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L’arte di provocare cadute (di) gravi _ Meditazione n.10

29 agosto 2013

Falling Apples

Falling Apples, Bill Bradshaw

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Daremo il nostro appoggio all’offensiva USA in Siria? Sembra di no, a giudicare dalle parole del nostro ministro degli esteri, ma a me viene da pensare: Quando mai abbiamo detto di no a un sostegno agli USA, sia pure sotto forma di missione di pace?

– Quasi mai, tranne almeno in un caso.

– Illuminami, demone, che su due piedi non ricordo.

– Hai presente Craxi su Sigonella?

– Ah, vero. Quella, lo ammetto, è stata un’eccezione.

– Certo che, se oggi mi fosse dato di scegliere, tra un Craxi e un Berlusconi preferirei Craxi.

– Io preferirei nessuno dei due, ma non mi è chiaro dove sfocerebbe questa terza ipotesi.

– Bisogna usare l’immaginazione.

– Il realismo, piuttosto, demone.

– Insisto: l’immaginazione. Bisogna ricordarsi di saper sognare, di essere stati bambini. Ritrovare l’innocenza e l’antico stupore… Aprire le ali al volo pindarico e osare, osare… Costruire una favola nuova, che non sia mai stata ancora scritta da nessuno.

– Oh, Gesù. La favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude? Ma finiscila, pensatore stitico! Non sei lontanamente paragonabile a quel talentuoso coprofilo del Vate, e io poi, non sono mica Ermione. Ti mancano proprio le basi, guarda. Ma come, sei da oltre un anno su un blog che tratta di narrazioni e non conosci Vogler? Non sai che qualsiasi narrazione cela degli archetipi, gli stessi contenuti nelle fiabe che ti raccontavano da bambino?

– No. E comunque a me piacciono le favole. Per questo ho letto la trilogia delle Sfumature, con quei loro bei lieti finali!

– Non ce la faccio a discutere con te, mi ritiro sotto un melo in meditazione.

Come se si potesse scegliere. Purtroppo, nemmeno nelle favole è consentito.

Freud* arrivò a conclusioni incontrovertibili scavando nella correlazione esistente tra le trame de Il Mercante di Venezia e il Re Lear di Sheakespeare e di altre molto simili, contenute nelle Gesta Romanorum **, nel poema epico estoniano Kalewipoeg, nel mito del Giudizio di Paride, nelle Metamorfosi di Apuleio e perfino in Cenerentola.

In tutte è raccontata la scelta tra oggetti/persone, simboli a loro volta di qualcos’altro.

Per Freud, non era tanto importante individuare la simbologia sottesa, quanto capire come fin dalla notte dei tempi l’essere umano abbia avuto la necessità di crearsi una possibilità di scelta, attraverso l’invenzione favolistica.

E dunque l’eroe di turno che gratifica il lettore/ascoltatore, finendo per scegliere, tra le tre in lizza, la donna più silenziosa, la più devota o la più bella, secondo Freud mette in scena una trama consolatoria riconducibile al mito delle tre parche. Ad Atropo, in particolare, l’uomo rivolgerebbe la sua scelta, barattando il concetto di morte con altri, complementari e, per la psicanalisi, del tutto sovrapponibili (“i contrari sono spesso rappresentati da un unico elemento nei modi di espressione usati dall’inconscio, ad esempio nei sogni”).

Poiché l’uomo, scoperto nei primordi di essere segnato da un destino ineluttabile, ha utilizzato l’immaginazione per soddisfare il desiderio che nella realtà non può essere soddisfatto: sostituire alla morte l’amore, la bellezza, la saggezza, la fedeltà.

Sostituire l’atto di subire il fato con la possibilità di scegliere.

Ma, appunto, si tratta di un mito, della cristallizzazione in forma narrativa di un desiderio umano, che può consolare ma in nessun modo cancellare la realtà. A meno che non si arrivi a credere che l’alternativa creata dall’immaginazione dell’uomo costituisca una realtà a sé. Ma di questo Freud nel suo trattatello non parla.

– Ancora in meditazione?

– Ho appena terminato, grazie.

– E cosa avresti concluso?

– Che Obama ci racconta favole perché ha capito che siamo fondamentalmente umani. Com’è buono lui. Ahi!

– Ma guarda il caso… ti è caduta una mela proprio sulla testa. È segno che sei stata prescelta.

– Come Elena dal buon Paride?

– No, come Berlusconi da milioni di elettori.

– Allora sono anche immortale. Chiedo scusa a Freud ma mi conviene rimangiarmi tutta la meditazione.

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*)Sigmund Freud “Das motiv der Kästchenwahl”, pubblicato in Imago, 2, 1913. Traduzione di Antonella Ravazzolo in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012.

**) Deeds of the Romans, Aneddotica di origine anglosassone ambientata in epoca romana ma realizzata ad uso e consumo delle meditazioni clericali del 13° secolo.

A nuoto nella notte

6 settembre 2012

Sono rimasta a secco, ma porca di quella… Mmmm! Meglio che resto calma. Nel senso, voglio dire, che mi manca il minimo per la sopravvivenza. Io cerco di abituarmi, giorno dopo giorno, a farne sempre più a meno, ma credo di sbagliare qualcosa nel metodo. Ci sono momenti che sto lì, in mezzo alla gente, e me ne devo scappare via di corsa. Ho un impulso irrefrenabile, conati. Poi vado al cesso, è lì che penso che sia più sicuro andare a rifugiarmi. Cioè, chiudo la porta, mi siedo sulla tazza, e. E niente. Come dicevano le ostetriche, vocalizzare. Una bella A, magari cantata, usando come propulsore il diaframma. Aaaaaaa. Dovrebbe aprire tutte le vie d’uscita ma no, invece, non esce proprio un emerito niente di niente. Assolutamentissimamente niente.

Oh, insomma, che ne parlo a fare. Esco e me lo procuro, non manca mica roba qua in città. Li trovi a mazzi, a grappoli, o in qualche altra forma metaforica del cazzo, come dicevo oggi a Mora, quando è venuta a dirmi dei suoi patimenti. Cretina. Io, mica la povera Mora. Ero così contenta di avere un’anima in pena che si veniva a confidare con me. Con me, proprio, capito? Mi sembrava di viaggiare indietro nel tempo: cose così l’ultima volta che mi sono capitate sarò stata meno che maggiorenne. Ero tanto contenta che le ho scroccato una sigaretta. La prima dopo tredici anni. Tredici anni passati inutilmente, per come mi è venuto spontaneo tirare forte con tutto quel gusto. Lei s’è allarmata: “Non è che ti senti male? Non è leggerina, è una Camel”. Io le ho indicato la tazzina di caffè. “Con questa evito lo svenimento”. “Se lo dici tu”, ha risposto. E la questione s’è chiusa lì.

Dopo che se n’è andata, per una buona oretta mi sono sentita un po’ come deve sentirsi Dio. Ammazza. Dispenso ancora bene i miei predicozzi da donna navigata. E vediamo se adesso ha ancora voglia di andarsene in qualche paesello del presepio, dove le tre anime in croce che ci abitano conoscono l’uno dell’altro numero e forma di ciascun pelo del corpo. Le ho detto: 1. Qui hai un sacco di occasioni, non sei nemmeno sposata, puoi uscire quando ti pare.  Gira, intrufolati. Non ti piacciono più quelli che frequenti? E cambia compagnia, ce ne sono tante. Finché non ti trovi bene, ma muoviti! 2. Fatti un ragazzo. Fattelo, nel senso (e qui ho mimato un qualcosa che non mi è riuscito bene perché tutto sommato sono sempre una ragazza beneducata, ma a lei è bastato), non nel senso del fidanzamento. Capito? Lascia stare tutti ’sti contorcimenti mentali, va bene che sei attratta da quelli schivi, controversi e solitari ma lascia una porta aperta anche a gente un po’ più vitale. Se non altro, dopo, ti becchi una buona dose di endorfine e te ne stai tranquilla almeno mezza giornata. 3. Non mi ricordo più. Abbiamo parlato d’altro.

Che poi mi ha anche detto, tra le varie cose: “Scusa se te lo chiedo, dimmelo pure se non sono affari miei”, “Ma no, chiedi, chiedimi pure”. Ero in deliquio. “Visto che scrivi e scrivi, non ci pensi mai a pubblicare?” “Sì” e qui ho ruotato lo sguardo in alto, ipoteticamente verso il cielo, e ho detto “Ci penso, ma ci penso soltanto, non ho idea neanche di dove si parta”. “Ma parti da quello scrittore no? Fatti consigliare” “No, no” “Ma chi meglio di lui”. “Ma no, no. No”, facevo io, e alla fine, dai e dai, mi è sembrata convinta. “ Esistono anche le raccolte di racconti, i concorsi”. “No, dai Mora, guarda. Ormai ho smesso, almeno con quella roba. Vedremo”.

Comunque, poi se n’è andata. E di nuovo sono stata malissimo, con tutti quei conati che dopo invece non succedeva niente, Mi piacerebbe sai, sentirti piangere, anche una lacrima per pochi attimi, e invece no. Cristiano Godano l’avevo conosciuto all’epoca dell’alluvione del Piemonte, che ai Marlene Kuntz gli si era allagata la sala prove e avevano buttato via tutti gli strumenti. Così, avevano caricato il furgone facendosene prestare altri dagli amici, ed erano venuti a Roma, alla serata del Black Out. Dove c’ero io assieme agli altri, che avevamo sentito una cassettina distribuita col Maciste, il giornalino di Ferretti e compagnia. A me, me ne arrivavano le copie nella posta. Oggi sarebbero newsletter inviate per email. Ma l’emozione di toccare con mano quelle paginette che venivano dall’Emilia Romagna, oggi non si ripeterebbe. La sera del Black Out eravamo quattro polli al buio, in piedi davanti a Godano e agli altri ai quali non avevano dato neanche un palchetto. Loro erano pallidi e tesi, quando iniziarono a suonare gli occhi di Cristiano erano vitrei, muoveva soltanto il braccio nervoso sulle corde della chitarra e fissava davanti a sé il vuoto. Il vuoto ero io in quel momento, ma lui non ci fece assolutamente caso. Improvvisamente arrivò la pogata e io non so per grazia di quale santo mi ritrovai in fondo alla sala senza nemmeno una contusione, quella volta.

Ecco. Volevo arrivare al punto per dire che, di Nuotando nell’aria, non avevo capito, a quell’epoca, che c’era la possibilità di cogliere anche un lato tragicomico, quasi sarcastico. Chissà se anche Cristiano, presuntuoso e strafottente com’è, e pure insegnante d’italiano, ne aveva avuto qualche sentore. Di certo non me lo disse in quelle due o tre lettere che ci scambiammo tramite il fermo posta di Cuneo. Mi pareva di essere tanto sintonica col bel cantante di Sonica. Macché, quando gli andai incontro dopo il concerto di Corviale, mi pare un anno dopo, mi disse, tra gli effluvi profumati dell’hashish, “Ah, così sei tu. La mia fan più divertente”. Divertente? Divertente de che?

Pelle:
è la tua proprio quella che mi manca
in certi momenti e in questo
momento è la tua pelle ciò che sento
nuotando
nell’aria.
Odori dell’amore nella mente
dolente, tremante, ardente:
il cuore domanda
cos’è che manca
perchè si sente male,
molto male,
amando,
amando,
amandoti ancora.
 
Nel letto,
aspetto ogni giorno un pezzo
di te
un grammo di gioia
del tuo sorriso
e non mi basta
nuotare nell’aria per immaginarti:
se tu sapessi
che pena.
Intanto
l’aria intorno
è più nebbia che altro
l’aria
è più nebbia che altro
 
E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile, dovresti credermi,
sentirti qui con me perché tu non ci sei.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.

Ora me ne sto sulla porta di casa con le chiavi in mano e mi assale un dubbio. Mi sembra di fare una cosa sporca. Ma dura un attimo, lo so. Poi passa. Scendo e mi incammino sui sampietrini che, devo dirlo? Tanto pittoreschi, ma al buio proprio no. Perdono ogni poesia e acquistano il diritto a ricevere un set di bestemmie omaggio e l’ingresso gratuito per tutti a Rainbow Magicland durante la notte di Halloween.

Entro nel bar. Non è ancora mezzanotte. Ci sono due ragazzetti sui trent’anni, lui e lei. Discutono con due vecchi rugosi, uno con un gran barbone. Il bar è di quelli scalcinati, a quest’ora non mi va di andarmene lontano. E poi, col fresco, mi sono intimorita. Non voglio più farne nulla. Giusto, bevo qualcosa. Anzi no, io quasi quasi giro i tacchi e me ne torno a casa. Resto un momento in bilico sul filo della decisione. E quel momento è tutto dilatato dalla conversazione dei quattro.

Lella, si chiama lei, si vede che tiene lui, Johnny, sotto schiaffo. Muto, sempre, e in adorazione. Lella va proprio a briglie sciolte:

– Sì, vi dico. Sentite questa barzelletta: Mentre passeggia tranquillo per la savana, un inglese che indossa gli irrinunciabili simboli di un compìto colonialista, con tanto di elmetto di ordinanza, s´imbatte in un indigeno che russa beato all´ombra di un albero. Sopraffatto dall´indignazione, per quanto mitigata dal senso di missione di civiltà che lo ha portato in quelle terre, l´inglese sveglia l´uomo con un calcio, gridando: «Perché sprechi il tuo tempo, fannullone, buono a nulla, scansafatiche?». «E cos´altro potrei fare, signore?», ribatte l´indigeno, palesemente interdetto. «È pieno giorno, dovresti lavorare!». «Perché mai?», replica l´altro, sempre più stupito. «Per guadagnare denaro!». E l´indigeno, al colmo dell´incredulità: «Perché?». «Per poterti riposare, rilassare, goderti l´ozio!». «Ma è esattamente quello che sto facendo!», aggiunge l´uomo, risentito e seccato. Capito cosa intendo? Chi ha detto che dobbiamo stare alle regole? Regole che ti impongono di ammazzarti di lavoro e guadagnare un mucchio di soldi in modo da permetterti una casa e un mutuo imponente? E lavorare ancora più duramente per ripagarlo, sino al momento in cui avrai maturato una bella pensioncina e finalmente potrai iniziare a goderti la vita? C’è una bella differenza tra un posto di lavoro ancorato a un luogo, tutto racchiuso all´interno di un unico edificio commerciale, e uno itinerante, diretto verso mete predilette quali la Tailandia, il Sudafrica e i Caraibi. A essere realmente in gioco è la libertà di scegliere ciò che è giusto per te.

Al che, sbuffando, interviene quello che si presenta come Ziggy, un vecchietto tutto rugoso con i dreadlocks:

– Per te e non per gli altri. O la libertà di scegliere come condividere il pianeta e lo spazio con questi altri, no? Assumendo tale principio a parametro con cui misurare la correttezza e il valore delle scelte di vita, voi vi trovate sulla stessa linea di pensiero delle persone contro le quali vi ribellate, come i dirigenti e i manager della Lehman Brothers e tutti i loro innumerevoli emuli. Sono stati i consigli di amministrazione e i dirigenti delle multinazionali, con il tacito o manifesto sostegno e incoraggiamento del potere politico in carica, a occuparsi di smantellare le fondamenta della solidarietà tra impiegati mediante l´abolizione del potere di contrattazione collettivo, smobilitando le associazioni di tutela dei lavoratori e obbligandole ad abbandonare il campo di battaglia; tramite l´alterazione dei contratti di lavoro, l´esternalizzazione e il subappalto delle funzioni manageriali e delle responsabilità dei dipendenti, deregolamentando (rendendo «flessibili») gli orari di lavoro, limitando i contratti di lavoro e al tempo stesso intensificando l´avvicendarsi del personale e legando il rinnovo dei contratti alle prestazioni individuali, controllandole da vicino e in continuazione. Ovvero, per farla breve, facendo tutto il possibile per colpire la logica dell´autotutela collettiva e favorire la sfrenata competitività individuale per assicurarsi vantaggi dirigenziali.

Il passo definitivo per porre fine una volta per tutte a qualsiasi occasione di solidarietà tra dipendenti – che per la grande maggioranza delle persone rappresenta l´unico mezzo per raggiungere la «libertà di scegliere ciò che fa per te» – richiederebbe, comunque, l´abolizione della «sede di lavoro fissa» e dello spazio condiviso dai lavoratori, in ufficio o in fabbrica. Ed è questo il passo che voi avete compiuto. Con le vostre competenze e credenziali ve lo siete potuti permettere. Tuttavia non sono molte le persone che si trovano nella condizione di cercare un rimedio alla propria mancanza di libertà in Tailandia, in Sudafrica o ai Caraibi, non necessariamente in questo stesso ordine. Per tutti gli altri che non sono in una simile posizione, il vostro nuovo concetto/stile di vita/impostazione mentale confermerebbe una volta per tutte quanto le loro perdite siano definitive, dal momento che meno persone rimarrebbero impegnate nella difesa collettiva delle loro libertà individuali. L´assenza più cospicua sarebbe quella delle «classi colte», a cui un tempo spettava il compito di sollevare dalla miseria gli oppressi e gli emarginati.*

– Ma non basta fermarsi a questa considerazione, mio caro. – Interviene Siggio, quello col barbone, tutto vestito a festa. Siggio. Che cacchio di nome è? Beh, sentiamo:

– Esiste una distinzione tra coloro che sublimano le pulsioni sessuali inconsce: quando un’ondata di energica rimozione sessuale pone termine al periodo delle ricerche sessuali infantili, la pulsione di ricerca ha tre possibilità. Dovute al suo precedente collegamento con gli interessi sessuali. Nel primo caso la ricerca condivide il destino della sessualità; quindi la curiosità resta inibita e la libera attività dell’intelligenza può restare limitata per tutta la vita del soggetto, particolarmente se subito dopo l’educazione introduce nel gioco la potente inibizione religiosa del pensiero. Questo è il caso caratterizzato dall’inibizione nevrotica; sappiamo benissimo che la debolezza intellettuale così acquistata costituisce un impulso efficace all’esplosione di una malattia di nervi. La seconda possibilità è che lo sviluppo intellettuale sia abbastanza forte da resistere alla rimozione sessuale che se n’è impadronita. Qualche tempo dopo l’estinzione delle ricerche sessuali infantili, l’intelligenza essendo diventata più forte richiama le antiche associazioni ed offre il suo aiuto nell’eludere la rimozione sessuale; le attività sessuali rimosse di ricerca ritornano dall’inconscio sotto forma di rimuginazione coatta, naturalmente in maniera deformata e priva di libertà, ma sufficientemente potenti da sessualizzare il pensiero stesso e da colorare le attività intellettuali del piacere e dell’angoscia che appartengono ai processi sessuali veri e propri. Qui l’indagine diventa un’attività sessuale, spesso l’unica, e la sensazione che nasce dall’ordinare le cose nella propria mente e dallo spiegarle, sostituisce la soddisfazione sessuale; ma l’inesauribilità delle ricerche infantili si ripete anche nel fatto che questa meditazione non finisce mai e che la tanto desiderata sensazione intellettuale di aver trovato una soluzione si perde sempre di più nella lontananza. In virtù di un particolare temperamento la terza possibilità, la più rara e la più perfetta, elude sia l’inibizione di pensiero che il pensiero coatto nevrotico. È vero che anche qui si verifica la rimozione sessuale, ma non riesce a relegare nell’inconscio una pulsione componente il desiderio sessuale. La libido elude invece il destino della rimozione perché fin dal principio viene sublimata in curiosità e viene collegata alla potente pulsione di ricerca per rafforzarlo. Anche qui la ricerca entro certi limiti diventa coatta e rappresenta un surrogato dell’attività sessuale; ma poiché i processi psichici retrostanti sono completamente diversi (sublimazione invece di irruzione dall’inconscio), manca la nevrosi. Non c’è alcun collegamento con gli originali complessi di ricerca sessuale infantile e la pulsione può agire liberamente al servizio dell’interesse intellettuale.

– Che?

Chiedono tutti e tre gli altri all’unisono, con certe espressioni. Ma lui, in tutta serenità, rispondendo si rivolge solo a Ziggy:

– Vale a dire, quindi, che se non scopi, rischi di diventare schiavo dell’onanismo mentale e della frustrazione conseguente o peggio, completamente inebetito, oppure ti inventi una passione che assorbe tutto te stesso. Per lo sport, lo studio o anche per il potere. E, in questa terza ipotesi, non puoi sentire il richiamo delle sirene di questi due idioti, anche quando disponi di tutte le possibilità economiche per lasciarti alle spalle ogni problema e pensare solo a te stesso. No, tu ti consumerai nella conquista della vetta sempre più alta. Ti arricchirai sempre, sempre di più.

– E noi poveracci, sempre a prenderla nel culo.

Che figura, ma che figura ho fatto. Sono così stanca, che ore sono? Ora che mi allontani, mi guardano così male. Ma perché poi? Cazzo, sono uscita in mutande. Con tutto di fuori?! Cazzo. Ma che è, mica sono dentro un sogno? Spero di sì, altrimenti trovo ad aspettarmi una volante qua fuori.

– Buonanotte. – Dico, cercando di avvolgermi attorno a me stessa, ma è una parola.

– Buonanotte, buonanotte –. Mi rispondono con sufficienza e subito riprendono a parlottare mentre io inizio a dare qualche bracciata nell’aria fino a prendere la velocità sufficiente a librarmi verso l’alto. Visto che tutto sembra indicare che questo sia un sogno,adesso me lo giostro come mi pare a me, ‘sto sogno. Ero uscita alla ricerca di qualcosa che non mi ritrovo più, neanche l’ombra. Neanche per sbaglio. Ora lo faccio comparire qui. Hop! Ecco fatto, e me lo sogno ben bene … Ah… E buonanotte a tutti.

Justin Nozuka  – After Tonight

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Racconto liberamente ispirato al brano pubblicato su La Repubblica del 5/09/2012 tratto da Zygmunt Bauman. Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido. Ed Laterza, 2012

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*) Sigmund Freud: Der Humor, saggio scritto in occasione del Congresso psicoanalitico internazionale del 1927. Pubblicato in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012

Voltati a destra! O, Tranquillo, guido io.

29 agosto 2012

Era un sogno corale. Le scene scivolavano una dietro l’altra con un unico piano sequenza, la macchina da presa ruotava attorno a una tavola circolare coperta da una tovaglia bianca, con ricami dal disegno raffinato e fiori bianchi sparpagliati ovunque. Al centro diverse bottiglie d’acqua minerale e due o tre cestelli di ghiaccio per tenere in fresco il vino. Bianco, frizzante che scendeva a garganella. Che sogno, sentivo il suo profumo colarmi in gola e, poi era comparso quel trionfo di molluschi freschi incastonati in un iceberg di cubetti di ghiaccio. Allungavi una mano e ne tiravi fuori un’ostrica, un fasolare, una lumaca. E giù a succhiarli con gusto, senza sosta, approfittando che nel sogno si sentivano i sapori. E che sapori. Che poi a me nemmeno piacciono le tavolate, e lì intorno c’erano davvero tutti: e nonni e nonne, e padri e madri coi loro secondi mariti e terze mogli, quelli vivi e anche quelli morti da tempo, i loro figli, che non sono miei fratelli, ma anche i miei fratelli, e coniugi e cognati e figli e nipoti, e tutti i miei figli e anche le madri e le sorelle che li avevano ripudiati un tempo. Tutti intorno al tavolo, inquadrati a rotazione lentamente, brevi zoomate sul viso di ciascuno, così per cogliere quel filo di sugo all’angolo della bocca che aveva appena inghiottito un polipetto, una parola detta in un orecchio, una risata. E mio padre che a un tratto mi aveva fatto: Ecco i paguri. Come i paguri? Non li avevamo rilasciati in mare? No, ho dato ordine al cuoco di servirli a tavola. Come? Gli avevo fatto, Non è possibile, li ho liberati tutti con queste mani, a sera, prima di andare. Mangia i paguri, mi ripeteva lui, Dà il buon esempio. Ho immerso il secchiello in mare e l’ho rivoltato, ti dico. Mangiali. Ok, li mangio. Tanto non sono loro. Sì, invece. Oh, vabbé. Ho afferrato dal monte di ghiaccio una conchiglia, ho guardato dentro. Era lì, si sporgeva con le zampe. Ho fatto la smargiassa: Vieni fuori tu, che ti mangio, sai? E lui mi aveva dato retta, così lo avevo preso tra le labbra e l’avevo mangiato. Mica aveva opposto resistenza. Zampette che scrocchiavano. Sapore incerto. Ma il successivo, lo dovetti stanar fuori con una forchetta, il mio volere contro il suo. Si ribellò e lottò. Al tavolo stavano lì a fare il tifo, tutti isteria e eccitazione. Il paguro adesso mi faceva pena. Non ce la faccio, sapete? Io lo riporto a mare. Nooo, ora lo mangi. Mah, potrei anche riuscirci, non dico di no. Ma non mi va, non vedete come sgambetta? Dà il buon esempio, c’è tuo figlio piccolo che guarda, forza, su! Il paguro aveva gli occhi di fuori, supplici. Sudava, pure, era tutto imperlato, ma non era così strano perché in fondo era solo un sogno, e lo sapevo. Non voglio, non ce la faccio. Ce la farai. Non posso. Sì, puoi. No. Sì. No. Sì. No. Sì.

Fatto sta che quando mi sono svegliata avevo davvero un peso nella pancia. Mi sembrava di sentir bussare, chiedere aiuto. Merda. E ora? Al pronto soccorso mi hanno dato codice verde, ho consegnato il foglio all’infermiera e mi sono appoggiata su una sedia con la nuca sul muro. Poi ho guardato il muro di fronte, era talmente lercio, all’altezza delle nuche di quelli che si erano seduti sulle sedie. Mi laverò i capelli a casa, appena torno, ho pensato. Pesava troppo la testa in quel momento. L’ho lasciata all’indietro, nuca al muro. Sto qua da sola, chi mi giudica? Chi può rimproverarmi? Sto sola con me stessa, sai che mi dico? Io mi autorizzo. Insozzati pure cara, mi ha detto un demone sbucato tra i capelli. Io ti ringrazio, pensavo d’esser sola. No, ma tu ultimamente ci trascuri. È vero! È vero! Ne sono sbucati altri. E voi? Avevo capito che eravate andati in ferie. Sapessi, abbiamo perso la corriera. Quale corriera, e per andare dove? In Arizona. Ah, all’estero, nientemeno. Tu non ci porti mai da nessuna parte. Ci è toccato far da soli. Ma non hai letto il bigliettino? Quale bigliettino? Te l’avevo detto di metterlo bene in vista. E io l’ho messo in vista! Sì? E dove? Sul bordo del comodino. In quel caos di libri tutti arruffati, secondo te è mettere una cosa in vista? Ma così sarebbe stata la prima cosa che avrebbe notato. L’avresti dovuto mettere per terra, sopra lo scendiletto. Che termine desueto, s’era intromesso un altro, e hanno continuato a litigare sempre più ad alta voce che: Èeeeeh! E che? Ho dovuto fare io, così arrabbiata che in corridoio tutti hanno alzato la testa e smesso di occuparsi delle loro cose. Siamo in un ospedale insomma. Tié, prendetevi due euro e andate a comprarvi le caramelle. Oh grazie, grazie! E poi tutti contenti sono scesi dalla mia testa e si sono allontanati verso una misteriosa scritta che diceva “Triage”, ma… C’est Français! Che ospedale esotico, mi sono detta. E intanto ad uno ad uno abbassavano gli sguardi, gli altri, e riprendevano i chiacchiericci isolati, che a me non m’importava niente di quello che avevano pensato poco prima, quando ero scattata su contro i miei demoni. Ogni tanto sembrava che stesse arrivando il mio turno, ma poi sbucava qualche caso più grave e mi prendeva il posto. E intanto io pensavo, ma se invece di verde fossi un codice rosso? Che so, avessi un’emorragia interna, qualcosa di occulto, una peritonite in rapido sviluppo? Solo perché me ne sto qui tutta tranquilla e aspetto il turno mio, mica vuol dire che sono così sana. È solo che sono abituata a stare zitta nella sofferenza, tanto prima o poi tutto passa, è vero. Ma se qui magari ci muoio e non c’è nessuno a chiedere aiuto? Che sono venuta a fare in ospedale così d’urgenza, che pure i soldi del taxi ci ho voluto spendere?

Ma vabbé, tiriamo fuori il libro, ho pensato. Dopo quel sogno m’ero portata un Freud. Il primo che ho trovato. Veramente, l’Interpretazione dei sogni non ce l’ho. Mi devo accontentare, per modo di dire, di Psicoanalisi dell’arte e della letteratura*. Una lettura… guardate, Cosa? Mi hanno chiesto i demoni in coro. Siete già tornati? Sì, non ce le avevano le caramelle. Abbiamo preso le patatine. Ma io volevo quelle alla paprika! Contentati che con due euro dovevamo scegliere a maggioranza. Dai non litigate, ho aperto la borsa di nuovo e gli ho dato altri tre euro, ai demoni, poveretti. Capisco che aspettare non sia tanto divertente, Andate, su, gli ho fatto. Ah, e prendetemi una cosa da bere. Fiele? Ha detto uno con una risatina chioccia, uno che non ho riconosciuto nel mucchio ma se lo pesco… No, decido di soprassedere, Meglio una Coca cola. D’accordo. Tempo un minuto ed erano già di ritorno con una Sprite, che a me personalmente mi fa schifo. Glie l’ho detto, e loro: Ce la beviamo noi, va’. E io? Gli ho fatto, Abbiamo finito i soldi, ih ih ih! Ho sbuffato, ma non ho aggiunto altro che: Prendete questi altri spiccetti e tornate con qualcosa di un po’ meglio. Ah, e una crostatina che inizio a avere fame. In quel momento si sono aperte le porte dell’ambulatorio e qualcuno ha detto proprio il mio cognome, ohibò. Ho alzato la voce: Eccomi! E di nuovo si sono voltati tutti a guardarmi, Ma che vi piacerà guardare, ho pensato io -stavolta a volume più basso-, non credo di avere i pupazzetti in fronte. Poi sono entrata e mi hanno fatto le domande di rito, un ecografia, un prelievo. Dieci minuti netti ed ero di nuovo fuori ad aspettare i risultati.

Sono andata a riprendere la mia postazione ma nel frattempo la sediolina, che faceva parte di un gruppo di tre, era stata occupata dal borsone di una coppia seduta sulle altre due del trio. Ho accennato a una giravolta ma loro, carini, mi hanno detto insieme: Stia, stia, e hanno tolto l’ingombro. Li ho ringraziati, loro mi hanno rivolto un sorriso trasognato e hanno ripreso a fare i loro pucci pucci pucci sussurrati, così incuranti di chi avevano intorno che non ho potuto fare a meno di ascoltarli. A lei, incinta all’ottavo mese, avevano diagnosticato che aveva troppo liquido amniotico E che significa? Io non l’ho mai sentita una cosa come questa, avevo sentito dire che è pericoloso quando è poco, ma troppo… Faceva, mentre lui Eh già, rispondeva attonito, tutto proteso verso il suo pancione, e la guardava fisso senza smettere di carezzarle le mani. Si vedeva che erano nel panico, ma lei reagiva in modo distaccato. Inframmezzava sempre di più considerazioni serie sull’imminente cesareo programmato, con commenti sulla zia “che meno male che era ancora al mare e non sarebbe tornata in tempo”, sulla telefonata della madre che le aveva raccomandato questo e quello. E lo faceva ridere, il futuro padre, così di frequente, che dopo un po’ entrambi erano come drogati dalle loro stesse risa. Le soffocavano unendo le teste tra di loro e appena accennavano a smorzarsi, lei ritornava alla carica, alzando sempre di più la posta. Battute sull’uscita dall’hangar, poi sull’allattamento, E pensa poi ‘sto Cristo, scusami Picchio, eh? Si fa per dire, Faceva, accarezzando l’ignaro contenuto della pancia, Pensa se quando m’esce fuori poi ci prende gusto. A cosa? Le ribatté il marito, e lei: T’immagini una sera a cena, lui che ti fa: papà, gli occhi di mamma non mi piacciono tanto. E tu, Ma lui qui l’aveva anticipata: E io, Zitto figlio mio e mangia! E giù risate su risate. Che io quel meccanismo strano lo avevo riconosciuto. L’avevo giusto letto la sera prima sul mio libro, e mentre continuavo ad aspettare ne ho sfogliato le pagine fino a trovare il punto esatto.

Freud dice: “[…] l’umorismo si inserisce nella lunga serie dei metodi costruiti dalla psiche umana per sottrarsi alla costrizione della sofferenza, una schiera che comincia con la nevrosi, culmina nella follia, e nella quale sono compresi l’intossicazione, lo sprofondare in sé stessi, l’estasi.” Con l’umorismo, “l’Io, che si rifiuta di lasciarsi affliggere dalle ragioni della realtà, di farsi imporre la sofferenza, insiste nel pretendere che i traumi […] non possano intaccarlo”, “Esprime un sentimento di sfida”. Capito che stava combinando la ragazza senza, probabilmente, aver letto Freud? Brava, dieci più. E nei confronti di lui, povero virgulto smarrito, stava attivando, di riflesso, il meccanismo del “risparmio di dispendio emotivo”. Lo stava proteggendo, insomma. Che brave queste ragazze d’oggi, stavo pensando. E intanto altro tempo era passato, che stavano chiamando di nuovo il mio cognome.

In effetti è un caso strano, mi hanno detto. Lei qui ha un paguro da estirpare. Ah. E sono rimasta di stucco. Poi, un po’ per darmi un contegno, ho fatto: D’accordo, ho un paguro da estirpare, non so com’è successo, credevo fosse stato un sogno. Mah. Comunque, e adesso? E adesso vada da un medico, mi hanno risposto. Perché lei cosa sarebbe, mi scusi? Questo è un pronto soccorso. E allora? Gli ho detto, un po’ alterata. E allora il nostro compito è quello di diagnosticare. Ma non è affatto grave, sa? Ha aggiunto,  Non ha una malattia, perciò non la possiamo ricoverare. Vada dal suo medico e ne parli con lui. Vabbé. Su, su, mi ha fatto il medico battendomi una mano sulla spalla, E in bocca al lupo, ha aggiunto, con due occhi che forse volevano essere di conforto ma a me pareva che fosse lui il lupo, allora mi sono alzata tanto di scatto che mi sono dovuta risedere, Ho la pressione bassa, ma mi passa subito. E poi: Arrivederci, gli ho detto, sperando nel contrario e sono fuggita via lungo il corridoio con tutti i demoni che si reggevano malamente ai capelli e qualcuno veniva sbalzato fuori dalla testa Aspettatemi! Gridava, sedere a terra e gambe per aria, e un altro doveva mettere in moto il tender e scendere a riprenderlo e a riportarlo su. Ma sei scema? Poi mi facevano appena risaliti, ma intanto io correvo e correvo e dicevo Adioos! A tutti quelli che, intanto che scorrevo lungo il corridoio, vedevo che restavano seduti ad aspettare. Mi facevano pena, è chiaro, ma non potevo restare a guardarli e a compatirli, con il problema che avevo adesso, di quel paguro lì da tirare fuori.

Ethan e Joel Coen – Arizona Jr

*) Sigmund Freud: Der Humor, saggio scritto in occasione del Congresso psicoanalitico internazionale del 1927. Pubblicato in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012


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