Posts Tagged ‘Walter Siti’

Fusi, confusi e altri aBusi _ Meditazione n.3

6 agosto 2013

Valente questo autore, ma accidenti. Il protagonista del libro che sto leggendo è in fase terminale. Il libro è lungo una vita, e alla fine della vita cosa c’è? Mi accorgo solo ora di quanto mi sia affezionata a lui. Senza motivo: a me non ha offerto altro che la propria esistenza insulsa e spesso anche sbagliata.

E poi lo leggo mentre sono in giro, quando fa tanto caldo e si confonde tutto. Spazio e tempo.

Si fondono tra loro le facce della gente.

Mezzi sorrisi sgluteano alternandosi fuori dagli shorts e si confondono col commovente fisico del tizio belloccio in spiaggia.

Fusi pure gli ammiccamenti in metropolitana con quelli degli ambulanti stanchi sempre in giro.

Confuse io e Olga ieri sera, tra il suo calice di vino e la mia Corona&lime.

Fusi i discorsi frivoli con quelli pieni di contenuto.

Confusi tutti i perché, tutte quelle domande che affollano sempre più in modo pressante questi post.

E stamattina incontro Savio che, in sintesi, mi fa: Resistere non serve a niente (ma io quel libro non l’ho letto, e neanche lui, e poi aggiunge che se avallo la consultazione popolare faccio il gioco di chi vuole legittimare la Costituente impura, e se gli chiedo che alternativa ha oltre al non fare, non la indica. Ma concordiamo entrambi sulla nullità dell’italiano medio), e questo un attimo dopo che Maria mi ha messo al muro in bagno e mi ha convinta a leggere l’ultimo di Aldo Busi.

Sono ancora confusa. Che posso fare? Mi informo.

Busi, perso lo Strega, ha vinto il premio Boccaccio.

Il mio protagonista è in fase terminale, ma so come mantenerlo ancora in vita. Adesso prendo su Boccaccio, Siti, Busi, o chi per loro. Niente funziona altrettanto bene.

 

 

Mother Earth – Jesse

avittepsorp eraibmaC

11 luglio 2013

(una risposta ai commenti di  Marì qui e qui e  anche a Max, che domanda perché è un gran curiosone)

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Marì, Marì,

A te sta bene ciò che scrivi, come lo scrivi, dove lo scrivi e cosa commenta chi lo viene a leggere. Allora, se ti domandi “Come si fa a cambiare prospettiva”, ti riferisci al contenuto. Il tuo blog, almeno al momento (ma ti conosco solo da ieri), rende visibile all’esterno la tua interiorità. La tua è una “scrittura catartica”, e affermando questo intendi dire che scrivere opera su di te una catarsi. Ma ancora non ti basta. Uhm uhm.

Ci sono moltissime persone come me e te che praticano una scrittura catartica, in modi a volte radicalmente differenti tra di loro. Io ho la convinzione che scrivere bene riordini i pensieri, focalizzi gli obiettivi, renda più saldi nelle convinzioni. Per questo ho l’obiettivo di scrivere sempre meglio, e per questo studio e leggo. Leggo e studio. E infine scrivo.

Viviamo nell’era Siti.

Quello dell’autofiction non è un percorso obbligato, anzi, ma per il poco che ho capito finora, è una scelta onesta, percorribile. Dirò forse qualcosa di eccessivo: è in potenza qualcosa di socialmente utile, di meritorio. Ma chiudo qui, ho citato Siti solo per introdurre l’idea che, se l’esigenza di scrivere origina da qualcosa di irrisolto nella propria interiorità (e che si sente il bisogno di indagare, di portare al confronto con altri, o solamente di liberare), trova uno sbocco proprio avendo sé stessi come oggetto di indagine.

Se questa è la via individuata, è solo compiendo concretamente (non solo letterariamente, quindi) delle “prove di vita”, assimilabili a bozze letterarie,  e osservandone i risultati, riportandoli in forma scritta, manipolandone gli effetti, che si può sperare di avvicinarsi al cuore dell’enigma.

Spesso il problema di chi si esprime attraverso un blog, è proprio quello di non riuscire a focalizzare bene il centro, l’origine delle proprie pulsioni ed inquietudini. Ne deriva una scrittura circolare. Che torna sempre sugli stessi temi. Che consola, forse, ma certo non fa evolvere. Spesso, alla decadenza del pensiero fa seguito anche quella della qualità della propria scrittura. Non è facile accorgersene. Servirebbe avere sempre accanto qualcuno che ci conosca veramente, e che ci voglia bene al punto di avvertirci in tempo se rischiamo di andare fuori rotta.

Ma a chi come me non si fida facilmente, o non vuole far gravare su altri questo fardello, non resta che cambiare prospettiva, come dicevi tu, Marì. Investire sé stessi di questo compito, sottoscrivendo l’impegno a volersi sinceramente bene e ad esercitare una lettura realmente onesta e critica. Condizioni, però, necessarie ma non sempre sufficienti perché l’io, in fondo, è sempre uno solo.

Dunque, estrema ratio, si può provare a ingannare l’occhio interiore (deformante), e adottare certe strategie correttive. Delle mie sono alquanto gelosa, e anch’io subisco l’invalidante remora del giudizio etico altrui, quindi –sapete com’è- non le diffondo. Tanto più che la loro validità è limitata alle mie personali esigenze.

Io credo che chi si interroghi sul senso del proprio scrivere, e del perché abbia scelto di non lasciarlo confinato alla propria esclusiva fruizione, possa (se è  onesto con sé stesso) riuscire a rintracciare il disegno che sta sotto. C’è sempre un disegno, solo che può essere stato realizzato inconsapevolmente.

Di recente un amico mi ha detto, scherzando, che riconosce nel mio modo di agire l'”architetto”. Al solito davanti al complimento mi sono schernita, dicendo che, piuttosto, ho cambiato lavoro proprio perché rischiavo di far crollare qualche edificio. Ma lo ringrazio ancora per la sua notazione, perché riguardo alla vita forse è vero, tracciare progetti di massima è uno dei pochi modi architettonici che mi sono rimasti.

Lo affermo con cognizione di causa: senza un progetto, seppure vago, che guidi in qualche modo le nostre azioni, siamo soltanto cani alla catena. E tanto più i blogger, che rischiano, come accade anche a me, di scavare solchi circolari e improduttivi, di farlo a lungo, senza riuscire a rendersi conto di essere vincolati a una corda fatta solo di parole.

Chi vorrà (superando la propria ritrosia) provare a non evitare le domande su sé stesso, scoprirà di avere gli elementi necessari, tramite la scrittura, e anche gli strumenti per fare sì che questo senso ri-trovato gli sia compagno lungo un percorso in linea retta. Svolto su una strada reale, fatta di terra, sabbia, asfalto, comunque concreta. Lungo la quale capita di inciampare e cadere qualche volta, ma dalla quale è possibile rialzarsi.

Non ho ricette per gli altri. Io ho fatto un disegno lungo un anno. Poi l’ho messo allo specchio e mi sono sorpresa nel trovarlo banale  e scontato, impreciso e presuntuoso. Ci sono rimasta male, posso imputare i miei errori solo a me stessa. Ma intanto ci ho provato, e continuerò a provarci, rigirando di quando in quando il foglio davanti allo specchio per verifica.

Questo l'ho fatto io con mio figlio in pancia, nel 2007

Questo l’ho fatto io, nel 2007

Un’ultima considerazione. Mi è sempre piaciuto disegnare a mano libera, a più riprese ho anche studiato su manuali di autoistruzione, l’ultimo della serie una decina di anni fa, si intitola “Disegnare con la parte destra del cervello”. Lì ho trovato il trucchetto dello specchio. Funziona. In effetti al rovescio i disegni rivelano tutte le loro pecche.

Ma è solo quando mi sono rivolta a un’insegnante professionista che ho iniziato a migliorare.

Per traslazione, io credo che per scrivere bene si debba avere l’umiltà di trovare buoni maestri. E che se si cerca di sbrogliare la propria vita, a volte può non bastare la scrittura catartica, potrebbe essere necessario devolvere fiducia e denaro a uno sbrogliatore di professione. 

Ora tu mi dirai, ma chi t’ha chiesto niente, e aggiungerai poi: chi ti conosce? Allora mi ritirerò in buon ordine, salterò in sella come sempre più o meno a quest’ora, dopo aver asciugato il sellino dalla pioggia monsonica, e scoprirò, una volta smontata, di avere il sedere fradicio perché ho scordato che l’imbottitura restituisce l’acqua a tradimento.  Che cosa c’entra? Non lo so, mi serviva un finale e non avevo voglia di sforzarmi.

Ciao, ti abbraccio (più o meno) come se ti conoscessi.

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Chiara Gamberale: una recensione ad personam

25 febbraio 2013

– Ah! E il post post-elettorale?

– A scuola e a casa non si parla di politica.

– Sei ridicola.

– E tu noioso, taci. Ogni cosa a suo tempo.

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Chiara Gamberalefotografata da Elena Fortunati

Chiara Gamberale
fotografata da Elena Fortunati

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Ad personam, questa recensione, perché è di lei che parlo, non di uno dei suoi libri.

Chiara compare, scura su sfondo scuro, catapultata da una giornata scura in una libreria ricoperta da una boiserie scura.

– In mezzo a facce scure?

Ma no, in fondo è sabato pomeriggio.

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La guardo, e mi pare di conoscerla (no perché, a scanso di equivoci, sono qui perché la mia amica Barbara me ne ha parlato, dei libri di Chiara, e ha voglia di incontrarla).

Mentre prendiamo posto io la guardo, appunto, appena troppo a lungo, al punto che lei forse pensa di conoscermi e, nel dubbio (ipotizzo), mi spalanca un bianchissimo sorriso. In breve si chiarisce che: è da poco tornata da una località remota, dove il sole l’ha tinteggiata dei colori dell’estate. Che il clima  freddo e piovoso la demoralizza come demoralizza me. Che, a partire da adesso, la serata ripiegherà luminosa verso l’alto. La sua comparsa ha un effetto taumaturgico. E io mi convinco che l’avrò anche già vista, è un personaggio pubblico, ma non ci conosciamo, con Chiara Gamberale. Nessun problema, di qui a poco duetterà con me come con gli altri intervenuti, tra complicità di sguardi e spiritosaggini, come tra vecchi amici. Nemmeno l’ho mai letta, ma inizio a sospettare che questo talento empatico non possa che rifletterlo nei testi.

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Mentre l’aspettavamo, avevamo parlato del suo esordio autobiografico, Una Vita sottile. Lei nell’apprenderlo arrossisce, e le scappa detto “Oddio”. Mi intenerisco, e lancio un pensiero indietro, a quella cosa mia chiusa nel cassetto, della quale arrossirei anch’io se altri la leggessero. Ma Chiara sembra un leone nel corpo di un gattino: una che le sue paure le ha disintegrate, scegliendo di darle in pasto alla fame dei lettori.

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Moorcheeba – Women loose weight

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Chiara poi rompe il ghiaccio e si racconta.

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Un’infanzia prodigiosa.

Al punto che lei -leggera, attuale, cangiante-, viene catturata dal marito Emanuele Trevi (finalista Strega 2013) -solido, preciso, ostinato (a detta della moglie)- e riportata bambina nel Libro della gioia perpetua, che include i racconti infantili di Chiara.  Avendo allora preso in simpatia il verbo “annuire”, oggi lei stessa li definisce noiosissimi: tutti i personaggi annuivano in continuazione e non succedeva mai nulla. Trevi invece ci è caduto dentro con le due scarpe e ne ha fatto un reportage autobiografico, una finzione narrativa che trasfigura e interpreta una realtà (il “manoscritto ritrovato”) forgiata attraverso tempi e vissuti lontani da lui. Entrandoci da protagonista postumo attraverso un atto d’amore letterario. Certo, presentato così, in quattro righe, anche inquietante, anzi, direi quasi cannibalesco.

In una bella recensione trovata online, vengono posti alcuni interrogativi (chissà se con risposta nel libro):

Di cosa era fatta la forza magnetica di quel quadernetto che inchiodava fisso Trevi […]? E perché – come scoprirà più avanti – era stato scelto proprio lui dalla coppia per indagare su quel libro ( dopo che era apparso su rivista un suo racconto su un amore adolescente intitolato “La noce”) ?

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Frutta secca e dintorni.

Inutile girarci attorno, la prima cosa che mi è saltata all’occhio, leggendo le trame dei romanzi di Chiara è la coincidenza esistente tra i nomi di Mandorla e di Amanda, de L’amore quando c’era (amande, in francese, vuol dire mandorla).

Ne  Le luci nelle case degli altri l’amata Mandorla viene chiamata così perché piccina e delicata. Ok, nomen omen. Però una mandorla è “il cibo ideale per la salute di nervi e cuore”. Mi sembra di cogliere che il racconto di questi personaggi, per chi li ha ideati, abbia una funzione quasi terapeutica. Di libro in libro, il testimone passa ad un diverso stadio di maturazione umana e sociale. E Chiara racconta anche che la sua formula narrativa assume una sempre maggiore complessità, passando dall’invenzione pura, all’autobiografia, all’allegoria, per approdare al romanzo corale, che scopre essere il suo ambito d’elezione.

Il giorno, infine, che le entra nella vita un certo Emanuele Trevi e, all’interno di un romanzo a lei ispirato, impone a un proprio racconto adolescenziale il titolo “La Noce”, sono nozze. Nozze con la frutta secca -pratica, saporita, ricca di nutrienti e di altre virtù-. Mica fichi.

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L’approdo al carrello della spesa.

Oggi che ha alle spalle quasi vent’anni di professionismo polimorfico, Chiara dice che è Le luci nelle case degli altri il romanzo che le si è annidato dentro, il favorito. Spiega il suo perché, ma è presto ovvio che non può che essere lo stesso anche per chi l’ascolta (perfino in chi non l’ha nemmeno letto). Questione di ipnosi. La sua parlata cattura, accenna a fragilità che possono essere le tue, ti coinvolge in risate improvvise come se (allora non era un’impressione!) ci conoscessimo da sempre.

Ma non è il caso di fermarsi al passato, Chiara ci dice che la fatica successiva, Quattro etti d’amore, grazie, è in uscita per Mondadori (verrà presentato a Roma il 27 marzo alle diciotto alla Feltrinelli di Via Appia).

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Qualcosa mi dice che lo leggerò. Qualcuno, anzi.

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Io stessa, per la precisione, che mi sono ritrovata nelle sue descrizioni dei personaggi femminili, compresa quella dal rapporto in ascesa con una strana madre che va a svernare l’esistenza su un’isola lontana.

Io, che ho alzato prima l’uno, poi l’altro sopracciglio, a sentire che il suo primo lettore e recensore è Walter Siti (nientemeno).

Che da bambina ho pianto ore sul finale di Peter Pan e che mi sono ritrovata di nuovo con gli occhi inumiditi sentendo che l’esergo della prossima uscita di Chiara è tratta dalla versione Einaudi con prefazione di Manganelli, capisci a me.

Che ho le unghie fuscia, e lei le nota e diventiamo sorelle per un istante, quello nel quale condividiamo, lei in pubblico, io nel segreto della mia contorta mente, le strategie di sopravvivenza alle depressioni da post-stress.

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Quindi alla fine siamo state tutte accontentate:  Barbara, che ha conosciuto e fatto domande alla scrittrice, io che ho virato al fucsia anche all’interno, e Chiara stessa che ci ha perfino ringraziate di averle risollevato la giornata.

Chiara mia, tifo per te. La prossima volta parlerò del libro.

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chiara e francesca

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Scambi epistolari, saggistica e umorismo

4 giugno 2012

Sabato sono arrivata in spiaggia e mi sono stranita subito: c’era un sacco di gente in giro. Allora ho avuto un deja vu. Mi sono ricordata delle ferie dello scorso anno, quando stavo sdraiata col sole sulla pelle e la salsedine nelle narici e tutto sommato mi sentivo bene, la vita girava liscia dopo un bel po’ di tempo, e però proprio in quelle giornate ha ricominciato a scricchiolare. Strano, perché lo ha fatto mentre ero coinvolta nella lettura di qualcosa distante anni luce da me e dal mondo in cui vivo. Così, in un primissimo deja vu, mi sono rivista a vent’anni durante una finestra di tempo apertasi da poco, nella quale mi stavo sentendo per la prima volta in pace con me stessa e con il mondo. Stavo così bene anche allora che infatti mi era bastato leggere l’epistolario di Anais Nin ed Henry Miller per capitombolare giù in un burrone scosceso e non riuscire a tirarmi su per almeno un lustro.

Comunque. In spiaggia, sabato 2 giugno, all’improvviso ho sentito un boato, come un tuono vicinissimo, il cielo che cadeva sulla testa. E mi è tornato in mente un altro ricordo, di tantissimi anni fa, quando avevo fatto un’altra bella pensata come questa, e cioè quella di andare in spiaggia proprio il 2 giugno, e mi ero ritrovata accatastata con centinaia di bagnanti che invadevano con ogni arto disponibile i pochi centimetri quadrati che non occupavo io sul mio stesso asciugamano. Mi sono ricordata che, allora, mi domandavo: ma che è? E poi scoprivo che era l’Air show, lo spettacolo delle frecce tricolori e di tanti altri aeromobili, che per due ore circa minacciarono di cadermi sulla testa perché spegnevano il motore in volo e poi lo riaccendevano durante un avvitamento, giusto in tempo per farmi riprendere il fiato prima di svenire per la paura. E anche ieri mi sono domandata Ma che è? Toh, l’Air show di nuovo, come tanti anni… Vabbé, non ricomincio.

Anche stavolta, tutti i bambini con le mani sulle orecchie e poi, passato lo spavento, a fare “ciao ciao aerio” tutti insieme. Ma le mamme. Che, invece che i padri, stavano col naso per aria ad elencare tutti i modelli dei velivoli, perché non c’erano solo le Frecce Tricolori ma anche altri tipi di aerei, e poi elicotteri, e poi… A un certo punto si sono messi a sparare, così mi hanno detto, io non lo so, dicono che sparassero razzi colorati, però io ero girata dall’altra parte perché quando sono al mare mi piacerebbe un po’ di silenzio, per Diana! Invece quelli infrangevano la barriera del suono, e intorno tutti urlavano. O commentavano. O urlavano e commentavano insieme. E dicevano che bello, sparano. Come sarebbe a dire Che bello sparano?, pensavo, fissata sui loro discorsi, invece che immersa nei  miei pensieri. A un certo punto ho detto ad alta voce: Alla faccia del lutto nazionale. E un tizio, a due centimetri da me, chissà come c’era arrivato, ha iniziato a dire “Davvero, ‘sti bastardi, perché questo nun è un paese serio come gli altri, negli altri paesi i soldi de ‘ste buffonate li avrebbero spesi per chi ce n’ha bisogno…”, e io a fare di sì con la testa, Sì, Sì, Sì. Ma chi era quello? Con chi stavo parlando? Nemmeno lo guardavo in faccia e poi, io, perché ero lì? Ah, certo, per assolvere al mio dovere di genitrice. Però. Che pena.

Meglio tornare sull’oggetto del deja vu iniziale: la scorsa estate ho scoperto che dentro al mio telefonino c’erano dei libri, tutti interi. In inglese, ma tutti interi, pronti da leggere. Mi sono detta, rispolveriamo la lingua d’Albione. E ho iniziato a leggere Pride and Prejudice, Orgoglio e Pregiudizio, nel tragitto autobus-metro-autobus. È stato facile: l’inglese del primo ottocento mica era come l’italiano di quell’epoca. Era molto simile all’inglese di oggi e Jane (Austen) aveva pietà dei suoi lettori, usava soprattutto far descrivere le scene a dialoghi ben costruiti, con un linguaggio chiaro e comprensibile.  Scesa dall’autobus, l’ho letto sul marciapiede per casa. Poi durante la cena, poi mentre mi lavavo i denti, poi a letto. Così il giorno dopo, e ancora quello dopo, finché non sono arrivate le ferie. E l’ho portato in spiaggia. In più, sentivo in cuffia della musica. Se non fossi stata costretta, sempre per il mio dovere di genitrice, a preparare panini di quando in quando, sarei rimasta praticamente in uno stato di isolamento totale, altro che Isola dei famosi. Il sole, il vento a fior di pelle, la salsedine, la musica di sottofondo alle scene di vita della provincia inglese: sono stata incolpevolmente indotta all’innamoramento.

Voglio fare un’incursione nel novecento. Franz kafka, nello scrivere delle lettere appassionate, lunghe e dettagliate, si convinse e convinse l’altra di esserne follemente innamorato. Ingannò sé stesso e lei, e lo fece così bene che, una volta riconosciuta questa perdizione come autoindotta e fatta pubblica ammenda, iniziò a scrivere Il Processo per scagliare fuori da sé il peso tragico della colpevolezza. O almeno questo è ciò che ricostruisce Guido Crespi, autore di Kafka Umorista*, che a un certo punto del suo saggio dice: “La scrittura […] è una forma  d’espressione neutra. Ad essa deve aggiungersi l’interpretazione soggettiva della lettura. Così un attore, recitando ad esempio un adattamento teatrale del Processo, potrebbe aggiungere al linguaggio scritto un secondo linguaggio, con l’intonazione della voce e l’espressione del viso e dei gesti, rendendo umoristici certi passaggi, come faceva Kafka quando leggeva agli amici. Gli spettatori inoltre, dovrebbero essere disposti ad accettare quella interpretazione.”

Tornando a Orgoglio e Pregiudizio devo ammettere che avanzavo lentamente. Le frasi dovevo leggermele ad alta voce nella testa, per essere sicura di capirle veramente, e poi lo schermo così piccolo, ogni tanto la vista si affaticava e dovevo alzare lo sguardo sull’orizzonte. In circa un mesetto mi avvicinai alla fine, ma della storia ancora non se ne veniva a capo. Quasi non ne potevo più di tutte quelle convenzioni che tenevano separati  i protagonisti del libro. Finché Jane non mandò Elisabeth a farsi una camminata nel bosco e, all’acme di una suspance congegnata benissimo, da dietro una curva fece comparire all’improvviso Mr. Darcy che, in totale mutismo le consegnò una lettera. Sul contenuto di quella lettera, sull’interpretazione immediata, poi su quella meditata, su quella riferita, su quella equivocata eccetera, sul testo di una lettera lunga, piena di ammissioni ed omissioni, si inerpica il finale del romanzo tutto in crescendo. A un certo punto, però, perché troppo smaccatamente orientato al lieto fine (che io, per così dire, aborro) questo crescendo inverte la direzione e quindi decresce, si sgonfia, appiattendosi sulle aspettative del pubblico a cui era indirizzato e buona notte ai suonatori. Non era colpa sua, però. Jane era una pioniera che parlava del suo tempo attraverso i mezzi e le esperienze concesse al gentil sesso. Tanto di cappello per tutto il romanzo e pazienza se il finale mi ha annoiata.

L’epistolario come traccia condivisa (i contenuti delle missive erano spesso condivisi e discussi nelle cerchie famigliari e con gli amici) della realtà esterna e insieme della vita interiore. Un blog di una volta, nel quale non era possibile rimandare con dei link a contenuti esterni, per delegare un altro autore della definizione di un oggetto, una persona, un evento, un luogo a cui si faceva cenno. Allora si interpretava. La visione era necessariamente personale, l’altro afferrava quello che poteva e ci si ricollegava mettendoci del suo. Nella complessiva bontà ed utilità dei mezzi di comunicazione attuali, l’abitudine a descrivere attraverso un rimbalzo di interpretazioni sembra persa. La fine della narrativa, in un certo senso. Non si narra a qualcun altro per necessità pratiche, per comunicare un oggetto, una persona, un evento, un luogo reale, ma solo per esprimere se  stessi (esprimere = spremere fuori da sé, Mozzi** si chiede perché dovrebbe essere interessato al vomito di uno scrittore), senza contraddittorio.

Davvero resta solo il saggio? O forse basta ammettere che ciascuno possa essere libero di cercare e di trovare il metodo, le forma narrativa nella quale il lettore trovi un suo ruolo, un coinvolgimento attivo? Questo mi sono chiesta tante volte ben prima di pensare ad aprire un blog (l’attività di blogger, dice Valter Binaghi, “può influire, ma non tanto sul contenuto della narrazione […], bensì proprio sulla conoscenza dell’interlocutore cioè del lettore, e anche del collega, cioè dello scrittore, da cui si può imparare o prendere distanza”). Ma intanto mi chiarivo, sì il saggio è una forma narrativa, incentrata su dati oggettivi. È il massimo dell’onestà e, probabilmente dell’utilità sociale. Ma esistono anche altri bisogni umani che la scrittura può soddisfare, il principale è quello della condivisione, a mio avviso, di pesi e stati d’animo (dolori, felicità, sensi di colpa, anche di quelli che non si riusciranno mai a descrivere se non utilizzando paradossi, simbolismi o anche dell’ironia). E poi, mi è stato detto, esiste il saggio personale, una forma a metà tra l’esperienza vissuta e la sua rielaborazione narrativa. Ne esistono diverse gradazioni, e in Italia c’è una qualche sperimentazione. Mi sono andata a cercare alcuni nomi: Roberto Saviano, Walter Siti, ai quali aggiungerei tra quelli che ho letto, Aldo Busi, Antonio Pascale, ma anche Erri del Luca, Francesco Piccolo,…

L’altra sera ho scritto un racconto e l’ho pubblicato. Senza ripensamenti. In genere aspetto, rileggo e spesso butto tutto. Stavolta non è andata così. Conosco bene la differenza tra giorno e notte, nella scrittura intendo. E quindi l’ho fatto apposta a pubblicare in notturna, senza rivedere tutto alla luce del giorno. Avevo deciso di fare una sperimentazione.

C’è questa estremizzazione nell’aria, della presunta opposizione tra narrativa e saggistica e io non lo sopporto. Sono una persona che in genere favorisce le conciliazioni, in casa ero quella che diceva: Guardate un ufo! Oppure: Sta passando Craxi! Quando l’aria si faceva irrespirabile e spesso, anche se non sempre, la sdrammatizzazione sortiva il suo effetto. Ciascuno prendeva un paio di secondi in più per rivedere le posizioni dell’altro, considerava anche l’esistenza di un pubblico non proprio meritevole di venire investito dalla tragedia e le situazioni sbollivano, le voci si abbassavano, le liti venivano rimandate a tempi e luoghi più adatti. Ci sono portata, alla conciliazione.

Da qualche parte ho letto un’intervista a Sandro Veronesi, che al solito usa espressioni limpide e fa discorsi piani, dove dice, vado a memoria, che un racconto può aspirare alla perfezione, per la sua forma breve, che consente il controllo di tutte le variabili. Qualcosa di più lungo, un romanzo, no. Conta di più che il lettore, e prima di lui chi scrive, provi il piacere di perdersi nella storia (ben) raccontata, con buona pace della perfezione. Ecco, l’altra notte ero sola coi miei piaceri, coi miei pensieri e scrivevo  con una certa idea in testa, ma ero l’attrice, più che la regista. Una scrittura al calor bianco, la definiva Anais Nin. In questo senso quel racconto non è affatto perfetto, dopo che l’ho pubblicato l’ho riletto e ha un po’ di falle, un occhio attento le trova facilmente. Non è finito e ho deciso che lo porterò avanti quindi, sempre sperimentando, alla ricerca di un mio modo di fare autofiction, saggio personale o come altro si voglia chiamare una forma narrativa non tradizionale. Per me stessa e per chi vorrà seguirmi. Perché a me sta bene che la narrativa sia pure indagine e aiuto al lettore nell’interpretazione del mondo, specie in un momento storico come questo. Storia dei  massimi sistemi e insieme storie minime, quelle di me e di te che leggi e che per forza di cose si somigliano.

Al volo, ecco un esempio di innovazione, una cosa risaputa, ma utilizzata in maniera originale: Le pompe di calore sembrano contraddire il secondo principio della termodinamica. Questa l’ha detta un giovane e brillante relatore ad un convegno a cui ho partecipato la scorsa settimana. Gli addetti ai lavori si sono fatti una risata, come me. Non si contraddice niente, solo è una macchina che abbiamo tutti in casa, il frigorifero, fatta funzionare a ciclo inverso. Il “combustibile” è l’aria, che viene portata da una temperatura a un‘altra. Questo è il segreto dei rendimenti tanto alti, mentre l’energia elettrica, o il gas, sono necessari solo al funzionamento della macchina. Mi sono ritrovata a fantasticare se potesse diventare l’argomento di un saggio. Certamente sarebbe anche affascinante, per i cultori del genere “climatizzazione”, magari potrebbe anche spingere qualche piccola folla di lettori a cambiare modus vivendi. A rendere più vicina quella rivoluzione dei costumi auspicata per il progresso dell’umanità, eccetera eccetera. Però, ecco, non è il mio genere. Immaginare una storia basata solo su questo, serve a chi ne ha bisogno, magari a uno che da Bricofer è indeciso per casa sua nella scelta tra pompa di calore, caldaia a condensazione e stufa a pellet. Forse un ebook istantaneo, una twittata senza troppi fronzoli aiuterebbe.

Ma a me non basta il manuale d’istruzioni per le scelte pratiche. C’è dell’altro, ne abbiamo tutti diritto. E la prossima giornata al mare voglio che mi resti nella memoria per quante sfumature coglierò nel rumore della risacca.

 

 

 

 

*) Kafka Umorista di Guido Crespi, Ed. Shaspespeare & Company, 1984

**) (non) un corso di scrittura e narrazione di Giulio Mozzi, pdf scaricabile da Vibrisse


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