Posts Tagged ‘Meditazioni’

L’arte di provocare cadute (di) gravi _ Meditazione n.10

29 agosto 2013

Falling Apples

Falling Apples, Bill Bradshaw

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Daremo il nostro appoggio all’offensiva USA in Siria? Sembra di no, a giudicare dalle parole del nostro ministro degli esteri, ma a me viene da pensare: Quando mai abbiamo detto di no a un sostegno agli USA, sia pure sotto forma di missione di pace?

– Quasi mai, tranne almeno in un caso.

– Illuminami, demone, che su due piedi non ricordo.

– Hai presente Craxi su Sigonella?

– Ah, vero. Quella, lo ammetto, è stata un’eccezione.

– Certo che, se oggi mi fosse dato di scegliere, tra un Craxi e un Berlusconi preferirei Craxi.

– Io preferirei nessuno dei due, ma non mi è chiaro dove sfocerebbe questa terza ipotesi.

– Bisogna usare l’immaginazione.

– Il realismo, piuttosto, demone.

– Insisto: l’immaginazione. Bisogna ricordarsi di saper sognare, di essere stati bambini. Ritrovare l’innocenza e l’antico stupore… Aprire le ali al volo pindarico e osare, osare… Costruire una favola nuova, che non sia mai stata ancora scritta da nessuno.

– Oh, Gesù. La favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude? Ma finiscila, pensatore stitico! Non sei lontanamente paragonabile a quel talentuoso coprofilo del Vate, e io poi, non sono mica Ermione. Ti mancano proprio le basi, guarda. Ma come, sei da oltre un anno su un blog che tratta di narrazioni e non conosci Vogler? Non sai che qualsiasi narrazione cela degli archetipi, gli stessi contenuti nelle fiabe che ti raccontavano da bambino?

– No. E comunque a me piacciono le favole. Per questo ho letto la trilogia delle Sfumature, con quei loro bei lieti finali!

– Non ce la faccio a discutere con te, mi ritiro sotto un melo in meditazione.

Come se si potesse scegliere. Purtroppo, nemmeno nelle favole è consentito.

Freud* arrivò a conclusioni incontrovertibili scavando nella correlazione esistente tra le trame de Il Mercante di Venezia e il Re Lear di Sheakespeare e di altre molto simili, contenute nelle Gesta Romanorum **, nel poema epico estoniano Kalewipoeg, nel mito del Giudizio di Paride, nelle Metamorfosi di Apuleio e perfino in Cenerentola.

In tutte è raccontata la scelta tra oggetti/persone, simboli a loro volta di qualcos’altro.

Per Freud, non era tanto importante individuare la simbologia sottesa, quanto capire come fin dalla notte dei tempi l’essere umano abbia avuto la necessità di crearsi una possibilità di scelta, attraverso l’invenzione favolistica.

E dunque l’eroe di turno che gratifica il lettore/ascoltatore, finendo per scegliere, tra le tre in lizza, la donna più silenziosa, la più devota o la più bella, secondo Freud mette in scena una trama consolatoria riconducibile al mito delle tre parche. Ad Atropo, in particolare, l’uomo rivolgerebbe la sua scelta, barattando il concetto di morte con altri, complementari e, per la psicanalisi, del tutto sovrapponibili (“i contrari sono spesso rappresentati da un unico elemento nei modi di espressione usati dall’inconscio, ad esempio nei sogni”).

Poiché l’uomo, scoperto nei primordi di essere segnato da un destino ineluttabile, ha utilizzato l’immaginazione per soddisfare il desiderio che nella realtà non può essere soddisfatto: sostituire alla morte l’amore, la bellezza, la saggezza, la fedeltà.

Sostituire l’atto di subire il fato con la possibilità di scegliere.

Ma, appunto, si tratta di un mito, della cristallizzazione in forma narrativa di un desiderio umano, che può consolare ma in nessun modo cancellare la realtà. A meno che non si arrivi a credere che l’alternativa creata dall’immaginazione dell’uomo costituisca una realtà a sé. Ma di questo Freud nel suo trattatello non parla.

– Ancora in meditazione?

– Ho appena terminato, grazie.

– E cosa avresti concluso?

– Che Obama ci racconta favole perché ha capito che siamo fondamentalmente umani. Com’è buono lui. Ahi!

– Ma guarda il caso… ti è caduta una mela proprio sulla testa. È segno che sei stata prescelta.

– Come Elena dal buon Paride?

– No, come Berlusconi da milioni di elettori.

– Allora sono anche immortale. Chiedo scusa a Freud ma mi conviene rimangiarmi tutta la meditazione.

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*)Sigmund Freud “Das motiv der Kästchenwahl”, pubblicato in Imago, 2, 1913. Traduzione di Antonella Ravazzolo in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012.

**) Deeds of the Romans, Aneddotica di origine anglosassone ambientata in epoca romana ma realizzata ad uso e consumo delle meditazioni clericali del 13° secolo.

Attorno a un ritorno – Meditazione n.6

14 agosto 2013

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– Tutte frottole mi hanno raccontato quelli di Fontainbleu. L’esilio non è bello. Io mi annoiavo, ho preso due o tre pastori e gli ho messo in mano una cazzuola. E il pagamento? A tempo debito, gli ho fatto. Abbiamo ristrutturato qualche edificio, tirato su quattro nuovi muri e i relativi tetti. Ai manovali ho fatto afferrare due o tre capre per la barba e rasare l’erba circostante alle nuove edificazioni. Per l’arredamento ho razziato le case dei caprai, ovviamente. L’arte povera adesso va per la maggiore.

Non appena abbiamo chiuso il primo cantiere sono accorsi dei tizi che passavano per strada a sentire a quanto avrei venduto. Ho fatto un prezzo modico e chiesto in cambio di farmi pubblicità. Di forestiero ci sono solo io, mi è stato facile convincere ogni abitante a farsi per seconda casa una mansardina vista isolotto, tutta arredata, servita e collegata per mezzo di strade nuovissime e ben spianate ai centri principali.

Il figlio di Maria Waleska crede che l’isola si chiami Elba, perché non pronuncia la erre. “Si chiama Elba pelché c’è tanta elba”. Caple, elba e e male, non c’è nient’altro da guardare qua, figuratevi da fare. Due palle così, che se non avessi messo su il business immobiliare, avrei iniziato a brucare anche io.

Il ragazzino, oggi a pranzo, dopo una solenne mangiata ha detto che le cozze “emettono sete”. Sua madre gli ha tirato il ceffone di prammatica. Io però l’ho guardato con le stelle negli occhi, nella sua infinita incoscienza ha detto una cosa niente male. Emittenze, le stelle e le loro luci inter-emittenti, il luccichio dell’oro… Non so come, devo ancora escogitarlo ma lo sento per istinto: quello sì che sarebbe un business!

Mi sono allontanato da tavola, e invece di prendere il rituale bagno caldo sono uscito e ho meditato camminando a lungo. L’illuminazione mi è arrivata quando mi sono fermato a sedere sotto un albero: serviranno kilometri e kilometri di, vediamo cosa… Sì, di cavi. Sento che funzionerebbe, ai dettagli penseremo poi. Ma ho capito che l’isola non è il posto più adatto, le capre li rosicchierebbero, bisognerà emigrare. E poi i manovali chiedono sempre più insistentemente che saldi i miei debiti. In più, Paolina rompe.

– Chi?

– Mia sorella. Morbosa. Scrive da Torino che avevo promesso di dare mie notizie, e mi accusa di averle mentito. Si lamenta peggio di un’amante trascurata. Volete leggere?

– Ma no, non credo sia il caso…

– Leggete, leggete: “Mio caro, sognato, anelato.” Vorrei sapere quale donna, sposata, per giunta, si rivolge al fratello con questi appellativi. “Allora, come va? Ti piace il posto, sei in buona compagnia? Ti rilassi? Hai usato le cremine che ti eri procurato per scongiurare le scottature? Come mangi? Hai osato discendere dal gommone in mare aperto? Hai fatto nuove conoscenze? Non mi hai spedito che una sola cartolina, così così per giunta. Mi dicono che riesci a leggere qualcosa di noi rimasti quaggiù sul Continente. Buon per te, io dalla tua partenza sono caduta in una malinconia che passa soltanto se mi abboffo di gelati. Ho messo già su due kili. Quando pensi di tornare insomma? Oh, se mi manchi. Continua così e verrò a trovarti io. Non ti ho dimenticato, né mai, mi devi credere, lo farò”. Non oserei sperare tanto… “Ti bacio tutto, ma tutto tutto. Sempre tua, Paolina.” Una bella palla al piede, cosa ne dite?

– Beh, mah… Sorelle. E ora, come pensate di uscirne?

– Con le prime luci del mattino farò fagotto, destinazione sconosciuta. Ho promesso ai caprari più fedeli qualche soldo in cambio di un passaggio su una chiatta verso la terraferma. E che Iddio ce la mandi buona. Ho il dubbio che la Waleska sia incinta. Vada come vada, faccio ora un voto: se avrà una femmina, e se passerò indenne il mare, voglio chiamarla Marina. Marina Bonaparte. Nel caso mi assomigliasse, la nominerò mia erede universale. Madame, perdonatemi ma si è fatto tardi, vogliate accettare la mia buonanotte.

– Beeeee.

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Aprire il terzo occhio _ Meditazione n.4

7 agosto 2013

Stanotte ho sognato di guardare la televisione. Una cantante si dava ai suoi vocalizzi e, sugli acuti, le si apriva un bel terzo occhio (azzurro) sulla fronte, che si richiudeva scomparendo subito dopo.

La cosa strana non stava tanto nel terzo occhio, che potrebbe essere dovuto alla rivelazione che “La new age torna di moda”, della mia amica che scrive un libro sugli anni novanta. No. Nemmeno nel colore, un azzurro algido che contrastava parecchio con le altre due iridi calde e marroni. Né nell’apparizione conseguente alle note acute.

Quando si cade nel sonno costretti dalla stanchezza di troppe notti in bianco, è più che lecito aspettarsi un po’ di surrealismo.

Il fatto strano era che stessi guardando la televisione.

L’ultima volta che ho seguito un programma, almeno per metà, non la ricordo. Non mi va di stare seduta e aspettare che qualcun altro batta i tempi di ciò che mi accade nella mente. Parlami di fiction, film, reality, di trasmissioni culturali o trash, di intrattenimento, di tribune politiche. Non ne so nulla. Non ne potremmo conversare.

E non mi sento defraudata di qualcosa. Se ho un po’ di tempo, di fiction, film, reality, approfondimenti culturali, fenomeni trash, intrattenimento, politica, io leggo. Guardo on-line, Scrivo. Penso. Parlo. Ascolto. Dialogo.

Vivere in prima persona riserva tante di quelle sorprese.

…Il mio protagonista non è morto! Ho iniziato a intuirlo stamattina, tra pagina 461 e 463 quando, dopo l’estrema unzione, l’eroe chiama l’infermiera che gli mette il catetere Catheterina.

Mi chiamo Kathy

Dobbiamo smetterla di vederci così

Zitto adesso. Riesce a raddrizzarsi un po’? Si raddrizzi un po’.

Cerchi di controllarsi. Per Dio.

Non ha nemmeno la febbre, lo so che è tutta una messinscena.

Sento dell’acqua scorrere.

Zitto.

Mai visto un culo più bello.

Mai visto nessuno eccitarsi con un catetere.

Mi vuole sposare?

Certo.

e la conferma è arrivata nelle ultime nove pagine, dalle quali ho appreso:

a) che per rinascere bisogna saper onorare il proprio desiderio di vita, ma anche riprendere il cammino su nuove strade, dopo essersi spogliati di tutto,

 

figure del teatro d’ombre

 

perfino di sé stessi,

 

vane parole nel vento

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b) che solo un attimo dopo aver compiuto questo semplice atto, l’umanità ci viene incontro inattesa, e si accorge e si prende cura di noi.

E a quel punto sappiamo accettarlo. E dire grazie. E, chissà (ma questo il libro non lo dice), magari, presto o tardi, restituiremo il gesto.

Cormac Mc Carthy, per i miei gusti forse troppo altalenante tra il visionario iperaggettivato e la crudezza chirurgica, mostra l’essere umano com’è, e centra il bersaglio. Non so quanto ci ho messo a leggere Suttree*, fatto sta che nessuno mi correva dietro. Ed è stato come aprire un terzo occhio. Non avrò visto auree, ma molte aurore sì, a occhi aperti e chiusi.

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Suttree

Cormac McCarthy2009

Supercoralli

pp. 560

€ 23,00

ISBN 978880614440

E ora avanti un altro.

O altri due, c’è spazio e tempo a sufficienza.

busi - siti

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*) Cormac McCarthy, Suttree. Ed Einaudi, 2009

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Fusi, confusi e altri aBusi _ Meditazione n.3

6 agosto 2013

Valente questo autore, ma accidenti. Il protagonista del libro che sto leggendo è in fase terminale. Il libro è lungo una vita, e alla fine della vita cosa c’è? Mi accorgo solo ora di quanto mi sia affezionata a lui. Senza motivo: a me non ha offerto altro che la propria esistenza insulsa e spesso anche sbagliata.

E poi lo leggo mentre sono in giro, quando fa tanto caldo e si confonde tutto. Spazio e tempo.

Si fondono tra loro le facce della gente.

Mezzi sorrisi sgluteano alternandosi fuori dagli shorts e si confondono col commovente fisico del tizio belloccio in spiaggia.

Fusi pure gli ammiccamenti in metropolitana con quelli degli ambulanti stanchi sempre in giro.

Confuse io e Olga ieri sera, tra il suo calice di vino e la mia Corona&lime.

Fusi i discorsi frivoli con quelli pieni di contenuto.

Confusi tutti i perché, tutte quelle domande che affollano sempre più in modo pressante questi post.

E stamattina incontro Savio che, in sintesi, mi fa: Resistere non serve a niente (ma io quel libro non l’ho letto, e neanche lui, e poi aggiunge che se avallo la consultazione popolare faccio il gioco di chi vuole legittimare la Costituente impura, e se gli chiedo che alternativa ha oltre al non fare, non la indica. Ma concordiamo entrambi sulla nullità dell’italiano medio), e questo un attimo dopo che Maria mi ha messo al muro in bagno e mi ha convinta a leggere l’ultimo di Aldo Busi.

Sono ancora confusa. Che posso fare? Mi informo.

Busi, perso lo Strega, ha vinto il premio Boccaccio.

Il mio protagonista è in fase terminale, ma so come mantenerlo ancora in vita. Adesso prendo su Boccaccio, Siti, Busi, o chi per loro. Niente funziona altrettanto bene.

 

 

Mother Earth – Jesse

L’incompiuta _ Meditazione 2

5 agosto 2013

Schubert – Sinfonia “Incompiuta” , esegue l’Orchestra giovanile Uto Ughi per Roma diretta da Bruno Aprea. Basilica di Santa Sabina in Roma.

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La Basilica di Santa Sabina, dentro, è una sorpresa. Forse perché non ha facciata. Nessuno a Roma indirebbe concorsi come nell’ ’81 per Santo Spirito a Firenze, una città che, forte della propria piccola estensione, consente a un Sindaco multitasking, uno che per lo più trascorre il proprio tempo a giocare al segretario di partito, di rinverdirne la simbologia, per dare una rispolverata al mito intramontabile nel mondo. Tanto non costa nulla. O quasi. Dai, giusto un quindicimila euro.

A Roma tutto questo non si fa. I soldi, quelli che non ci sono ma che ci sono invece, si usano in modo diverso. Che importa dei cantieri incompiuti, delle buche, dei gatti e degli umani, entrambi senza tetto, che si litigano tutto per strada, anche l’ombra? O dei trasporti pubblici e privati, dei monumenti alla malora, delle troppe case inoccupate e pure della disoccupazione che solo se ripartono i cantieri, appunto, sembra che si possa eliminare? Parliamo pure del “nero”, allora: quanti operai a cottimo raccolti lungo le strade la mattina presto, quale economia ripartirebbe alla riapertura dei cantieri, se non quella privatissima delle famiglie dei costruttori storici, quelli che sposano la giunta di turno, di destra o di sinistra, non importa? Macché, a Roma il segno di rottura lo dà la chiusura al traffico dei Fori, adesso sì…

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Toc toc toc

Il direttore solleva la bacchetta. Parte la sinfonia dagli strumenti dell’orchestra giovanile e tace la mia coscienza. Io e Lola siamo sedute nella frescura della navata principale, dentro la chiesa senza faccia, ma così piena di storia da sollevare chi entra da qualsiasi pena per la propria misera quotidianità.

Suo figlio Martino è quello al clarinetto, ciuffo negli occhi, dita nervose e ossute, orgoglio della mamma. Che sorride, sorride. Io, sai che faccio? Quasi mi commuovo con lei, siamo o non siamo amiche? Quasi, perché mi accorgo che, sopra la dentatura ormai opacizzata dalla fissità, sopra il suo naso affilato, lo sguardo non si sposta dal telefonino. E scoppia a ridere, per giunta, anche se sottovoce.

La vegliarda che l’affianca da sinistra irradia intolleranza. Lola non raccoglie, anzi accresce lo sbellicamento per un certo lasso di tempo. Ma poi chiude le labbra, umettando uno smalto ormai ridotto a intonaco crepato. Io, da destra, ruoto aristocraticamente il profilo nella sua direzione, cercando di non perdere il contatto visivo con l’orchestra. Mi mette la schermata sotto il naso, sono costretta a cedere. Cerco almeno di restare concentrata sulla sinfonia, mi pare che le orecchie mi si allunghino nella direzione opposta. Lola bisbiglia, e io, che non capisco niente, perdo la concentrazione lasciandomi sfuggire un:

– Eeh?!

La navata, ricolma di parenti, ha di che passare il tempo: il nuovo gioco si chiama “trova il colpevole”. Decine di occhi e orecchie come radar, scandagliano il livello teste.

Sono allenata, ho ancora tutti i lividi dell’ultima lezione di pole dance: scivolo sotto e mi affianco alle ginocchia di Lola, le afferro con malagrazia lo smartphone e le sorrido gelida, a occhi semichiusi. Vorrei strozzarla.

Lei, per tutta risposta, amplifica l’ilarità, premiata da un primo Schhhh! che sfuma in un crescendo di archi e oboi. Questo passaggio è proprio da pelle d’oca.

– Leggi.

tecniche

Leggo:  Le tecniche vanno portate quando si trova un’apertura

– E che significa?

– Ah, non lo so. È impazzito.

Parla di Maastricht. Nome in codice che allude alla città dove uno dei tizi coi quali scambia messaggini, un suo ex amico, nemico, amante di ere geologiche ormai dimenticate, ha lavorato per anni, chiedendole, sempre per anni, di venire a fargli visita. Col figlio, pure, se voleva. Tanto casa sua aveva due camere. Due camere? Rispondeva lei, a me, mica a lui.

E io avrei dovuto dormire nel letto con uno che Martino (di anni undici a settembre)  nemmeno sa chi è? Non se ne parla proprio. Così aveva procrastinato il viaggio, vagheggiandolo come imminente giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Conosco Maastricht come se ci avessi vissuto, per quanto Lola me ne ha descritto l’architettura, il clima, le particolarità, con occhi sognanti e spesso davanti a immagini tratte da depliant cartacei e virtuali, a video e cartoline, foto inviatele ogni mattina e ogni sera, per anni. Finché Lui, che non conosco ma, detto col senno di poi, deve avere una pazienza fuori dal comune, è ritornato definitivamente a Roma.

– Non mi ha perdonata di non essere mai andata a trovarlo.

Ed ecco il risultato. Una volta in Italia, l’ha invitata a uscire, ma sul più bello, nel passaggio tra cinema e cena, è stato richiamato a casa dal figlio che aveva maldipancia. Il figlio ha diciott’anni, una madre e una sorella, ma tant’é. Una seconda volta, entrambi erano troppo stanchi e si sono salutati davanti al portone con un bacio sulla guancia. La terza volta è stata rimandata, a causa di lui. La quarta, di lei. Per la quinta, più o meno una settimana fa, avevano trovato un accordo stanco. Occasione sfumata all’ultimo momento perché Maastricht doveva lavorare.

Nel weekend? Lo raccontasse a qualcun’altra! Ha protestato Lola, che ha chiuso l’ultimo approccio scrivendo di non voler essere un impegno a tempo perso (!) seguito da un laconico lasciamo perdere. Ora, se una cosa ho capito da questa mio ancora breve excursus nella scrittura, è che il pensiero, una volta messo per iscritto, non è più di “proprietà” dell’autore, ma è il lettore che riceve l’opportunità di darne un’interpretazione unica e propria.

Lola non scrive altro che messaggini, però. Per lei è tutto bianco o tutto nero: l’uomo in genere è stronzo, mentre la donna, per maggior sicurezza, ha due possibilità.

– La so, la so!

– Anch’io: O è una santa…

– Ok, la sapete. Basta così! Sciò!

Si sono girati tutti, accidenti. Perfino il direttore ha lasciato un’occhiataccia. I demoni hanno scelto di farsi vivi proprio al termine del primo, concitato movimento, nel silenzio che precede la ripresa del primo tema. Fortuna che sono ancora sotto il livello teste. Ora Lola è arrossita e mi chiede con gli occhi che cavolo succede.

Sussurro, imperturbabile:

– Non è impazzito, questa sembra una frase da manuale. Forse è un appassionato di qualche sport diverso dal calcio?

– Come no? – si illumina, – va pazzo per il karate.

Da quel momento la storia scivola in discesa e prende sempre più velocità, al ritmo della musica che si dipana tra un alternarsi di continui contrappunti.

– Allora ti sta prendendo in giro. Non so cosa significhi la frase ma ti vuole dimostrare che di quello che dici non gliene frega niente e lui è superiore.- Sentenzio, mentendo.

– Bastardo!

– Schhh!

Stavolta gli archi e gli oboi non sono stati tempestivi.

– Scusi…

– Schhhhh!!

– Scusi anche lei.

– Schhhhhh!!!

– Mavaffanculo.

<Rumore di sedie liberate.>

Scontriamo le teste sulla ricerca di Opera, uno dei browser installati (il migliore, a mio parere), e troviamo subito una raccolta di frasi memorabili sul karate, riunite in una pagina sola.

C’è Le tecniche vanno portate… ma anche La mente e’ come cielo e terra oppure La legge include durezza e dolcezza, oppure la misteriosa  La distanza “maai’ richiede avanzare e retrocedere, separarsi ed incontrarsi.

– Devo dire che ha scelto bene.

– Sì sì.

– Tu cosa gli rispondi allora?

– Mah. Pensavo di non rispondere affatto.

– Daai.

– Rispondo?

– Rispondi.

E così, creando il vuoto attorno a noi, e di quando in quando risollevando gli occhi sul clarinetto de’ mamma sua che per fortuna è rimasto tutto il tempo concentrato, abbiamo selezionato la risposta adatta tra le massime di tal Lao Tsu : Conoscere gli altri è saggezza, conoscere sé stessi è illuminazione.

– Perché poi abbiamo scelto quella?

– Ah, se non lo sai tu, Lola.

Premuto il tasto invio, sono pian piano ritornata a galla sotto lo sguardo obliquo e divertito della mia cara amica, e ho ripreso a seguire l’esecuzione ormai arrivata al termine.

Quindi una gomitata nelle costole mi ha distratto di nuovo. Lui ha risposto.

Ti voglio bene.

Non possiamo crederci, ma allora…

Tenendo il telefono davanti per leggere meglio, non ho potuto fare a meno di notare che nel frattempo un terzo soggetto, completamente estraneo alla- e ignaro della vicenda, inviava a Lola cuori, baci, e frasi a effetto, tratte palesemente dagli incarti dei baci perugina. Di questo tizio non me ne ha mai fatto parola… Hai capito, Lola.

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È stato davvero un bel concerto, devo dire.

Martino e sua madre si allontanano abbracciati come due piccioncini. Io so che il cuore di lei non è disponibile ad alcuno che non sia quel suo clarinettista. Ma, evidentemente, ha anche altri bisogni. Quali? E perché li esprime in modo tanto sgraziato? E perché tutti quegli uomini attorno, tutte quelle parole senza nessun significato, né un solo risultato a coronamento di tanta agitazione?

Ci sarebbe da meditare sull’intera questione, ma sono troppo stanca. Ai posteri, visto che cosa scritta…, e se proprio vorranno, la sentenza.

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Mi attardo con gli occhi alzati su Santa Sabina, l’incompiuta, sulla quale, nei secoli, hanno messo le mani in tanti. La guardo e mi viene in mente una vecchia intervista a Salvatore Settis, dove diceva

“Ricordo, quando ero al Ginnasio, un discorso di Piero Calamandrei ai giovani: La Costituzione è come l’Incompiuta di Schubert, disse, è un programma concreto. Noi dobbiamo portarlo a termine. Questo è l’orizzonte verso cui dobbiamo camminare, l’orizzonte della Legalità, della Democrazia. Perché la Costituzione siamo noi, i cittadini, spetta a noi lottare perché non sia un’utopia ma diventi una concreta agenda della politica”.

Parla dell’orizzonte che fa andare avanti, progredire, chi insegue, pieno di desiderio, l’utopia.*

Come è bella vista da fuori, la basilica di Santa Sabina, capisco chi l’ha desiderata tanto da volerla completare fino a farla apparire un elemento naturale, un prolungamento del Giardino degli Aranci qui vicino, il posto degli innamorati.

Chissà se esistono ancora e dove si nascondono stanotte, gli innamorati. Probabilmente non perdono tempo a scambiarsi messaggini. Né a discutere della Costituzione e della legge elettorale. Conoscono i propri desideri e li inseguono, e sono forse gli unici ad andare avanti, in questa nera notte.

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*) L’utopia, secondo la definizione di Eduardo Galeano, “è come l’orizzonte. Cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e  si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare”.

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Se fossi blogger _ Meditazione 1

1 agosto 2013
Così, ho deciso di inaugurare un ciclo di meditazioni agostane.

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Ragazzi, non si può arrivare sempre ad agosto a  infilare nelle buche delle lettere dei cittadini in ferie, o boccheggianti e bisognosi di nuovo ossigeno, volantini leggeri leggeri riportanti la richiesta di fare “scelte consapevoli” su argomenti del vivere civile dalle ricadute importantissime su tutti noi presenti e sulle generazioni future.

Non sono un’impulsiva, sono in grado di assumere posizioni e cambiare opinioni solo dopo aver attentamente riflettuto e confrontato informazioni che mi diano sufficiente tranquillità. Certo, nella vita quotidiana conta molto la rapidità, ma ho sviluppato anche questa caratteristica e non mi vedrete quasi mai tentennare davanti due prodotti simili nel momento di scegliere quale acquistare. Nel caso del cibo, evito di farmi trarre in inganno dall’eventuale packaging ingannatore, vado subito a leggere ingredienti, data e luogo di produzione, la scadenza, e non sempre preferisco quello col minor prezzo per unità di misura, poiché anche il gusto vuole la sua parte.

Ragiono in modo simile per il vestiario, riguardo ai libri sto cercando di entrare nell’ottica del prestito bibliotecario, altrimenti a questi ritmi dovrò decidere chi far sloggiare di casa, tra me e loro (i libri!).

In definitiva, credo di cavarmela abbastanza bene. Brava. Grazie.

E questo nonostante il caos della modernità, le complicazioni che comporta il vivere in una città come Roma, e la tentazione di abdicare al ragionamento, per le scelte più difficili, seguendo persone a mio giudizio autorevoli, nei loro indirizzi in favore o contro una delle opzioni in gioco.

Comunque, d’estate i pasti si risolvono con una pizza, un pomodoro col riso, tutt’al più sforzandosi di tagliare un melone e aprire la busta del prosciutto crudo. L’abbigliamento, come ha detto ieri nello spogliatoio della palestra la mia amica ancora più bella di Josefa Idem, all’atto di infilarsi uno straccetto (non so dire se di boutique o di bancarella, in estate tutte le vesti si somigliano – ed è facile intuire dove mi rifornisco io) direttamente sulla pelle umida di doccia “Quanto mi piace questa stagione, mi sembra di vivere in vestaglia”.

Questo è il livello massimo accettabile di scelta in estate, e, visto che è cosa risaputa, a me stamattina è venuto da arricciare il naso quando, distesi come bandiere, uno ciascuno sui due schermi che ho davanti, mi sono sentita tirare per lo straccetto da due appelli speculari:

Respect-vs-Riformecostituzionali

Respect” Costituzione, “non vogliamo la riforma della P2”. Firma l’appello

Partecipa” – Consultazione pubblica sulle riforme costituzionali

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Il dibattito non nasce oggi, e io da tempo mi sono convinta che la Costituzione italiana non sia perfetta, e che con gli strumenti già esistenti la si possa migliorare. Né mi piace il presidenzialismo, non mi piace per ragioni storiche, morali, perché ho il sospetto che finirei in galera subito, e perché non lo trovo adatto al nostro paese (c’è chi dice che si adatti ad altri, come la Francia, ma non ne so abbastanza della Francia e dei suoi abitanti per dire bene o male della giustezza di quella forma di governo, nel loro caso). Però vedo da tempo che tutto converge verso di esso, come se non avessimo altra possibilità, come se gli italiani non fossero maturi per un utilizzo pieno della democrazia (e chi ha portato la situazione fino a questo punto, però, siede tra coloro che caldeggiano la virata autoritaria…).

Poi mi ritrovo davanti alla proposta di una consultazione pubblica via rete, con tutte le limitazioni del caso, e mi pare comunque un atto democratico, e istintivamente mi piacerebbe utilizzarlo. Però non sono un’istintiva. Anche per questo, pur fidandomi di Rodotà, non mi fermerò alla fiducia nelle parole del personaggio autorevole. Sta di fatto che sono chiamata in causa. Che casino. Dovrò approfondire, e in fretta.

Farò la mia scelta, che gronderà fatica e sudore, questo è certo, ma adesso devo fermarmi e alzare le mani: riguardo all’iniziativa governativa, per ragioni di lavoro, vivo un conflitto di interesse, per cui:

Se fossi foco, arderei lo monno, se fossi ministra, mi ritirerei. Se fossi blogger, lascerei a chi legge le conclusioni.

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