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Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto

5 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 dicembre 2013

 

Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Hatta, ma che sei matto? Non puoi cambiare sguardo così all’improvviso. Stavi cantando in coro con gli amici, il trucco di Halloween ti si scioglieva sotto le luci forti, tutto innocenza e impaccio mi sembravi, in apparenza. Io lo avevo capito di esserti d’interesse, ma fino a questo punto, no, non lo pensavo proprio. Oh. Pare che tu mi voglia frantumare, con quei tuoi occhi troppo sinceri, adesso. Ora so riconoscere tutta la tua maestria di poco fa, quando sfidavi l’ilarità comune. Ridevano del pessimo karaoke, e tu reggevi al meglio la tua parte. Era per prendermi all’amo, lo devi ammettere. Ma mica parli, Hatta, in questo angolo buio appena fuori del locale. E spingi forte la mano anche sulla mia bocca. Cerchi il silenzio. Preferisci il fruscio dei nostri vestiti, le gocce di sudore e d’altro che cadono per terra, lo sbriciolio del muro schiantato dal nostro nervosismo. Se è questo ciò che vuoi (come nasconderlo?) è ciò che voglio anche io. Sbrigati, Hatta, sbrigati. Ma quanta fame ti resta ancora da saziare? Non senti che la musica si abbassa? Il coro degli amici perde quota, tu togli la tua mano, io faccio per girarmi, riabbottonarmi, per rassettare tutto come se niente fosse. Faccio per dire: “…” ed ecco che la base riprende alla sprovvista. Il muro che ritorna a sbriciolarsi, e le tue mani forti a sconvolgere i capelli sulla mia testa. Vuoi proprio eliminarle le parole, eh, Hatta? Dai non fermarti, forza. So che sei abituato a prenderti il tuo tempo, hai pure un orologio da taschino, che se si ferma neanche lo riavvii. Avanti Hatta, avanti, dacci sotto. Più tardi torneremo i solti io e te, protagonisti di una di quelle storie che ancora raccontiamo ai nostri figli prima di andare a letto, di quelle in cui indossiamo i cappelli di due bravi e ordinari coniugi, con vite precise come orologi svizzeri, ben regolati quanto a misura e distanza tra di noi.

Sono Hatta, un soprannome da matto. Essere dirompente mi si addice, ma devo dire che Alice mi segue: matta anche lei anche se non sembra. E così per una volta di più in mezzo alla festa di maschere, amici deludenti, vite monotone con figli a carico in un Paese che non è delle meraviglie, mi ha fatto entrare nella favola dalla “stretta porticina”. È lei che mi invita ad andare oltre… non solo con la fantasia!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 36
Illustrazione di Fabio Visintin

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto (Su Cartaresistente)

13 dicembre 2013

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Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982, postumo) 

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Infinito Presente /3

27 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

27 Luglio 2012

3. Spegnersi/Sterbere

Del libro ne avevamo già parlato. Quello che mi sgomenta ultimamente è la sensazione, come nel titolo (è il titolo, il titolo più l’immagine di copertina, insieme, che mi hanno spinto a comprarlo) che si stia facendo sempre più buio. È vero, è estate: giornate lunghe, vento caldo (come cantava Alice), aria frizzante. Ma quante ne ho vissute di estati, a volte clamorose. Tutte sfociate in inverni interminabili, col freddo dentro e fuori e vento e pioggia che spazzano tutto via. E poi estati e inverni, e giorni e giorni uno a seguire l’altro. Aspettavo il Natale, e la carta da regalo in terra era quello che restava della meraviglia, l’attimo fuggente era già passato. E subito dopo era già un altro Natale, sempre un po’ meno bello del precedente.

Dicevo del buio, che vedo incombere ora come se fosse quasi inverno. L’attesa di un giorno importante, come riempie il cuore. Ma quel giorno, per quanto pieno sia e come venga tirato da ogni parte per allungarlo e ritardarne la fine il più possibile, è solo un confine. La pagina di un libro, scritta davanti e dietro, parla dell’attesa prima e della rielaborazione poi di quell’attimo, o attimi vissuti, che sono soltanto il bordo tagliente del foglio. Mettiamo che io e te riusciamo a vivere insieme una giornata (oh quanto l’abbiamo aspettata). Adesso non l’attendiamo più, è già trascorsa. Ora che abbiamo realizzato il sogno ci resta la sua rielaborazione, ma ne converrai che non è la stessa cosa del viverlo al presente. Se siamo stati bravi ci siamo lasciati travolgere dai fatti, senza perdere tempo a scattare fotografie. “Ne avremo di tempo per scambiare parole” mi hai detto a un tratto, guardando oltre la mia spalla. Ci racconteremo la vita per non morire della sua assenza. E il buio intorno è lo spegnersi della meraviglia, la fiamma che si fa fioca, il cerino quasi del tutto consumato, è allora che si tentano gesti come gettarsi nel traffico a semaforo rosso. Si narrano storie che sono più vere della vita stessa.

Apro a caso le pagine del libro. Ecco un racconto, che strano, fa giusto al caso mio. Parla di un viaggio mai fatto, del suo non essersi mai svolto come apoteosi della realizzazione, intesa come compimento assoluto della realtà. Tu dici che non conta più il passato, che ora siamo come due persone nuove. Non voglio sentirti ragionare come la Bovary “con la sua incapacità di delineare i contorni di ciò che desiderava”, non tu che mi sei venuta incontro sorridendo sulla banchina, sotto la pioggia, come se mi avessi riconosciuto dopo tanti anni. E invece ero soltanto un uomo che avrebbe potuto essere quello che hai aspettato, oppure un altro a caso. Come facevi a saperlo, e come l’ho saputo io che quella che camminava lentamente verso di me, i tratti del viso indistinguibili, tremando per l’emozione, che mi ha abbracciato respirando forte, senza alcuna esitazione, eri proprio tu? Che cosa conta che sia accaduto veramente? Ora quell’incontro, la sua immagine, la forza che mi da, è diventato il centro della mia esistenza.

Non che io non abbia più una moglie e un figlio, né che tu non tenga a cuore la tua famiglia. Ma “Ich sterbe”, dicesti. Lo mormorasti così piano, in quell’abbraccio sotto l’acquazzone, che ti dovetti chiedere di ripetere che cosa avevi detto. E quando lo compresi, allora ne fui certo, che eri davvero tu. E davvero tutte le albicocche furono solo per noi, metà per uno, una per ogni abbraccio. Un chilo di abbracci e di albicocche solo per noi.

Ho solo due rimpianti, che il resto lo rielaboreremo poi. Un rimprovero per te, ma col sorriso, di non aver più dato seguito all’annuncio, non avermi più letto quella poesia (anche se tante, quante le metà frutta che ci mettevamo in bocca l’uno all’altra, ne abbiamo udite fremere nell’aria, in mezzo ai nostri abbracci interminabili), e uno per me stesso, di non aver finito di raccontare di quella mia intuizione sul nostro incontro che era prossimo e sull’attimo che fugge. Ma a questo ho appena rimediato.

[continua]

Paolo Conte – La Donna della tua Vita


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