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La democrazia è un venticello

9 novembre 2016

Maman, le gros Bébé t’appelle, il a bobo:

Tu dis que je suis beau, quand je veux bien faire dodo.

Je veux de confitures, c’est du bon nanan;

Les groseilles sont mûres, donne-m’en, j’en veux, maman,

Je veux du bon nanan, j’ai du bobo, maman.

Atchi! Papa, maman, ca-ca.

Bébé voudrait la chanson du sapeur

Dans Barbe-bleue, un air qui fait bien peur.

Maman, ta voix si douce en chantant ça,

Enfoncerait Schneider et Thérésa.

Atchi! Pipi, maman, papa, ca-ca.

Ma bonne, en me berçant, m’appelle son bijou,

Un diable, un sapajou, si j’aime mieux faire joujou.

Quand je ne suis pas sage, on me promet le fouet!

Moi, je fais du tapage, le moyen réussit bien.

Je veux du bon nanan, j’ai du bobo, maman.

Atchi! Pipi, Papa, maman, ca-ca.

(La chanson du bébé)

 

Faccio parte della schiera degli ottimisti. Sono stupida, impavida, schietta ed elettrica. In altri tempi avrei ingrossato le file progressiste. Però ingrosso soltanto il plafond di vacuità di questo blog, pertanto sono innocua. Del voto notturno negli USA faccio mia la battuta “Inaudito: come se da noi vincesse le elezioni Berlusconi”.

Il mio vecchio amico Savio, insigne politologo peripatetico, commenta, secondo il noto assunto matematico di una democrazia asintotica: “La democrazia non si esaurisce con una croce sopra un simbolo. Ci sarà un motivo se i due capi di stato più potenti al mondo, Vladimir Putin e il Papa, non sono stati eletti democraticamente.” Eh.

  • E tu avresti il coraggio di restare ottimista?

Che dire, caro demone? Leggo Céline, nei miei trasbordi metropolitani, “Viaggio al termine della notte”. Leggo di una guerra lontana nel tempo, combattuta corpo a corpo, con baionette e scoppi di cannone. Una guerra nella quale giovani poco più che ragazzini si tuffarono a bomba, in massa, riemergendone di corsa con i cervelli esplosi in mano, incapaci di sollevarsi più dai bordi scivolosi della Storia. Una guerra che rischiò di spegnersi presto dal basso: Francesi tedeschi e inglesi, dopo un po’, fecero comunella nelle retrovie, cercarono la pace dopo essersi riconosciuti, faccia a faccia, come simili.

La guerra è brutta, la musica invece è bella, demone mio.

Scrive Céline: “In tempo di guerra, invece di ballare nell’ammezzato, si ballava in cantina. I combattenti lo tolleravano, e, meglio ancora, gli piaceva. Lo chiedevano appena arrivati e nessuno trovava indecenti questi modi. È il coraggio che in fondo è indecente. Fare i coraggiosi col proprio corpo? Chiedete un po’ al verme di essere coraggioso, è roseo, pallido e molle, come tutti noi.”

Un paio di domeniche fa ho assistito a uno spettacolo musicale allestito da Elio, il cantante, quello delle Storie Tese, in coppia con il pianista Roberto Prosseda (qui un assaggio preso da Mozart). Elio ha cantato scherzosamente diverse arie, tratte da opere liriche più o meno celebri, con un particolare accento su Rossini. A proposito del quale, ha detto all’incirca: “Ma ci pensate, voi: Rossini, dopo aver composto il Barbiere di Siviglia, il Guglielmo Tell, La gazza ladra e tanti altri capolavori, ad appena trentasei anni si ritirò a vita privata. A chi lo interrogava su questa scelta, rispondeva: da adesso in poi voglio dedicarmi ai piaceri della vita. Mangiare, bere, ehm ehm, e comporre musica per divertirmi con gli amici.”

A Rossini, Elio ha dedicato l’esecuzione di un paio di passaggi dal Barbiere di Siviglia (da cui il titolo dello spettacolo “Largo al factotum”) e, con sommo spasso dei bambini presenti, un altro paio di composizioni che, a sentirle, da ignorante qual sono, avrei definite futuriste ante litteram: “un petit train de plaisir” e “Chanson du bebé”.

Il primo scrupolo che si fanno i dittatori appena preso il potere è quello di impadronirsi del sistema scolastico e culturale in senso lato, in modo da distorcerne l’uso e piegare le giovani menti a un ignoranza guidata in direzione del consenso e del mantenimento dello status quo. In questo senso, a chi vaticina un inasprimento del conflitto intermondiale strisciante, direi di star tranquillo. Abbiamo superato il limite da un pezzo. L’ascesa alla Casa Bianca di Hillary Clinton, come espressione ultima di una sinistra in decomposizione globale, non avrebbe costituito alcuna garanzia di salvezza per l’Occidente come lo conosciamo.

La guerra è già in atto, ma non possiamo guardare negli occhi il nemico, siamo stati educati da tempo allo strabismo storico. Di più: tra noi e il nemico si frappone una distanza non fisica, qualcosa che impedisce lo scatto di umanità che potrebbe porre un freno al disastro. Il panem et circenses dei nostri tempi consiste in una poltiglia massmediatica che i più fanno coincidere con la democrazia, senza considerare le manipolazioni alla fonte subite dai nostri cervelli, sfracellati da molto prima di ogni scoppio di bomba.

Come reagire, allora?

Facendo rientrare la cultura dalla finestra. Se c’è una porta ancora aperta verso le nostre menti intorpidite, questo è l’orecchio, attraverso il quale i rapporti matematici dei tempi musicali si traducono in occasioni di riflessione sull’umanità che ancora resiste, in commozione autentica, in risa e scherno sopra le imposizioni assurde e l’abuso di autorità.

In questi giorni leggo, troppo tardi e comunque troppo lontana per poter presenziare, di una rivisitazione/riscrittura disinvolta di un certo Rossini, anche da parte di Giulio Mozzi. Qui e qui, se ne può leggere e perfino prelevare il testo su Vibrisse. S’intitola “Quel fragoroso silenzio” (Giulio la chiama buffonata rossiniana) e vi trova spazio anche La Chanson du bebé, che prima di dieci giorni fa nemmeno avevo mai sentita nominare.

Se vi capitasse di sentirvi nella cacca, provate con la musica classica. Quantomeno, vi potrebbe capitare di farvi una risata.

Devi Dormire – Il mio Pinotto fragile

8 marzo 2014

[segue]

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(ai maschi, con amore)

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– Mi racconti una storia?

– Ti racconterò di Pinotto, il burattino.

Il papà di Pinotto era un informatico

che viveva da solo

e per farsi compagnia

aveva creato un robot

con la scocca in plastica

e l’interno riempito

di microchip e fili colorati.

La mattina appena sveglio

iniziava a telecomandarlo.

Pinotto ballava e cantava,

pronunciava frasi, poesie,

faceva conti con le quattro operazioni

e anche con qualcuna in più.

Era un burattino perfetto.

Quando tornava dal lavoro

il papà trascorreva tutto il tempo

con Pinotto, fino all’ora di dormire.

Di notte Pinotto se ne stava zitto e fermo.

A volte suo papà si svegliava

e se lo stringeva al petto.

Pinotto però restava sempre

zitto e fermo.

Così iniziò a pensare

che a Pinotto servisse altra compagnia.

Si ricordò di una bambina

che non andava a scuola, e decise

di prestarle il suo burattino di giorno

per insegnargli quello che a lui non riusciva.

Turchina

(questo era il suo nome)

aveva solo tre anni.

Il papà di Pinotto non sapeva

che Turchina giocava duro con Pinotto

il quale, sera dopo sera,

tornava sempre più ammaccato.

Una volta arrivò a spezzargli il collo.

Dal buco sotto il mento uscivano fili,

cavi e microcip. Pinotto non si muoveva più.

Senza perdersi d’animo Turchina

cercò di riassemblarlo: prima

ci sputò dentro, poi lo cosparse di colla,

e infine fece combaciare i lembi

e gli strinse attorno tre giri di scotch.

Il papà di Pinotto impallidì

vedendo come era conciato,

ma non rimproverò Turchina,

che d’altronde era solo una bambina.

Mise Pinotto sopra il suo scaffale,

mangiò in silenzio e se ne andò a dormire.

Nella notte, lo sputo corrosivo di Turchina

finì col fondere assieme i circuiti e i cavi

tranciati, la colla si indurì e Pinotto

fu infine rianimato da una misteriosa luce

che scendeva come un faro

nella stanza.

Quando suonò la sveglia, Pinotto saltò

da solo giù dallo scaffale e andò a svegliare

suo papà dicendo “Ho fame”.

Il padre ebbe bisogno di numerose

tazze di caffè prima di convincersi

di non stare sognando.

Pinotto era diventato

un bambino vero.

– Ma questa è la favola di Pinocchio!

– No, è quella di Pinotto. Ascolta.

Quella volta Pinotto e il padre

restarono in casa a ballare e cantare

senza bisogno di telecomandi

né di ricaricare le batterie.

Ma dal giorno dopo Pinotto

dovette andare a scuola

e, dato che era un bambino

intelligente e già piuttosto colto,

se ne andò dritto dritto

in prima elementare.

Non amava la scuola,

ma almeno ottenne

di non vedere più Turchina per tre anni.

Finché, era settembre, se la trovò

seduta al tavolo della sua stessa mensa.

Fu così che riprese il tormento.

Giocava duro con lui a ricreazione,

a pranzo, in giardino, in bagno,

e Pinotto tornava a casa ogni giorno

sempre più ammaccato.

Finché una volta non gli spezzò il collo.

Pinotto non si muoveva più,

ma invece di portarlo in ospedale,

suo padre se lo riprese a casa.

Di notte tornò a essere un burattino

con la scocca di plastica e fili e chip

sbordanti dall’incastro del collo con le spalle.

Turchina, che si sentiva in colpa,

si intrufolò in casa sua, una sera,

chiedendo se ci fosse dello zucchero.

Raggiunse di soppiatto il burattino,

e tentò di nuovo l’incantesimo:

gli sputò dentro, usò lo scotch e la colla,

e, uscendo con lo zucchero

ricevuto da quel tonto del padre,

lasciò Pinotto sullo scaffale, fiduciosa.

La notte un raggio calò

dal centro della stanza

e il giorno dopo Pinotto

era un bambino vero.

Di sei anni.

Ancora.

Dovette ricominciare il ciclo elementare,

stavolta in classe proprio con Turchina.

La maestra, convinta di fargli un favore,

lo sistemò in banco con la presunta amica.

Pinotto era un bambino fine, poetico,

sveglio, vivace, ma fragile.

Così, tanto per non sbagliare,

per mettere subito in chiaro

il proprio punto di vista,

firmò con cinque nocche

il sorriso soddisfatto di Turchina.

Prese lo zainetto e lo scagliò

contro la maestra,

quindi se la diede a gambe

saltando giù dalla finestra aperta.

– È vero, non c’entra niente con Pinocchio.

– Infatti. Questa storia parla

di violenza di genere.

 

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Fabrizio De André – Il Bombarolo

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Punk’s not dead.

12 febbraio 2014

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Tempo di mietere le suggestioni.

Due cose apprese in pochi giorni dalla lettura incrociata di O. Henry e di Le Scienze:

A) Un vero amico è quello che ti segue anche dietro il sipario dell’assurdo. [Credi tu alle favole, alle credenze, alle dicerie, alle deduzioni illogiche? Certo che sì, se può tornare utile.]

B) Non esiste algoritmo di processo dei Big Data in grado di eguagliare i risultati dell’intuito umano. [La privacy di Mr. Obama è salva (malgrado Spotify -dice la mia amica Olga- spifferi la musica che ha ascoltato oggi il Presidente), almeno finché Beyoncé non si metterà a cantare.]

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Anche intristita per la scomparsa di Roberto “Freak” Antoni, vi toccherà sopportare una riflessione post-punk.

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Quella punk* è un’attitudine a due facce.

A) L’eccitazione, lo sballo, la rampa di lancio, la rampa di lancio, la rampa di lancio, la rampa di lancio la rampa di lancio, la rampa di lancio, la rampa di lancio. Che sembra non finire mai.

B) Un bagliore accecante. Il tetto del mondo, il grido. E subito dopo il down.

Il mio è un down soffuso, dolce, silenzioso e calmo. Serie di fotogrammi singoli, uno simile all’altro nello slow motion. Neve che sfiocca lenta.

Forse anche alle altre persone serve sentirsi punk, solo che non lo sanno. Solo che esplodono dietro un impulso sterile, che chiamano disperazione, passione, tifo, fede, speranza, carità o altro.

Tutto bene, finché non intralciano la mia libertà.

Solo che le altre persone trascurano la fase down, tutti quei fiocchi di neve da raccogliere. Non conta che, prigionieri in una scatola di scarpe, si volatilizzino in un alone umido. Basta tenere un orecchio sul coperchio per continuare a sentirne il crepitio, per decifrarne, meglio di come farebbe la NSA, la verità racchiusa (C=A+B).

Punk’s not dead. C’è ancora del Neanderthal nel genoma del Sapiens, e molto cammino da fare sulla strada dell’evoluzione.

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È andata. E nel prossimo post solo letteratura, chiarezza e metodo scientifico.

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*) Punk è un termine inglese (che come aggettivo significa di scarsa qualità, da due soldi)

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Devi Dormire – Il pollosauro

18 dicembre 2013

[segue]

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pollosauro

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(un post per chi è stanco di scuola elementare)

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Quando eri ancora piccolo piccolo

una volta, al parco giochi,

ti sei messo a scavare nella terra

con la tua amichetta Leyre.

E scavavate e scavavate.

Eravate tutti insozzati di erba e terra,

fino ai capelli.

Io guardavo il papà di Leyre,

cercavo una sponda,

ma quell’omaccione era tutto soddisfatto.

Contento lui.

Mi sa che dei bucati si occupa la mamma.

A un certo punto hai sollevato qualcosa,

qualcosa di biancastro.

Mi pare che stessi per metterlo in bocca

perché mi ricordo di averti sgridato,

ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece rideva.

Ci siamo avvicinati per osservare meglio

che cosa avevi in mano.

Anche Leyre ti osservava.

Era un piccolo pezzo di qualcosa.

Era biancastro.

Sembrava un osso, un minuscolo

osso,

fatto come quello di un pollo.

Mi ricordo che hai detto

“Dinosaulo”

E io mi sono messa a ridere.

Ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece era rimasto serio.

Allora abbiamo avvicinato

la testa alla buchetta scavata

dalla tua manina.

Lo abbiamo fatto tutti insieme

e da fuori si è sentito un rumore sordo,

come di cocci.

Ma era solo un’impressione.

Ci siamo messi a scavare insieme

intorno a dove avevi trovato l’osso.

E ne è sbucato un altro

un po’ più grande.

Poi un altro.

E un altro.

E un altro.

Finché il papà di Leyre ha detto

“Basta così”.

Mi pare che ci fosse venuta all’improvviso

La tremarella.

A tutti.

E ci siamo allontanati così veloci,

ma così veloci,

che ci siamo ritrovati, non so come,

tu a letto,

io accanto a te mano nella mano,

nel buio della tua cameretta.

Il giorno dopo

Al parco, al posto della collinetta

dove avevi giocato con la tua amica,

si era aperta una voragine.

C’erano zolle di terra dappertutto.

Perfino sugli alberi.

Ci siamo fatti largo tra la gente,

spingendola via con il passeggino.

Abbiamo guardato giù.

Niente più ossa di pollo.

Invece, si allontanavano dalla buca

delle orme incredibili,

grandissime.

Come di enormi zampe di gallina.

Tu hai detto di nuovo

“Dinosaulo”

e mi hai convinto

non so come

a seguire quelle impronte

che schiacciavano l’erba alta.

Abbiamo solcato chilometri di sterrato

con i copertoni del tuo passeggino.

Abbiamo attraversato paludi,

deserti  infuocati,

abbiamo sofferto la sete,

la fame,

specie in presenza di certi cespugli

con delle bacche rosse

che odoravano di formaggio

andato a male.

Ma alla fine,

di spalle,

ricurvo su se stesso,

abbiamo visto lui:

il dinosauro più orripilante,

un Pollosauro Blu.

Blu, come il colore dei sogni.

E infatti, proprio mentre si girava

e apriva il becco spaventoso

nella nostra direzione,

ci siamo ricordati

di stare sognando.

E il pollosauro

*Puf*

È scoppiato in silenzio

e si è frammentato

in una miriade di bollicine

che ci sono ricadute addosso

sfrigolando.

Per il solletico

abbiamo chiuso gli occhi.

Quando ho riaperto i miei

ho visto che dormivi

con la testa sul cuscino,

nella tua cameretta.

Mentre io, accanto a te,

avevo ancora la mano

stretta nella tua.

 

[Continua]

 

Nouvelle Vague – Let Me Go

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Dancing friday

18 ottobre 2013

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Per distendermi al termine di una settimana complicata, leggevo qualcosina di Stendhal (al secolo Marie-Henri Beyle), l’inventore della famosa sindrome fiorentina (ma non quella della bistecca che ora, vale la pena ripeterlo, si può tornare a mangiare al sangue), il quale è anche marginalmente noto come autore del pamphlet “Il rosso e il nero”. Il protagonista è uno scavezzacollo di nome Julien, al quale tempo fa, dedicai un breve ritratto:

Julien, nome rappreso dal gocciolio di consonati liquide e nasali, “U” che aspira all’alto, “E” che ridiscende, invocando pace e quiete. Suono dolce, che cerca vibrazioni dall’innesto su parole con la erre. Amore, Guerra. Implume, indifeso aquilotto, gettato dal nido in mezzo a un bivio con uno scapaccione. Una corona dentata sta per divorarti, attento!

A chi chiedi rifugio adesso, strappato all’indolenza dell’età acerba, se quella mano aperta che ti sbilancia verso i denti ingordi di una sega, appartiene all’essere più caro. Rude bestia, capace del solo affetto atavico che va di padre in figlio per mezzo d’odio e non delle parole. Sogni per lui soltanto ciò che ti ha insegnato, la degna conclusione di una vita atroce.

L’anima sguscia fuori dal tuo involucro, mente sei spintonato a forza verso casa. Fuggi con occhi di carbone acceso, volando verso il fiume dove galleggia il mito, per consegnagli il cuore. Tristezza e guance rosse. No, Lui non subirebbe.

Conquisterai quello che speri o ti spaccherai al bivio, dove si apre quel divario spaventoso? Seguirai amore su un percorso, o lungo l’altro diverrai amorale?

Questo nome mi ha fatto tornare in mente una delle mie prime amicizie bloggheristiche, l’autore de Il pianeta delle scimmie.

Puntando i piedi sulla costa del libro, in bilico dal cornicione dell’ultimo piano del palazzo, ho urlato: Oh-Ohh! E lui ha risposto sparando musica alta nella mia direzione.

Abbiamo ballato tutto il pomeriggio. E ora, esausti, abbiamo pensato di farvi condividere la nostra leggerezza. Enjoy.

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Dancing friday Compilation 18 OCT 2013

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Mentre sul Pianeta delle scimmie, la musica prosegue cliccando qui:

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K fuori le mura

8 settembre 2013

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La ragazza K si era alzata in punta di piedi, aveva raggiunto il bagno e chiuso la finestra, era ancora buio e l’aria di settembre metteva i brividi addosso. Dando un’occhiata attorno -tutto era ancora fuori fuoco, meglio così- si era accucciata, e poi pulita e alzata senza tirare l’acqua, per non svegliare il vicinato la mattina di domenica. Una delicatezza rivolta a sé, per non rovinarsi il gusto dell’ultimo giorno senza molestie sonore. In tutta l’estate li avrà sentiti si e no due volte, di ritorno dai loro viaggi, due picchi di insensati decibel, e poi ancora altro silenzio.

Uscì dal bagno. Teneva le infradito tra le dita ma senza dare peso al buffo caso di omen nomen mattutino.

Se le infilò ai piedi, mise l’acqua del the nel bollitore, andò in balcone. Corolle chiuse, nuvole rade appena striate di un rosa incerto, voci di uccelli mattutini. Un motore lontano che si accendeva a intermittenza. Come si potesse fare giardinaggio prima dell’alba, non lo sapeva e non le interessava.

Tutto finisce oggi, pensò. Tuttavia non sarebbe sembrato.

Aspettò che il sole sorgesse. Come appoggiò la mano all’infisso per rientrare, vide la propria immagine riflessa. Pensò che quella cornice le donava. E che l’alba delle mattine di settembre era perfetta.

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Phil Collins – Thru these walls

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Sont pas si mal (les fleurs du mal)

4 luglio 2013

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Ch’ha detto?

Parla francese, sai com’è: Francesca / Francesa.

Ah, sì, sì, c’è stato uno, in effetti, uno di Marsiglia, un tal Stephane, che le storpiava il nome così un tempo…

Era già finita la grande guerra?

Eeeh. Da mo’.  Ma che stai dicendo? Bando alle corbellerie.

E tu su che fronte hai combattuto?

Guarda che ho mangiato cubetti di diavolina e mi scappa giusto giusto un infuocato…

Stoop. Proprio oggi la vogliamo rovinare?

Hai ragione. Quando è troppo è troppo.

Non sembrerebbe. A sentir lei, non ne ha mai abbastanza.

Dipende da cosa, no?

Dipende da cosa, certo. Ma, secondo me, lei non ha capito di essere ormai uscita da quell’età della vita in cui fai ogni giorno esperienza di qualcosa di nuovo e sei giustificato per tutte le paturnie.

Ah, lo Spleen mesto e implacabile dell’adolescenza…

Bé, ma è tutto diverso, ormai, permettimi. Al compleanno dei quattordici anni stava con un tal Luca che poi le ha spezzato il cuore, e allora daje col singhiozzo libero e co’ Baudelaire in sottofondo a più non posso. Ma oggi è un’altra musica.

Mai sentito, era una costola dei Bauhaus?

Ma chi?

Bau-dlèr.

… Sottolineavo il fatto che i Fiori del male, a conoscerli, non sono mica tanto intrisi di Spleen, sai? Cito Wiki, che fa tanto fico: “I fiori del male viene considerata una delle opere poetiche più influenti, celebri e innovative dell’ottocento francese e non. Il lirismo aulico ed ampolloso che si unisce a sfondi surreali di un modernismo ancora reduce della poetica romantica si tradusse, nei periodi successivi, nello stereotipo del Poeta Maledetto; chiuso in sé stesso, a venerare i piaceri della carne e tradurre la propria visione del mondo in una comprensione d’infinita sofferenza e bassezza”.

Eh?

Non capisci un cavolo! È una metafora che accenna a tematiche che si agitano sullo sfondo della vita (letteraria) della nostra festeggiata!

Abbassa la voce, oh, che ha appena preso sonno.

Sì, sì. Per concludere, e poi si va a dormire tutti, anche noi demoni, è una che si rimette in gioco continuamente.

Per cause meritorie, come ci si aspetterebbe, no?

Direi che lo faccia per lo più per sé stessa. Più meritoria di così, la causa.

Non ti contraddirò io, guarda. L’unico appunto che mi permetto è che forse tende a strafare. Tanto per dirne una, quella storia delle lezioni di francese. Alla fine l’ha fatto, ha iniziato a studiare (anche se ne ha di strada davanti…). E le altre novità, oltre a questa, le ha intraprese tutte nell’arco di un solo anno solare.

La vedo affaticata, infatti.

Provata.

Sì, provata.

Consunta.

Smunta.

Unta?

Al sole, soprattutto.

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”La géante’’ – Sonnet de Charles Baudelaire dans ‘’Les fleurs du mal’’(1857)

Musique “Thru Clouds” – deeB

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La Géante

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Du temps que la Nature en sa verve puissante

Concevait chaque jour des enfants monstrueux,

J’eusse aimé vivre auprès d’une jeune géante,

Comme aux pieds d’une reine un chat voluptueux.

J’eusse aimé voir son corps fleurir avec son âme

Et grandir librement dans ses terribles jeux;

Deviner si son coeur couve une sombre flamme

Aux humides brouillards qui nagent dans ses yeux;

Parcourir à loisir ses magnifiques formes;

Ramper sur le versant de ses genoux énormes,

Et parfois en été, quand les soleils malsains,

Lasse, la font s’étendre à travers la campagne,

Dormir nonchalamment à l’ombre de ses seins,

Comme un hameau paisible au pied d’une montagne.

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Charles Baudelaire

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Rincorrendo una bellezza insospettata

28 giugno 2013

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Alcune goccioline trasparenti si posano sui vetri e strisciano per minimizzare la loro presenza. Così si disfano, cercano di venir evaporate dal sole, che sempre è sole di Giugno, prima di creare il panico tra noi mortali. Domani è sabato, e a Roma la situazione è questa:

 Cielo di Roma a Giugno

Lola, insoddisfatta a prescindere dalla situazione, dice da sempre (o da che la conosco) che vuole andare via. A Honolulu, per la precisione. Tutta colpa di Stanlio e Ollio, del ritornello Honolulu Baby cantato durante la disavventura che li vede tornare da un falso convegno alle devote mogliettine, senza sapere che la notizia è corsa fino a loro, ma non ha raggiunto i due malcapitati. La nave è naufragata.

Ai due mentitori accadono disavventure che giusto nelle comiche, divergenti sul finale: Ollio massacrato e Stanlio premurosamente coccolato. E Lola vorrebbe andare a Honolulu senza essere né l’uno né l’altro. Beata lei, che le basta una canzoncina. Chi non risica …, la pensa così ma poi passa i suoi anni a rosicare (alla romana).

Io pure credo al proverbio, e ora come ora me ne andrei dritta a Copacabana (scongiurato anche il pericolo di coinvolgimento negli scontri per la finale della Confederations Cup). Colpa, nel mio caso, di una canzonetta smozzicataprêt-à-parodier  un certo Paolo Conte, di Stefano Bollani. Mi ronza in testa e non se ne va via, diversamente da Battisti (Cesare) che pare che non rischierei di incontrare, dato che su di lui adesso incombe l’espulsione.

Ottimi motivi dunque. E, senza esserci ancora stata, credo che chiederò a Lola di prendere una nave insieme a me domattina, e sostituire l’idea immanente di Honolulu con una fulminea Copacabana Experience.

rio_experience_05

Ancora una volta per via di una canzonetta, dove attorno a una col suo nome ruota un’atmosfera sognante, agli aromi di frutta estiva fresca, scintillante, lasciva, preludente a qualcosa che sa solo chi agogna, chi sogna, chi è senza vergogna. (Una come me, che non mi chiamo Lola, ma tant’è.)

Barry Manilow – Copacabana

Poi tornerei, però.  Anche per poter affermare Je ne regrette rien* a ragion veduta.

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*) Una recensione cinematografica scritta anni fa da Luca Alvino, pescata zompettando di post in post. Qualcosa che sopravvive allo spunto che l’ha generata. Una recensione valida a prescindere dall’oggetto che la può indossare. Prêt-à-porter, sempre che non cambi tempo.

Ma quando non c’è più nessuno ad attenderti dall’altra parte, e hai ormai dimenticato di vivere in un mondo che non è reale (per convenienza, per rassegnazione, o per l’oblio che sempre incombe minaccioso sulla mortalità), l’unica possibilità che ti rimane per svegliarti è compiere un atto di fede: rinunciare all’indeterminatezza del sogno, e credere che la consumazione di una scelta non corrisponda alla spietata rinuncia all’infinità; percepire fino in fondo che nella consunzione può addensarsi un senso profondo, e nell’assunzione di responsabilità una bellezza insospettata.

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La vostra affezionata figlia

21 maggio 2013

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Anais Nin - Henry Miller

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Poco fa ho saputo che un mio racconto è stato scelto per essere incluso in un’antologia erotica, e ne sono orgogliosa. La casa editrice Smasher è piccola ma si muove bene, e il pezzo non mi sembra cattivo come prima prova.

Ok, non era la prima volta che mi cimentavo nel genere, ma farlo su commissione è un tantino diverso. Qui, nel blog, io mi permetto di sperimentare e scelgo di pubblicare ciò che piace solo a me. Ma fuori? Mi fido della scelta dell’editore, comunque a me resta il dubbio di essermi spinta un po’ oltre. Mi spiego: di essere, per l’ansia da prestazione, scivolata dall’erotico nel pornografico (genere per il quale nutro il massimo rispetto ma… beh, giudicherete voi se avrete il coraggio di affrontare la lettura, quando vi darò la notizia della pubblicazione).

Devo averlo già scritto da qualche parte, un certo peso nella mia evoluzione sentimentale lo ebbe la corposa corrispondenza tra Anaïs Nin e Henry Miller, letta intorno ai vent’anni. Poi Anaïs Nin mi accompagnò per diverse pagine coi suoi racconti, e con lei lì mi fermai, per dedicarmi ad altro.

Ultimamente ho avuto il coraggio di avvicinarmi a Miller, iniziando dal volume edito da Minimum Fax*, con una prefazione (stupenda) di Antonio Pascale. Ce ne sarebbe da dire, e probabilmente ne riparlerò. Mi ha colpito però provare addosso, seguendo Miller e Pascale, una sensazione di velata tristezza. Ma devo approfondire (ho “i tropici” sul comodino, e per l’estate li avrò fatti miei), quindi stop alle elucubrazioni.

Io invece, non tanto perché donna (non sono portata al sessismo), ma proprio perché me stessa, mi sento fortunata. Ho un rapporto così facile con l’argomento che non mi meraviglia rileggere cose come questo post e sentirmi a mio agio, senza rimorsi né rimpianti per averlo scritto.

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PS: Mamma, Papà, sorvolate. A voi riserverò prove migliori.

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*) Henry Miller – Una tortura deliziosa. Pagine sull’arte di scrivere, Ed Minimum Fax, 2007.

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Io, Carlo – Mamma e Papà

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Il solitario

12 maggio 2013

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Auricolari rosa

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A Barbara, e a tutti quelli che leggendomi non capiscono.

Niente di personale.

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All’improvviso, mentre camminavi -guardavi a terra anche se non ti sembrava che a terra ci fosse qualcosa di interessante-, hai alzato la fronte che si è tirata dietro gli occhi e davanti hai visto… pure: niente di interessante.  Solo e sempre le solite cose che ritornano, e che ti lasciano senza parole. Perché le tue parole, i tuoi bisogni, la tua stessa esistenza non hanno niente da dirti.

La differenza con ieri sta nel fatto che te ne sei accorto. Hai fatto la scelta di toglierti gli auricolari rosa dalle orecchie, per capire se il ronzio di fondo dipendesse dalla cattiva qualità del file o da qualcosa di esterno. Fuori c’era silenzio, talmente intenso da farti restare immobile a bocca aperta. Talmente vero da farti scegliere di gettare via le cuffiette.

Le cose che ritornano, io le so distinguere tra loro. Le ho catalogate, analizzate, a differenza tua. E ora lo so benissimo perché non parlano. E poi, so come mi ritornano sotto il naso di soppiatto. Come non ammetterebbero mai, neanche sotto tortura, di saperlo che generano brevissime illusioni di senso. Che consumano a furia di imperversare sempre sullo stesso organo, ma delle quali, ti sembra strano?, mi piace il gusto.

Vogliono convincermi a toglierle di mezzo. Me lo ripeterebbero ogni giorno nelle orecchie, se indossassi ancora i miei auricolari, dei quali invece anche io mi sono sbarazzata. Ma che ne sanno loro, che scambiano il dovere col piacere, e le cose che tornano le tengono d’occhio già molto prima di trovarsele davanti. Che solo quando capiscono che sono inoffensive, le invitano pure a cena in casa propria. E se anche loro cadono di tanto in tanto in qualche equivoco, lo giocano sul filo dell’umorismo, e l’imbarazzo rientra in un momento, basta mettere alla porta le cose che molestano. O al contrario, se fiutano un pericolo, non c’è nessun problema. Le mettono alla porta, in ogni caso.

Io, le cose, lo so perché ritornano. E adesso le costruisco a tavolino le illusioni, le giostro come mi pare, per il mio solo godimento personale.

Poco fa in strada sono tornata nel letto dal quale mi ero alzata da diverse ore. Cose che tornano anche lì, sempre le stesse poi, come qui in strada. Sono uguali, in questo, la strada e il letto. Non ne sono annoiata, ma no. A me non annoia la ripetizione. Mi delude, e mi sobilla reazioni sorprendenti.

Perché nel letto, a volte, quando penso di essere sveglia e invece forse non lo sono proprio del tutto, non saprei dire affatto dove sono. Lo subodoro, magari sbaglio, e se me ne sto rannicchiata tutta su un fianco e sfioro il bordo e quasi quasi cado di sotto. Quello è il momento in cui forzare l’illusione, creando un mondo profondissimo in una bolla di sapone -fragilissima- che, appena scoppia, mi porta a risvegliarmi per davvero.

Anche ora che non sono più sdraiata, e che cammino per la solita strada sempre uguale, mi troverò davanti le solite cose. La delusione mi sovreccita almeno il tempo di uno starnuto. E allora mi dico: rifarò la stessa strada anche domani.

Tu che hai tolto gli auricolari rosa, riflettici sul fatto che le cose, inevitabilmente, continueranno a ritornare. E prova almeno a commuoverti -io ho raggiunto le lacrime- leggendo questo ritratto impressionista di Flaubert.

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Marlene Kuntz – Il solitario


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