Posts Tagged ‘Favole’

Dicotomia n. 32 – Favole 5: Cenerentola / il Principe

7 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 25 ottobre 2013

 

“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo? State a sentire, signori,” esclamò con voce stentorea, rivolgendosi a tutti, “il principe sostiene che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato […] Ma quale bellezza salverà il mondo?…”
(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, 1869)

Mi avevano tagliato i capelli per via dei pidocchi. Tagliato i vestiti perché troppo abbondanti. In fondo a quel bordello clandestino ho imparato a mandar giù l’ininghiottibile. Tatuata, marchiata a fuoco perché non lo scordassi, di avere un padrone. Accerchiata da sorelle degradate e infami. Mi hanno calpestata, non ho più un osso sano in corpo. Mi hanno incatenata. Catene sia di ferro che di carne, che di pressione assurda sulle tempie. Mi hanno appesantito i sogni di improperi e favole allo stesso tempo, perché non li potessi più sognare da me sola. Infine, dopo due anni infernali di gavetta, mi sono guadagnata un letto personale. Un conto in banca, misero, ma mio. Ora ho ripreso l’immagine, l’involucro vuoto di ciò che definivo me, una volta. Oggi il mio capitale è il corpo, mia sola cura e dedizione estrema. A lui devolvo i brevi pomeriggi, appena sveglia dall’incubo ininterrotto delle mie notti bianche. Liscio la pelle di creme e la sfioro di profumi, trovo l’acconciatura giusta per il vestito, sperpero denaro altrui in boutique di lusso. E torno al chiuso della stanza a regalare lussuria, ma sempre a pagamento. La porta aperta è bocca e invito ad assaggiare il vizio, lo scendiletto è lingua, è gola la scivolosità delle lenzuola. È gusto pieno e ricco la voce, solo la voce di lui, che è l’ultimo di turno. Un uomo fatto d’aria. Questo fantasma si solleva respirando, lo devo trattenere perché non voli via. È tutto spiritualità, per lui un incontro carnale è un sogno quasi impossibile da realizzare. Gli parlo piano, lo convinco che lui, e solo lui è il mio principe. Lo calmo utilizzando tutte le mie arti e solo quando sono sfinita viene a me con gli occhi spalancati. Lo sento appena addosso, descrive la sua posizione lo spostamento d’aria. Come lo afferro, lo inghiotto in un respiro e, mentre lo conquisto, non so spiegarlo ma ne resto inesorabilmente conquistata.

Nobile anche di testa, l’ho imparato osservando questa ricca famiglia che mi ha dato i natali e Nobile nell’animo, l’ho imparato dal mio Padre confessore persona splendida e vocata alla spiritualità. Le ho provate tutte, sessualmente intendo, prima di arrivare a convincermi che il godimento più grande è l’astinenza, la castità, un traguardo di purezza rarissimo soprattutto per gente del mio rango e con le mie possibilità. Castità giunta dopo aver provato toccamenti omosessuali puerili, leccatine e bacetti adolescenti agli orifizi aperti di molte donne, aver preso sonno e latte da minorenne con femmine incinte, e poi frustate adulte, sacrifici e dolore intenso di spilli conficcati e scarificazioni nelle parti intime girando il Mondo. Al buio senza sapere dove ti trovi e con chi lo stai facendo e cosa ti sta facendo e poi l’inferno e la lenta risalita per tornare Principe di nome e di fatto, soprattutto d’anima. Leggero! E poi lei incontrata in un negozio di scarpe, mentre cercava ne tacco ne punta, mentre si aggiustava i lunghi capelli biondi sul lungo e candido collo, lei vestita composta e dai modi gentili mentre arrossiva e chiedeva scusa alla commessa, entrambi in mezzo alle mille scatole aperte dall’indecisione. Ho visto la mia castità fermarsi in equilibrio su di lei, una cosa così pesante da schiacciarmi mentre lei la reggeva e l’ho corteggiata e avuta non senza difficoltà, passando dall’intesa con il mio Padre spirituale e sopra la malignità delle sue sorelle. Ora nell’intimo del nostro vivere lei mi fa riprovare tutto quello che ho già sessualmente provato, lei era tutto tranne che candida e non lo sapevo… ma non è più un inferno ma il paradiso dei principi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 26 – Favole 4: Cappuccetto rosso / Il lupo

27 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 30 agosto 2013

La carne è incompatibile con la carità: l’orgasmo trasformerebbe un santo in lupo.
Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, 1952

Cappuccetto Rosso per la provetta delle proteine, azzurro per la coagulazione, viola per l’emocromo. Giallo equivale a siero, grigio – curva glicemica, blu – urine (bianco se sono quelle del mattino, quando certi nonnetti è difficile convincerli ad ammainare la bandiera, credono di avere ancora un’altra età). Alla mattina li sveglio a uno a uno, chiamandoli per nome: Nino, quasi demente, per me è Agnellino. Vito, con un polmone in meno, Serpe. Nanni, tutto intubato, Riccio. E così via. Mentre aprono gli occhi sistemo un cuscino in più dietro le loro reni. Li lascio fare se mi appoggiano un attimo le testone bianche addosso al camice. Quello che non deambula lo aiuto: attacco il pappagallo all’organo teso e tremante. Lo tranquillizzo, chiedendo di pensare a cose innocenti. A una radura nel bosco, o a un campo pieno di fiori. Ne mimo la coltura, dolcemente, sorrido e fingo di riempire un cestino. Vedo sparirgli gli occhi tra le palpebre e poi scuoterlo un brivido. È allora che intervengo, ferma e professionale come sempre. Avvito il tappo e scuoto la provetta, quindi saluto ed esco, devo passare ancora dalle donne, porto le colazioni. A volte aggiungo al carrello alcuni dolcetti, li faccio in casa per le mie care nonnine. Ma sono timorosa: il figlio di una di loro ha occhi ferini e mira a me, è palese. Devo giocare d’astuzia, lasciar passare il tempo necessario perché possa cambiargli nome e trattarlo come so.

Lupo, un soprannome che fa la differenza, lo associ subito alla pericolosità, alla feroce movenza, all’arcaica fame animalesca. In natura si sposta in branco, ma da umano un Lupo solitario ha un fascino tutto suo perché sa quel che vuole, ha ben presente quel che gli serve e conosce il momento per cui vale la pena rischiare. La mia fame di esistenza è pari alla mia fame interiore, facce di una stessa medaglia che da vigore fisico soprattutto quando la preda non è da mangiare ma da possedere. È un errore pensare che i Lupi si muovano solo di notte, questo succede nelle favole bambinesche, oggi siamo i padroni del giorno, ben vestiti e inseriti tra le prede indaffarate nei loro impegni. Di notte meglio dormire, sono i peggiori a muoversi con il buio e devi sempre lottare con loro per saziarti con quello che resta in città. Da qualche giorno sto seguendo da vicino una donna dal viso di bambola e un corpo da urlo, sempre vestita di rosso: ausiliare di servizio. Lavora in un R.S.A. residenza assistenziale per anziani dove ho ricoverato mia Madre novantenne non più autosufficiente. Ha un cuore grande e un culo perfetto, ha il vizio di accarezzare la testa dei vecchietti portandoli al petto, tutto tondo: gesto, appoggio, carezza… a chi tocca si rilassa e gode. Ho preteso dalla dirigenza dell’R.S.A. sia al servizio permanente della mia vecchia e prima o poi l’occasione di saziarmi di lei si presenterà. C’è tempo e tranquillità, soprattutto un territorio di caccia ben protetto.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 26
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 22 – Favole 3: Tartaruga / Lepre

29 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 19 luglio 2013

“[…] il più lento corridore non sarà mai raggiunto nella sua corsa dal più veloce. Infatti sarà necessario che l’inseguitore proceda fin là donde si è mosso il fuggitivo, quindi è necessario che il corridore più lento si trovi sempre un po’ più innanzi”
Paradosso di Achille e la Tartaruga, di Zenone di Elea, ne La Fisica di Aristotele (IV sec. a.C.)

Ogni tanto passo notti agitate, a volte dormo pochissimo. Ma so che fare. Resto racchiusa in me, se il clima è freddo, o mi spalanco al vento quando fa caldo. Cerco di immaginare, finché non mi addormento, perdendomi nel sogno. Anche stavolta, la notte precedente al nostro incontro, ho ripetuto l’esercizio. Con conseguenze davvero imprevedibili.
Tra le nebbie del dormiveglia, so di aver immaginato di rivedere te, mia lepre. Tu che mi sfuggi da sempre tra le dita. Tra le quattro pareti dove, in serata, avevamo appuntamento. Dove sarebbe finita subito, grazie ai tuoi ritmi forsennati, già.
Ma l’attesa era stata così lunga che ho scelto di spostare il sogno in un ristorante affollato, qualche periodo prima di chiuderci porte alle spalle. No, meglio ancora, ti ho traslato con me in un vicolo. All’imbrunire, dietro un portone, entro un androne oscuro. E, senza fretta, ti ho chiesto di aprirmi la corazza, toccarmi dentro, infrangere le mie difese. Che non è facile, e prende molto tempo. Ma è sopraggiunto un uomo di passaggio e ti sei innervosito, scattando ai blocchi di partenza.
Così, ho rallentato ancora, portandoci a sedere di nuovo uno di fronte all’altra per la cena. Dai calici sorseggiavamo un vino forte: per il torpore mi scivolava il tovagliolo dalle mani, poi tra le gambe. Lì ti fermavi, chinato per raccoglierlo, fin troppo a lungo per non rendermi conto che avresti concluso il mio sogno di lì a poco. Non era il momento quello, né era il luogo.
Risalivamo, colmi di desideri inesauditi, in ascensore, verso la meta del nostro appuntamento. Bloccavo la risalita, infida. E poi, e poi. E poi.
Da un tempo che non so quantificare, la notte estiva scorre, inusitatamente lunga, e lo so. So bene che così, di rimando in rimando, non mi risveglierò dal sogno. So anche che, alla fine, non ci incontreremo più.

La velocità è agitazione, eccitazione, precisione, questi sono concetti che non puoi togliere di mezzo con il sentimento che è lento. La velocità ti tiene sul filo, è esagerata, ti rende euforico, trasgressivo e dinamico, tutto nella velocità tende all’obiettivo da raggiungere, un traguardo da superare in fretta. Se usi il corpo senza altro design o tecnologia supplementare per “spararti” su quello che desideri, devi essere flessuoso e agile, devi avere potenza non fine a se stessa ma ben articolata. Nella velocità il sogno si amalgama con la realtà e il risultato è la tua fisicità da contenere perché sei mille cose in una. A volte capita che l’obiettivo sia difficile da conquistare perché contenuto in se stesso, protetto dalle avversità del Mondo e in questo modo è sopravvissuto a lungo. Dentro al guscio difensivo tu sai che c’è del morbido, c’è del caldo, c’è del coincidente, insomma c’è quello che desideri per calmare, almeno per un attimo, la tua veloce agitazione. Impossessarsi di questo “morbido” per noi scattanti amanti è il grande tormento: avere quello che già immagini ma non puoi averlo subito. Quindi corri quando non dovresti, ti agiti quando non ne hai bisogno, esageri quando non devi, sei in sostanza fuori tempo e per questo il guscio non si apre e nel “caldo coincidente” non entri. Provi mille e mille modi strategici per superare le corazze protettive ma queste non cedono, sono dure e sbavi in erezione al solo pensiero di farle crollare. Finisci spesso sfinito e ti rendi conto che non fa per te, dovresti correre con chi corre e non rincorrere chi vuole essere spogliato con calma. Sei dunque pronto a rinunciare al lento e calmo intercedere del destino che inventa occasioni che vorresti veloci. E poi, e poi alla fine ti convinci che si, più avanti ci sarà dell’altro e in fretta devi raggiungerlo.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 22
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 20 – Favole 2: Pollicina / Orco

15 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 5 luglio 2013

 

“[…] Io muoio per riaverti, / anche delusa, / adolescenza delle membra / inferme.”
Salvatore Quasimodo “Nascita del canto” da “Oboe Sommerso”, Genova, 1932.

Pollicina: La storia ha inizio dalla madre. Che è premurosa e saggia. Ma ha anche il grembo vuoto, è stanca e sola. Madre che soffre, che picchia la testa al muro. Madre che piange al buio. Madre che pianta semi, che impollina, che crea nuove varietà. Finché da un fiore ecco che arriva lei, la sua piccina. Attesa per una vita, cresce figlia perfetta, solo molto minuta. Perciò resta bambina a lungo dentro le fantasie della sua mamma, anche se presto è ormai donna fatta. La madre la trattiene, ma lei fugge. Al suo passaggio lascia cadere sassolini bianchi, non si sa mai che le venisse voglia di tornare. Piccola e deliziosa, ogni mattina inizia con lo spettacolo della sua comparsa, allo sbocciare del fiore che la protegge per la notte. Chi è tanto fortunato da vederla resta incantato. Spesso davanti a lei si para un uomo, e lei gli sfugge sempre, temendo l’urto con le sue dimensioni.
Non può però sottrarsi a lungo ai sensi. Viene il momento di incontrare l’orco. Lui tuona, e il timbro della sua voce vibra nella fragilità di lei. Lo trova brutto, e lei desidera offrirgli la propria bellezza come compensazione. Decide di infilarsi nella rosa che sa la preferita, senza poter predire cosa accadrà. Lì si addormenta, e lì lui la ritrova, dentro le prime luci di un’alba rossa e ferma.
Pollicina si sveglia, sgrana lo sguardo che da vicino non riesce a contenere l’orco in una sola occhiata. Stringe la bocca a cuore. Si intimorisce, cerca riparo e si volta, offrendogli la schiena nuda, sporca di polline. A quella vista l’orco, che ama i fiori, specie se in bocciolo, perde la testa subito. Lei, sempre voltata, sente l’alito greve che la ricopre di umidità dolciastra. È ancora in tempo per balzare giù e seguire a ritroso la scia di sassolini bianchi. Ma tentenna. Non è così convinta di volerlo veramente fare.

Orco: La mia sorte sarebbe stata segnata come in una favola, l’essere brutto e orrendo, l’inguardabile che deve nascondersi agli occhi dei più, doveva soccombere per non creare altri turbamenti. Ma mio Padre non volle, potevo rappresentare diceva l’essere evoluto proprio per questa difficoltà da superare: non avere sembianze umane. E in effetti la coscienza di essere mostruoso mi ha forgiato l’anima, l’intelletto, ma non mi ha impedito di essere sensibile. Un romantico decadente che ha affascinato intere generazioni rispuntando qua e la nel corso della storia. Ma oggi, qui, adesso, un essere dall’aspetto di orco, un moderno dai lineamenti tremendi che ruolo ha nella Società? Solo per fare un esempio anche la parola orco non ha più senso, sostituita da un più generico “sei brutto ma simpatico”, sempre che tu sappia usare le parole. A questo punto, più o meno, nel retroscena mentale di chiunque si crea quel tanto di fascinoso da dover essere indagato. Poi se hai un tenore di vita che ti proviene da una cospicua rendita, anche avere l’aspetto di un “mangiabambini” passa in secondo piano con: tre Ferrari, due Porsche e una Bentley tre litri del 1921 in garage. Chiaro quando mi incazzo le mie fattezze si esaltano, la mia voce cambia e rimbomba per le 15 stanze della Villa, mi si sente anche nell’ultimo bagno quello con i rubinetti di Stark. Ho un unico debole culinario e uno sentimentale: la torta al cioccolato e Pollicina, così la chiamo io perché donna minuta e un po’ sulle nuvole. Lei è sempre in giardino a curare i suoi fiori, non fa altro dalla mattina alla sera. Diciamo che il suo aspetto come il mio non deve far cadere in inganno, è una che quando ha voglia prima tentenna, mi fa impazzire perché sembra non concedersi, poi parte ed è tra le poche che tiene l’urto delle mie dimensioni. Un amore perfetto che non ha bisogno di nulla di più.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 20

Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 12 – Favole: Biancaneve/Il nano

20 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 26 aprile 2013

 

La vita ha le parola che può, la fiaba le parole che deve.
Aldo Busi, Guancia di tulipano, 2001

No, non posso venire con voi stasera. Niente, un po’ di febbre, forse. Per carità! Non mi serve nulla, non passare. Grazie comunque, vado a letto presto. Mi tiene compagnia il mio Cucciolo, ci faremo le coccole, io e lui. Un film. Penso che guarderemo un film, forse un vecchio cartone. Che ne pensi, Cucciolo? Ha detto di sì. Tesoro della sua padrona, tesoro. Ma fermati oh, oh! Ora ti lascio, mi sento troppo debole per parlare al telefono e insieme cercare di tenerlo a bada. Cucciolo, stà fermo, su. Quant’è impaziente. Ciao, sì, certo, ciao.
Sono malata di fotofobia, perciò i miei amici mi cercano la sera, quando sono un diamante da 28 carati che emana luce propria. Se mi serve qualcosa chiamo, ottengo ogni favore a domicilio, nessuno mi rifiuta nulla. Sono bella. Sono giovane. Sono perfino bionda naturale. Lui pure viene sempre di notte. La volta che è entrato qui ha detto Buonasera, e subito dopo A terra e apra bene le gambe. Io, che pure ero abituata alla poca luce, non lo avevo visto. Mi sono spaventata. Una voce isolata, una frase esplicita e imperativa dal nulla? Lui allora, che è un impaziente, fece da solo ciò che stava chiedendo. Da quella volta, risolto il problema medico, siamo una coppia. Non faccio nient’altro che contare i minuti che ci separano.

Ho sempre avuto uomini, se non brutti, eccentrici. Persone che pensavano di non aver speranze con una come me. Che neanche mi si avvicinavano, ma che avvicinavo io, lasciandoli di stucco per la sfrenatezza con cui manifestavo il desiderio di averli come amanti. Un uomo bello è sempre narcisista, non si accontenta di una donna sola, si fa desiderare. E quando la storia si fa seria, ti molla per un’altra. Con Cucciolo spero di non aver preso un abbaglio. Non per la mia malattia, lo dico per il cuore. Mi sono innamorata e, invece di essere felice, perdo tempo a piangere, pregando che non mi lasci mai. Spero che accetti di venire a vivere con me, non riesco più a sopportare che abbia una vita lontano da qui. Non avrò alcun problema a rivelare la nostra relazione al mondo, abbiamo anche iniziato a uscire insieme: io sto tutta coperta e lascio che mi spogli di nascosto parti del corpo, solo dietro certi scaffali, al chiuso, andando per negozi. Se qualcuno ci vede, resta a godersi la scena e poi se ne va ammiccando, senza dire una parola. A me non m’importa di quello che gli altri pensano, ma solo di noi due. E ho una paura folle quando lo lascio uscire, fuori da me come da quella porta. Paura che non ritorni più. Perché, anche se nano, lui ha un potere immenso per le mani. Per questo nel suo ambiente è tanto conosciuto, stimato, ambito. Ne è anche consapevole. E temo che presto si stuferà di me.

Ma nano a chi? Ma nano rispetto a cosa? Ma soprattutto, nano non per colpa mia… quindi mi dovrei sentire in colpa ad essere nano? Poi diciamola tutta, sono il settimo, ho altri 6 fratelli tutti maschi e tutti nani, quindi la questione è genetica. E dire che mia madre e mio padre di statura sarebbero nella media, ma nessuno ha mai indagato da chi possa dipendere il difetto. In ogni caso questi due ingenui ci hanno provato per sette volte ad avere un figlio di statura normale ma niente. Il destino, anche lui nano.
Io e i miei fratelli evitiamo di incontraci e muoverci in gruppo, ognuno di noi preferisce muoversi separatamente e si è fatto degli amici/amiche che alla fine sono circa il doppio dell’altezza. Da nano si guarda il Mondo in prospettiva, anzi si fa un po’ tutto in prospettiva perché il Mondo non è a misura di nano. Niente ti aiuta e sei alla fine considerato un disabile fisico anche se cammini, sei indipendente, hai un’elevata qualità di vita e scopi alla grande, si perché “di arnese” io e i miei fratelli siamo nella norma, anzi, sembra spropositato visto il corpo che lo possiede. Il mio idolo resta Maradona, ha condensato bene bene il “tozzo rozzo basso di successo”, mentre l’inno che mi accompagna potrebbe essere scritto con le parole di “un Giudice” di De Andrè. Da un po’ di tempo giro con una fidanzata modella, bionda naturale e ventiduenne, un metro e ottantasei centimetri, gelosa del suo nano, si perché a certe il mostro eccita.
Difficile smenarla quando è nuda davanti, sotto, sopra di me, all’inizio è stato difficile e non capivo, mi chiedevo: perché io? Ma poi ho compreso e adesso ho tecnica per gestirla per farla godere… non mi dilungo a spiegare. La chiamo “bianca la nordica”, un po’ per le sue origini (le gnocche bionde nascono tutte a nord del Mondo) un po’ per il suo pallore, da non confondersi con calore, quando parte fai fatica a reggerla, urla e strilla chiamandomi cane! Ok, la presenza scenica può essere un po’ perversa soprattutto quando vaghiamo nei megastore, fighi e alla moda fin che vuoi, ma la statura frega la normalità soprattutto quando lei si abbassa per baciarmi in bocca. Forse sono un po’ pesanti gli appellativi con cui ci definiscono, ma alla fine chi se ne frega, tutta invidia un difetto che rende nani in testa.
L’essere nano, o meglio l’essere nato nano non mi ha mai impedito di essere artefice del mio destino e quando da piccolo ho capito cosa volevo fare da grande, ho sentito una certa intima eccitazione che ancora oggi mi accompagna mentre svolgo la professione che ho scelto: sono un ginecologo e le mani proporzionate alla statura sono la mia fortuna.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 12
Disegno di Fabio Visintin

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto (Su Cartaresistente)

13 dicembre 2013

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Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982, postumo) 

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Dicotomia n. 32 – Favole 5: Cenerentola / il Principe (Su Cartaresistente)

25 ottobre 2013

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Cenerentola-Principe

“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo? State a sentire, signori,” esclamò con voce stentorea, rivolgendosi a tutti, “il principe sostiene che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato […] Ma quale bellezza salverà il mondo?…”
(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, 1869)

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Disegno di Fabio Visintin

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Dicotomia n. 26 – Favole: Cappuccetto rosso / Il lupo (Su Cartaresistente)

30 agosto 2013

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Cappuccetto rosso - lupo-

La carne è incompatibile con la carità: l’orgasmo trasformerebbe un santo in lupo.
(Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, 1952)

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Disegno di Fabio Visintin

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Dicotomia n. 20 – Favole – Pollicina/Orco (Su Cartaresistente)

5 luglio 2013

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dicotomia20_favole_pollicina-orco_

“[…] Io muoio per riaverti, / anche delusa, / adolescenza delle membra / inferme.”
(Salvatore Quasimodo “Nascita del canto” da “Oboe Sommerso”, Genova, 1932)

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon

Disegno di Fabio Visintin

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Dicotomia n. 12 – Favole: Biancaneve/Il nano (Su Cartaresistente)

26 aprile 2013

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Dicotomia_12

La vita ha le parole che può, la fiaba le parole che deve.

(Aldo Busi, Guancia di tulipano, 2001)

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Disegno di Fabio Visintin

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