Posts Tagged ‘Arte’

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto

5 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 dicembre 2013

 

Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Hatta, ma che sei matto? Non puoi cambiare sguardo così all’improvviso. Stavi cantando in coro con gli amici, il trucco di Halloween ti si scioglieva sotto le luci forti, tutto innocenza e impaccio mi sembravi, in apparenza. Io lo avevo capito di esserti d’interesse, ma fino a questo punto, no, non lo pensavo proprio. Oh. Pare che tu mi voglia frantumare, con quei tuoi occhi troppo sinceri, adesso. Ora so riconoscere tutta la tua maestria di poco fa, quando sfidavi l’ilarità comune. Ridevano del pessimo karaoke, e tu reggevi al meglio la tua parte. Era per prendermi all’amo, lo devi ammettere. Ma mica parli, Hatta, in questo angolo buio appena fuori del locale. E spingi forte la mano anche sulla mia bocca. Cerchi il silenzio. Preferisci il fruscio dei nostri vestiti, le gocce di sudore e d’altro che cadono per terra, lo sbriciolio del muro schiantato dal nostro nervosismo. Se è questo ciò che vuoi (come nasconderlo?) è ciò che voglio anche io. Sbrigati, Hatta, sbrigati. Ma quanta fame ti resta ancora da saziare? Non senti che la musica si abbassa? Il coro degli amici perde quota, tu togli la tua mano, io faccio per girarmi, riabbottonarmi, per rassettare tutto come se niente fosse. Faccio per dire: “…” ed ecco che la base riprende alla sprovvista. Il muro che ritorna a sbriciolarsi, e le tue mani forti a sconvolgere i capelli sulla mia testa. Vuoi proprio eliminarle le parole, eh, Hatta? Dai non fermarti, forza. So che sei abituato a prenderti il tuo tempo, hai pure un orologio da taschino, che se si ferma neanche lo riavvii. Avanti Hatta, avanti, dacci sotto. Più tardi torneremo i solti io e te, protagonisti di una di quelle storie che ancora raccontiamo ai nostri figli prima di andare a letto, di quelle in cui indossiamo i cappelli di due bravi e ordinari coniugi, con vite precise come orologi svizzeri, ben regolati quanto a misura e distanza tra di noi.

Sono Hatta, un soprannome da matto. Essere dirompente mi si addice, ma devo dire che Alice mi segue: matta anche lei anche se non sembra. E così per una volta di più in mezzo alla festa di maschere, amici deludenti, vite monotone con figli a carico in un Paese che non è delle meraviglie, mi ha fatto entrare nella favola dalla “stretta porticina”. È lei che mi invita ad andare oltre… non solo con la fantasia!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 36
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia discorsiva (n.35): Per scrivere d’arte hai bisogno di un salvifico retroscena umano

28 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 22 novembre 2013

F: Ciao Davide, trasporto questa dicotomia da un pc all’altro e solo oggi finalmente riesco a inviartela… che dici?

D: Complimenti e… sono in imbarazzo: questo David ti è venuto bene bene, chi non vorrebbe essere tale?-) Furba di una donna, anche creativa!
Per trovare una Francesca devo rileggere Dante che la mette da qualche parte dell’inferno?!

F: Surrealizzami, dai, che ci riesci

D: Donne: che cosa ho fatto di male per meritarvi?! Un giorno non troppo lontano lo scoprirò.

F: Spera di fare una bella scoperta…

D: Per il momento solo “scoperte” non so se belle o brutte, certe donne dicono che sono troppo buono e cerco sempre di capire tutto. Forse per questo potresti uscirne bene restando, da donna, nel surreale:-)

F: Non mi sembrano affatto dei difetti…

D: Le Donne, fanno spesso cose senza senso giocando con le due paroline magiche “libero arbitrio” senza pensare che alla fine è un effetto domino quello che mettono in atto. Questo è il disastro dentro la vita degli uomini e non apriamo il file sulla stupidità del maschio nei confronti del sentimento: chi più chi meno, dovremo tutti ritornare a scuola. Per noi la frase fatta è più o meno quella di un film: “non ci siamo accorti che eravamo felici”.

F: Almeno tu il tuo file lo hai aperto e ci stai mettendo le mani, o così mi pare. E la felicità ha la capacità di ripresentarsi, tienilo presente.

D: Felicità è una parola difficile amica mia, difficile e piena di fantasie. Quando sei “tenero” dentro e fuori ci credi pure che esista, quando ti sei già fatto tante domande e sei diventato il tuo critico più spietato sai che è un gioco. Gli adulti per essere felici hanno bisogno che qualcuno gli risolva i problemi… anche questa non è mia.

F: Solo perché non ho tempo, ti dico in corsa che io, senza felicità a portata di mano, preferirei chiamarmi fuori dalla vita. Secondo me puoi ancora cambiare idea
Ora stacco, che sennò non lavoro.

D: Ecco appunto “lavoro” altra parola magica per mettere in ordine la vita, quando questa è scoppiata.

F: Ti confesso che la sola magia in cui credo nella vita è la creazione artistica. Il resto, lavoro, salute, sensi, sentimenti, viene solo se ti impegni in una costante ricerca di equilibrio.

D: Allora sono salvo… scoperta più, scoperta meno!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 35 Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 34 – Arte: Realista / Surreale

21 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 novembre 2013

 

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte. Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838

David, quando t’ho manipolato nell’argilla, ne sei uscito così come t’ho immaginato. E mentre tu stavi sul piedistallo a disseccare, è corsa voce che fossi differente. Ho fatto in fretta a darti un nuovo volto, nuovi arti e busto, nuove, nuovissime anzi, proporzioni. Ma un’onda dell’Arno ha spazzato via di nuovo il mio lavoro. Allora io t’ho scolpito nel marmo di Carrara, tanto alto da far ombra a ogni altra effige umana, con una testa tale che Leonardo davanti a te scompare, e mani talmente vere da temere che tu ti pieghi a distribuire schiaffoni. Nessuno ha osato contraddire la tua voce che, dal mio petto, sorgeva a chiedere di collocarsi spalle a Palazzo Vecchio. Quando gli esperti messi a deciderti il posto alzarono il loro sguardo sopra il tuo, così accigliato, ti diedero ragione all’istante. E cosa dire del grido del Vasari: dopo di te nessuna statua mai! E mai è stata raggiunta vetta più alta, mi è stato detto in seguito, mai voce più forte si alzò a difesa della libertà, della democrazia contro le prepotenze dei tiranni. Infatti, è per questo motivo che, a poco a poco, rientrati in sé appena dopo lo stupore, i fiorentini proposero di mettere al tuo posto una copia. Tu che sei l’apologo ultimissimo del vero, ora sei circondato dall’atmosfera rarefatta di un museo, mentre quell’altro, l’impostore, l’impasto di marmo percolato dentro un calco, niente a che fare con la tua origine dallo scavo faticoso nella roccia, mostra ai passanti ignari la sua falsa versione della realtà.

Francesca da Rimini, è tra i lussuriosi dell’inferno che ti trovo, condotto a te dall’astratto mio viaggio nel mondo dell’ultraterreno in cui mai pensai di incamminarmi un giorno, nemmen per angoscia e disfacimento dell’anima mia. Amante e tentazione dal corpo in cui io poeta, non senza grande sacrificio con i dannati intorno, ho mista pietà al desiderio da far perdere i sensi.
Si io poeta dell’amore, visionario dell’irrealtà a cui tu confessi non senza sconforto le tue pene in vita e io nell’attrazione di te innocente, freno l’impeto per esser sol narratore dei posteri e non peccatore degno dell’Inferno in cui sono. Stesso sentimento che aprirsi deve adesso la strada per ascoltare te e la tua condanna, e questa mi appare come possibile causa della mia stessa eterna condanna, fuori dal reale dell’essere qui. Io che a te chiedo spiegazioni, Francesca, spiegazioni su come tu sia diventata peccato nell’adulterio. Perché io nell’astratto del sentire amoroso non vedo in te ne colpa ne trasgressione, ed è forse la moralità, propria e contraddittoria a crear religioso e travolgente giudicare. Hai Francesca forma così alta e rarefatta che avvolge il tuo Paolo e non è vero immaginarvi peccatori, ma tragiche figure della passione dentro forze invincibili. Ora per voi qui tra i dannati provo senso di umana pietà e capisco il dono della cattiva sorte, ma se potessi io portarvi in un altro tempo futuro certo sareste salvi ed eletti a opera d’arte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32 Illustrazione di Fabio Visintin

Il Sacrificio dell’Arte: Villa dei Sette Bassi, Roma.

10 settembre 2014

Ruderi della Villa dei Sette Bassi

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Buona lettura di Assolocorale, dove viene pubblicato un primo contributo all’iniziativa promossa da Cartaresistente e Lois.

(Ringrazio Renato Volpone per il suggerimento e tutte le informazioni di dettaglio)

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Il Parco dell’Appia Antica si trova a Roma Est. Chi vive nei paraggi si sposta appena dalle Consolari, dall’Appia all’Ardeatina, ed entra in un paesaggio da Grand Tour. Come nell’Ottocento si può immergere nell’erba alta dell’Agro Romano e ammirare da vicino i ruderi magnifici dell’Antica Roma. Come nell’Ottocento, farebbe bene a non avvicinarsi troppo, perché ancora oggi non c’è manutenzione. Scoprirli è emozionante ma sconforta. Quanto resisteranno allo scorrere del tempo?

Conoscendo la sua passione per la cultura e le bellezze storico-naturalistiche di Roma, ho chiesto un contributo a Renato Volpone, un amico che così si definisce:

“Cultore dell’arte e della cultura, che tento di salvare invitando la gente, con la mia pagina Facebook Roma cinema teatro eventi, a partecipare e condividere le bellezze di questa città. Mi posso definire un critico in erba, come ogni critico dovrebbe essere, sempre pronto a nuove esperienze e alla difesa del patrimonio culturale”.

Ecco la sua segnalazione:

“Passeggiando per il Parco degli acquedotti [n.d.r. parte del parco dell’Appia Antica], esplorando il territorio, scopro un’antica Villa romana dall’altra parte della strada, recintata, irraggiungibile. Ostinato circumnavigo la zona arrivando a piedi fino ad Anagnina e risalendo verso Cinecittà. Arrivo così in via tuscolana 1700 e scopro che la villa è chiusa con l’accesso bloccato da una recinzione cadente. Scopro così che il luogo archeologico, bellissimo si trova chiuso in una sorta di fattoria ed è visitabile solo su appuntamento.

La villa priva di ogni cura è stata oggetto di un recente crollo.

Tesori bellissimi sottratti alla cultura e al turismo.”

Il sito segnalato da Renato è denominato Villa dei Sette Bassi, “Si tratta della villa più grande nel suburbio romano dopo quella dei Quintili, tanto da essere ritenuta una città a sé stante. Il toponimo, conosciuto fin dall’Alto Medioevo, deriva da Settimio Basso, prefetto sotto l’imperatore Settimio Severo (193-211) e possibile proprietario della villa. Il sito tuttavia risale all’epoca di Antonino Pio (138-161) e fu abitato fino all’inizio del IV secolo, e mantenuto con altri restauri per altri due secoli.

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Il sacrificio dell’arte (Un flash mob)

3 settembre 2014

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Con riferimento alle premesse di cui al precedente post, ecco il testo che oggi viene pubblicato in contemporanea su diversi blog, capofila Cartaresistente.

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sacrificiodellarte©lois

sacrificiodellarte©lois (Assolocorale)

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Il sacrificio dell’Arte. Rewind

 

 

Ormai è noto che nel nostro Paese quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione. Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia, divenendo non solo fonte di guadagno ma anche di reclutamento di risorse umane per impieghi dignitosi legati all’intero mondo della cultura. Purtroppo però tutto questo non accade.

 

La nostra Costituzione all’articolo 9 cita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Uno dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Italia.

 

Allo stato attuale il Patrimonio è in uno stato di abbandono, vuoi per carenze economiche, vuoi per disaffezione (non solo politica e soprattutto popolare), vuoi perché negli ultimi decenni il livello culturale – al di là di quello che ci raccontano – è crollato precipitosamente, lasciando perdere di vista i veri valori e tra questi i beni culturali ed ambientali.

Di tanto in tanto, per ogni governo e spesso per ogni ministro (vedi le ultime proposte dell’ex ministro Bray e dell’attuale Franceschini) c’è qualche nuova idea o qualche rinnovata versione aggiornata di vecchi decreti mai del tutto attuati. Poi si decide di accorpamenti, poi di soppressioni (vedi la recente decisione di annullare la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale), poi di chiusure e poi tutto va in malora. In considerazione del fatto che le leggi fondamentali risalgono al 1939 (aggiornate da una serie di decreti e leggine successive) e che ad ogni nuovo tentativo valido poi mancano le risorse, diciamo che il sistema è pressoché invariato da decenni, con strutture organizzative ed uffici preposti invecchiati di secoli, senza mai un reale rinnovamento e svecchiamento con nuova leva per la quale circa due decenni fa furono istituiti i corsi di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, senza prevedere per essi un reale punto di contatto e inserimento nel mondo delle soprintendenze.

 

Tutto questo (che credetemi è veramente poco rispetto a quanto ci sarebbe da dire sul malgoverno del nostro Patrimonio) per sottolineare che a monte dell’intero sistema c’è poi il singolo individuo, fruitore del bene ma anche e soprattutto suo tutore [dal lat. tutor -oris, der. di tueri «difendere, proteggere», part. pass. tutus]. Proprio così! Ciascuno di noi, per essere membro di una società civile deve sostenere il valore del bene ed aiutarlo a vivere (indenne) per mantenere lo status di “testimonianza” per i posteri, seguendo l’esempio che già qualcuno, prima di noi ha fatto.

Purtroppo poi il cambiamento repentino della società e la forte riduzione del valore culturale, ha inficiato questo rapporto, creando una nuova barbarie, il cui esito finale è proprio la devastazione di quelle testimonianze.

 

Qualcuno di voi potrà certamente contestarmi che non tutto lo sfacelo può essere di nostra responsabilità e che se dall’alto manca la mano operativa ed i finanziamenti, ben poco si può fare contro il degrado. Ci sono però alcune forme di degrado che possono essere limitate o evitate del tutto e poi c’è l’amore ed il rispetto che potremmo gratuitamente infondere agli altri al fine di allargare questa catena di attenzione verso il Patrimonio.

 

Ormai lo sapete tutti, vivo a Napoli da quarantanni, un luogo che amo et odio con tutte le mie forze per quello che accade e per come è stata resa invivibile. In questa città il cui centro storico è nella lista dei Siti Unesco (titolo sempre in bilico, vista la quotidiana devastazione che sta voracemente dissolvendo i parametri che ne sostengono l’appartenenza), non riuscite a fare quattro passi insieme senza trovarvi di fronte ad una chiesa o ad un palazzo o ad una galleria dove l’arte, la bellezza e la storia convivono in una mescolanza da lasciare stupiti anche i più avvezzi. Allo stesso modo però, non riuscirete a fare quattro passi insieme senza notare che uno di quei siti è inevitabilmente compromesso (vuoi dall’abbandono, vuoi dalla sporcizia o peggio, dagli atti vandalici), spesso già negato alla fruizione da decenni di incuria e di razzie. In questa città poi (un po’ come accade in tutte le grandi città italiane – perché è utile ricordarlo, questo sfacelo è solo nostrano) c’è gran confusione con le titolarità del Patrimonio che spesso si devono scontrare in intricati meccanismi che vedono coinvolte la curia (per gli edifici sacri), la soprintendenza e i privati, in un susseguirsi di rimandi e infelici ed improduttivi scaricabarile che stagnano il degrado fino a renderlo condizione stabile susseguita solo da crolli e conseguenti lacrime di coccodrillo.

Da queste parti, alla cronica carenza di fondi e all’indifferenza sociale, ha assestato un duro colpo il terremoto dell’Ottanta, rendendo inagibili moltissimi monumenti (tuttora interdetti), elementi di un patrimonio infinito e di grande ricchezza purtroppo persa perché depredata da balordi e da professionisti che non hanno risparmiato nulla, neppure i marmi di rivestimento.

 

E così se volessi ora stilare ora una lista delle opere napoletane che sono state negate alla fruizione, avrei bisogno di un tempo lunghissimo, se però solo emotivamente voglio qui ricordare quelle che mi stanno a cuore e quelle che incontro lungo il percorso delle mie giornate vi renderete conto della gravità dei fatti e dell’immenso Sacrificio dell’Arte compiuto in barba ad ogni etica civile e morale.

 

In ordine sparso segnalo alcuni nomi di monumenti che mi vengono in mente (tenendo conto che molti di essi non vengono aperti da tempo immemore e di cui spesso, per evitare il peggio – purtroppo già accaduto – i loro ingressi sono stati completamente murati):

 

  • Chiesa di Gesù e Maria (murato l’ingresso dall’Ottanta e svuotata di tutto)
  • Chiesa monumentale della Sapienza a Costantinopoli e sua gemella di fronte di cui mi sfugge il nome (da che ho memoria non l’ho mai viste aperte)
  • Chiesa di Santa Maria della Scorziata (di cui vi ho parlato nel mio Sacrificio dell’Arte)
  • Chiesa di Donnalbina al centro storico
  • Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (vista solo sui libri di studio)
  • Chiesa della Trinità alla Cesarea (portale murato)
  • Museo Filangieri (in perenne stato di crisi e senza finanziamenti)
  • Palazzo Doria D’Angri (di proprietà privata, in vendita a lotti e in stato di degrado, il Salone degli specchi ospitò tra gli altri Garibaldi)
  • Santa Maria Vetercoeli (al centro storico)…

 

Per chi volesse farsene un’idea più chiara:

http://www.corriere.it/inchieste/scempio-chiese-napoli-duecento-chiuse-abbandonate/fa033946-55d0-11e2-8f89-e98d49fa0bf1.shtml

 

Per chi poi volesse sensibilizzare l’opinione pubblica, ci può segnalare casi, esempi e documenti di degrado della sua città, dei suoi posti del cuore. Magari inizieremo in piccolo a scalfire quel muro di indifferenza che sostiene ingiustamente il Sacrificio dell’Arte.

Vi invito pertanto a testimoniare con le vostre esperienze in questa iniziativa, che per quanto piccola e circoscritta può rappresentare il primo passo verso un miglioramento.

Tutte le info e/o richieste o l’invio dei materiali qui: lois_design@yahoo.it

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Il sacrificio dell’arte. Prologo romanesco.

3 settembre 2014

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Caparezza ft. Tony Hadley – Goodbye Malinconia

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Che bambola, trabocca meraviglie. Come la tocchi strepita e si alzano a migliaia per difenderla. Che sagoma, il suo profilo è tutto un saliscendi, tutto un ruotare di seni, isole e golfi, al tatto piani e tondi, che tutti si contendono ma posseggono solo ciechi e sordi. Che bambola, è un vero terremoto. Il suo epicentro è un circolo, un sasso millenario, un grande ciondolo che indosso e me ne vanto, me fortunata.

Abito a Roma, centro del Belpaese. Ne parlerei perfino con orgoglio ma, se ci provo, qualcosa non mi torna. Mi guardo intorno, perfino in fondo in fondo, davvero molto in basso. Ci trovo solo il peggio, penso. Non è così. Laggiù giacciono le reputazioni, pure quella di Roma e quella del Paese. Ce l’anno seppellite in tanti. In tanti le amano tanto quanto non vedono l’ora di lasciarle.

A me piace il bicchiere mezzo pieno. Sono tra quelli che fanno lo slalom, e piedi e con la vista, tra cassonetti ingombri e spazzatura sfusa, lasciata a fermentare in piena strada, pseudomonumentacci in crescita fulminea come funghi, e luoghi ed edifici necessari, abbandonati dalla gestione pubblica.

 

Roma me schifa

Poeti der trullo

Ma che amarezza notare, tra le ortiche, gettate più che sette meraviglie, abbandonate, sporche e ammaccate. Deliberatamente ignorate.

Cari gestori di cotanta Storia, cari amministratori e tecnici con le mani in pasta, e cari costruttori, imprenditori-di-sta-minchia-tanta, mafiosi in loco e pure forestieri, seguite questa specie di consiglio: avviate una stagione nuova, col patrimonio salvate il Patrimonio culturale, tendetela una mano verso il basso, tirate fuori Roma dal pantano.

L’investimento avrebbe un tornaconto, sono sicura che lo sappiate già, dunque perché non ci credete fino in fondo?

Nel frattempo, sapete che vi dico? Seguo l’invito di Cartaresistente , una bella fustigata.

Diffondo anch’io l’appello di Lois e, dal pulpitino dei miei iCalamari, vi addosso la colpa di tutti quei bicchieri mezzi vuoti che la gente vede abbandonati in giro.

Vergogna.

 

 

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ViaVeneto

Perfino in Via Veneto la vita si è fatta amara.

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Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

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Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

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 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

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Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

– Perché mai tanti selfie, Frida?

– Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

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Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto (Su Cartaresistente)

13 dicembre 2013

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Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982, postumo) 

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Dicotomia n. 34 – Arte: Realista/Surrealista (Su Cartaresistente)

15 novembre 2013

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arte_realista-surrealista

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte.

(Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838) 

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Se un mattino d’autunno un sognatore

3 novembre 2013

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Un racconto incolpevolmente ispirato da g.

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Un giorno il giovane Melegatto, aprendo la cassetta della posta, ricevette una cartolina spedita da lui stesso a una certa Ella, a lui completamente sconosciuta. Vi era contenuta una breve poesia:

Ella, lei mi perdoni

Se tengo alti i toni,

Ma io da mane a sera

Mi squaglio come cera.

Ella, per me sarebbe un volo in Paradiso

Se una volta sola io la vedessi in viso.

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La cartolina era tornata al mittente a causa di un disguido e per quel fatto, aggiunto alla propria inedia naturale, di Ella non ebbe mai notizie.

Passato un certo numero di anni, un sabato mattina sul tardi, Melegatto, che ormai non era più così tanto giovane, aprì la posta elettronica e vi trovò ad aspettarlo la seconda cartolina della propria vita.

Stavolta, essendo chiaro dal mittente che non poteva essere stato lui stesso a inviarla, né che potesse essere stata spedita da Ella sotto falso nome, avendo Ella traslocato sul pianeta Qwfxt ormai da un pezzo -ed è ben noto a tutti che sul pianeta Qwfxt  ancora non è diffuso Internet-, Melegatto sbadigliò dalla noia e dalla fame e richiuse il programma di posta.

Ma, percorsi pochi passi verso la cucina, tornò precipitosamente indietro e lesse attentamente la missiva.

Era la pubblicità di un sito di incontri tra sconosciuti.

Dai tempi di quell’incontro mancato, il giovane Melegatto aveva evitato accuratamente di avere a che fare con sconosciuti, e non soltanto. Si era astenuto dal comporre poesie o coltivare altro genere di scrittura che non si limitasse alla lista della spesa.

Stabilì che le sole soddisfazioni nella propria esistenza le avrebbe ottenute dal palato e così fu. Ingrassò di dieci chili e rafforzò i legami con il vicinato, gli amici d’infanzia e i parenti stretti, attraverso continui inviti a casa propria per pranzo e cena.

Ma, davanti all’offerta contenuta nella cartolina elettronica, perse istantaneamente l’appetito. C’era scritto:

Registrati gratis e inizia oggi la tua storia d’amore.

Accanto vi era ritratto il mezzobusto di una donna che risucchiò tutta la sua attenzione.

Melegatto si incastrò meglio nella poltroncina ergonomica e, fissando lo schermo, si sforzò di individuare chi gli ricordasse.

Vesti modeste, una corporatura né grassa né magra, capelli né ricci né lisci, occhi né chiari né scuri, né sorridente né accigliata. Neppure il panorama alle sue spalle gli era riconoscibile. La trovò assolutamente ineffabile nello stesso momento in cui si rese conto di ignorare il significato di quell’aggettivo. Si trattava di una perfetta sconosciuta, che gli mostrava per la prima volta il viso.

– Ella!

Fu così che Melegatto, la cui vita fino a quel momento era stata semplice, tranquilla e, in definitiva, soddisfacente, decise di tornare a provare il brivido del rischio, e di riprendere a scrivere a degli sconosciuti.

L’imprevisto gli provocò all’improvviso accesi spasmi gastrointestinali. Melegatto guardò l’ora, voltò le spalle al computer e corse a preparare il pranzo.

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Mayer Hawthorne – Lorde- Royals (Cover)

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