Posts Tagged ‘Arte’

Il Sacrificio dell’Arte: Villa dei Sette Bassi, Roma.

10 settembre 2014

Ruderi della Villa dei Sette Bassi

.

 

Buona lettura di Assolocorale, dove viene pubblicato un primo contributo all’iniziativa promossa da Cartaresistente e Lois.

(Ringrazio Renato Volpone per il suggerimento e tutte le informazioni di dettaglio)

.

 

Il Parco dell’Appia Antica si trova a Roma Est. Chi vive nei paraggi si sposta appena dalle Consolari, dall’Appia all’Ardeatina, ed entra in un paesaggio da Grand Tour. Come nell’Ottocento si può immergere nell’erba alta dell’Agro Romano e ammirare da vicino i ruderi magnifici dell’Antica Roma. Come nell’Ottocento, farebbe bene a non avvicinarsi troppo, perché ancora oggi non c’è manutenzione. Scoprirli è emozionante ma sconforta. Quanto resisteranno allo scorrere del tempo?

Conoscendo la sua passione per la cultura e le bellezze storico-naturalistiche di Roma, ho chiesto un contributo a Renato Volpone, un amico che così si definisce:

“Cultore dell’arte e della cultura, che tento di salvare invitando la gente, con la mia pagina Facebook Roma cinema teatro eventi, a partecipare e condividere le bellezze di questa città. Mi posso definire un critico in erba, come ogni critico dovrebbe essere, sempre pronto a nuove esperienze e alla difesa del patrimonio culturale”.

Ecco la sua segnalazione:

“Passeggiando per il Parco degli acquedotti [n.d.r. parte del parco dell’Appia Antica], esplorando il territorio, scopro un’antica Villa romana dall’altra parte della strada, recintata, irraggiungibile. Ostinato circumnavigo la zona arrivando a piedi fino ad Anagnina e risalendo verso Cinecittà. Arrivo così in via tuscolana 1700 e scopro che la villa è chiusa con l’accesso bloccato da una recinzione cadente. Scopro così che il luogo archeologico, bellissimo si trova chiuso in una sorta di fattoria ed è visitabile solo su appuntamento.

La villa priva di ogni cura è stata oggetto di un recente crollo.

Tesori bellissimi sottratti alla cultura e al turismo.”

Il sito segnalato da Renato è denominato Villa dei Sette Bassi, “Si tratta della villa più grande nel suburbio romano dopo quella dei Quintili, tanto da essere ritenuta una città a sé stante. Il toponimo, conosciuto fin dall’Alto Medioevo, deriva da Settimio Basso, prefetto sotto l’imperatore Settimio Severo (193-211) e possibile proprietario della villa. Il sito tuttavia risale all’epoca di Antonino Pio (138-161) e fu abitato fino all’inizio del IV secolo, e mantenuto con altri restauri per altri due secoli.

.

Il sacrificio dell’arte (Un flash mob)

3 settembre 2014

.

Con riferimento alle premesse di cui al precedente post, ecco il testo che oggi viene pubblicato in contemporanea su diversi blog, capofila Cartaresistente.

.

sacrificiodellarte©lois

sacrificiodellarte©lois (Assolocorale)

.

Il sacrificio dell’Arte. Rewind

 

 

Ormai è noto che nel nostro Paese quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione. Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia, divenendo non solo fonte di guadagno ma anche di reclutamento di risorse umane per impieghi dignitosi legati all’intero mondo della cultura. Purtroppo però tutto questo non accade.

 

La nostra Costituzione all’articolo 9 cita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Uno dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Italia.

 

Allo stato attuale il Patrimonio è in uno stato di abbandono, vuoi per carenze economiche, vuoi per disaffezione (non solo politica e soprattutto popolare), vuoi perché negli ultimi decenni il livello culturale – al di là di quello che ci raccontano – è crollato precipitosamente, lasciando perdere di vista i veri valori e tra questi i beni culturali ed ambientali.

Di tanto in tanto, per ogni governo e spesso per ogni ministro (vedi le ultime proposte dell’ex ministro Bray e dell’attuale Franceschini) c’è qualche nuova idea o qualche rinnovata versione aggiornata di vecchi decreti mai del tutto attuati. Poi si decide di accorpamenti, poi di soppressioni (vedi la recente decisione di annullare la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale), poi di chiusure e poi tutto va in malora. In considerazione del fatto che le leggi fondamentali risalgono al 1939 (aggiornate da una serie di decreti e leggine successive) e che ad ogni nuovo tentativo valido poi mancano le risorse, diciamo che il sistema è pressoché invariato da decenni, con strutture organizzative ed uffici preposti invecchiati di secoli, senza mai un reale rinnovamento e svecchiamento con nuova leva per la quale circa due decenni fa furono istituiti i corsi di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, senza prevedere per essi un reale punto di contatto e inserimento nel mondo delle soprintendenze.

 

Tutto questo (che credetemi è veramente poco rispetto a quanto ci sarebbe da dire sul malgoverno del nostro Patrimonio) per sottolineare che a monte dell’intero sistema c’è poi il singolo individuo, fruitore del bene ma anche e soprattutto suo tutore [dal lat. tutor -oris, der. di tueri «difendere, proteggere», part. pass. tutus]. Proprio così! Ciascuno di noi, per essere membro di una società civile deve sostenere il valore del bene ed aiutarlo a vivere (indenne) per mantenere lo status di “testimonianza” per i posteri, seguendo l’esempio che già qualcuno, prima di noi ha fatto.

Purtroppo poi il cambiamento repentino della società e la forte riduzione del valore culturale, ha inficiato questo rapporto, creando una nuova barbarie, il cui esito finale è proprio la devastazione di quelle testimonianze.

 

Qualcuno di voi potrà certamente contestarmi che non tutto lo sfacelo può essere di nostra responsabilità e che se dall’alto manca la mano operativa ed i finanziamenti, ben poco si può fare contro il degrado. Ci sono però alcune forme di degrado che possono essere limitate o evitate del tutto e poi c’è l’amore ed il rispetto che potremmo gratuitamente infondere agli altri al fine di allargare questa catena di attenzione verso il Patrimonio.

 

Ormai lo sapete tutti, vivo a Napoli da quarantanni, un luogo che amo et odio con tutte le mie forze per quello che accade e per come è stata resa invivibile. In questa città il cui centro storico è nella lista dei Siti Unesco (titolo sempre in bilico, vista la quotidiana devastazione che sta voracemente dissolvendo i parametri che ne sostengono l’appartenenza), non riuscite a fare quattro passi insieme senza trovarvi di fronte ad una chiesa o ad un palazzo o ad una galleria dove l’arte, la bellezza e la storia convivono in una mescolanza da lasciare stupiti anche i più avvezzi. Allo stesso modo però, non riuscirete a fare quattro passi insieme senza notare che uno di quei siti è inevitabilmente compromesso (vuoi dall’abbandono, vuoi dalla sporcizia o peggio, dagli atti vandalici), spesso già negato alla fruizione da decenni di incuria e di razzie. In questa città poi (un po’ come accade in tutte le grandi città italiane – perché è utile ricordarlo, questo sfacelo è solo nostrano) c’è gran confusione con le titolarità del Patrimonio che spesso si devono scontrare in intricati meccanismi che vedono coinvolte la curia (per gli edifici sacri), la soprintendenza e i privati, in un susseguirsi di rimandi e infelici ed improduttivi scaricabarile che stagnano il degrado fino a renderlo condizione stabile susseguita solo da crolli e conseguenti lacrime di coccodrillo.

Da queste parti, alla cronica carenza di fondi e all’indifferenza sociale, ha assestato un duro colpo il terremoto dell’Ottanta, rendendo inagibili moltissimi monumenti (tuttora interdetti), elementi di un patrimonio infinito e di grande ricchezza purtroppo persa perché depredata da balordi e da professionisti che non hanno risparmiato nulla, neppure i marmi di rivestimento.

 

E così se volessi ora stilare ora una lista delle opere napoletane che sono state negate alla fruizione, avrei bisogno di un tempo lunghissimo, se però solo emotivamente voglio qui ricordare quelle che mi stanno a cuore e quelle che incontro lungo il percorso delle mie giornate vi renderete conto della gravità dei fatti e dell’immenso Sacrificio dell’Arte compiuto in barba ad ogni etica civile e morale.

 

In ordine sparso segnalo alcuni nomi di monumenti che mi vengono in mente (tenendo conto che molti di essi non vengono aperti da tempo immemore e di cui spesso, per evitare il peggio – purtroppo già accaduto – i loro ingressi sono stati completamente murati):

 

  • Chiesa di Gesù e Maria (murato l’ingresso dall’Ottanta e svuotata di tutto)
  • Chiesa monumentale della Sapienza a Costantinopoli e sua gemella di fronte di cui mi sfugge il nome (da che ho memoria non l’ho mai viste aperte)
  • Chiesa di Santa Maria della Scorziata (di cui vi ho parlato nel mio Sacrificio dell’Arte)
  • Chiesa di Donnalbina al centro storico
  • Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (vista solo sui libri di studio)
  • Chiesa della Trinità alla Cesarea (portale murato)
  • Museo Filangieri (in perenne stato di crisi e senza finanziamenti)
  • Palazzo Doria D’Angri (di proprietà privata, in vendita a lotti e in stato di degrado, il Salone degli specchi ospitò tra gli altri Garibaldi)
  • Santa Maria Vetercoeli (al centro storico)…

 

Per chi volesse farsene un’idea più chiara:

http://www.corriere.it/inchieste/scempio-chiese-napoli-duecento-chiuse-abbandonate/fa033946-55d0-11e2-8f89-e98d49fa0bf1.shtml

 

Per chi poi volesse sensibilizzare l’opinione pubblica, ci può segnalare casi, esempi e documenti di degrado della sua città, dei suoi posti del cuore. Magari inizieremo in piccolo a scalfire quel muro di indifferenza che sostiene ingiustamente il Sacrificio dell’Arte.

Vi invito pertanto a testimoniare con le vostre esperienze in questa iniziativa, che per quanto piccola e circoscritta può rappresentare il primo passo verso un miglioramento.

Tutte le info e/o richieste o l’invio dei materiali qui: lois_design@yahoo.it

.

.

 

 

 

 

 

 

 

Il sacrificio dell’arte. Prologo romanesco.

3 settembre 2014

.

Caparezza ft. Tony Hadley – Goodbye Malinconia

.

Che bambola, trabocca meraviglie. Come la tocchi strepita e si alzano a migliaia per difenderla. Che sagoma, il suo profilo è tutto un saliscendi, tutto un ruotare di seni, isole e golfi, al tatto piani e tondi, che tutti si contendono ma posseggono solo ciechi e sordi. Che bambola, è un vero terremoto. Il suo epicentro è un circolo, un sasso millenario, un grande ciondolo che indosso e me ne vanto, me fortunata.

Abito a Roma, centro del Belpaese. Ne parlerei perfino con orgoglio ma, se ci provo, qualcosa non mi torna. Mi guardo intorno, perfino in fondo in fondo, davvero molto in basso. Ci trovo solo il peggio, penso. Non è così. Laggiù giacciono le reputazioni, pure quella di Roma e quella del Paese. Ce l’anno seppellite in tanti. In tanti le amano tanto quanto non vedono l’ora di lasciarle.

A me piace il bicchiere mezzo pieno. Sono tra quelli che fanno lo slalom, e piedi e con la vista, tra cassonetti ingombri e spazzatura sfusa, lasciata a fermentare in piena strada, pseudomonumentacci in crescita fulminea come funghi, e luoghi ed edifici necessari, abbandonati dalla gestione pubblica.

 

Roma me schifa

Poeti der trullo

Ma che amarezza notare, tra le ortiche, gettate più che sette meraviglie, abbandonate, sporche e ammaccate. Deliberatamente ignorate.

Cari gestori di cotanta Storia, cari amministratori e tecnici con le mani in pasta, e cari costruttori, imprenditori-di-sta-minchia-tanta, mafiosi in loco e pure forestieri, seguite questa specie di consiglio: avviate una stagione nuova, col patrimonio salvate il Patrimonio culturale, tendetela una mano verso il basso, tirate fuori Roma dal pantano.

L’investimento avrebbe un tornaconto, sono sicura che lo sappiate già, dunque perché non ci credete fino in fondo?

Nel frattempo, sapete che vi dico? Seguo l’invito di Cartaresistente , una bella fustigata.

Diffondo anch’io l’appello di Lois e, dal pulpitino dei miei iCalamari, vi addosso la colpa di tutti quei bicchieri mezzi vuoti che la gente vede abbandonati in giro.

Vergogna.

 

 

.

ViaVeneto

Perfino in Via Veneto la vita si è fatta amara.

.

 

 

 

 

 

 

 

Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

.

Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

.

 

 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

 .

Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

– Perché mai tanti selfie, Frida?

– Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

.

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto (Su Cartaresistente)

13 dicembre 2013

..

 

Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982, postumo) 

.

[Continua a leggere su Cartaresistente]

.

Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

.

.

.

Dicotomia n. 34 – Arte: Realista/Surrealista (Su Cartaresistente)

15 novembre 2013

..

 

arte_realista-surrealista

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte.

(Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838) 

.

[Continua a leggere su Cartaresistente]

.

Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

.

.

.

Se un mattino d’autunno un sognatore

3 novembre 2013

.

Un racconto incolpevolmente ispirato da g.

.

Un giorno il giovane Melegatto, aprendo la cassetta della posta, ricevette una cartolina spedita da lui stesso a una certa Ella, a lui completamente sconosciuta. Vi era contenuta una breve poesia:

Ella, lei mi perdoni

Se tengo alti i toni,

Ma io da mane a sera

Mi squaglio come cera.

Ella, per me sarebbe un volo in Paradiso

Se una volta sola io la vedessi in viso.

.

La cartolina era tornata al mittente a causa di un disguido e per quel fatto, aggiunto alla propria inedia naturale, di Ella non ebbe mai notizie.

Passato un certo numero di anni, un sabato mattina sul tardi, Melegatto, che ormai non era più così tanto giovane, aprì la posta elettronica e vi trovò ad aspettarlo la seconda cartolina della propria vita.

Stavolta, essendo chiaro dal mittente che non poteva essere stato lui stesso a inviarla, né che potesse essere stata spedita da Ella sotto falso nome, avendo Ella traslocato sul pianeta Qwfxt ormai da un pezzo -ed è ben noto a tutti che sul pianeta Qwfxt  ancora non è diffuso Internet-, Melegatto sbadigliò dalla noia e dalla fame e richiuse il programma di posta.

Ma, percorsi pochi passi verso la cucina, tornò precipitosamente indietro e lesse attentamente la missiva.

Era la pubblicità di un sito di incontri tra sconosciuti.

Dai tempi di quell’incontro mancato, il giovane Melegatto aveva evitato accuratamente di avere a che fare con sconosciuti, e non soltanto. Si era astenuto dal comporre poesie o coltivare altro genere di scrittura che non si limitasse alla lista della spesa.

Stabilì che le sole soddisfazioni nella propria esistenza le avrebbe ottenute dal palato e così fu. Ingrassò di dieci chili e rafforzò i legami con il vicinato, gli amici d’infanzia e i parenti stretti, attraverso continui inviti a casa propria per pranzo e cena.

Ma, davanti all’offerta contenuta nella cartolina elettronica, perse istantaneamente l’appetito. C’era scritto:

Registrati gratis e inizia oggi la tua storia d’amore.

Accanto vi era ritratto il mezzobusto di una donna che risucchiò tutta la sua attenzione.

Melegatto si incastrò meglio nella poltroncina ergonomica e, fissando lo schermo, si sforzò di individuare chi gli ricordasse.

Vesti modeste, una corporatura né grassa né magra, capelli né ricci né lisci, occhi né chiari né scuri, né sorridente né accigliata. Neppure il panorama alle sue spalle gli era riconoscibile. La trovò assolutamente ineffabile nello stesso momento in cui si rese conto di ignorare il significato di quell’aggettivo. Si trattava di una perfetta sconosciuta, che gli mostrava per la prima volta il viso.

– Ella!

Fu così che Melegatto, la cui vita fino a quel momento era stata semplice, tranquilla e, in definitiva, soddisfacente, decise di tornare a provare il brivido del rischio, e di riprendere a scrivere a degli sconosciuti.

L’imprevisto gli provocò all’improvviso accesi spasmi gastrointestinali. Melegatto guardò l’ora, voltò le spalle al computer e corse a preparare il pranzo.

.

Mayer Hawthorne – Lorde- Royals (Cover)

.

Cosa c’entra lo Zebù?

10 maggio 2013

Avanti, clicca!

.

E cosa c’entra una donna semisvestita? Niente, si tratta di ganci.

È che oggi Fosca Massucco lancia al lettore bocconi di poesia buffa. Scrittura femminile, per una volta niente affatto uterina.

Un’ottima scusa per iniziare a frequentare Zebuk (The book, detto alla maniera degli Zebù). Mettetelo nel reader.

.

Pointillisme

5 aprile 2013
.
(Oggi a colazione ho letto questo articolo de Le Scienze: “Un “decifratore” per leggere i sogni” e, visto che Cartaresistente mi aveva avvertito che per motivi tecnici non sarebbe stata pubblicata la Dicotomia n. 10, ho pensato di riempire lo spazio vacante con un raccontino ad hoc.)

.

Peter Buecher-detail

Peter Buechler, Untitled (detail) – 2009

.

.

Giovedì, 21:45

.

La fase più snervante è stata quella di riempimento di tutti i moduli, forse l’ho percepita molto più lunga di quanto non sia stata davvero, visto che sono entrata nel Centro di Sperimentazione al termine di una giornata non propriamente facile. Ma di questo non ho voglia di parlare.

Non ero stata tanto a pensarci prima di decidere. Lo facevo per soldi, non c’è alcuna gloria nel fare da cavia.

Per fortuna non ho subito altro trattamento che l’applicazione degli elettrodi. Altro fastidio oltre a un leggero rattrappimento della pelle, quando la mano del tecnico ha premuto le placche adesive e fredde su tutti i punti necessari.

Dei fili mi sono scordata presto, mi sono sentita scomoda solo finché sono stata l’unica in tenuta da notte sotto i neon, ingenua cavia dallo sguardo sperduto, tra seri professionisti in camice bianco. Ma quelli all’improvviso mi hanno salutato e sono usciti, hanno spento la luce e sono rimasta sola.

Sapevo di essere osservata, che il buio sarebbe stata una coperta corta. Ho posato la testa sul cuscino e mi sono sistemata meglio. Ho perso conoscenza quasi subito.

.

TaylorMarieMerdith_kyle-lash-large

Taylor Marie Meredith – kyle lash large

.

.

Venerdì, 8:31

.

Bussarono alla porta che ero già sveglia da chissà quanto. Non avevo punti di riferimento né geografici né cronologici in quella stanza d’albergo nascosta al quarto piano della struttura ospedaliera universitaria. Temendo di rovinare tutto, trattenevo la pipì già da metà nottata, ma lo sforzo mi era costato una gran quantità di risvegli, senza contare quelli provocati dai ricercatori che a intervalli regolari venivano a chiedermi di descrivere ciò che stavo sognando in quel momento.

Mani solerti rifecero gli stessi gesti della sera prima, all’incontrario. Stavolta la pelle doleva a ogni strappo. Dove era nuda restarono segni rossi al posto degli elettrodi, e dalla testa vidi volare via ciuffi di capelli.

In teoria, quello sarebbe dovuto essere un luogo molto pulito. Ma quando mi chiesero di seguirli, uno spasmo di disgusto mi afferrò alla gola.

Avevo voglia di tornare a casa in fretta a farmi una doccia, e di buttare camicia da notte e tutto il resto nella spazzatura. La stanchezza della sera precedente era scomparsa, ma adesso mi sentivo sporca, una donna misera, una che aveva barattato i propri sogni in cambio dell’equivalente di una cena di lusso.

.

.

Venerdì, 9:08

.

Sedevo da un quarto d’ora in attesa del ricercatore capo, davanti alla sua scrivania. Prima mi ero rimessa i vestiti e mangiato in fretta due biscotti rotondi, farciti di una crema di cioccolata densa e senza sapore. Settanta centesimi regalati al distributore piazzato nel mezzo del corridoio asettico. Quindi ero stata condotta in una sala dove mi avevano mostrato alcune figure elementari, non dovetti fare altro che riconoscerle. Mi fecero uscire e mi condussero nella stanza in cui ora mi trovavo.

La luce che entrava dalla finestra era troppo forte. L’uomo comparve di colpo, spiazzandomi con una fisicità invadente. Il camice aperto sventolava sopra i suoi jeans. Era tutto avvolto da un rumore fastidioso di stoffa strofinata.

Mi si accostò e disse semplicemente che in qualche giorno avrebbero elaborato i dati, che avrebbero chiamato loro. Intanto i soldi erano stati già depositati sul mio conto corrente. Mi guardò senza espressione, mi ringraziò e mi invitò ad uscire in modo asciutto.

Avevo la gola ruvida, nel rispondergli incontrai con lo sguardo la finestra. La luce intensa mi fece starnutire e gli sputai addosso, involontariamente, alcune molliche risalite dall’esofago.

.

.

Sabato, 21:57

.

Davanti alla televisione accesa avevo mangiato una pizza e bevuto una lattina di birra. Il mio proposito era di stordirmi un po’ e andare a dormire presto. Il gatto mi aveva preceduto, si era acciambellato sul cuscino dell’ospite. La vista della porta aperta sulla camera da letto era così invitante.

Lo straniero, andandosene, aveva fatto affidamento sulla mia incapacità di smaltire i bei ricordi. Sul fatto che io costruisca la mia visione del futuro usando per mattoni solo le esperienze positive: tutto era emozionante, nuovo e possibile, non avrei lasciato andare quello che avevo appena guadagnato. Feci l’errore di dirglielo.

Prima era tornato in sé, poi era tornato fisicamente indietro, lasciandomi la casa infestata di mostri. Cartapesta. Lui era un mago delle scenografie. Qualcosa di scritto nei suoi geni, una capacità mai sospettata, esplosa negli ultimi anni dopo un percorso duro e pieno di deviazioni.

Dedicandosi alle sue creature era capace di dimenticare tutto il resto. L’importante era che le persone continuassero a saperlo vivo e attivo. Così il mondo lo certificava come vero, mentre i mostri lo testimoniavano in un modo molto più reale del reale. E il suo io poteva starsene in disparte, da solo, felicemente indisturbato.

Lo stavo pensando ancora. Spensi la televisione.

.

.

Sabato, 22:18

.

Ormai per casa mi aggiravo a testa bassa, in questo modo avevo raggiunto il letto.

Lui mi mancava, e non potevo più guardare quegli esseri che sbucavano nell’ombra. Tanto li avevo ammirati all’inizio, quanto il trovarmeli davanti adesso, impietriti in quelle pose che non sapevo decifrare, mi suscitava vere e proprie crisi di panico.

Mi mancava, e finché le cose restavano così, ero sicura che lui ne fosse consapevole. Che lo rasserenasse sapere che continuavo a coltivare il suo pensiero, la sola vicinanza possibile. Ero arrabbiata con me stessa, non riuscivo a capire perché non la finissi lì su due piedi, sarebbe stato tanto facile.

Il punto era che li odiavo, ma non avevo cuore di sbarazzarmi dei suoi mostri. Poteva tornare a riprenderli.

Forse, un giorno in cui saremmo stati vecchissimi, lo avrei ritrovato davanti alla mia porta. Forse lui avrebbe dimenticato di non sopportarmi più da tempo. Forse, non avrebbero più avuto senso tante differenze, come la sua doccia serale, io preferivo farla al mattino, o la scelta del cibo, io carne, lui pesce, o la musica, di cui apprezzo la complessità, mentre per lui è solo rumore, o il bisogno di toccarlo spesso, che lui non contraccambiava, o la gioia di veder nascere un sorriso, rimasta tale, e ormai da tempo inappagata, solo per me. Ma gli uomini vecchissimi aspettano soltanto di morire.

Il gatto fece le fusa per un po’, con la mia mano sopra che lo accarezzava. Poi ci addormentammo entrambi, respirando l’aria che ci sbuffavamo addosso dai nasi a contatto tra di loro.

.

.

Domenica, 6:05

.

L’aurora era rovinata dalla pioviggine, ma a me è sempre piaciuto alzarmi presto. Restai per qualche tempo a guardare fuori. Per chi ha occhi, a quell’ora non c’è nulla che non valga la pena di essere guardato. Quando sogni e realtà si mantenevano entità intrecciate, potevo recuperare sensazioni e immagini che ancora mi vagavano per la mente.

Arrivò così, senza preavviso, quella specie di déjà vu. Mi resi conto di avere un sogno ricorrente. Un sogno così bello che avevo vergogna anche a confessarlo a me stessa. La mia consolazione, il senso che mi tirava avanti per tutta la giornata. Sparì mentre cercavo di metterlo a fuoco, rimase solo la sensazione che la differenza tra mostri e sogni fosse, in realtà, molto sfumata.

Fui ottimista per alcuni istanti, pensai di andare in giro per casa e osservare da vicino le creature di cartapesta. Riconoscerle nella loro innocuità. Ma durò poco, non ero ancora pronta. Solo l’idea mi fece iniziare a tremare e a respirare forte, come sempre.

Il gatto si strusciò contro i miei piedi nudi, mi fece il solletico. Deglutii il nulla, mi riempii i polmoni di aria che buttai fuori piano. Passai lo sguardo sul pelo morbido dell’animale, gli versai qualche croccantino in una ciotola e andai a mettere su un caffè.

.

TaylorMarieMerdith_chelsey

Taylor Marie Meredith – Chelsey

.

.

Lunedì, 10:45

.

Lo stesso atrio, gli stessi corridoi, di diverso ci fu che mi condussero in una stanza dove non ero stata prima. Avevo chiamato io, in preda all’ansia. Nel corso della giornata precedente una paura incontrollata insinuò l’idea che i ricercatori avessero avuto accesso alla visione che consolava le mie notti.

Forse, il fatto che proprio ora l’avessi riconosciuta un sogno ricorrente, aveva a che fare con l’esperimento a cui avevo partecipato.

Qualcosa si era sbloccato, immaginai. E adesso, come avrei fatto fronte alle mie giornate senza un sogno solo mio, che mi scaldasse in segreto fino a sera? Dovevo parlare con i ricercatori, capire bene.

Li sorpresi di spalle, stavano discutendo sopra un insieme di macchie colorate. L’esito del mio test.

Erano su di giri, pensai che stessero ridendo di me e impallidii. E invece, mi misero davanti una sequenza di immagini, alcune di quelle che mi vennero mostrate la mattina successiva alla sperimentazione. Avevano decifrato il sogno, a loro dire.

Ma a me fu mostrato qualcosa che non aveva niente a che fare coi sogni, né con i mostri. Vidi solo un cuscino, un gatto, una mano aperta.

.

 

Il problema è di chi resta: restare svegli nell’emisfero boreale

26 marzo 2013

.

jeff-bark_abandon-2

Un esempio di abbandono letargico (Jeff Bark)

.

– Il gatto va in letargo?

– No. Solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Ah. E il cane va in letargo?

– Nooo. Ti ho appena detto che solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Quindi io non andrò mai in letargo?

– Potresti tentare. Ma a meno che non torni ad abitudini primitive e non raggiungi climi proibitivi, temo di no. Non andrai mai in letargo.

.

E nemmeno io. A pensarci bene, questa limitazione agli “animali del bosco” è troppo restrittiva. Io, per esempio, lo gradirei, il letargo. Riassumerei in un’unica scorpacciata tutte le cene invernali ingoiate senza convinzione, a cui seguono inevitabilmente notti brevi e agitate. Che non ristorano per niente e predispongono male al giorno successivo.

Pensando in grande, il letargo potrebbe risolvere il problema della sovrappopolazione: Nell’emisfero australe si fornicherebbe soltanto da ottobre a marzo, in quello boreale da aprile a settembre. All’attualmente insostenibile ritmo di crescita della popolazione, si applicherebbe un buon 50% di sconto, con inimmaginabili ricadute sulla qualità della vita di tutto il genere umano.

.

– Non credo che potrei sopravvivere senza fornicare.

– Sopravvivresti meravigliosamente.

– Seeeeh.

– E invece sì. Questione di abitudine. Quando non si utilizza, l’organo si atrofizza.

– Sei sempre la solita.

– Ma cosa vai a pensare? Guarda:

The_Science_of_pornography

(The Science of Pornography – testo italiano non ufficiale)

– Mumble, parlavi del cervello. Sempre la solita… cervellotica.

.

Eppure, come non considerare i vantaggi indotti dall’interruzione della pratica degli sport invernali, così pericolosi? Perfino la corsa, in inverno diventa un’attività potenzialmente letale.

Pensaci. Non sarebbe necessario proprio dormire-dormire. Si potrebbe trascorrere del tempo sonnecchiando, leggendo, ascoltando musica. Comodamente avvolti in un piumone, dal fondo di una calda tana.

– Mmmm. Non credo che potrei resistere a lungo senza fornicare.

– Pensando a te, direi che il letargo andrebbe trascorso in tane separate.

– Tanto c’è il web.

– Sotto terra non prende la rete.

– Neanche la tv via cavo?

– Solo libri.

– Ma perché?!

– Perché potresti coltivare i buoni sentimenti. Pare che facciano bene a tutto, anche alle relazioni sociali. Figuriamoci se metà popolazione mondiale per volta si prendesse sei mesi di tempo per coltivare sogni e innamoramenti, senza incidere su cambiamenti climatici, stipendi da pagare, aziende dal salvare, debiti da pagare, e quant’altro. I Governi… almeno formalmente durerebbero il doppio.

– Sempre che venissero formati. Ma, comunque, sarebbe del tutto irrazionale!

– Non credo, vivere a fondo i propri sentimenti , se praticata con giudizio, è un’attività piuttosto produttiva. Guarda:

The_Science_of_love
(The Science of love – testo italiano non ufficiale)

.

– Te l’ho già detto, tu sei romantica.

– Insomma, Demone! Che c’entra il romanticismo? Ti ho proposto di trascorrere sei mesi in un piacevolissimo stato di quiescienza e di languore, con tutti i benefici che ti ho appena illustrato, e mi rispondi così?

– Calmina, eh.

– E poi mi fa male la schiena. Quel cavolo di pilates.

– Allora è questo il punto. Poi dici a me. Dì la verità, impelagheresti l’intera umanità in un’avventura biofantascientifica, solo per dimezzare la velocità di invecchiamento?

– Matematico fallito, guarda che così la percepirei raddoppiata.

– Comunque, il pilates non è più un tuo problema, ormai. Chissà quando potrai tornare a cimentarti.

– Hai proprio passato il segno.

– Ok, ok, abbassa il pugno. Da questa prospettiva, potrei trovare del raziocinio nell’ipotesi del letargo. Tanto più che i tempi sono quello che sono. Io quasi quasi aspetto che passi la buriana. Zzzzzzzzzzzzzzz.

– Buongiorno, vorrei spedire un pacco. Destinazione Melbourne, Australia. No, non serve la ricevuta di ritorno. (Certo che anche quando dormi sei importuno. Se fossi rimasto sveglio, da demone qual sei, avresto potuto passare da solo per l’inferno).

.

(Grazie, come sempre, a Asap Science)
.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: