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Il sacrificio dell’arte (Un flash mob)

3 settembre 2014

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Con riferimento alle premesse di cui al precedente post, ecco il testo che oggi viene pubblicato in contemporanea su diversi blog, capofila Cartaresistente.

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sacrificiodellarte©lois

sacrificiodellarte©lois (Assolocorale)

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Il sacrificio dell’Arte. Rewind

 

 

Ormai è noto che nel nostro Paese quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione. Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia, divenendo non solo fonte di guadagno ma anche di reclutamento di risorse umane per impieghi dignitosi legati all’intero mondo della cultura. Purtroppo però tutto questo non accade.

 

La nostra Costituzione all’articolo 9 cita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Uno dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Italia.

 

Allo stato attuale il Patrimonio è in uno stato di abbandono, vuoi per carenze economiche, vuoi per disaffezione (non solo politica e soprattutto popolare), vuoi perché negli ultimi decenni il livello culturale – al di là di quello che ci raccontano – è crollato precipitosamente, lasciando perdere di vista i veri valori e tra questi i beni culturali ed ambientali.

Di tanto in tanto, per ogni governo e spesso per ogni ministro (vedi le ultime proposte dell’ex ministro Bray e dell’attuale Franceschini) c’è qualche nuova idea o qualche rinnovata versione aggiornata di vecchi decreti mai del tutto attuati. Poi si decide di accorpamenti, poi di soppressioni (vedi la recente decisione di annullare la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale), poi di chiusure e poi tutto va in malora. In considerazione del fatto che le leggi fondamentali risalgono al 1939 (aggiornate da una serie di decreti e leggine successive) e che ad ogni nuovo tentativo valido poi mancano le risorse, diciamo che il sistema è pressoché invariato da decenni, con strutture organizzative ed uffici preposti invecchiati di secoli, senza mai un reale rinnovamento e svecchiamento con nuova leva per la quale circa due decenni fa furono istituiti i corsi di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, senza prevedere per essi un reale punto di contatto e inserimento nel mondo delle soprintendenze.

 

Tutto questo (che credetemi è veramente poco rispetto a quanto ci sarebbe da dire sul malgoverno del nostro Patrimonio) per sottolineare che a monte dell’intero sistema c’è poi il singolo individuo, fruitore del bene ma anche e soprattutto suo tutore [dal lat. tutor -oris, der. di tueri «difendere, proteggere», part. pass. tutus]. Proprio così! Ciascuno di noi, per essere membro di una società civile deve sostenere il valore del bene ed aiutarlo a vivere (indenne) per mantenere lo status di “testimonianza” per i posteri, seguendo l’esempio che già qualcuno, prima di noi ha fatto.

Purtroppo poi il cambiamento repentino della società e la forte riduzione del valore culturale, ha inficiato questo rapporto, creando una nuova barbarie, il cui esito finale è proprio la devastazione di quelle testimonianze.

 

Qualcuno di voi potrà certamente contestarmi che non tutto lo sfacelo può essere di nostra responsabilità e che se dall’alto manca la mano operativa ed i finanziamenti, ben poco si può fare contro il degrado. Ci sono però alcune forme di degrado che possono essere limitate o evitate del tutto e poi c’è l’amore ed il rispetto che potremmo gratuitamente infondere agli altri al fine di allargare questa catena di attenzione verso il Patrimonio.

 

Ormai lo sapete tutti, vivo a Napoli da quarantanni, un luogo che amo et odio con tutte le mie forze per quello che accade e per come è stata resa invivibile. In questa città il cui centro storico è nella lista dei Siti Unesco (titolo sempre in bilico, vista la quotidiana devastazione che sta voracemente dissolvendo i parametri che ne sostengono l’appartenenza), non riuscite a fare quattro passi insieme senza trovarvi di fronte ad una chiesa o ad un palazzo o ad una galleria dove l’arte, la bellezza e la storia convivono in una mescolanza da lasciare stupiti anche i più avvezzi. Allo stesso modo però, non riuscirete a fare quattro passi insieme senza notare che uno di quei siti è inevitabilmente compromesso (vuoi dall’abbandono, vuoi dalla sporcizia o peggio, dagli atti vandalici), spesso già negato alla fruizione da decenni di incuria e di razzie. In questa città poi (un po’ come accade in tutte le grandi città italiane – perché è utile ricordarlo, questo sfacelo è solo nostrano) c’è gran confusione con le titolarità del Patrimonio che spesso si devono scontrare in intricati meccanismi che vedono coinvolte la curia (per gli edifici sacri), la soprintendenza e i privati, in un susseguirsi di rimandi e infelici ed improduttivi scaricabarile che stagnano il degrado fino a renderlo condizione stabile susseguita solo da crolli e conseguenti lacrime di coccodrillo.

Da queste parti, alla cronica carenza di fondi e all’indifferenza sociale, ha assestato un duro colpo il terremoto dell’Ottanta, rendendo inagibili moltissimi monumenti (tuttora interdetti), elementi di un patrimonio infinito e di grande ricchezza purtroppo persa perché depredata da balordi e da professionisti che non hanno risparmiato nulla, neppure i marmi di rivestimento.

 

E così se volessi ora stilare ora una lista delle opere napoletane che sono state negate alla fruizione, avrei bisogno di un tempo lunghissimo, se però solo emotivamente voglio qui ricordare quelle che mi stanno a cuore e quelle che incontro lungo il percorso delle mie giornate vi renderete conto della gravità dei fatti e dell’immenso Sacrificio dell’Arte compiuto in barba ad ogni etica civile e morale.

 

In ordine sparso segnalo alcuni nomi di monumenti che mi vengono in mente (tenendo conto che molti di essi non vengono aperti da tempo immemore e di cui spesso, per evitare il peggio – purtroppo già accaduto – i loro ingressi sono stati completamente murati):

 

  • Chiesa di Gesù e Maria (murato l’ingresso dall’Ottanta e svuotata di tutto)
  • Chiesa monumentale della Sapienza a Costantinopoli e sua gemella di fronte di cui mi sfugge il nome (da che ho memoria non l’ho mai viste aperte)
  • Chiesa di Santa Maria della Scorziata (di cui vi ho parlato nel mio Sacrificio dell’Arte)
  • Chiesa di Donnalbina al centro storico
  • Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (vista solo sui libri di studio)
  • Chiesa della Trinità alla Cesarea (portale murato)
  • Museo Filangieri (in perenne stato di crisi e senza finanziamenti)
  • Palazzo Doria D’Angri (di proprietà privata, in vendita a lotti e in stato di degrado, il Salone degli specchi ospitò tra gli altri Garibaldi)
  • Santa Maria Vetercoeli (al centro storico)…

 

Per chi volesse farsene un’idea più chiara:

http://www.corriere.it/inchieste/scempio-chiese-napoli-duecento-chiuse-abbandonate/fa033946-55d0-11e2-8f89-e98d49fa0bf1.shtml

 

Per chi poi volesse sensibilizzare l’opinione pubblica, ci può segnalare casi, esempi e documenti di degrado della sua città, dei suoi posti del cuore. Magari inizieremo in piccolo a scalfire quel muro di indifferenza che sostiene ingiustamente il Sacrificio dell’Arte.

Vi invito pertanto a testimoniare con le vostre esperienze in questa iniziativa, che per quanto piccola e circoscritta può rappresentare il primo passo verso un miglioramento.

Tutte le info e/o richieste o l’invio dei materiali qui: lois_design@yahoo.it

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Il sacrificio dell’arte. Prologo romanesco.

3 settembre 2014

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Caparezza ft. Tony Hadley – Goodbye Malinconia

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Che bambola, trabocca meraviglie. Come la tocchi strepita e si alzano a migliaia per difenderla. Che sagoma, il suo profilo è tutto un saliscendi, tutto un ruotare di seni, isole e golfi, al tatto piani e tondi, che tutti si contendono ma posseggono solo ciechi e sordi. Che bambola, è un vero terremoto. Il suo epicentro è un circolo, un sasso millenario, un grande ciondolo che indosso e me ne vanto, me fortunata.

Abito a Roma, centro del Belpaese. Ne parlerei perfino con orgoglio ma, se ci provo, qualcosa non mi torna. Mi guardo intorno, perfino in fondo in fondo, davvero molto in basso. Ci trovo solo il peggio, penso. Non è così. Laggiù giacciono le reputazioni, pure quella di Roma e quella del Paese. Ce l’anno seppellite in tanti. In tanti le amano tanto quanto non vedono l’ora di lasciarle.

A me piace il bicchiere mezzo pieno. Sono tra quelli che fanno lo slalom, e piedi e con la vista, tra cassonetti ingombri e spazzatura sfusa, lasciata a fermentare in piena strada, pseudomonumentacci in crescita fulminea come funghi, e luoghi ed edifici necessari, abbandonati dalla gestione pubblica.

 

Roma me schifa

Poeti der trullo

Ma che amarezza notare, tra le ortiche, gettate più che sette meraviglie, abbandonate, sporche e ammaccate. Deliberatamente ignorate.

Cari gestori di cotanta Storia, cari amministratori e tecnici con le mani in pasta, e cari costruttori, imprenditori-di-sta-minchia-tanta, mafiosi in loco e pure forestieri, seguite questa specie di consiglio: avviate una stagione nuova, col patrimonio salvate il Patrimonio culturale, tendetela una mano verso il basso, tirate fuori Roma dal pantano.

L’investimento avrebbe un tornaconto, sono sicura che lo sappiate già, dunque perché non ci credete fino in fondo?

Nel frattempo, sapete che vi dico? Seguo l’invito di Cartaresistente , una bella fustigata.

Diffondo anch’io l’appello di Lois e, dal pulpitino dei miei iCalamari, vi addosso la colpa di tutti quei bicchieri mezzi vuoti che la gente vede abbandonati in giro.

Vergogna.

 

 

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ViaVeneto

Perfino in Via Veneto la vita si è fatta amara.

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Pretendere la verità

27 febbraio 2014

Un deja vu che non vorrei avere più

 

Ieri dal Giornale Radio Rai ho ascoltato:
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“Lo sblocco delle adozioni dalla Bielorussia, congelate da diversi anni, è stato annunciato dal Ministro degli Esteri, Federica Mogherini. La questione era stata portata all’attenzione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su sollecitazione delle famiglie, con cui la Farnesina si è tenuta costantemente in contatto.”
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Deja vu.
Tuffo al cuore e salto indietro nel tempo.
Ho pensato: “è la notizia della prosecuzione di uno stillicidio, non, come può sembrare, di un trionfo della diplomazia, né una soluzione definitiva a quei casi di accoglienza di “Bambini di Chernobyl” che sfociano in richieste di adozione da parte DEI BAMBINI senza genitori” (ci sono casi diversi, non ne parlo qui per semplicità).
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Vorrei sapere chi ha passato le informazioni ai giornalisti di Repubblica, del Fatto Quotidiano e di Avvenire* (altri quotidiani non ne ho voluti leggere).
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Per amor di verità:
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1) Le adozioni non erano bloccate da “soli” otto anni, ma da quasi dieci. Ovvero, dal discorso del presidente Lukaschenko dell’ottobre 2004 (io c’ero, ero in Bielorussia, a trovare la mie future figlie) che vietava a tempo indeterminato adozioni internazionali e soggiorni terapeutici per il risanamento da Chernobyl nei paesi occidentali.
I soggiorni terapeutici però sono ripresi quasi subito, le adozioni sono rimaste bloccate fino alla stipula del primo protocollo bilaterale, frutto della pressione disperata degli aspiranti genitori dei bambini coinvolti nel blocco.
La riapertura formale c’è poi stata, ma solo per tranche di bambini autorizzati di volta in volta, dal 2009. Ovvero dalla temporanea decadenza del divieto di mettere piede sul suolo dell’UE riferita al Presidente e ai principali esponenti governativi bielorussi.
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2) La scelta scellerata della coppia di Cogoleto, nel 2006, ha soltanto rallentato le adozioni. E ha causato molta inutile sofferenza aggiuntiva. Trovo fuori luogo (e ritorno a chiedermi chi ha dato le stesse -erronee- informazioni a diversi giornalisti, quando esistono fior di rassegne stampa sull’argomento, basta cercare) ripescare quella vicenda che ha dilaniato il movimento degli adottanti dall’interno e reso più difficile tutta la strada percorsa successivamente.
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3) Mi sembra più che evidente, anche senza conoscere i dettagli, che questo recentissimo governo non ha alcun merito in relazione alla vicenda, se non quello di aver apposto una firma su un documento che sancisce la fine di un incubo per una certa quantità di bambini e ragazzi e delle loro famiglie.
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4) I numeri delle adozioni che si leggono su Avvenire sono parziali, ed è strano perché uno dei nostri principali interlocutori, oltre alla Farnesina e alla Presidenza del Consiglio, fu il Vaticano. Il lavoro congiunto delle famiglie del Coordinamento e queste istituzioni permisero, tra il 2009 e il 2012 l’adozione di centinaia minori bielorussi da parte di coppie italiane.
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L’adozione, nel nostro caso, è stato un processo durato sette anni e mezzo, e si è conclusa nel 2011. Non so come sia possibile, ma le mie ragazze hanno risentito molto poco dei danni di questa situazione. Non è stato così, purtroppo, per la stragrande maggioranza di quei bambini che nel 2004 avevano dai sette ai tredici anni, fate voi i calcoli e provate a immaginare.
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A causa di cattive informazioni come quelle date dai quotidiani citati, si diffonde l’ignoranza. Trovo nei commenti e in giro nei forum dichiarazioni prive di qualsiasi appiglio con la realtà dei fatti. Per tacere di chi parla tanto per parlare anche se non ha nessuna voce in capitolo per farlo, né interesse diretto.
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Prima di formarvi un’opinione, pretendete sempre la verità dalle notizie che vi vengono date in pasto.

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http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/02/26/news/bielorussia-79722753/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/26/adozioni-dalla-bielorussia-sbloccate-lannuncio-del-ministro-mogherini/895599/#disqus_thread

http://www.avvenire.it/famiglia/Pagine/bielorussia-sbloccate-le-adozioni.aspx

Randomize ((Trinariciuti) + (Tre volte) + (Tribordisti))

23 febbraio 2014
Un post zeppo di tre, però l’alternativa pare essere una sola.

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Peppone
Gino Cervi – Peppone in comizio

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La nave della Terza Repubblica sta salpando squilibrata.

La mia cara amica, nata e cresciuta a tribordo delle simpatie politiche, giusto ieri mi diceva: “Alfano non mi piace ma spero che riesca a raddrizzare questa situazione”.

Giuro che per un attimo, invece di Alfano (ero distratta), ho capito “Renzi”, poi mi è venuto il dubbio che avesse detto “Grillo” (certo, non Vendola, non Civati, né tantomeno Cuperlo).

Ma certo, aveva detto Alfano. Allora si augurava che solo la nave della destra venisse raddrizzata.

La capisco. In tempi come questi chi lotta quotidianamente per restare in piedi vorrebbe contare su un pavimento solido piuttosto che su delle travi marce. È tutto molto umano, e umano è il fatto che io e lei dopo più di trent’anni ancora ridiamo insieme, imitando l’ex delfino che, con le vene del collo ingrossate, rinnega tre volte, moltiplicato tre, B.: “Si è circondato di troppi idioti inutili! Da troppi inutili idioti! Troppi! Inutili! Idioti!” Alalà.

Solo che io, fin dall’altro secolo, sarei quella delle due cresciuta sul lato di babordo delle simpatie politiche. E non ho potuto non aggiungere, per quella mia mania di far quadrare i cerchi, che per me A. e B. hanno solo concordato una vecchia strategia: separare l’anima riformista da quella conservatrice, per poi riunirsi a elezioni avvenute, riportando in seno a un’unica destra i delusi di Grillo.

Meno male che io e lei abbiamo altri argomenti in comune su cui deviare le conversazioni. Questioni di vita, trattate in un linguaggio piano, materia fertile.

Tra i miei amici non ci sono molti letterati, alcuni non leggono né libri né giornali. Ce ne sono di quelli che a scuola dichiaravano di non interessarsi di politica, e su quella linea, poi, hanno proseguito. Credo, mi pare di capire dalle statistiche che circolano, che rappresentino la maggioranza degli italiani.

Ci sono rapporti di amicizia (a volte – ne conosco – anche relazioni sentimentali) che sanno prescindere dalle fedi, politiche o religiose. Legami che sostengono tra loro persone che, se non si conoscessero, incontrandosi su terreni favorevoli allo scontro, si sbranerebbero vive.

Si tratta comunque di punti a favore della speranza, isole solide sopra cui sostare a riprendere fiato prima di rituffarsi in mezzo ai flutti. Di questi tempi, ripeto, non è poco.

E se ho l’anima ormai forgiata per sempre da principi egualitari e da tutto ciò che un tempo poteva essere senza dubbio detto pensiero di sinistra, oggi non trovo alcuna forza politica a farmi da sponda. La stessa mescolanza che nella vita quotidiana spesso mi piace frequentare, che trovo vivifica e utile e piacevole, quella che è substrato indistinto e ineludibile della società italiana, in campo istituzionale non riesce a tradursi in spinta positiva per il cambiamento. La politica adotta sempre metodi da tifoserie calcistiche.

Ah, sì.

Io e la mia amica abbiamo fatto insieme il liceo classico. E quando penso a quegli anni riprendo a scrivere con un linguaggio quasi arcaico, definibile in ogni modo tranne che popolare. Forse indugio un po’ troppo nei luoghi comuni. È vero.

Ma ho con me l’antidoto, vado a spulciare il blog di Paolo Nori, scrittore che mi piace per la semplicità di pensiero e scrittura. Dal quale avrei tutto da imparare quanto a stile e concisione (ma non mi riesce, darò ancora la colpa alla facoltà di architettura).

Il 19 febbraio, ma pensa tu, Nori scriveva (“Un leggero senso di superiorità”):

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Nel libro di Claudio Giunta Una sterminata domenica, in un saggio che  si intitola «Una magnifica cosa pop: Radio Deejay dalle 9 alle 12» a un certo punto c’è scritto: «Un leggero senso di superiorità. Chi non lo ha avvertito, chi non lo avverte ogni volta che accende la radio? Tutti quei poveretti con il loro vocabolario di cento parole e la loro paratassi da scuola elementare che dicono cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri…». Ecco, quando ho letto quel passo qui (a pagina 103), ho pensato che io, quel leggero senso di superiorità non lo avverto e non l’ho avvertito perché il vocabolario di cento parole, la paratassi da scuola elementare e le cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri sono i miei strumenti di lavoro, mi è venuto da pensare, o, meglio, togliendo di mezzo, per quanto è possibile, me stesso, sono gli strumenti di lavoro di Daniil Charms, ho pensato, o, in certe cose, di Georges Perec, e, in certe altre, di Samuel Beckett, per come li capisco io, e probabilmente li capisco male.

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Sciocca io che non guardo Sanremo e poi pretendo che i miei amici si convertano alla letteratura.

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Leggere pillole di Nori mi riappiana, e mi riporta un ricordo antico. Forse per la cadenza così riconoscibile, data la comune provenienza dall’Emilia Romagna. O forse perché parla di sua figlia come “la Battaglia”, mi fa tornare in mente Guareschi. Non quello di Don Camillo che faceva passare per scemo il babordista Peppone, ma quello dei libri che mi regalava mia mamma da ragazzina, in cui parlava della sua famiglia e chiamava la sua, di figlia, “la Pasionaria”.

Guareschi l’intellettuale di destra, fondatore del Candido e onorato degli insulti di Togliatti che, in risposta alla sua satira contro i trinariciuti, durante un comizio gli diede del “Tre volte idiota, moltiplicato tre!”.

Togliatti e non Alfano, alla faccia dei luoghi comuni.

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[Nota sul titolo: Avevo necessità di un concetto sintetico. “Randomize” è la versione Visual Basic del comando “Random”, che in informatica indica la produzione di un qualsiasi risultato dalla combinazione casuale di più fattori.]

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Un Volo dagli anni ottanta fino a qui

23 ottobre 2013

Ieri Mondadori ha segnalato l’uscita dell’ultimo libro di Fabio Volo, e messo a disposizione un estratto del primo capitolo.

Finalmente anche Fabio Volo arriva a confrontarsi con l’Antonio Pascale di Questo è il paese con non amo, e con il Paolo Di Paolo di Dov’eravate tutti. Ovvero a sviscerare il tema dei trent’anni che hanno portato l’Italia a diventare com’è oggi.

Sarebbe un buon esercizio leggere i tre libri in successione e annotarne le differenze.

Ieri pomeriggio, intanto, la Capitale affrontava il quarto giorno di un’emergenza che non accenna a cessare. In questo momento elicotteri in volo ronzano e ronzano nel cielo di Roma.

#OccupyPortaPia 22 ottobre 2013 

 

L -11

20 ottobre 2013

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Fare breccia nell’elettorato

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A Porta Pia oggi s’è svolta un’acampada

Per Angelino niente più di una Lambada

Domani sopra al fiume

Passeranno le piume

Il Tribunale premerà a che nulla accada?

 

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Beh, la mia giornata di domani dovrebbe prevedere lo stesso percorso dei manifestanti, da Porta Pia a Piazzale Clodio. Sarà il caso di lasciare l’auto a casa e prepararmi a sfilare in mezzo a loro.

In genere simpatizzo con chi manifesta, quando è toccato a me andare in piazza a protestare ho trovato assurdo che ci fosse chi si scansava, chi non prestava orecchio alla gravità dei fatti che stavo denunciando. Tutt’al più, in una città come Roma dove le manifestazioni sono all’ordine del giorno, cerco di evitarle. Così, giusto per vivere, ogni tanto.

Ma in questi giorni penso che sia importante dare ascolto a tutte le voci. A Porta Pia una ragazza intervistata dal TG appena sveglia, ha snocciolato rapida le priorità: reddito e casa. Mi sembra il minimo, ma è un minimo al quale in moltissimi stanno rinunciando.

Apprezzo di più chi sceglie di confrontarsi con la politica, e le manifestazioni sono uno strumento lecito e utile a questo scopo, rispetto a chi (scusate la metafora fluviale, ma il Tevere è vicino) sceglie di seguire la corrente senza opporvisi. Segno che non ha ancora rischiato di essere trascinato a fondo, o che non è abbastanza previdente da temere le rapide.

E proprio oggi ho letto un passo da un libro molto bello:

Soldi, amore, cibo, vizio, che altro c’è da sapere? Noi suoi discepoli abbiamo fondato la Società dei Fratelli, secondo la quale la libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere. […]

“Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole…. Lo stato, e attraverso di esso il capitale*, qualunque forma assuma, ha già vinto la battaglia per due o tre secoli. Nulla potrà cambiare il corso dell’era industriale. I vermi hanno iniziato a mangiarsi il formaggio e nessuno potrà fermarli. La produzione non cesserà fino alla completa rovina del pianeta. Pochi sopraviveranno. In un futuro prossimo i poveri avranno forse vestiti migliori, case e cibo, ma saranno sempre più indebitati col potere, e se anche avranno smesso di pagare col sangue e coi polmoni, daranno comunque in cambio il loro riso e anche la loro intelligenza. Il povero diventerà un idiota benestante e serio. Conclusione evidente? L’importante è sopravvivere! Che il crollo della società non distrugga anche noi… […]

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. [per l’enfasi a questa frase, dovuta a grassetto e sottolineato prendetevela con me] […]

Chiunque abbia un mestiere conosciuto, calzolaio, panettiere, minatore, carpentiere, pittore, orologiaio, medico, ingegnere eccetera, è una preda dello stato, che lo sfrutta fino a succhiargli il midollo. Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi […]

Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Ed. Feltrinelli, 1992

*) lo “stato” e il “capitale” con iniziale minuscola non sono errori di battitura, ma grafia ripresa testualmente dal libro.

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Sono convinta che un buon libro possa illuminare quanto e più dei mezzi di informazione più veloci. Spero di darvene la riprova nella mia reazione a una puntata di Ambiente Italia , storica trasmissione ambientalista della Rai.

Ci sono capitata davanti proprio mentre il conduttore non si premurava di distinguere la contaminazione dei terreni per via delle agromafie dalla “contaminazione” da ogm. Per lui, per gli ospiti e per il pubblico, i due fatti erano coincidenti.

Prima di lanciare l’amo a sterili discussioni, consiglio a chi lo desideri una rinfrescata al concetto di Ogm attraverso una veloce letta a questo articolo.

Davanti all’ennesimo fallimento della Rai come servizio pubblico, invece di lasciare cadere le braccia (come farei forse se fossi teledipendente)  mi sono detta “ma diamo una raddrizzata a questa informazione talebana” attorno al concetto del “ritorno alla natura” come soluzione ai guai dell’umanità.

Nella stessa trasmissione veniva intervistato sulla contaminazione dei suoli un rappresentante del Corpo Forestale di Napoli che sostanzialmente diceva: “gli analisti investigatori, indagando sui siti contaminati deducono che non c’è un’unica regia, ma un unico fenomeno generale e trasversale protrattosi nel tempo, in forza del quale una pluralità di soggetti diversi, anche con il coinvolgimento della criminalità organizzata, ha smaltito illegalmente sul territorio ogni sorta di rifiuti speciali o interrandoli o sversandoli nelle falde acquifere… “

La trasmissione confermava la cosa con un approfondimento mirato sul recente dossier Eurispes / Coldiretti che segnala la conversione delle mafie dal business ambientale a quello agroalimentare. Nel lancio di tale dossier viene riportato

Il reinvestimento dei proventi illeciti anche nel settore dell’agroalimentare, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente come l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari, ma anche mediante l’attuazione di pratiche estorsive, imponendo l’assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, costringendo gli operatori del settore ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando poi i prezzi di vendita.  I risultati conseguiti dalle Forze di Polizia evidenziano come l’intero comparto agroalimentare sia caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva.

Dalla Terra dei fuochi in Campania ai territori ex-industriali della Val Bormida in Liguria, ben 725.000 ettari in Italia risultano gravemente inquinati. Inquinati da percolati però, non da ogm.

Ma in studio il dibattito si è animato attorno a un unico punto di domanda: “Abbiamo il diritto di sapere ciò che mangiamo, quindi fateci sapere quanti ogm nascosti ci sono nel cibo commercializzato”.

È stato sottolineato che in Piemonte un’ordinanza ha impedito ed estirpato le coltivazioni ogm e che bisogna aumentare la vigilanza per scovare se “… nelle maglie… si sia infilato ciò che i consumatori non vogliono” (nella fumosità del linguaggio utilizzato c’è tutta la sostanza di questo punto di vista). Gli ogm sono questo pericolo. Certo, in assenza di chiarezza, di ricerca pubblica e di informazione, il consumatore si astiene. A me basterebbe vederci più chiaro, invece, e avere a disposizione regole, etichettature, controlli e pene ufficializzati e garantiti, per poi scegliere in piena autonomia cosa portare in tavola.

Mentre le voci autorevoli fuori campo trattavano di un tema importante come le agromafie, in diretta tv ci si dibatteva, è il caso di dirlo, su un piano terra-terra:

– Avete notato quanta uva senza semi ai supermercati!

– Brrr…

Eh già, ma esistono qualità di uva senza semi, leggete per esempio Bressanini.

– Io faccio da sola il pane in casa, è così buono ed economico…

Io no. Non ne ho il tempo, sto fuori casa undici ore al giorno. È vero che la macchinetta elettrica che sta prendendo polvere sotto al microonde può lavorare da sé e anche di notte, solo che poi il pane che produce è troppo, non lo consumiamo mai tutto subito e si indurisce. Non facendolo spesso, poi, la farina invecchia e va buttata. Pertanto compro il lavoro del panettiere ed evito lo spreco alimentare.

E comunque, cosa c’entra il pane fatto in casa con il percolato di origine mafiosa nei terreni coltivati?

In sostanza, Ambiente Italia ha condotto un dibattito monocolore su temi quali l’auspicio che le generazioni future si ritrovino in campagna a coltivare i campi. Sottolineando che negli anni della crisi si sia registrato il picco di occupazione dei  giovani nell’agricoltura (anche la filiera del fotovoltaico non era messa male ma poi…, beh magari ne parlo un’altra volta).

Diciamolo ai giovani in piazza a Porta Pia, allora, quelli che chiedono casa e reddito garantito, spieghiamo loro che hanno sbagliato ministero e si dovrebbero spostare di un paio di chilometri, davanti al MIPAAF.

D’altra parte, secondo la stessa Coldiretti,

Le produzioni biologiche sono le manifestazioni più evidenti di un nuovo modo di fare agricoltura, più attento ai possibili effetti negativi sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

Possiamo definire l’agricoltura biologica come “quell’insieme di tecniche agronomiche fondate sulle naturali interazioni tra organismi viventi, pedoclima e azione dell’uomo e che escludono l’impiego di prodotti chimici di sintesi.”

Si tratta di un sistema produttivo spesso assai sofisticato, che mette al primo posto non la produzione fine a se stessa (produrre più possibile), ma la produttività nella salvaguardia della salute dell’uomo e dell’ambiente in cui vive.

Nata ad inizio secolo più con connotati filosofici e ideali che come tecnica agronomica a se stante, l’agricoltura biologica è passata in questi ultimi anni da fenomeno d’élite a movimento di massa: sono sempre di più gli agricoltori che scelgono questo modello produttivo per le loro aziende

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A me la coincidenza con Jodorowsky torna di nuovo in mente considerando l’origine del bio come fenomeno d’élite:

Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza.

che poi diventa movimento di massa,

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi.

quando la massa però non è uniformemente dotata della possibilità di accedervi e ambisce più alla produzione che al consumo. Inoltre, con quel che costa praticare l’agricoltura biologica, è necessario che almeno i prodotti si possano fregiare di un riconoscimento che li nobiliti (un brand, è stato detto, un DOC, un DOP, almeno un IGP) e magari di un packaging seducente che li rendano appetibili ai più abbienti (memento il costo dei fagiolini di Berlusconi)

I poveri continueranno a mangiare Junk food, finché, chissà, in presenza di alternative più sane ed economiche cambieranno volentieri abitudini. E non mi riferisco necessariamente all’adesione al credo biologico.

Se conducessi una trasmissione come quella, inviterei in studio a dibattere parlamentari e scienziati, oltre agli ambientalisti. E proporrei di trattare di come rafforzare indagini e dissuasioni dell’inquinamento e dei  traffici illeciti, di come dotare l’agricoltura di incentivi, e finanziare la ricerca pubblica per l’innovazione.

Lasciare gli ogm nelle mani delle multinazionali, che la ricerca possono pagarla e darne l’interpretazione che vogliono, senza smentite, ci rende giustamente diffidenti e chiusi. Siamo globalizzati ormai, indietro non si torna. Le sementi ogm esistono (da sempre), non sarebbe i caso di imparare a utilizzarle bene? Il bio, per quanto in alcuni casi meritorio, ha numeri e possibilità di diffusione piccoli, piccolissimi. Mentre la popolazione umana continua a crescere a ritmi vertiginosi.

Quindi, per far sì che il ritorno del lavoro nei campi non sia accomunato al mestiere dell’ Addolcitore di vuoti o al Correttore di ombre, o alla paradossale altra invenzione di Jodorowsky, il Biologo fantastico, inventore di corpi,  si deve mettere in grado chi voglia e possa fare questa scelta di dire, a chi propone un ritorno al passato, “no grazie, ma per come lavorerò io, questo sarà un mestiere nuovo”.

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L’arte di provocare cadute (di) gravi _ Meditazione n.10

29 agosto 2013

Falling Apples

Falling Apples, Bill Bradshaw

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Daremo il nostro appoggio all’offensiva USA in Siria? Sembra di no, a giudicare dalle parole del nostro ministro degli esteri, ma a me viene da pensare: Quando mai abbiamo detto di no a un sostegno agli USA, sia pure sotto forma di missione di pace?

– Quasi mai, tranne almeno in un caso.

– Illuminami, demone, che su due piedi non ricordo.

– Hai presente Craxi su Sigonella?

– Ah, vero. Quella, lo ammetto, è stata un’eccezione.

– Certo che, se oggi mi fosse dato di scegliere, tra un Craxi e un Berlusconi preferirei Craxi.

– Io preferirei nessuno dei due, ma non mi è chiaro dove sfocerebbe questa terza ipotesi.

– Bisogna usare l’immaginazione.

– Il realismo, piuttosto, demone.

– Insisto: l’immaginazione. Bisogna ricordarsi di saper sognare, di essere stati bambini. Ritrovare l’innocenza e l’antico stupore… Aprire le ali al volo pindarico e osare, osare… Costruire una favola nuova, che non sia mai stata ancora scritta da nessuno.

– Oh, Gesù. La favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude? Ma finiscila, pensatore stitico! Non sei lontanamente paragonabile a quel talentuoso coprofilo del Vate, e io poi, non sono mica Ermione. Ti mancano proprio le basi, guarda. Ma come, sei da oltre un anno su un blog che tratta di narrazioni e non conosci Vogler? Non sai che qualsiasi narrazione cela degli archetipi, gli stessi contenuti nelle fiabe che ti raccontavano da bambino?

– No. E comunque a me piacciono le favole. Per questo ho letto la trilogia delle Sfumature, con quei loro bei lieti finali!

– Non ce la faccio a discutere con te, mi ritiro sotto un melo in meditazione.

Come se si potesse scegliere. Purtroppo, nemmeno nelle favole è consentito.

Freud* arrivò a conclusioni incontrovertibili scavando nella correlazione esistente tra le trame de Il Mercante di Venezia e il Re Lear di Sheakespeare e di altre molto simili, contenute nelle Gesta Romanorum **, nel poema epico estoniano Kalewipoeg, nel mito del Giudizio di Paride, nelle Metamorfosi di Apuleio e perfino in Cenerentola.

In tutte è raccontata la scelta tra oggetti/persone, simboli a loro volta di qualcos’altro.

Per Freud, non era tanto importante individuare la simbologia sottesa, quanto capire come fin dalla notte dei tempi l’essere umano abbia avuto la necessità di crearsi una possibilità di scelta, attraverso l’invenzione favolistica.

E dunque l’eroe di turno che gratifica il lettore/ascoltatore, finendo per scegliere, tra le tre in lizza, la donna più silenziosa, la più devota o la più bella, secondo Freud mette in scena una trama consolatoria riconducibile al mito delle tre parche. Ad Atropo, in particolare, l’uomo rivolgerebbe la sua scelta, barattando il concetto di morte con altri, complementari e, per la psicanalisi, del tutto sovrapponibili (“i contrari sono spesso rappresentati da un unico elemento nei modi di espressione usati dall’inconscio, ad esempio nei sogni”).

Poiché l’uomo, scoperto nei primordi di essere segnato da un destino ineluttabile, ha utilizzato l’immaginazione per soddisfare il desiderio che nella realtà non può essere soddisfatto: sostituire alla morte l’amore, la bellezza, la saggezza, la fedeltà.

Sostituire l’atto di subire il fato con la possibilità di scegliere.

Ma, appunto, si tratta di un mito, della cristallizzazione in forma narrativa di un desiderio umano, che può consolare ma in nessun modo cancellare la realtà. A meno che non si arrivi a credere che l’alternativa creata dall’immaginazione dell’uomo costituisca una realtà a sé. Ma di questo Freud nel suo trattatello non parla.

– Ancora in meditazione?

– Ho appena terminato, grazie.

– E cosa avresti concluso?

– Che Obama ci racconta favole perché ha capito che siamo fondamentalmente umani. Com’è buono lui. Ahi!

– Ma guarda il caso… ti è caduta una mela proprio sulla testa. È segno che sei stata prescelta.

– Come Elena dal buon Paride?

– No, come Berlusconi da milioni di elettori.

– Allora sono anche immortale. Chiedo scusa a Freud ma mi conviene rimangiarmi tutta la meditazione.

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*)Sigmund Freud “Das motiv der Kästchenwahl”, pubblicato in Imago, 2, 1913. Traduzione di Antonella Ravazzolo in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012.

**) Deeds of the Romans, Aneddotica di origine anglosassone ambientata in epoca romana ma realizzata ad uso e consumo delle meditazioni clericali del 13° secolo.

Se fossi blogger _ Meditazione 1

1 agosto 2013
Così, ho deciso di inaugurare un ciclo di meditazioni agostane.

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Ragazzi, non si può arrivare sempre ad agosto a  infilare nelle buche delle lettere dei cittadini in ferie, o boccheggianti e bisognosi di nuovo ossigeno, volantini leggeri leggeri riportanti la richiesta di fare “scelte consapevoli” su argomenti del vivere civile dalle ricadute importantissime su tutti noi presenti e sulle generazioni future.

Non sono un’impulsiva, sono in grado di assumere posizioni e cambiare opinioni solo dopo aver attentamente riflettuto e confrontato informazioni che mi diano sufficiente tranquillità. Certo, nella vita quotidiana conta molto la rapidità, ma ho sviluppato anche questa caratteristica e non mi vedrete quasi mai tentennare davanti due prodotti simili nel momento di scegliere quale acquistare. Nel caso del cibo, evito di farmi trarre in inganno dall’eventuale packaging ingannatore, vado subito a leggere ingredienti, data e luogo di produzione, la scadenza, e non sempre preferisco quello col minor prezzo per unità di misura, poiché anche il gusto vuole la sua parte.

Ragiono in modo simile per il vestiario, riguardo ai libri sto cercando di entrare nell’ottica del prestito bibliotecario, altrimenti a questi ritmi dovrò decidere chi far sloggiare di casa, tra me e loro (i libri!).

In definitiva, credo di cavarmela abbastanza bene. Brava. Grazie.

E questo nonostante il caos della modernità, le complicazioni che comporta il vivere in una città come Roma, e la tentazione di abdicare al ragionamento, per le scelte più difficili, seguendo persone a mio giudizio autorevoli, nei loro indirizzi in favore o contro una delle opzioni in gioco.

Comunque, d’estate i pasti si risolvono con una pizza, un pomodoro col riso, tutt’al più sforzandosi di tagliare un melone e aprire la busta del prosciutto crudo. L’abbigliamento, come ha detto ieri nello spogliatoio della palestra la mia amica ancora più bella di Josefa Idem, all’atto di infilarsi uno straccetto (non so dire se di boutique o di bancarella, in estate tutte le vesti si somigliano – ed è facile intuire dove mi rifornisco io) direttamente sulla pelle umida di doccia “Quanto mi piace questa stagione, mi sembra di vivere in vestaglia”.

Questo è il livello massimo accettabile di scelta in estate, e, visto che è cosa risaputa, a me stamattina è venuto da arricciare il naso quando, distesi come bandiere, uno ciascuno sui due schermi che ho davanti, mi sono sentita tirare per lo straccetto da due appelli speculari:

Respect-vs-Riformecostituzionali

Respect” Costituzione, “non vogliamo la riforma della P2”. Firma l’appello

Partecipa” – Consultazione pubblica sulle riforme costituzionali

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Il dibattito non nasce oggi, e io da tempo mi sono convinta che la Costituzione italiana non sia perfetta, e che con gli strumenti già esistenti la si possa migliorare. Né mi piace il presidenzialismo, non mi piace per ragioni storiche, morali, perché ho il sospetto che finirei in galera subito, e perché non lo trovo adatto al nostro paese (c’è chi dice che si adatti ad altri, come la Francia, ma non ne so abbastanza della Francia e dei suoi abitanti per dire bene o male della giustezza di quella forma di governo, nel loro caso). Però vedo da tempo che tutto converge verso di esso, come se non avessimo altra possibilità, come se gli italiani non fossero maturi per un utilizzo pieno della democrazia (e chi ha portato la situazione fino a questo punto, però, siede tra coloro che caldeggiano la virata autoritaria…).

Poi mi ritrovo davanti alla proposta di una consultazione pubblica via rete, con tutte le limitazioni del caso, e mi pare comunque un atto democratico, e istintivamente mi piacerebbe utilizzarlo. Però non sono un’istintiva. Anche per questo, pur fidandomi di Rodotà, non mi fermerò alla fiducia nelle parole del personaggio autorevole. Sta di fatto che sono chiamata in causa. Che casino. Dovrò approfondire, e in fretta.

Farò la mia scelta, che gronderà fatica e sudore, questo è certo, ma adesso devo fermarmi e alzare le mani: riguardo all’iniziativa governativa, per ragioni di lavoro, vivo un conflitto di interesse, per cui:

Se fossi foco, arderei lo monno, se fossi ministra, mi ritirerei. Se fossi blogger, lascerei a chi legge le conclusioni.

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Nel Segno delle due Sicilie

27 luglio 2013
Ricevo dal mio amico Nick Brigante, e vi giro:

Caro Augias,

Ho letto il suo articolo dal titolo “Non era poi tanto male il regno di Ferdinando II di Borbone” , pubblicato a pag. 93 del Venerdì del 26 luglio, nel quale, parlando del libro “Borbonia Felix” di Renata De Lorenzo, contrappone una certa lettura in chiave sudista, diffusa durante durante il 150° dell’Unità d’Italia, agli aspetti critici del Regno dei Borbone che, a detta dell’autrice, frenarono nel Sud il processo di modernizzazione e unificazione avviati nel resto del Paese.

Borboni Augias

Mi sembra che fermarsi a queste puntualizzazioni possa inibire un processo, in corso nelle regioni del Meridione, molto importante per una ripresa seria dell’evoluzione democratica dell’intero paese, e del quale vorrei metterla al corrente.

Sono nato in pieno boom economico, il periodo migliore che si ricordi per l’Italia, no? Lo è stato a tal punto che ho vissuto i miei primi quindici anni in Venezuela al seguito della mia famiglia, emigrata in cerca di fortuna e poi rientrata in Italia con la coda tra le gambe. Oggi gestiamo, con molti sacrifici e minacciati di sfratto, una piccola attività ricettiva nel salernitano, che impiega, oltre me, quasi tutti i miei fratelli e i loro compagni e coniugi.

Come molti ex-ragazzi della mia generazione, nati al Sud e con questo tipo di esperienze alle spalle, non ho concluso gli studi, fermandomi prima del diploma di terza media. A differenza di altri però ho deciso di non tornare emigrante e, dal rientro dal Venezuela, ancora vivo (in ristrettezze e con una certa paura del futuro) in un paesino di poche migliaia di anime del quale conosco ogni luogo, abitante e umore.

Fino a qualche anno fa anche io, come altri, davo per scontato il dover sottostare a un senso di sudditanza e di inferiorità latente nei confronti della popolazione del Centro-Nord Italia, che ho conosciuto durante alcuni viaggi, e soprattutto perché frequenta stagionalmente la nostra paninoteca-birreria.

Sarà perché l’età avanza e perché, specialmente in inverno, non c’è molto da fare in un posto piccolo e decentrato come questo, e quindi leggo molti libri, oggi sono approdato ad autori (partendo da Pino Aprile con “Terroni”)  che trattano in modo approfondito il tema di cui parla nella sua recensione, e le cause delle condizioni sia materiali che psicologiche nelle quali versa la nostra popolazione. E anche grazie all’aiuto di internet (col quale mi immergo in lunghe ricerche negli archivi più disparati) ho conosciuto aspetti meno noti del passato di queste terre e accresciuto l’orgoglio che prima d’ora non ero riuscito a far valere parlando con interlocutori settentrionali.

Insieme alla consapevolezza è sopraggiunta la voglia di rimboccarmi le maniche per diffondere il mio stesso sentimento, e la conoscenza che lo sostiene, a ogni persona che incontro, nel mio paese come nei giri “virtuali” di amici che i social network per fortuna consentono (facendo superare le barriere fisiche, climatiche e infrastrutturali che purtroppo ancora oggi isolano un luogo da un altro perfino tra frazioni dello stesso Comune).

Le devo dire che sono rimasto sorpreso nello scoprire quanti altri si sono già emancipati dai vecchi pregiudizi, seguendo pressappoco il mio percorso. E come la nostra riappacificazione col passato e cel resto d’Italia, stia a poco a poco modificando anche le abitudini mentali altrui, che troppo spesso ancora si affacciano, più o meno consapevolmente, durante le conversazioni tra appartenenti a diverse zone della Penisola.

Io vedo che qualcosa sta cambiando.

Se una turista del nord si ferma sulla soglia del locale, sentendomi suonare alla chitarra classica un brano del settecento napoletano, si avvicina in punta di piedi sorprendendosi che non si tratti di Händel come credeva, e poi si trattiene a parlare, accettando di buon grado il confronto e l’ascolto anche del mio punto di vista sulle varie questioni. C’è la crisi per tutti, e oggi è diffuso da Nord a Sud il desiderio di approfondire, andare oltre i vecchi schemi. Io sono un tipo che si accalora. Da giovane ero capace di partire con certe arringhe che sfociavano in aspri contraddittori, adesso a volte la gente mi ferma subito e mi dice “Ma lo sai che hai ragione?”

Mi viene un po’ da ridere scrivendolo, ma questa situazione quasi mi mette a corto di argomenti.

Anche io credo che l’Unità d’Italia sia qualcosa ancora di là da realizzare, ma mentre a vent’anni mi impuntavo sulla necessità di una rivolta popolare, oggi che ho intorno tanti altri, e soprattutto giovani, che la vedono come me, credo nella possibilità di una vera rivoluzione. Ma che passi per la diffusione della conoscenza della reale storia del nostro paese, e di una cultura non condizionata dal sentito dire, o riferita così com’è riportata superficialmente nei libri di scuola.

Una rivoluzione che ci veda impegnati insieme, gente del Nord, del Centro e del Sud, senza bisogno di combattimenti cruenti ma, condividendo l’ideale di un’uguaglianza piena, soprattutto nella dignità, che porti allo scatto evolutivo necessario per la sopravvivenza dell’intero Paese.

Sempre che la sentenza su Berlusconi abbia le conseguenze che mi auguro, in termini di liberazione da un giogo materialmente insopportabile, il passo successivo potrebbe essere il raggiungimento di quell’ancora mai sperimentato senso di unità nazionale, attraverso la responsabilizzazione del singolo per la realizzazione e la tutela del bene comune. Arrivati a questo, sarà poi molto meno pesante tentare di risollevare l’Italia dal baratro di questi tempi.

A sostegno di questa tesi, e senza voler contrapporre al suo suggerimento di lettura il mio, le vorrei consigliare il libro che in questi giorni ho per le mani:

Eugenio Di Rienzo, “Il Regno delle due Sicilie e le potenze europee, 1830 – 1861”, Ed Rubettino 2012.

Spero che lo legga, e che le venga voglia di recensirlo.

Nick Brigante

Il regno delle due sicilie

[…] Né, infine, è opportuno […] passare sotto silenzio come quell'”unione”, che per vari decenni successivi al 1861 non fu mai davvero “unità”, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale (definito icasticamente, nel maggio del 1863, un dirty affair da un parlamentare inglese), in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande “Piccolo Stato” della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto Pubblico europeo della storia contemporanea.

Troppo buono

26 luglio 2013

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Un racconto liberamente ispirato a un passaggio di Suttree di Cormac Mc Carthy.

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Stava terminando un’altra giornata. Di sole forte, troppo per essere compreso appieno. C’era da restare istupiditi a vita dopo giornate di sole come quella. Sarebbe stato meglio prenderne a dosi minori, o almeno inframezzato da pause regolari. Strisce di sole, ecco. Non rinunciarci, al sole, ma assumerlo in dosi controllate.
Adesso era quasi buio e camminavano verso l’unica insegna illuminata, il Café Conception, lei e l’altra a braccetto, leggermente zoppicanti e già brille. Superarono un tale appena uscito dal locale e che, inspiegabilmente, dopo pochi passi fece dietro front e cominciò a seguirle, rientrando da dove era appena uscito.
Presero due birre al bancone e lì si fermarono, lo sconosciuto si sistemò a un tavolo alle loro spalle. Aveva appena dato un sorso alla propria bottiglia che una delle due si voltò sfacciata a domandare:
– Che si fa in questa città?
Lui si appoggiò allo schienale col gomito, spinse avanti torace e testa e le soppesò.
– Mi sembra niente di che, ma sono nuovo anche io. Voi da dove venite?
– Italia, Roma.
L’espressione serafica dell’uomo si scompose, ma si riprese subito. Forse stava pensando al loro accento.
– E da quanto siete qui?
– È già qualche settimana che facciamo su e giù.- Rispose la più giovane, e gli sorrise. L’altra le fece eco:
– Su e giù, puoi dirlo.
Era tornato perfettamente a suo agio e sembrava aver compreso la situazione.
– So di un locale dove secondo me, potete rimediare qualcosa.
– Andiamo insieme?
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Quando tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una banconota, il tassista gli fece discretamente cenno di avvicinarsi.
– Quelle fanno la vita.
Lui annuì complice e gli lasciò tenere il resto.
Ballò con entrambe, la meno avvenente cercava di infilarsi tra gli altri due. Quella carina gli si accostava contro con forza, infilandogli una coscia tra le gambe e soffiandogli sul collo. Lui sorrideva alzando il mento a occhi chiusi, sentiva l’osso pubico di lei colpirlo a tratti.
– A questo punto si può sapere come ti chiami?
– Paco.
– Paco.
– Già.
– Ok, Paco.
Aveva cercato di tenere a bada il tasso alcolico ma il pavimento si faceva sempre più ondeggiante.
– Mi piaci, Paco.
– Ma no, e come mai?
– Me lo sento.
– A fior di pelle?
– Anche. E pure più a fondo.
– Quanto ti fermi qui?
– Non ne ho idea, non posso tornare a Roma per un po’.
– Perché?
– Uhm, conti in sospeso.
– Aha, con la legge?
– Mi tocca starmene in giro, vagare avanti e indietro.
– Avanti e indietro. Su e giù.
Di slancio, lei gli premette il bacino contro e iniziò a mordergli l’orecchio.
– Beviamo qualcosa ancora?
– Ok, a questo giro però pago io.
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La cameriera li informò che l’amica era dovuta andare via.
Sotto il tavolo, una mano si impresse con audacia sulla gamba inquieta di lui.
Quando i bicchieri furono mezzi vuoti, ormai ridevano a ogni battuta senza senso, lei gli stava raccontando la storia della propria vita, più o meno. Lui abbracciava con lo sguardo, e di nascosto con tutti gli altri sensi, la nuvola di capelli, i seni morbidi troppo strizzati nel top, il profumo buono, qualcosa che ricordava la lavanda e biancheria pulita stesa all’aria aperta, e giorni di sole e vento forte nei campi.
Si domandò se fosse mai stata una bambina rimasta a bocca aperta davanti a una giostra che girava.
– Vieni da me?
– Non posso. Ma ti accompagno se vuoi.
Emersero dal taxi con cautela, lui le porse la mano, lei l’afferrò e non la lasciò andare finché Paco non ebbe promesso che sarebbe ritornato.
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Per prendere sonno quella notte non sarebbe bastato il solito bagno caldo, o le pillole che riservava ai giorni più disperati, quelli in cui capitava il cliente sadico, o il gruppo, o più semplicemente provava schifo e stanchezza per una vita votata all’esclusiva soddisfazione del piacere.
Al buio, si ritrovò nel pieno di una fantasia consolatoria, in cui costringeva Paco a mostrarsi preciso e valido seguendola in richieste con le quali lo andava tartassando dolcemente. Sentì il proprio seno lievitare, bruciante proprio in punta ai due capezzoli. Patì l’imbrattatura sulla pelle tesa delle proprie cosce sfiorandole, senza volersi penetrare, tanto a lungo che il corpo iniziò a oscillare spontaneamente, compiendo come una giaculatoria rivolta solo a sé stesso.
Vedeva Paco come doveva in fondo essere in realtà. Era soltanto un uomo, non è vero? Lo immaginava assecondarla, sempre più incanalato verso la domanda che giaceva inespressa, sul fondo di quel gioco disperato. Lo udì tuonare ordini, camminare sollevato sul lago causato dalla propria eccitazione, e venirle incontro, separando poi le acque, prendendola in braccio e cullandola amorevolmente. Ebbe visioni del futuro e per una volta senza averne paura.
Quella notte non venne, ma pianse a lungo, tenendosi racchiusa la testa tra le braccia.
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Al mattino si incamminò verso l’appuntamento con l’amica. Era confusa e disorientata, non le era mai capitato nulla di simile, non sapeva cosa pensare.
La calca nei vicoli si stava componendo in un solo movimento, confluiva tutta in una direzione. Sta accadendo qualcosa, pensò. E per un attimo riuscì a distrarsi, si unì alle orde di schiene vocianti, ma non riuscì a distinguere una parola di ciò che veniva detto.
Si ritrovò sul lungomare. Tra ali di folla, mai vista tanta folla prima d’ora, un’auto blindata stava avanzando con difficoltà. Dei brutti ceffi menavano le mani da tutti i finestrini, tranne da uno di quelli del sedile posteriore.
Lì, sfoggiando quel sorriso che le si era impresso tanto bene in mente, stava Paco. Era vestito di bianco, ma non come quei magnaccia col panama sulle ventitré, il pezzo d’oro al collo e i polsini rivoltati su un gigantesco Rolex. Paco indossava una specie di mantello di un candore accecante, e si faceva toccare, afferrare, baciare. Distribuiva carezze e baci a sua volta, sembrava in estasi.
Le girò forte la testa, tanto che dovette appoggiarsi sulla spalla di un uomo che le stava davanti. Strinse forte le mascelle e, ebbra di gelosia, respirò un’unica, spropositata, sorsata d’aria prima di lanciarsi verso il mezzo che si era quasi riuscito a guadagnare spazio sufficiente per riprendere velocità. Gli fu addosso in un attimo, afferrandogli il collo con le due mani e trovando la forza di gridare sulla sua faccia sorpresa un Perché? grondante di rinnovate lacrime, rimprovero e astio e altri dolori occulti, remoti e radicati.
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Finì così il suo soggiorno a Copacabana. Gli ultimi giorni in attesa del rimpatrio definitivo se ne stette vestita di niente, guardata a vista da morbosi secondini, illuminata a tratti da un sogno troppo realistico, e fissando, col proposito di rendersi cieca, un discreto e inoffensivo sole a strisce.

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sole a strisce


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