?

– Ah,

Tituba, come me poco fa richiamando le antenne che credo che altrove tentennino ancora,

– Un raro caso di schizofrenia editoriale, sto per dire qualcosa contro me stesso: la colpa è degli editori. Ma io adotto tariffe in linea col mercato.

Sembra si trovi a suo agio nella doppia veste, buon per lui. Si vede dallo sguardo che ama il suo lavoro. Ci allontaniamo per ascoltare un autore che piace a entrambi, poi, tornati, con un solo gesto gratifico me, il traduttore e l’editore insieme. E non me ne pento.

A parte la bellezza delle copertine, consiglio di seguirla, L’Orma.

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*) Chissà se i limerick tollerano la coda?

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Attorno a un ritorno – Meditazione n.6

14 agosto 2013

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– Tutte frottole mi hanno raccontato quelli di Fontainbleu. L’esilio non è bello. Io mi annoiavo, ho preso due o tre pastori e gli ho messo in mano una cazzuola. E il pagamento? A tempo debito, gli ho fatto. Abbiamo ristrutturato qualche edificio, tirato su quattro nuovi muri e i relativi tetti. Ai manovali ho fatto afferrare due o tre capre per la barba e rasare l’erba circostante alle nuove edificazioni. Per l’arredamento ho razziato le case dei caprai, ovviamente. L’arte povera adesso va per la maggiore.

Non appena abbiamo chiuso il primo cantiere sono accorsi dei tizi che passavano per strada a sentire a quanto avrei venduto. Ho fatto un prezzo modico e chiesto in cambio di farmi pubblicità. Di forestiero ci sono solo io, mi è stato facile convincere ogni abitante a farsi per seconda casa una mansardina vista isolotto, tutta arredata, servita e collegata per mezzo di strade nuovissime e ben spianate ai centri principali.

Il figlio di Maria Waleska crede che l’isola si chiami Elba, perché non pronuncia la erre. “Si chiama Elba pelché c’è tanta elba”. Caple, elba e e male, non c’è nient’altro da guardare qua, figuratevi da fare. Due palle così, che se non avessi messo su il business immobiliare, avrei iniziato a brucare anche io.

Il ragazzino, oggi a pranzo, dopo una solenne mangiata ha detto che le cozze “emettono sete”. Sua madre gli ha tirato il ceffone di prammatica. Io però l’ho guardato con le stelle negli occhi, nella sua infinita incoscienza ha detto una cosa niente male. Emittenze, le stelle e le loro luci inter-emittenti, il luccichio dell’oro… Non so come, devo ancora escogitarlo ma lo sento per istinto: quello sì che sarebbe un business!

Mi sono allontanato da tavola, e invece di prendere il rituale bagno caldo sono uscito e ho meditato camminando a lungo. L’illuminazione mi è arrivata quando mi sono fermato a sedere sotto un albero: serviranno kilometri e kilometri di, vediamo cosa… Sì, di cavi. Sento che funzionerebbe, ai dettagli penseremo poi. Ma ho capito che l’isola non è il posto più adatto, le capre li rosicchierebbero, bisognerà emigrare. E poi i manovali chiedono sempre più insistentemente che saldi i miei debiti. In più, Paolina rompe.

– Chi?

– Mia sorella. Morbosa. Scrive da Torino che avevo promesso di dare mie notizie, e mi accusa di averle mentito. Si lamenta peggio di un’amante trascurata. Volete leggere?

– Ma no, non credo sia il caso…

– Leggete, leggete: “Mio caro, sognato, anelato.” Vorrei sapere quale donna, sposata, per giunta, si rivolge al fratello con questi appellativi. “Allora, come va? Ti piace il posto, sei in buona compagnia? Ti rilassi? Hai usato le cremine che ti eri procurato per scongiurare le scottature? Come mangi? Hai osato discendere dal gommone in mare aperto? Hai fatto nuove conoscenze? Non mi hai spedito che una sola cartolina, così così per giunta. Mi dicono che riesci a leggere qualcosa di noi rimasti quaggiù sul Continente. Buon per te, io dalla tua partenza sono caduta in una malinconia che passa soltanto se mi abboffo di gelati. Ho messo già su due kili. Quando pensi di tornare insomma? Oh, se mi manchi. Continua così e verrò a trovarti io. Non ti ho dimenticato, né mai, mi devi credere, lo farò”. Non oserei sperare tanto… “Ti bacio tutto, ma tutto tutto. Sempre tua, Paolina.” Una bella palla al piede, cosa ne dite?

– Beh, mah… Sorelle. E ora, come pensate di uscirne?

– Con le prime luci del mattino farò fagotto, destinazione sconosciuta. Ho promesso ai caprari più fedeli qualche soldo in cambio di un passaggio su una chiatta verso la terraferma. E che Iddio ce la mandi buona. Ho il dubbio che la Waleska sia incinta. Vada come vada, faccio ora un voto: se avrà una femmina, e se passerò indenne il mare, voglio chiamarla Marina. Marina Bonaparte. Nel caso mi assomigliasse, la nominerò mia erede universale. Madame, perdonatemi ma si è fatto tardi, vogliate accettare la mia buonanotte.

– Beeeee.

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Nel Segno delle due Sicilie

27 luglio 2013
Ricevo dal mio amico Nick Brigante, e vi giro:

Caro Augias,

Ho letto il suo articolo dal titolo “Non era poi tanto male il regno di Ferdinando II di Borbone” , pubblicato a pag. 93 del Venerdì del 26 luglio, nel quale, parlando del libro “Borbonia Felix” di Renata De Lorenzo, contrappone una certa lettura in chiave sudista, diffusa durante durante il 150° dell’Unità d’Italia, agli aspetti critici del Regno dei Borbone che, a detta dell’autrice, frenarono nel Sud il processo di modernizzazione e unificazione avviati nel resto del Paese.

Borboni Augias

Mi sembra che fermarsi a queste puntualizzazioni possa inibire un processo, in corso nelle regioni del Meridione, molto importante per una ripresa seria dell’evoluzione democratica dell’intero paese, e del quale vorrei metterla al corrente.

Sono nato in pieno boom economico, il periodo migliore che si ricordi per l’Italia, no? Lo è stato a tal punto che ho vissuto i miei primi quindici anni in Venezuela al seguito della mia famiglia, emigrata in cerca di fortuna e poi rientrata in Italia con la coda tra le gambe. Oggi gestiamo, con molti sacrifici e minacciati di sfratto, una piccola attività ricettiva nel salernitano, che impiega, oltre me, quasi tutti i miei fratelli e i loro compagni e coniugi.

Come molti ex-ragazzi della mia generazione, nati al Sud e con questo tipo di esperienze alle spalle, non ho concluso gli studi, fermandomi prima del diploma di terza media. A differenza di altri però ho deciso di non tornare emigrante e, dal rientro dal Venezuela, ancora vivo (in ristrettezze e con una certa paura del futuro) in un paesino di poche migliaia di anime del quale conosco ogni luogo, abitante e umore.

Fino a qualche anno fa anche io, come altri, davo per scontato il dover sottostare a un senso di sudditanza e di inferiorità latente nei confronti della popolazione del Centro-Nord Italia, che ho conosciuto durante alcuni viaggi, e soprattutto perché frequenta stagionalmente la nostra paninoteca-birreria.

Sarà perché l’età avanza e perché, specialmente in inverno, non c’è molto da fare in un posto piccolo e decentrato come questo, e quindi leggo molti libri, oggi sono approdato ad autori (partendo da Pino Aprile con “Terroni”)  che trattano in modo approfondito il tema di cui parla nella sua recensione, e le cause delle condizioni sia materiali che psicologiche nelle quali versa la nostra popolazione. E anche grazie all’aiuto di internet (col quale mi immergo in lunghe ricerche negli archivi più disparati) ho conosciuto aspetti meno noti del passato di queste terre e accresciuto l’orgoglio che prima d’ora non ero riuscito a far valere parlando con interlocutori settentrionali.

Insieme alla consapevolezza è sopraggiunta la voglia di rimboccarmi le maniche per diffondere il mio stesso sentimento, e la conoscenza che lo sostiene, a ogni persona che incontro, nel mio paese come nei giri “virtuali” di amici che i social network per fortuna consentono (facendo superare le barriere fisiche, climatiche e infrastrutturali che purtroppo ancora oggi isolano un luogo da un altro perfino tra frazioni dello stesso Comune).

Le devo dire che sono rimasto sorpreso nello scoprire quanti altri si sono già emancipati dai vecchi pregiudizi, seguendo pressappoco il mio percorso. E come la nostra riappacificazione col passato e cel resto d’Italia, stia a poco a poco modificando anche le abitudini mentali altrui, che troppo spesso ancora si affacciano, più o meno consapevolmente, durante le conversazioni tra appartenenti a diverse zone della Penisola.

Io vedo che qualcosa sta cambiando.

Se una turista del nord si ferma sulla soglia del locale, sentendomi suonare alla chitarra classica un brano del settecento napoletano, si avvicina in punta di piedi sorprendendosi che non si tratti di Händel come credeva, e poi si trattiene a parlare, accettando di buon grado il confronto e l’ascolto anche del mio punto di vista sulle varie questioni. C’è la crisi per tutti, e oggi è diffuso da Nord a Sud il desiderio di approfondire, andare oltre i vecchi schemi. Io sono un tipo che si accalora. Da giovane ero capace di partire con certe arringhe che sfociavano in aspri contraddittori, adesso a volte la gente mi ferma subito e mi dice “Ma lo sai che hai ragione?”

Mi viene un po’ da ridere scrivendolo, ma questa situazione quasi mi mette a corto di argomenti.

Anche io credo che l’Unità d’Italia sia qualcosa ancora di là da realizzare, ma mentre a vent’anni mi impuntavo sulla necessità di una rivolta popolare, oggi che ho intorno tanti altri, e soprattutto giovani, che la vedono come me, credo nella possibilità di una vera rivoluzione. Ma che passi per la diffusione della conoscenza della reale storia del nostro paese, e di una cultura non condizionata dal sentito dire, o riferita così com’è riportata superficialmente nei libri di scuola.

Una rivoluzione che ci veda impegnati insieme, gente del Nord, del Centro e del Sud, senza bisogno di combattimenti cruenti ma, condividendo l’ideale di un’uguaglianza piena, soprattutto nella dignità, che porti allo scatto evolutivo necessario per la sopravvivenza dell’intero Paese.

Sempre che la sentenza su Berlusconi abbia le conseguenze che mi auguro, in termini di liberazione da un giogo materialmente insopportabile, il passo successivo potrebbe essere il raggiungimento di quell’ancora mai sperimentato senso di unità nazionale, attraverso la responsabilizzazione del singolo per la realizzazione e la tutela del bene comune. Arrivati a questo, sarà poi molto meno pesante tentare di risollevare l’Italia dal baratro di questi tempi.

A sostegno di questa tesi, e senza voler contrapporre al suo suggerimento di lettura il mio, le vorrei consigliare il libro che in questi giorni ho per le mani:

Eugenio Di Rienzo, “Il Regno delle due Sicilie e le potenze europee, 1830 – 1861”, Ed Rubettino 2012.

Spero che lo legga, e che le venga voglia di recensirlo.

Nick Brigante

Il regno delle due sicilie

[…] Né, infine, è opportuno […] passare sotto silenzio come quell'”unione”, che per vari decenni successivi al 1861 non fu mai davvero “unità”, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale (definito icasticamente, nel maggio del 1863, un dirty affair da un parlamentare inglese), in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande “Piccolo Stato” della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto Pubblico europeo della storia contemporanea.

avittepsorp eraibmaC

11 luglio 2013

(una risposta ai commenti di  Marì qui e qui e  anche a Max, che domanda perché è un gran curiosone)

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Marì, Marì,

A te sta bene ciò che scrivi, come lo scrivi, dove lo scrivi e cosa commenta chi lo viene a leggere. Allora, se ti domandi “Come si fa a cambiare prospettiva”, ti riferisci al contenuto. Il tuo blog, almeno al momento (ma ti conosco solo da ieri), rende visibile all’esterno la tua interiorità. La tua è una “scrittura catartica”, e affermando questo intendi dire che scrivere opera su di te una catarsi. Ma ancora non ti basta. Uhm uhm.

Ci sono moltissime persone come me e te che praticano una scrittura catartica, in modi a volte radicalmente differenti tra di loro. Io ho la convinzione che scrivere bene riordini i pensieri, focalizzi gli obiettivi, renda più saldi nelle convinzioni. Per questo ho l’obiettivo di scrivere sempre meglio, e per questo studio e leggo. Leggo e studio. E infine scrivo.

Viviamo nell’era Siti.

Quello dell’autofiction non è un percorso obbligato, anzi, ma per il poco che ho capito finora, è una scelta onesta, percorribile. Dirò forse qualcosa di eccessivo: è in potenza qualcosa di socialmente utile, di meritorio. Ma chiudo qui, ho citato Siti solo per introdurre l’idea che, se l’esigenza di scrivere origina da qualcosa di irrisolto nella propria interiorità (e che si sente il bisogno di indagare, di portare al confronto con altri, o solamente di liberare), trova uno sbocco proprio avendo sé stessi come oggetto di indagine.

Se questa è la via individuata, è solo compiendo concretamente (non solo letterariamente, quindi) delle “prove di vita”, assimilabili a bozze letterarie,  e osservandone i risultati, riportandoli in forma scritta, manipolandone gli effetti, che si può sperare di avvicinarsi al cuore dell’enigma.

Spesso il problema di chi si esprime attraverso un blog, è proprio quello di non riuscire a focalizzare bene il centro, l’origine delle proprie pulsioni ed inquietudini. Ne deriva una scrittura circolare. Che torna sempre sugli stessi temi. Che consola, forse, ma certo non fa evolvere. Spesso, alla decadenza del pensiero fa seguito anche quella della qualità della propria scrittura. Non è facile accorgersene. Servirebbe avere sempre accanto qualcuno che ci conosca veramente, e che ci voglia bene al punto di avvertirci in tempo se rischiamo di andare fuori rotta.

Ma a chi come me non si fida facilmente, o non vuole far gravare su altri questo fardello, non resta che cambiare prospettiva, come dicevi tu, Marì. Investire sé stessi di questo compito, sottoscrivendo l’impegno a volersi sinceramente bene e ad esercitare una lettura realmente onesta e critica. Condizioni, però, necessarie ma non sempre sufficienti perché l’io, in fondo, è sempre uno solo.

Dunque, estrema ratio, si può provare a ingannare l’occhio interiore (deformante), e adottare certe strategie correttive. Delle mie sono alquanto gelosa, e anch’io subisco l’invalidante remora del giudizio etico altrui, quindi –sapete com’è- non le diffondo. Tanto più che la loro validità è limitata alle mie personali esigenze.

Io credo che chi si interroghi sul senso del proprio scrivere, e del perché abbia scelto di non lasciarlo confinato alla propria esclusiva fruizione, possa (se è  onesto con sé stesso) riuscire a rintracciare il disegno che sta sotto. C’è sempre un disegno, solo che può essere stato realizzato inconsapevolmente.

Di recente un amico mi ha detto, scherzando, che riconosce nel mio modo di agire l'”architetto”. Al solito davanti al complimento mi sono schernita, dicendo che, piuttosto, ho cambiato lavoro proprio perché rischiavo di far crollare qualche edificio. Ma lo ringrazio ancora per la sua notazione, perché riguardo alla vita forse è vero, tracciare progetti di massima è uno dei pochi modi architettonici che mi sono rimasti.

Lo affermo con cognizione di causa: senza un progetto, seppure vago, che guidi in qualche modo le nostre azioni, siamo soltanto cani alla catena. E tanto più i blogger, che rischiano, come accade anche a me, di scavare solchi circolari e improduttivi, di farlo a lungo, senza riuscire a rendersi conto di essere vincolati a una corda fatta solo di parole.

Chi vorrà (superando la propria ritrosia) provare a non evitare le domande su sé stesso, scoprirà di avere gli elementi necessari, tramite la scrittura, e anche gli strumenti per fare sì che questo senso ri-trovato gli sia compagno lungo un percorso in linea retta. Svolto su una strada reale, fatta di terra, sabbia, asfalto, comunque concreta. Lungo la quale capita di inciampare e cadere qualche volta, ma dalla quale è possibile rialzarsi.

Non ho ricette per gli altri. Io ho fatto un disegno lungo un anno. Poi l’ho messo allo specchio e mi sono sorpresa nel trovarlo banale  e scontato, impreciso e presuntuoso. Ci sono rimasta male, posso imputare i miei errori solo a me stessa. Ma intanto ci ho provato, e continuerò a provarci, rigirando di quando in quando il foglio davanti allo specchio per verifica.

Questo l'ho fatto io con mio figlio in pancia, nel 2007

Questo l’ho fatto io, nel 2007

Un’ultima considerazione. Mi è sempre piaciuto disegnare a mano libera, a più riprese ho anche studiato su manuali di autoistruzione, l’ultimo della serie una decina di anni fa, si intitola “Disegnare con la parte destra del cervello”. Lì ho trovato il trucchetto dello specchio. Funziona. In effetti al rovescio i disegni rivelano tutte le loro pecche.

Ma è solo quando mi sono rivolta a un’insegnante professionista che ho iniziato a migliorare.

Per traslazione, io credo che per scrivere bene si debba avere l’umiltà di trovare buoni maestri. E che se si cerca di sbrogliare la propria vita, a volte può non bastare la scrittura catartica, potrebbe essere necessario devolvere fiducia e denaro a uno sbrogliatore di professione. 

Ora tu mi dirai, ma chi t’ha chiesto niente, e aggiungerai poi: chi ti conosce? Allora mi ritirerò in buon ordine, salterò in sella come sempre più o meno a quest’ora, dopo aver asciugato il sellino dalla pioggia monsonica, e scoprirò, una volta smontata, di avere il sedere fradicio perché ho scordato che l’imbottitura restituisce l’acqua a tradimento.  Che cosa c’entra? Non lo so, mi serviva un finale e non avevo voglia di sforzarmi.

Ciao, ti abbraccio (più o meno) come se ti conoscessi.

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Di sale e sòle

29 giugno 2013

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29 giugno 1912

Da qualche parte in mezzo al mare

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Siamo partiti da Marsiglia con il tempo incerto di questa stagione strana, oggi al risveglio in mare aperto siamo già in un altro quadro, impressionista forse. Le mie impressioni si rincorrono e riflettono lo specchio d’acqua nel quale i delfini emergono a tratti e si nutrono della scia dei nostri scarti. E nutrono i miei occhi di un’energia nuova, una corrente alternata che non so rifasare. Sul ponte principale, attorniano in pochi la tavola imbandita, sulla quale si affaccendano camerieri sbarbati senza cura. Hanno divise chiazzate dalle ombre dei ricordi di altre traversate. Non voglio immaginare, sapere nulla delle loro vite. Mi basta osservarli, mentre si scambiano il disprezzo per le risibili nausee dei terricoli. Mi sporgo in direzione del buio al quale andiamo incontro e, a stomaco vuoto, cerco all’orizzonte i segni restanti delle Colonne d’Ercole. Non ho dormito affatto.

Il vento contrario tiene desta più di una veglia, ed ecco comparire accanto a me M.me Berquet, fresca al mattino, come non so più esserlo. Avrà meno di una trentina d’anni. È sulla nave per raggiungere il marito che verrà a prenderla al porto di New York. Appare in ansia. L’accolgo nel mio spazio con lo sguardo. I ricci castani sbattono ritmicamente contro i suoi occhi, pieni di sale, e confondo la sua espressione con la mia. Mi afferra un dubbio e io, che non amo l’invadenza, torno a guardare fuori e a non pensare.

Non appena in disparte, di nuovo con la mia sola compagnia, sento qualcosa che inizia a scoppiettare alla mia destra. Singhiozzi radi, che si mescolano alle grida dei delfini.

La sera precedente -sera di gala, di tartine e di lamé. Noi, due donne sole, ci attraemmo e, chiuse a difesa, provammo sollievo a fare conoscenza- mi aveva confidato che il marito, un medico, bello e dissoluto, affascinava gli altri al punto da portarlo a chiederle perdono appena conosciuti, se mai fosse caduto in tentazione. Giurandole che amava solo lei. Vissero anni mondani, la bella gente era orgogliosa di averli ai loro party, ai vernissage erano così invidiati. Non fece che un accenno alla loro intimità, ma compresi che fosse stata magnifica. Solo una macchia sembrava tormentarla. C’era una donna che più delle altre tartassava il suo compagno e lei, gelosa, un giorno, aprì un cassetto che lui lasciava incustodito.  Scoprì ciò che avevo anticipato col pensiero, ma mi guardai dal dirlo. Io, che ho vissuto tanto, credetti di poterla compatire. Mi disse che aveva deciso così di perdonarlo, raggiungerlo in America e vivere la loro storia alla giornata, sapendo di non potersi più fidare.

Le posi una mano sulla spalla, e dopo poco ci salutammo con un appuntamento al giorno successivo. Chiusi dietro di me la porta della cabina e svolsi con cura i gesti serali, per propiziare il sonno. Sforzi inutili, la brama incomprensibile di voler approfondire la mia nuova conoscenza mi tenne gli occhi spalancati fino al mattino.

Appena alzata avevo aperto la lettera che custodivo con le altre dentro lo scrigno di velluto rosso. Era datata il giorno prima della mia partenza, l’uomo scriveva di aver pensato a me fin dal risveglio, e a me aveva pensato prima di andare a letto. Su quelle righe rinfocolai per lunghi attimi l’esito raggiante della prima lettura. Poi aggiungeva frasi che mitigavano il senso di straniamento, quello per avere in cuore un tipo come lui. Era abile e sfuggente, ma ero convinta di averne compreso il nucleo.

Io su quella nave non fuggivo, cercavo giusto di vivere una vita senza lacci. Lui aveva la sua pittura che gli riempiva i giorni, e lettere e lettere, per me, per non dimenticare. Sarei tornata un giorno prossimo alla fine dell’estate, e avrei placato l’inquietudine guardandolo negli occhi.

Ci riconoscemmo entrambi soli e affamati di vita, per questo allacciammo insieme le esistenze. Ma anche lui, sposato a una moglie distante, aveva anticipato subito, come M. Berquet alla povera Emilie, l’origine dei miei tormenti. Excusatio non petita, sarei dovuta stare più attenta.

Ci tenne a farmi conoscere la sua incolpevole attitudine alla giocoleria. Alla manipolazione in cerchi concentrici di azioni reiterate e compulsive. Chiese una mano a me, e gliela concessi, per quanto non avessi tutto ben chiaro. Ciò che importava era la reciproca ammissione di fiducia, non altro. E mentre col mio pensiero accanto passava notti regolari, a me il misantropo pittore di Parigi, galante incontro di una notte di plenilunio al margine tra i campi e la città, toglieva il sonno.

Emilie Berquet è accanto a me e parla per prima, e dà segno di grande intimità, posa la testa sulla mia spalla per un momento, la risolleva, mi guarda e ride. Sono sorpresa. Mi fa,

“Qualche notte prima della partenza avevo preso l’abitudine di passeggiare sola. Parigi è una città in cui una donna libera può permettersi il lusso”, io annuisco e penso a me che faccio lo stesso, ma giro col bavero rialzato. “Sola lo sono da così tanto tempo che non mi è rimasto altro che queste camminate. Ho conosciuto un uomo, un curioso dei tanti in cui ci si può imbattere. Senza pensarci, gli ho raccontato la mia storia. Sembrava interessato, pure troppo. Giusto ieri mi ha invitato a entrare a casa sua, una stamberga abitata da artisti, drogati, e dalle loro pulci. Prima ha premesso di essere sposato e di cercare un po’ di compagnia. Vedi, non fa per me, gli ho detto. Peccato, ha risposto lui, sarei rimasto da solo per un bel po’. È orribile non trovi?”

Il suo sorriso complice invita me, tutta età e solida esperienza a rispondere che, sì, gli uomini deboli cercano la compagnia di donne libere pensando di aver vita più facile. Non tengono conto che lo scotto della nostra libertà è l’essere più esigenti, non tanto più delle puttane, quanto delle cosiddette donne perbene, le loro mogli abituate e stanche.

A sbuffi, come un treno a vapore, ogni tanto smettiamo e poi ricominciamo a ridere. Alziamo gli occhi. Il sole si è sollevato in fretta, ora le ombre si accorciano e rivelano la ruggine e il legno scrostato della lussuosa nave da crociera.

“Solo perché eravamo entrambi di Parigi mi ha fatto la proposta”, ride di nuovo, “Che ometto. Pensava di irretirmi vantando di essere un pittore.”

Il sole arroca il sale agli occhi. Mi prudono, ne lacrimo, chissà perché non sento più la voglia di tornare. Sarà un viaggio lunghissimo.

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La vostra affezionata figlia

21 maggio 2013

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Anais Nin - Henry Miller

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Poco fa ho saputo che un mio racconto è stato scelto per essere incluso in un’antologia erotica, e ne sono orgogliosa. La casa editrice Smasher è piccola ma si muove bene, e il pezzo non mi sembra cattivo come prima prova.

Ok, non era la prima volta che mi cimentavo nel genere, ma farlo su commissione è un tantino diverso. Qui, nel blog, io mi permetto di sperimentare e scelgo di pubblicare ciò che piace solo a me. Ma fuori? Mi fido della scelta dell’editore, comunque a me resta il dubbio di essermi spinta un po’ oltre. Mi spiego: di essere, per l’ansia da prestazione, scivolata dall’erotico nel pornografico (genere per il quale nutro il massimo rispetto ma… beh, giudicherete voi se avrete il coraggio di affrontare la lettura, quando vi darò la notizia della pubblicazione).

Devo averlo già scritto da qualche parte, un certo peso nella mia evoluzione sentimentale lo ebbe la corposa corrispondenza tra Anaïs Nin e Henry Miller, letta intorno ai vent’anni. Poi Anaïs Nin mi accompagnò per diverse pagine coi suoi racconti, e con lei lì mi fermai, per dedicarmi ad altro.

Ultimamente ho avuto il coraggio di avvicinarmi a Miller, iniziando dal volume edito da Minimum Fax*, con una prefazione (stupenda) di Antonio Pascale. Ce ne sarebbe da dire, e probabilmente ne riparlerò. Mi ha colpito però provare addosso, seguendo Miller e Pascale, una sensazione di velata tristezza. Ma devo approfondire (ho “i tropici” sul comodino, e per l’estate li avrò fatti miei), quindi stop alle elucubrazioni.

Io invece, non tanto perché donna (non sono portata al sessismo), ma proprio perché me stessa, mi sento fortunata. Ho un rapporto così facile con l’argomento che non mi meraviglia rileggere cose come questo post e sentirmi a mio agio, senza rimorsi né rimpianti per averlo scritto.

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PS: Mamma, Papà, sorvolate. A voi riserverò prove migliori.

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*) Henry Miller – Una tortura deliziosa. Pagine sull’arte di scrivere, Ed Minimum Fax, 2007.

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Io, Carlo – Mamma e Papà

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L -35

5 maggio 2013

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Il post che non avevo mai postato

Happy Anniversary

Il post che non avevo mai postato

A uno scrittore era indirizzato.

Anche se da sola

Mo’ mi faccio scuola,

Seguire il suo consiglio m’ha giovato.

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(buon compleanno blog)

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Se stasera sono qui

è perché

3/05/12

Cose che penso mentre vado alla macchinetta del caffé.
In ordine sparso:
Fuori c’è il sole ma dentro c’è un freddo boia, non avrei dovuto mettere i sandali senza calze, me lo fanno notare tutti ma io tiro dritto e faccio finta di niente.
Arriva Lola e mi fa, impressionata: Cosa sono quelle macchia rosse sul collo?
Oh, rispondo, sarà un po’ di reazione al sole.
Sotto la gola? Incalza.
Oppure sarà una reazione emotiva.
A che? fa lei.
Sono stata concentrata a guardare un intervista a X.
Ancora?!
Eh, sì. E allora?
E che dice questa intervista?
Guarda, è fantastica, ha tracciato in maniera millimetrica e anche con estrema sintesi tutta la sua parabola di intellettuale e letterato fino ad oggi.
Cioè?
Cioè ha descritto con chiarezza in cosa consiste la sua, ehm, filosofia, o la poetica, o come la vuoi chiamare, e quello che c’è dietro ciascuno dei suoi libri e poi della sua ricerca attuale. Che bella intervista.
Ma ancora non ho capito, che ha detto di tanto entusiasmante?
E’ nella parte conclusiva, quando dice di essere figlio dell’illuminismo e del romanticismo insieme, e che serve una nuova “griglia”.
Mhm.
E che questa ricerca sta ossessionando tutta la sua vita, ahia.
Tira su la testa dal muro.
Capisci?
No.
A me invece sembra di aver capito. Torniamo?
E percorrendo il corridoio grigio e verde mi ricordo […]. Mi avevi detto che scrivevo cose… “sospese”, mi pare. Mi sono sentita spiazzata, avevi detto che forse dipendeva da mancanza di esperienza. Nella scrittura? Sicuro. Nella vita invece, boh. Ho un’esperienza media, come tutti. Qual è il punto? A me piace raccontare, per iscritto mi viene meglio. Ma non basta, cerco un contatto con il mondo attraverso la scrittura. Ho buttato i vecchi racconti dietro le spalle. Ho scritto di nuovo, riscritto cercando la mia voce, tutto quello che volevo raccontare del pezzettino di vita trascorso cercando l’adozione. Ora sto aspettando, il tempo necessario per dimenticarmi del suono di certe frasi. Poi rileggerò e capirò se ne è valsa la pena.
Per distrarmi (non mi piace aspettare) ho provato a giocare con altri racconti. Sorpresa: adesso non trovo più personaggi che mi soddisfino. Però… Se il personaggio principale dev’essere totalmente aderente a me non può funzionare, non ci sarà mai abbastanza esperienza (di vita o di scrittura) per riempire un libro senza tornare dove ero già passata prima. Alice Munro invece fa con disinvoltura delle belle operazioni infilandosi in panni altrui costruiti con meticolosità apposta per calzarle a pennello. A lei riesce, però devo ammettere che quello mi colpisce moltissimo è il suo punto di vista di persona arrivata alla vecchiaia. Ecco, quella si che è un’esperienza. I vecchi sono davvero affascinanti.
E adesso, come se ne esce? Come, come?
Lola a quel punto mi fa: Che silenzio, a che pensi?
Guarda, la distraggo, c’è un mucchio di riviste buttate su quel tavolino.
Vediamo?
Ti prego, leggi: “Il global sourcing va riconfigurato all’interno di una strategia complessiva di “global make or buy”
Il Global make… Che vuol dire?
Non lo so, sembra importante ma… questo proprio non lo capisco.
E chissene frega.
Giusto. (Come odio questo corridoio).

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E dopo pochi giorni avevo in linea iCalamari, da allora il resto è vita che cerco di raccontare. 🙂

Notizie dall’ANTA – Fumata nera

11 marzo 2013

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Tubonero.

3) L’indispensabile tubino nero

Nel guardaroba di una donna non dovrebbe mai mancare un tubino nero. Un pezzo per tutte le occasioni. Ero donna già da parecchio quando mi resi conto di dovermi adeguare in vista della consacrazione definitiva ai fottuti riti sociali. Ero cresciuta ma ancora giovane e sciocca, mi affrettai a procurarmelo. Avevo qualche chance di indossarlo per un aperitivo, o per un invito a cena estemporaneo.

Appena riemersa da una lunga nuotata in mare, in pieno agosto, presi il mio primo cellulare con le mani bagnate e lo accostai all’orecchio, tra ciocche di capelli grondanti acqua salata. Quando risposi a mio padre, non ero pronta a ricevere i suoi singhiozzi. Non ero pronta alla morte di mio nonno. Non ero pronta in genere a un funerale. Per questo, tornata a Roma con il primo volo, stordita e dispiaciuta, indossai senza pensarci troppo quel tubino nero, che si rivelò a tutti gli effetti indispensabile.

Nonno apprezzava le belle donne, così mio padre, così mio figlio. Pensando a loro, mi rendo conto del perché, con tutto il testosterone di famiglia in circolo, anch’io sia a tratti tanto mascolina.

Le rare volte che ci incontravamo, lui mi lusingava esclamando sempre che invece di crescere stavo ringiovanendo. E faceva arrossire me e le mie cugine con commenti compiaciuti sulle nostre gambe, se ci presentavamo in gonna. Per il resto è stato una persona molto a sé. Nei discorsi teneva banco (parlando di politica o del Papa) e raccontava molte barzellette (ancora sui politici e sul Papa). A noi nipoti pensava sempre e solo nonna, coi suoi sorrisi e le buste passate di nascosto (“Non farti vedere da nonno”) con dentro ventimila lire.

Per la durata della messa funebre mi sentii a disagio. Il nero lo indossavo, e in un’unica soluzione, proprio come la tonaca di un prete.

Il punto è che fino al giorno prima mi aggiravo pressoché nuda e senza pensieri sotto il sole, spostandomi dall’asciugamano all’onda e viceversa, tutta sensualità e vigore. Ora quel tubino addosso metteva in mostra gambe abbronzate e tornite dal nuoto e una pelle tanto scura da smarrirsi sullo sfondo della chiesa buia, e che rabbrividiva nella sua aria fresca. Non era quella l’immagine giusta per un funerale. Pareva un affronto alla morte.

A mio nonno, però, credo sarebbe piaciuta.

Indossai lo stesso vestito poche altre volte, via via che perdevo avi, sempre in piena estate. Ora sta lì appeso nell’armadio. Guai a guardarlo. Guai a guardare così lontano, fino ad agosto, mese tanto sfigato.

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§§§

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Nemmeno è iniziata primavera. Ma intorno il mondo sembra non riuscire a pensare a sé stesso vivo e vegeto ancora solo tra qualche settimana. Visti da fuori sembriamo tutti coinvolti in un grande e caotico Conclave, dove ciascuno ha il diritto/dovere di dire la sua e sarà molto difficile trovare un accordo tra noi. Per ritrovarci chi, poi, a rappresentarci? Io sono allergica, moltissimo, al Super Rappresentante Universale, caro G. Ho i piedi ben piantati in terra e ti confesso che in certi momenti, realizzando che il tempo continua a rotolare in discesa, ho delle visioni tutt’altro che felici di quello che mi aspetta.

Ma tu mi avevi detto di

raccontare fatti, e basta. Nessuna riflessione, nessun pensiero, nessun sentimento eccetera: semplice racconto di fatti.

e ho disatteso in pieno questa regola. Fumata nera per oggi, mi dispiace.

Pertanto, prima di andare a cercare di capire, con gli ovvi limiti dovuti alla mia estraneità ai termini economici, una interessante discussione tra due cardinali del web, mi permetto di cadere ancora più in basso:

 

Si fece avanti un maggio senza cielo

Che non ricordava niente

Che non era mai stato prima

Che, paziente,  un dodicesimo chiedeva

D’attenzione. E finì esausto per lasciare

L’ abito nero al mese che seguiva.

Ma Giugno non ebbe cuore di indossarlo

Tutti quei grilli strepitanti addosso

E i fiori già sbocciati e il suono giallo dell’onda

Che lo spingeva al largo. Dovette dagli retta:

Chiamò a gran voce Luglio

E in fretta e furia gli porse la staffetta.

Quello, da un anno sotto il tabellone degli arrivi,

I tacchi conficcati nel terreno, attese

L’occasione col vestito in mano, per regalarlo

Al primo che scendesse giù da un treno.

Ma era così nero che fece notte presto,

E da un binario morto sbucò Agosto.

Che nudo e solo lo usò come lenzuolo

In una camera a ore, nascosto tutto un mese

Senza più speranza e senza più luci accese

Quando arrivò un Settembre sconosciuto

Gli disse di afferrare l’abito e di stringerglielo

Forte al collo, lui non avrebbe chiesto aiuto.

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