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Dicotomie n. 3 – Scrittura: Narratore/Autore

16 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 febbraio 2013

Così la mia vita è una fuga e perdo tutto e tutto è dell’oblio, o dell’altro. Non so quale dei due scrive questa pagina. (Jorge Luis Borges, “Borges e io” da “L’artefice”)

Narratrice
Seduta di fronte all’Altra, durante quei loro interminabili pomeriggi di confronto e sfida, A si sentì sempre più libera di ripercorre ed analizzare ciò che era stata la propria vita fino a quel momento. Fin da giovanissima, sostenuta fortemente dai familiari, aveva dimostrato un grande talento per la scrittura. Le sue prime prove furono accolte freddamente in patria. Scelse allora di emigrare nel paese Y, dove ottenne immediatamente un notevole successo e poté ritirarsi a vita privata, senza essere gravata da preoccupazioni morali o materiali, per dedicarsi allo studio del Racconto Perfetto. Solo dopo anni trascorsi tra innumerevoli tentativi e fallimenti, la perdita dell’uomo amato e della stima della famiglia d’origine, giunse molto vicina alla soluzione del problema. Entusiasta, spedì i risultati al famoso scrittore Z, il quale però la informò che nel periodo della sua lunga e solitaria ricerca, alle stesse conclusioni era arrivato prima di lei un giovane talento, al quale andarono onori e riconoscimenti. Caduta in una irrimediabile depressione, indisse una conferenza stampa, nel corso della quale annunciò teatralmente che il Racconto Perfetto non aveva alcuna possibilità di essere scritto. Abbracciò posizioni politiche estremiste e prese parte attivamente ad alcune manifestazioni di piazza a carattere violento. Venne quindi rimpatriata nel paese d’origine dove, nel corso di interminabili partite a domino, strinse casualmente amicizia con la Narratrice. Questa, armata del suo stesso entusiasmo per i racconti, risvegliò in A l’interesse per l’indagine abbandonata. Sotto gli occhi della Narratrice, la vita dell’ormai grigia e dimessa Autrice riprese ad ardere della passione di un tempo. Un giorno gridò al telefono di aver risolto finalmente il caso. La Narratrice si precipitò da lei, preoccupata per la sua salute. La trovò riversa in terra senza vita, attorniata da tessere di domino. Nessuno conoscerà mai più il segreto svelato. Nessuno, tranne la Narratrice di questo racconto.

Autore
Aveva sempre saputo di essere mediocre e per questo forse si era messo a scrivere, ma anche nello scrivere aveva una battaglia aperta con se stesso: non riusciva a trovare il proprio stile originale, anche se lo apprezzavano in tanti. Pensando comunque di avere una tecnica di successo e di essere letto da chi faceva delle scelte dava alle stampe i suoi libri, ne più ne meno, come lavori di mestiere e questo lo sottolineava anche la critica, considerando il fatto che l’autore cerca distinzione di idee, percorsi, parole, tutti concetti che definiscono nel tempo la sua vita. Effettivamente lui non si sentiva definito ma sempre più in difficoltà, al punto che pensò di abbandonare la letteratura per altre forme creative. Come per altri generi di scrittura: sceneggiatura; giornalismo; narrazione; critica; saggistica; blogger… anche il suo scrivere incontrava volente o nolente il “mi piace – non mi piace” del lettore, senza vie di fuga, senza compromessi, senza alternative. Sempre più innervosito che chiunque potesse esprimere un parere su quello che scriveva, cominciò a ordinare le parole come una barriera impenetrabile alla lettura. Ipotizzando che questa fosse la soluzione, iniziò a scrivere con il pensiero perverso di non essere letto, anzi, che la difficoltà ad essere capito trascinasse il pubblico e la critica in un punto morto di giudizio fino a spegnersi del tutto. A torto o a ragione ricercava ambiti creativi per imporre questa sua scelta che permettesse la fuga dai lettori. Più scriveva con questo pensiero in testa e nel cuore più affinava esperienza, quasi una “forma mentis” definita momento dopo momento, realizzazione su realizzazione. Insomma stava scrivendo per se stesso! Ma sapeva benissimo che un autore non può esistere al di fuori di un mondo di altri autori interessati ad esprimere le loro idee, sapeva che il vero scrittore è anche lettore accanito di letteratura impenetrabile realizzata da altri. Quindi cominciò ad arricchirsi di libri che lui giudicava creati con la sua medesima esigenza: migliorare lo scrivere per non farsi leggere. Non negava le proprie difficoltà in questo progetto, ma parola dopo parola superava radicalmente quello che aveva scritto in precedenza. Ora scriveva unicamente per il piacere di farlo pensando di non essere capito quindi di non avere un pubblico. In effetti i suoi lettori era sempre meno, ma quelli che lo leggevano lo considerandolo ora un autore vero che cambiando genere aveva sfidato le sue sicurezze andando incontro a nuove difficoltà esistenziali.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 4
Disegno di Fabio Visintin

 

Cartaresistente

5 gennaio 2018

Scrivo con una sensazione di malinconia per una perdita. Sto parlando di Cartaresistente. Non posso mettere link al  sito attivo dal 2012 perché, ahimé per tutti, ormai non esiste più. La sua uscita di scena al termine del 2017 mi ha fatto pensare a quella delle dive d’altri tempi. Una Greta Garbo, per fare un nome, dei blog letterari.

Un link a Cartaresistente compariva sulla mia homepage, come su quella di Vibrisse (e compare ancora: Giulio, ti posso suggerire di toglierlo?). La sua formula, piuttosto semplice, prevedeva la pubblicazione di immagini significative a corredo di testi che, direttamente o indirettamente, riportassero a una dimensione piuttosto “fisica” l’atto del leggere.

I nostri due blog si sono conosciuti sul finire del 2012, quando ho iniziato a sottoporre a Nando qualche contributo per dei post che enfatizzavano le letture di carta attraverso scatti fotografici (telefonici, forse è meglio dire) di sconosciuti lettori, colti in flagrante nel pieno esercizio della loro “perversione” nei posti più disparati. Da quei post poteva nascere la curiosità per qualche nuova lettura o, quantomeno, scaturire una riflessione su usi e costumi contemporanei. Da lì in poi sono venute idee per temi sempre più sfiziosi e sempre più coinvolgenti per un’ampia fetta dei blogger di wp.

Poi ho conosciuto anche Davide, col quale mi sono obiettivamente tanto divertita, attraverso una forsennata scrittura a quattro mani e confronti serrati come duelli all’arma bianca, puntualmente riportati sulle pagine di Cartaresistente, oltre che qui.

L’impresa di Nando e Davide, del tutto no-profit a meno, immagino, della voce di attivo in bilancio relativa alla soddisfazione, si è avvalsa della collaborazione di nomi anche illustri, di artisti e artigiani che hanno reso tangibile a molti l’esperienza del web. Ha creato una comunità stimolante e vivace. Personalmente mi ha permesso di sperimentare e crescere.

Una gran bella storia, vi ringrazio di avermi permesso di farne parte.

Ho uno spirito progressista ma un’anima che cerca comunque di conservare ciò che di buono c’è stato in un rapporto. Nel corso di quest’anno, con l’autorizzazione espressa degli altri autori coinvolti, pubblicherò di nuovo tutti i lavori a mia firma a suo tempo condivisi su Cartaresistente, a meno de ”I sette sensi”, che troverà posto integralmente sulle pagine di Tratto d’unione (Grazie!) accanto all’intera serie “I magnifici 7”. Da non perdere, in partenza il prossimo giovedì, 11 gennaio.

Quel che resta di noi

Faticosa scrittura

5 agosto 2014

Quella di questo post che giaceva tra le bozze già da qualche tempo.

Il tratto elettronico, l’inchiostro e la lingua metaforici si sono come disseccati, esposti al vento incendiario di Gaza, dell’Ucraina, della povera Italietta nostra. Ho guardato con pudore alle piccole e necessarie azioni quotidiane e, semplicemente, le ho compiute. Le compio ogni giorno, perché degne di dedizione esclusiva. A ciascuno spetta la scelta di definire ciò che è necessario alla propria quotidianità e conosco persone con una quotidianità molto alta. Io non sono tra quelli, non la me stessa di oggi, almeno.

Leggo, sì, ma ricerco la sommatoria di pagine da comprendere a fondo una per una; la notizia verificata, non l’opinione vanagloriosa; il rapporto 1:1, non il rumore di fondo dei luoghi affollati; il botta-e-risposta senza necessità di pubblico.

Per tutto questo, e per la necessità di raccogliermi in disparte, per trovare nuovi modi e indirizzi a quella che comunque sento come abilità da rimettere al giudizio, se non proprio al servizio di chi legge, fino alla breve eccezione di oggi, ho preferito non scrivere di me.

Vengo al punto. In alcuni casi voi mi conoscete più di quello che dicano le righe di un post. Voi, di cui ho appena detto, vi fidate, mi attendete. Non ultimo, nei fatti e nelle parole, mi sostenete. Sto prendendo lo slancio necessario, ancora un attimo. Intanto vi ringrazio tutti, i sostenitori dichiarati e consapevoli, come gli altri che per me realizzano l’impensabile, semplicemente esistendo al mondo.

Sul fronte della scrittura, due articoli di Davide Orecchio, più di altri, ultimamente, mi hanno dato la scossa necessaria. Il post sul suo blog dal titolo “Sto contro il non scritto“, che tratta, sì, della chiusura dell’Unità, ma un po’ anche della mia chiusura -e chissà, a guardare bene le similitudini, cos’altro ne caverei fuori-, e “La guerra sporca di Videla“, pubblicato su Left della scorsa settimana, un “appunto” lungo un decennio, la cui chiosa vale, ancora una volta, a confermare l’essenza di Davide come scrittore di livello, capace, anche tramite un breve scritto, di veicolare un messaggio universale:

Abbiamo in sorte un’epoca che digerisce, mette in rete e condivide ogni vicenda per posarla in uno spazio che è presente continuo, lo storage della storicità. Questo può servire. È un deposito di fatti, nozioni, forse di sapere. Aiuta a vedere l’innesco e la catena della brutalità di Stato che è un virus non debellato dal Novecento dei lager, delle torture in Algeria poi trasmigrate in Sudamerica con tanto di docenti e discenti, e che inaugura questo secolo a Genova, a Guantanamo e chissà in quale altro segretissimo luogo. La nostra gracilità trova la sua diagnosi in una malattia di violenza: ve ne sono ceppi dovunque, nello spazio continuo che lega ieri a oggi, un paese del Nord argentino all’Europa, una segreta nordafricana a un carcere latinoamericano; e ciascuno di essi contamina, infetta, dissemina il trauma della minaccia e della paura. Di generazione in generazione. Tra comunità e comunità. Tutto ci riguarda. Tutto noi, e noi siamo tutto. Ma se l’ombra è compresa, raccontata, ricordata, se sul blackout accendiamo la luce può darsi che il trauma rimpiccolisca e che il nostro oppresso senso del limite guarisca sino a sfiorire. I fantasmi fanno paura finché non li si smaschera.

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Aggiungo che la letteratura non rischia di morire, finché è alimentata da fonti come questa. La sintesi di slancio e verifica; di revisione e fatica; del singolo e della moltitudine; di grida e silenzio; di luce e buio; del rincorrersi della finzione e della verità.

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Dicotomia discorsiva (n.35): Per scrivere d’arte hai bisogno di un salvifico retroscena umano (Su Cartaresistente)

22 novembre 2013

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F: Ciao Davide, trasporto questa dicotomia da un pc all’altro e solo oggi finalmente riesco a inviartela… che dici?

D: Complimenti e… sono in imbarazzo: questo David ti è venuto bene bene, chi non vorrebbe essere tale?-) Furba di una donna, anche creativa!
Per trovare una Francesca devo rileggere Dante che la mette da qualche parte dell’inferno?!

F: Surrealizzami, dai, che ci riesci ;-)

 

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Tre, se includiamo i sogni

17 novembre 2013

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È venerdì sera e queste righe prendono forma sotto la luce gialla di un lampione.

Sto aspettando un autobus e piove. Non molto, appena quel che basta perché debba reggere in qualche modo l’ombrello (non vorrei bagnare la carta su cui scrivo) con lo stesso braccio che tiene aperto il mio blocchetto degli appunti.

Sul bus forse riuscirò a sedermi ma, finché sarà arrivato, la maggior parte delle parole saranno già scese alla chetichella dal cervello per andare a disperdersi in strada, mischiate alle pozzanghere e ai ruscelli di fango, cicche e foglie che si ingrossano in prossimità dei tombini otturati. In quei frangenti, nello scompiglio creato dalle gocce che per farsi strada spintoneranno termini estranei e a loro incomprensibili, voleranno di certo paroloni.

Ricadranno giù, confondendosi tra gli spruzzi delle automobili che passano. Qualcuno forse mi ritornerà aggrappato addosso. Ma sarà incattivito, e pur avendolo a disposizione con me nella minor scomodità dell’autobus, non potrò utilizzarlo. Non stasera che ho voglia di parlare di una storia lieve. Oggi che inseguo il tocco del fiocco di neve sulla spalla di chi la leggerà, non certo la stoccata della grandine.

Dunque adesso scrivo in fretta per necessità, sperando di riuscire a riconoscere, poi, davanti alla tastiera, il senso originale del tappeto di graffi neri e storti che ho steso sulla pagina.

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Oggi mi ero svegliata con la testa vuota e lo stomaco piuttosto chiuso. Sul pavimento della cucina, mentre facevo attenzione a non versare la polvere fuori dalla caffettiera, sono comparsi in un angolo del mio campo visivo gli alluci ammiccanti di Serena. Mi si sono involontariamente allargate le narici, ma le ho rimesse a posto. Mia figlia sa che non deve andare in giro per casa a piedi nudi ma, lo riconosco, non è nemmeno inverno, e lei è refrattaria – col sorriso -, a qualsiasi imposizione. Come me.

Ho registrato il fatto e non le ho detto nulla. Mi ha chiesto Come va? E non Cos’hai sognato? Come fa di solito. Le ho risposto:

– Grazie, bene. Ma ho un senso di nonna.

– Un… che?

– Devo aver sognato mia nonna. Un sogno bello, ma triste. Vediamo, forse riesco a ricordarlo.

Ho accostato il cucchiaino alla punta del naso e arricciato le labbra, mentre portavo lo sguardo verso l’alto (ma quante ragnatele. Lo sguardo è ridisceso per pudore).

– Ero in un corridoio, al termine di un sogno precedente, io stavo andando, boh… via. Nonna mi è venuta incontro con la sua vestaglietta da casa, tendendomi le braccia. Piangeva, voleva dirmi addio. Guarda, – faccio rivolta al volto impassibile di mia figlia, come se le importasse, – che lei non era una che piangeva facilmente. L’ho vista farlo, e sempre senza lacrime, solo due volte…

Serena era rimasta ferma sulla porta della cucina, in silenzio. Sembrava ancora addormentata, ma i suoi silenzi sono sempre preludi a raffiche di domande, non sempre pertinenti. Si era già fatta l’ora di mettere il turbo, precipitarsi in fretta e furia fuori, al lavoro e a scuola. L’ho liquidata in corsa, le ho detto che ci saremmo riaggiornate. Chissà se mi ricordo, ho pensato. Non riesco più a tenere facilmente uniti i pezzi di memoria.

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– Quant’è piccolo il mondo. Ah! Ah!

Laura aveva ripreso il filo del discorso iniziato solo nella sua testa, proprio mentre attraversavamo insieme l’incrocio con il semaforo che diventava rosso. Fa sempre così, Laura: Attraversa col rosso e ti mette all’improvviso in mezzo alle conversazioni tra sé e sé. A volte fa le due cose anche contemporaneamente e mi fa saltare il sistema simpatico. Che in mezzo alla strada non è il massimo.

In genere l’afferro per la giacca, se d’inverno, dal gomito d’estate, e la tiro bruscamente indietro. Appena in tempo perché una macchina non la tiri sotto.

Ma, se mi sfugge, miracolosamente sfugge anche alla macchina. E sono io che, nell’indecisione tra il lanciarmi in fuga o fare un passo indietro, mi becco la frenata, il clacson, e tutti gli improperi dell’autista.

– Allora, questo… mondo, perché mai ora si sarebbe fatto così piccolo?

Ho domandato, deglutendo fiele, appena salita sopra l’altro marciapiede, e ritrovata Laura in un’attesa tranquilla e divertita.

– Ah! Ah! No, è che l’altra mattina sono andata al funerale del cugino di mio padre, aveva ottantatré anni, poveretto, non è venuta molta gente, però, indovina? Ci ho incontrato una mia cara amica! Le ho chiesto che ci faceva lì e lei mi ha spiegato che il suo, di padre, ma da giovane eh, aveva lavorato per un lungo periodo con un cognato del vicino di casa della sorella del morto, cioè della cugina di mio padre. Renditi conto. È davvero piccolo il mondo, eh?

Io l’ho guardata gelida.

– Non è piccolo il mondo. È solo che vivete entrambe a Roma e ci sono discrete probabilità che prima o poi, per caso, vi incontriate.

Il sorriso di Laura, amica e collega di lungo corso, sostegno dei miei momenti bui, è crollato. Mi stavo per ammazzare grazie a lei, è vero, ma mi sono pentita quasi subito di averle risposto male.

Il senso di nonna in lacrime manteneva ancora la mia testa vuota e, fino a quel momento, sebbene stessimo andando a rifornirci per il pranzo, avevo la sensazione che lo stomaco fosse decisamente chiuso.

Davanti alla commessa in camice e cuffietta bianca, mentre decidevamo quale tipo di pane farci tagliare in due, e quale bontà inserirci poi all’interno, impregnate fino al midollo dei profumi di forno e di salumeria, la situazione si ribaltò improvvisamente.

Pensai ad alta voce:

– Che fame. Vorrei mangiare subito qualcosa.

Che caso. Da una porticina si materializzò un altro commesso con un vassoio ricolmo di tranci di pizza calda, farcita variamente.

– Prego, volete favorire? Assaggiate, assaggiate, e naturalmente fateci sapere che cosa ne pensate.

– Bha gnf-ert-ho… – Ho bofonchiato a guance piene, tirando a fatica fuori dalla bocca le dita che erano rimaste incastrate.

– …Glomp. Molto saporita e ben condita. La pasta mi è sembrata un po’ troppo sottile. Mi faccia prendere un altro assaggio, così le so dire meglio.

Di nuovo in strada, avevo acquistato un nuovo spirito e una nuova visione della vita.

– Ma guarda tu se queste sono coincidenze! – Ho esclamato, sorridendo radiosa all’indirizzo dell’Universo intero.

Laura si è limitata a guardarmi strano e non mi ha detto nulla.

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Mancava sì e no un’oretta all’uscita dall’ufficio. Avevo gli occhi in fiamme per aver fissato troppo il monitor. Per legge, l’azienda mi deve concedere una pausa ogni tot ore. Prima di alzarmi per sgranchire vista e gambe ho abbassato le finestre (quelle dei programmi aperti nel computer) e sollevato il cellulare, così, tanto per dare un’occhiata a cosa combinava il circondario web. In quel preciso istante, il display mostrava una chiamata in arrivo da Ariel.

– Dico, come ti viene in mente di chiamarmi per telefono, sei pazzo?

– …Eh?

Non lo so da quanto tempo non ci sentivamo. Due anni? So che nel frattempo a lui è nata una seconda figlia e io ho pubblicato un libro – dopo quella fatica, non sono più riuscita a scrivere niente -. “Sentirsi”, poi, è un concetto esagerato. Avevamo scambiato due chiacchiere superficiali ai giardinetti, tenendo d’occhio i giochi dei bambini durante un incontro casuale, a sua volta avvenuto dopo parecchio tempo dall’ultima volta, forse meno di sette o otto anni, ma insomma.

Così nella vita si finisce per rincontrarsi sempre. O forse davvero il mondo è più piccolo di una città grande come Roma.

– Ah, ho capito. Di questi tempi la gente comunica soltanto virtualmente, e quindi è strano ricevere una telefonata.

A me, escluse quelle dei familiari e le telefonate di lavoro, ormai non mi telefona più nessuno. Se guardo la cronologia delle chiamate, vedo che passa anche una settimana tra una chiamata e un’altra. L’ultima volta che ho chiesto a un uomo con cui stavo chattando “Ma non possiamo sentirci per telefono, così ci intendiamo meglio?” mi sono vista rispondere “Non capisco cosa avresti da dirmi a voce che tu non possa dirmi in chat”. Per quanto il mondo possa rimpicciolirsi, non credo che lo sentirò mai più.

Mentre Ariel, che nemmeno si era fatto vivo quando l’ho informato via fb dell’uscita del mio libro “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, mi ha stupita dicendo solo di aver desiderato di chiamarmi fin da quel giorno.

Per parlare. Parlare, capito? Una cosa d’altri tempi. Ne fui tanto contenta che alzai la voce di proposito, lanciando sguardi a Laura, di sottecchi, per vedere se fosse interessata alla mia novità.

Col mio ex ragazzo dell’università, attraverso un contrappunto di timbri e toni delle voci, siamo saltati di palo in frasca più veloci di qualsiasi digitazione, scambiato il senso di un affetto che non passa, e tutto senza uso di emoticon.

Perfino ricordato i nonni.

Il suo, che mi ha accolto alla sua tavola per pranzo ogni giorno per diversi anni, trattandomi come se fossi sua nipote e che, da morto, mi ha avuta tra quelli che piangevano sinceramente al suo funerale.

La mia, di nonna, beh, chi se la scorda? Ai miei ragazzi il suo spirito libero è sempre piaciuto. A lei qualche ragazzo è stato più caro di altri.

Nel tempo di una telefonata, abbiamo rimesso in squadro il puzzle di lavori, amici, famiglie, fatti belli e meno belli accaduti in tanti anni.

– C’è una sola cosa che non riesco a fare e mi dispiace proprio. Suonare.

– Da quanto tempo?

– Mah, suonerò sì e no un paio d’ore… al mese.

– Al mese?! – Ma, per cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno ho aggiunto:

– L’importante è tenere le dita allenate.

– Ah! Per quello non c’è problema, ci do giù di p***e!

– Ti sei dato al flauto, insomma.

Ariel, di norma, suona quel buffo strumento che portò con sé in vacanza un’estate a casa di mia nonna. La convivenza tra soggetti orgogliosi e capoccioni in misura uguale non era affatto scontata. Eppure in qualche maniera riuscì, e lasciò il segno, tanto che nonna – che proprio non era il tipo – di nuovo a Roma, un giorno che stavo rientrando dalla facoltà, mi venne incontro in corridoio tendendo verso di me le braccia, per raccontarmi un sogno della notte precedente:

– Avevo aperto la porta di una stanza completamente vuota, tutta azzurra, e seduto proprio al centro c’era quel tuo ragazzo, che suonava il suo buffo strumento, quello che somiglia a una chitarra…

– Si chiama basso, nonna.

– Eh, il comesichiama. Pensa che nel sogno seguivo chiaramente tutta la melodia.

Un sogno corredato di suoni e di colori, nientemeno. Come quello che avevo fatto io la notte scorsa.

Chiusa la telefonata, ho fatto un fischio a Laura. Lei si è girata con un’espressione ambigua.

Le ho raccontato di quelle strane coincidenze ma mi ha freddato dicendo:

– Guarda: è solo che vivete entrambi a Roma.

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Vagone della Linea B, ancora troppo pieno alle otto di sera. Appena si liberava un posto, qualcuno me lo soffiava subito da sotto il naso, atterrando in volo con una culata sul sedile. Ma ero presa da altro. Cercavo di scaricare un brano da Youtube, e mentre armeggiavo con il cellulare che si bloccava sempre, arrivavamo alla stazione di Piramide.

La metro se la prendeva comoda. Poteva darsi che il conducente fosse sceso a far pipì, o stesse aspettando uno che venisse a dargli il cambio. O dovesse prendere tempo e rallentare, per la troppa vicinanza con la corsa che precedeva. Una volta, non molto tempo fa, un treno ne ha tamponato un altro. Da quello che si è visto in televisione, non dev’essere stato molto molto divertente.

Ma non è quasi mai il caso di agitarsi, in qualche modo a Roma ce la si fa sempre, purché non venga a piovere, allora lo scenario rischia di diventare apocalittico.

Neanche gli altri passeggeri sbuffavano, sembrava che non importasse neanche a loro di far tardi, ciascuno perso nei propri pensieri o preso da qualche provvidenziale distrazione. Come quei cinque ragazzini sui quattordici anni.

Uno era un piccoletto curatissimo, con un taglio di capelli rifilato su nuca e basette, occhiali dalla montatura importante, trench, sciarpetta. Neanche un pelo in faccia o sulle braccia. Un tipo intellettuale che forzava la voce mezza ottava più in basso di quanto gli consentisse la natura.

Era lui, incredibilmente, il maschio alfa. Accennava a qualcosa che si trovava sulla banchina, gli amici seguivano i suoi tronfi proclami, annuivano e ridevano. Creaturine.

Diceva:

– Più piano, sì, cammina più lentamente, che tanto qui nessuno cià fretta. E daje signo’, te stamo a ‘spettà tutti! E mòvi quelle gambe, nun è che se allunghi le mani arrivi prima ! Ah! Ah!

Ah! Ah! Gli facevano eco in coro gli amici, allo stronzetto.

Separati solo dalle loro stesse schiene, in abiti che ostentavano informalità, tre ragazzine stavano in silenzio ad ascoltarli. Sembravano più vecchie del primo gruppetto di appena un paio d’anni. Occhiate torve circolavano tra loro.

Intanto il treno aveva ripreso la sua corsa e il buio oltre i finestrini si stava chiazzando di tracce chiare di pioggia.

Lui, ancora quello con gli occhiali, aveva attaccato a parlare di musica, di basso elettrico, in particolare. (Viviamo a Roma, dunque prima o poi sentiremo inevitabilmente parlare di basso elettrico due volte nello stesso giorno. Tre, se includiamo i sogni.)

Cominciavo a intuire che fossero membri di un gruppo, e stessero tornando da un pomeriggio di prove per qualche concerto. La mia attenzione captò i sommessi dialoghi delle tre ragazze.

– Ho sentito bene?

– Oddio, il migliore bassista al mondo… quello dei Led Zeppelin! Ma dove siamo capitati? È pos-si-bi-le cambiare vagone?

Lei era l’indiscussa capo banda. Le altre si limitavano a ricamare attorno alle sue parole. Neanche un sorriso usciva fuori dal terzetto.

I maschi, un filo intimoriti, ripresero a vantarsi.

– Il più fico però è, come si chiama, il bassista dei Dream Theater…

Apperò.

Sterzarono sulla tecnica, ma qui ci fu uno scivolone. Uno chiese a quello con gli occhiali come facesse a suonare il pianoforte senza saper leggere la chiave di basso. Lui si prese del tempo per rispondere. Le donne intanto erano ammutolite, e per un po’ si riuscì a sentire di nuovo il rollio del mezzo sulle traversine.

– Guarda che nessuno suona leggendo contemporaneamente lo spartito.

Le tre sgranarono gli occhi. Lui se ne accorse e aggiustò il tiro:

– Voglio dire quasi nessuno… Insomma, uno prima si studia lo spartito e dopo suona.

– E magari segna la diteggiatura a matita sopra le note… – Gli chiusero la bocca le ragazze.

Stazione di Magliana, in galleria avrei perso il segnale. Avevo scaricato tre volte solo l’inizio del brano,  oltre non riuscivo proprio ad avanzare. Sul display era comparsa la scritta “Memoria insufficiente”. Ormai il vagone era quasi del tutto libero. A uno a uno si erano ritrovati seduti, a fronteggiarsi faccia a faccia, il gruppo dei ragazzi e quello delle ragazze.

Avevo trovato perfino io da sedere accanto al tipo con gli occhiali. Mi ero messa le cuffie, e fatta partire la canzone frammentata. Per qualche secondo non sentii altro che note. Ma vedevo bene il gioco di sguardi.

Scesero tutti i ragazzi ad uno ad uno, tranne il tipo con gli occhiali. Alla penultima stazione eravamo fuori io e due delle tre ragazze.

A percorrere l’ultimo tratto fino al capolinea erano rimasti solo i due capibanda. Lui, con i suoi occhiali messi per storto e lei con lo sciatusc che le pendeva dalla coda smosciata.

Stavano rigidi e zitti, sminuiti non solo nel volume azzerato della voce, ma anche in quello dello spazio che ora occupavano, come se il dissolversi del gruppo avesse amputato parte del loro corpo. Stretti infossati dentro le loro spalle, osservavano baluginare il proprio riflesso nel vetro appannato, giusto oltre la testa dell’imbarazzato dirimpettaio. Mi era presa una fitta all’altezza dello stomaco per loro.

Li ho osservati finché il vagone non è scomparso dalla vista, poi sono salita in strada ad aspettare l’autobus. Pioveva sì, ma piano, e l’Apocalisse sembrava ancora lontana.

Ho aperto l’ombrello. E preso il taccuino.

Avevo la testa piena di parole, e lo stomaco che si contorceva dolorosamente. Mi aveva afferrato all’improvviso una fame, una spaventosa fame di esistenza e di scrittura.

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Ricette di libri (e non viceversa) con avanzi di concetti

13 maggio 2012

Finalmente, è sotto gli occhi di tutti, è domenica. Mi sveglio presto, quando ce la faccio è il mio lusso. In casa invece sono tutti schiacciati sui guanciali dal post-sbronza, e per sbronza intendo quella di sole. Il meteo per oggi aveva dato pioggia, così ieri abbiamo fatto scorta di raggi UVA a più non posso, non si sa mai, tornasse una nuova glaciazione già che c’è, visto il tempo capriccioso dei giorni passati.

Bene bene, ho proprio bisogno di un po’ di pace per fare il punto. Questo blog parla di narrazioni in senso lato, infatti io che sono (non troppo a mio ma più che altro suo malgrado) plagiata dal pensiero di un certo scrittore che non ho intenzione di nominare, perché questo non è un blog che mette nomi noti nei tag solo per acchiappare lettori,…

– Vieni al punto, ti ho perso!

– Arrivo! Stavo dicendo che da che ho ricominciato a scrivere (sui perché e i percome ci sarebbe da aprire un altro post ma è cosa lunga e poi chiunque scrive dà sempre delle motivazioni meritevoli, nel mio caso basta fidarsi. Ti fidi tu, demone?

– Sì, ma chiudi la parentesi.

– )

…Da che ho ricominciato a scrivere ho assunto una posizione umile: io faccio il tecnico da troppi anni, maledizione, accidenti a me. Non sono laureata in lettere (le segretarie del liceo ancora sospirano per il tradimento della cultura umanistica), né una che ha fatto della scrittura la sua ragione di vita (per fortuna, con tutto quello che c’è al mondo per cui vivere).

– Ti muovi? Ho un appuntamento tra dieci minuti.

Avevo pensato di avvicinarmi al complesso mondo dei corsi di scrittura, così, per riprendere i ferri del mestiere evitando errori da principiante. Il corso più vicino a me, al luogo dove lavoro tutti i giorni, viene tenuto periodicamente in una libreria, dal suddetto scrittore, che ho scoperto essere piuttosto noto. Ma chi è questo? Mi sono chiesta, e quel punto di domanda, molto acuminato, ha generato una crepa nella mia solida convinzione di essere una buona lettrice. Il fatto è che negli ultimi anni ho avuto un po’ da fare. Fatti miei, demone. Ho preferito letture, per così dire, d’evasione (non faccio nomi per la par condicio).

Così sono entrata nella nota libreria dove tiene le sue lezioni il noto scrittore e, visto che si era a ridosso della ciclica ripresa dei corsi, mi sono informata.

Informazione numero uno:

Il corso costa come sei mesi di uno qualsiasi delle attività extra-scolastiche di uno qualsiasi dei miei figli;

Informazione numero due (o meglio una busta di informazioni):

Volendo proprio dare un senso a quella spesa, dovevo almeno sapere qualcosa di più. Così sono uscita dalla libreria con ben tre libri nei quali ficcare il naso. Un libro di narrativa pluripremiato, una guida di viaggio un po’ alla Foster Wallace, un saggio dai contenuti non sintetizzabili. Sono salita in autobus e ho iniziato a leggere. Era lo scorso novembre e da quel momento non sono stata più la stessa.

Il corso non l’ho più fatto, con quei soldi ci ho comprato la bici (ho iscritto lo stesso i figli alle loro attività mentre io ho effettuato digiuni benefici alla linea e alla salute), non perché non lo credessi utile, ma perché non mi sono ritenuta pronta, né per l’edizione di novembre, né per quella di febbraio, chissà se lo sarò a novembre prossimo. È che la questione si è complicata.

E si è fatta molto seria. Io scrivo cose più o meno piacevoli, a seconda dei gusti di chi le legge, ma il noto eccetera eccetera… mi ha fatto riflettere sul senso di questo scrivere, e se mi si toccano i sensi, in tutti i sensi, salto sempre su, reattiva e pronta. Qui andava fatto qualcosa, sì, ma cosa? (calma, non ho fatto nomi, è solo una parafrasi).

Insomma, sono tornata a studiare, col gusto di quando, da studentessa, entravo con tutte e due le scarpe in un argomento perché mi piaceva davvero tanto. Arrivata a maggio, cioè ad oggi, dopo sette mesi di cotanto studio e pratica (considerando che è tempo ritagliato da lavoro e famiglia, ho scritto due bozze successive dello stesso libro: un tentativo di saggio personale che sto tenendo in forno per farlo lievitare, qualche raccontino, tre interviste e vedo finalmente che davanti a me si sta tracciando una strada), sono arrivata a pensare che sia ora di andare a confrontarmi con l’universo al quale voglio appartenere, quello letterario.

Quindi in edicola ho comprato il Corriere della Sera e con grande gusto carbonaro, oggi più che mai, mi sono messa in un angolo a leggere.

Tanto per rimarcare che di autori contemporanei non ne conosco praticamente che uno (due, su, non voglio esagerare), devo dire che di Mircea Cartarescu non avevo mai sentito parlare. Non so se finirò col leggerlo, devo cercare di essere selettiva, più che altro per darmi tempo di smaltire le pile di libri che si sono accumulati sul comodino. Mircea Cartarescu, scrittore rumeno, mea culpa, non ha stellette nella mia considerazione, non so dire se valga qualcosa il suo stile, il suo pensiero, la sua persona.

Certo che il grosso dell’articolo pubblicato sul paginone culturale mi ha fatto saltare sulla sedia: la pensiamo proprio allo stesso modo. Riassumendo, in misura molto estrema, uno scrittore non è tanto rappresentativo di quel certo paese o cultura da cui proviene ma piuttosto di un sistema culturale (“l’orografia, i fiumi, la flora, la funa, la sociologia e la politica”) che costituisce la propria specifica e personalissima patria: “una mappa della coscienza”. Solo il lettore che possiede lo stesso codice mentale e culturale può ricostruire e comprendere questa “mappa”, che peraltro è in continua trasformazione. Per Kafka, citato ad esempio come “più grande scrittore della modernità” la scrittura era “un modo per comprendere la propria condizione nel mondo”, e poi aggiunge una frase che trovo bellissima: “la posta di ogni scrittore oltrepassa la commedia del mondo culturale, del successo di critica e pubblico, dei premi e delle tournee, della pubblicazione sui giornali”. Dopodiché infila una serie di frasi che magnificano la scrittura dell’oscurità e dell’incomprensibilità e cessiamo all’istante di intenderci.

Ora, ammesso, come premessa, che riteniamo necessario questo contatto tra l’esigenza dello scrittore di venir capito e quella del lettore di capire, come è possibile farlo? Intanto io eviterei l’ermetismo. Questo fatto che Il Castello di Kafka, come dice Cartarescu sia la vetta estrema della letteratura io, pur amando Kafka, proprio non lo condivido. Il linguaggio fortemente simbolico si sviluppa per necessità nei contesti in cui è presente una repressione del libero pensiero. Oggi, per fortuna, non siamo ancora arrivati a questo punto.

Piuttosto è probabile che la decodifica si realizzi sul terreno dell’esperienza umana, fatta di parole ed avvenimenti ordinari e comuni. Ogni scrittore ha il suo pubblico di riferimento, ovviamente, ma se è vero che in questi decenni è in atto, attraverso internet, la più grande opera di democratizzazione della cultura, è anche vero che gli ultimi trent’anni hanno visto, assieme alla sua sempre maggiore diffusione, una sistematica svalutazione della cultura stessa (c’è bisogno di ricordarlo?). Cinquant’anni fa anche un illetterato era in grado di costruire frasi di senso compiuto esprimendo concetti autonomamente concepiti e meditati (certo, a scapito della velocità con la quale venivano espressi), mentre oggi nel linguaggio comune è più facile imbattersi in frasi lessicalmente povere che esprimono pensieri altrettanto poveri. La decodifica è sempre più limitata a temi che volano basso.

Probabilmente la nostra è l’epoca nella quale è giunto al livello massimo lo sgretolamento delle certezze su cui si sono basate per secoli le civiltà umane, ma questa che ho appena detto è un’ovvietà. Quello che non trovo ovvio è come possano coesistere pagina-a-pagina articoli come quello sopra citato, insieme alle lagnanze sull’assenza di forti lettori (se si esclude un certo pubblico femminile piuttosto incline ai ricettari), alla critica dei nuovi supporti elettronici della lettura così spersonalizzanti (e qui ci sarebbe da aprire un nuovo post, come sopra, ma è un dibattito così cretino e la pensano talmente tutti allo stesso modo, salvo poi farsi regalare al compleanno l’ultimo modello di e-reader, che è meglio lasciar perdere), alla magnificazione, al Salone Del Libro di Torino, delle performance artistiche (canti, danze, recitazioni) di supporto alla (o meglio in soccorso della) lettura (ormai il lettore è pronto per le esperienze multimediali –o forse non ce la fa a leggere testi più lunghi di un tweet-), alla celebrazione acritica degli arguti best sellers che dominano il mercato.

Per fortuna, nell’inserto La Lettura ho trovato qualcos’altro in linea col mio pensiero (stavolta fino in fondo). Luca Ricci (curiosamente autore di un titolo come “Come si scrive un bestseller in 57 giorni”, subito aggiunto in coda agli altri miei propositi di lettura), analizza il fenomeno del bestsellerismo, divenuto genere letterario al soldo dell’”industria editoriale”, che, in quanto tale, ha la prerogativa di snobbare la “fettina di mercato” dei “lettori forti” ed esaltare l’aspetto imprenditoriale delle case editrici, dunque “annichilendo invece quello di guida culturale, di laboratorio per formare coscienze e veicolare idee forti”.

Quanto a me, richiuse le pagine, mi rendo conto di provare da tempo una sensazione strana e forse ho trovato un buon paragone per descriverla. Mi sento come quelli che si risvegliano da un lungo coma riportando danni cerebrali. Mantengono i ricordi delle esperienze fatte e la maturità raggiunta grazie a queste, ma non sono più in grado di esprimersi né di esprimere sé stessi, così devono ricominciare daccapo. Rieducarsi all’uso delle parole ma anche all’uso della vita stessa e finiscono spesso per scoprire qualche altisonante verità. Il che è un bene, da un lato: è tutto lavoro a vantaggio del mio rinnovamento personale in un’età che volge il disìo (ai navicanti, / e ‘ntenerisce il core, ecc.), ma è un male considerando che le altisonanti verità non mi si confanno, mi mettono a disagio, preferirei non venirle a sapere.

Tutto questo cosa ha a che fare con il senso della letteratura? Ad oggi ancora quasi niente, per me. Leggere i titoli in cima alle classifiche e, insieme, constatare la desolante curva discendente delle vendite dei libri, mi fa rendere conto della vanificazione di un mezzo potentissimo di divulgazione della cultura, del quale fino alla prima metà del secolo scorso hanno tratto beneficio solo gli strati più abbienti e consapevoli della popolazione mondiale, quelli, in pratica, che potevano permettersi di decodificare quanto veniva loro trasmesso dallo scrittore.

Il risultato, in termini sociali, è che in un mondo che ha bisogno di soluzioni globali e urgenti, queste non vengono prese a tutela di esigenze reali (e non indotte) espresse dal basso, per la mancanza di un tramite essenziale, la cultura appunto, che le veicoli ai livelli decisionali della politica (anche questo non è esattamente un concetto freschissimo ma mi ha convinto, quindi diciamo che l’ho preso in prestito dal succitato Mr. X). Senza la ripresa della padronanza dei nostri pensieri e di una lingua nella quale sapersi destreggiare per esprimerli, non potremo utilizzare, a favore del progresso, tutti i nuovi e potenti mezzi di comunicazione a disposizione.

Pare che i libri di cucina siano tra i più venduti. Ribadisco che questo non è un blog a fini di lucro ma, parafrasi per parafrasi, come ricetta per cercare di riequilibrare la situazione vedrei bene:

100 gr. di rieducazione dei cittadini alla partecipazione attiva alla democrazia

70 gr. di uso consapevole dei nuovi media

50 gr. di ottimismo

Acqua q.b.

Poi mescolare bene, ma bene, ma bene e mandare giù tutto in un boccone.

PS:

– Ecco, mi hai fatto fare tardi e sei pure bugiarda.

– Chi?

– Tu, bugiarda.

– Guarda che ti sbagli.

– avevi detto che non avresti messo tag con nomi di scrittori.

– Io? Ma scherzi?


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