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La democrazia è un venticello

9 novembre 2016

Maman, le gros Bébé t’appelle, il a bobo:

Tu dis que je suis beau, quand je veux bien faire dodo.

Je veux de confitures, c’est du bon nanan;

Les groseilles sont mûres, donne-m’en, j’en veux, maman,

Je veux du bon nanan, j’ai du bobo, maman.

Atchi! Papa, maman, ca-ca.

Bébé voudrait la chanson du sapeur

Dans Barbe-bleue, un air qui fait bien peur.

Maman, ta voix si douce en chantant ça,

Enfoncerait Schneider et Thérésa.

Atchi! Pipi, maman, papa, ca-ca.

Ma bonne, en me berçant, m’appelle son bijou,

Un diable, un sapajou, si j’aime mieux faire joujou.

Quand je ne suis pas sage, on me promet le fouet!

Moi, je fais du tapage, le moyen réussit bien.

Je veux du bon nanan, j’ai du bobo, maman.

Atchi! Pipi, Papa, maman, ca-ca.

(La chanson du bébé)

 

Faccio parte della schiera degli ottimisti. Sono stupida, impavida, schietta ed elettrica. In altri tempi avrei ingrossato le file progressiste. Però ingrosso soltanto il plafond di vacuità di questo blog, pertanto sono innocua. Del voto notturno negli USA faccio mia la battuta “Inaudito: come se da noi vincesse le elezioni Berlusconi”.

Il mio vecchio amico Savio, insigne politologo peripatetico, commenta, secondo il noto assunto matematico di una democrazia asintotica: “La democrazia non si esaurisce con una croce sopra un simbolo. Ci sarà un motivo se i due capi di stato più potenti al mondo, Vladimir Putin e il Papa, non sono stati eletti democraticamente.” Eh.

  • E tu avresti il coraggio di restare ottimista?

Che dire, caro demone? Leggo Céline, nei miei trasbordi metropolitani, “Viaggio al termine della notte”. Leggo di una guerra lontana nel tempo, combattuta corpo a corpo, con baionette e scoppi di cannone. Una guerra nella quale giovani poco più che ragazzini si tuffarono a bomba, in massa, riemergendone di corsa con i cervelli esplosi in mano, incapaci di sollevarsi più dai bordi scivolosi della Storia. Una guerra che rischiò di spegnersi presto dal basso: Francesi tedeschi e inglesi, dopo un po’, fecero comunella nelle retrovie, cercarono la pace dopo essersi riconosciuti, faccia a faccia, come simili.

La guerra è brutta, la musica invece è bella, demone mio.

Scrive Céline: “In tempo di guerra, invece di ballare nell’ammezzato, si ballava in cantina. I combattenti lo tolleravano, e, meglio ancora, gli piaceva. Lo chiedevano appena arrivati e nessuno trovava indecenti questi modi. È il coraggio che in fondo è indecente. Fare i coraggiosi col proprio corpo? Chiedete un po’ al verme di essere coraggioso, è roseo, pallido e molle, come tutti noi.”

Un paio di domeniche fa ho assistito a uno spettacolo musicale allestito da Elio, il cantante, quello delle Storie Tese, in coppia con il pianista Roberto Prosseda (qui un assaggio preso da Mozart). Elio ha cantato scherzosamente diverse arie, tratte da opere liriche più o meno celebri, con un particolare accento su Rossini. A proposito del quale, ha detto all’incirca: “Ma ci pensate, voi: Rossini, dopo aver composto il Barbiere di Siviglia, il Guglielmo Tell, La gazza ladra e tanti altri capolavori, ad appena trentasei anni si ritirò a vita privata. A chi lo interrogava su questa scelta, rispondeva: da adesso in poi voglio dedicarmi ai piaceri della vita. Mangiare, bere, ehm ehm, e comporre musica per divertirmi con gli amici.”

A Rossini, Elio ha dedicato l’esecuzione di un paio di passaggi dal Barbiere di Siviglia (da cui il titolo dello spettacolo “Largo al factotum”) e, con sommo spasso dei bambini presenti, un altro paio di composizioni che, a sentirle, da ignorante qual sono, avrei definite futuriste ante litteram: “un petit train de plaisir” e “Chanson du bebé”.

Il primo scrupolo che si fanno i dittatori appena preso il potere è quello di impadronirsi del sistema scolastico e culturale in senso lato, in modo da distorcerne l’uso e piegare le giovani menti a un ignoranza guidata in direzione del consenso e del mantenimento dello status quo. In questo senso, a chi vaticina un inasprimento del conflitto intermondiale strisciante, direi di star tranquillo. Abbiamo superato il limite da un pezzo. L’ascesa alla Casa Bianca di Hillary Clinton, come espressione ultima di una sinistra in decomposizione globale, non avrebbe costituito alcuna garanzia di salvezza per l’Occidente come lo conosciamo.

La guerra è già in atto, ma non possiamo guardare negli occhi il nemico, siamo stati educati da tempo allo strabismo storico. Di più: tra noi e il nemico si frappone una distanza non fisica, qualcosa che impedisce lo scatto di umanità che potrebbe porre un freno al disastro. Il panem et circenses dei nostri tempi consiste in una poltiglia massmediatica che i più fanno coincidere con la democrazia, senza considerare le manipolazioni alla fonte subite dai nostri cervelli, sfracellati da molto prima di ogni scoppio di bomba.

Come reagire, allora?

Facendo rientrare la cultura dalla finestra. Se c’è una porta ancora aperta verso le nostre menti intorpidite, questo è l’orecchio, attraverso il quale i rapporti matematici dei tempi musicali si traducono in occasioni di riflessione sull’umanità che ancora resiste, in commozione autentica, in risa e scherno sopra le imposizioni assurde e l’abuso di autorità.

In questi giorni leggo, troppo tardi e comunque troppo lontana per poter presenziare, di una rivisitazione/riscrittura disinvolta di un certo Rossini, anche da parte di Giulio Mozzi. Qui e qui, se ne può leggere e perfino prelevare il testo su Vibrisse. S’intitola “Quel fragoroso silenzio” (Giulio la chiama buffonata rossiniana) e vi trova spazio anche La Chanson du bebé, che prima di dieci giorni fa nemmeno avevo mai sentita nominare.

Se vi capitasse di sentirvi nella cacca, provate con la musica classica. Quantomeno, vi potrebbe capitare di farvi una risata.

Devi Dormire – Il mio Pinotto fragile

8 marzo 2014

[segue]

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(ai maschi, con amore)

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– Mi racconti una storia?

– Ti racconterò di Pinotto, il burattino.

Il papà di Pinotto era un informatico

che viveva da solo

e per farsi compagnia

aveva creato un robot

con la scocca in plastica

e l’interno riempito

di microchip e fili colorati.

La mattina appena sveglio

iniziava a telecomandarlo.

Pinotto ballava e cantava,

pronunciava frasi, poesie,

faceva conti con le quattro operazioni

e anche con qualcuna in più.

Era un burattino perfetto.

Quando tornava dal lavoro

il papà trascorreva tutto il tempo

con Pinotto, fino all’ora di dormire.

Di notte Pinotto se ne stava zitto e fermo.

A volte suo papà si svegliava

e se lo stringeva al petto.

Pinotto però restava sempre

zitto e fermo.

Così iniziò a pensare

che a Pinotto servisse altra compagnia.

Si ricordò di una bambina

che non andava a scuola, e decise

di prestarle il suo burattino di giorno

per insegnargli quello che a lui non riusciva.

Turchina

(questo era il suo nome)

aveva solo tre anni.

Il papà di Pinotto non sapeva

che Turchina giocava duro con Pinotto

il quale, sera dopo sera,

tornava sempre più ammaccato.

Una volta arrivò a spezzargli il collo.

Dal buco sotto il mento uscivano fili,

cavi e microcip. Pinotto non si muoveva più.

Senza perdersi d’animo Turchina

cercò di riassemblarlo: prima

ci sputò dentro, poi lo cosparse di colla,

e infine fece combaciare i lembi

e gli strinse attorno tre giri di scotch.

Il papà di Pinotto impallidì

vedendo come era conciato,

ma non rimproverò Turchina,

che d’altronde era solo una bambina.

Mise Pinotto sopra il suo scaffale,

mangiò in silenzio e se ne andò a dormire.

Nella notte, lo sputo corrosivo di Turchina

finì col fondere assieme i circuiti e i cavi

tranciati, la colla si indurì e Pinotto

fu infine rianimato da una misteriosa luce

che scendeva come un faro

nella stanza.

Quando suonò la sveglia, Pinotto saltò

da solo giù dallo scaffale e andò a svegliare

suo papà dicendo “Ho fame”.

Il padre ebbe bisogno di numerose

tazze di caffè prima di convincersi

di non stare sognando.

Pinotto era diventato

un bambino vero.

– Ma questa è la favola di Pinocchio!

– No, è quella di Pinotto. Ascolta.

Quella volta Pinotto e il padre

restarono in casa a ballare e cantare

senza bisogno di telecomandi

né di ricaricare le batterie.

Ma dal giorno dopo Pinotto

dovette andare a scuola

e, dato che era un bambino

intelligente e già piuttosto colto,

se ne andò dritto dritto

in prima elementare.

Non amava la scuola,

ma almeno ottenne

di non vedere più Turchina per tre anni.

Finché, era settembre, se la trovò

seduta al tavolo della sua stessa mensa.

Fu così che riprese il tormento.

Giocava duro con lui a ricreazione,

a pranzo, in giardino, in bagno,

e Pinotto tornava a casa ogni giorno

sempre più ammaccato.

Finché una volta non gli spezzò il collo.

Pinotto non si muoveva più,

ma invece di portarlo in ospedale,

suo padre se lo riprese a casa.

Di notte tornò a essere un burattino

con la scocca di plastica e fili e chip

sbordanti dall’incastro del collo con le spalle.

Turchina, che si sentiva in colpa,

si intrufolò in casa sua, una sera,

chiedendo se ci fosse dello zucchero.

Raggiunse di soppiatto il burattino,

e tentò di nuovo l’incantesimo:

gli sputò dentro, usò lo scotch e la colla,

e, uscendo con lo zucchero

ricevuto da quel tonto del padre,

lasciò Pinotto sullo scaffale, fiduciosa.

La notte un raggio calò

dal centro della stanza

e il giorno dopo Pinotto

era un bambino vero.

Di sei anni.

Ancora.

Dovette ricominciare il ciclo elementare,

stavolta in classe proprio con Turchina.

La maestra, convinta di fargli un favore,

lo sistemò in banco con la presunta amica.

Pinotto era un bambino fine, poetico,

sveglio, vivace, ma fragile.

Così, tanto per non sbagliare,

per mettere subito in chiaro

il proprio punto di vista,

firmò con cinque nocche

il sorriso soddisfatto di Turchina.

Prese lo zainetto e lo scagliò

contro la maestra,

quindi se la diede a gambe

saltando giù dalla finestra aperta.

– È vero, non c’entra niente con Pinocchio.

– Infatti. Questa storia parla

di violenza di genere.

 

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Fabrizio De André – Il Bombarolo

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