Posts Tagged ‘Musica’

Rincorrendo una bellezza insospettata

28 giugno 2013

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Alcune goccioline trasparenti si posano sui vetri e strisciano per minimizzare la loro presenza. Così si disfano, cercano di venir evaporate dal sole, che sempre è sole di Giugno, prima di creare il panico tra noi mortali. Domani è sabato, e a Roma la situazione è questa:

 Cielo di Roma a Giugno

Lola, insoddisfatta a prescindere dalla situazione, dice da sempre (o da che la conosco) che vuole andare via. A Honolulu, per la precisione. Tutta colpa di Stanlio e Ollio, del ritornello Honolulu Baby cantato durante la disavventura che li vede tornare da un falso convegno alle devote mogliettine, senza sapere che la notizia è corsa fino a loro, ma non ha raggiunto i due malcapitati. La nave è naufragata.

Ai due mentitori accadono disavventure che giusto nelle comiche, divergenti sul finale: Ollio massacrato e Stanlio premurosamente coccolato. E Lola vorrebbe andare a Honolulu senza essere né l’uno né l’altro. Beata lei, che le basta una canzoncina. Chi non risica …, la pensa così ma poi passa i suoi anni a rosicare (alla romana).

Io pure credo al proverbio, e ora come ora me ne andrei dritta a Copacabana (scongiurato anche il pericolo di coinvolgimento negli scontri per la finale della Confederations Cup). Colpa, nel mio caso, di una canzonetta smozzicataprêt-à-parodier  un certo Paolo Conte, di Stefano Bollani. Mi ronza in testa e non se ne va via, diversamente da Battisti (Cesare) che pare che non rischierei di incontrare, dato che su di lui adesso incombe l’espulsione.

Ottimi motivi dunque. E, senza esserci ancora stata, credo che chiederò a Lola di prendere una nave insieme a me domattina, e sostituire l’idea immanente di Honolulu con una fulminea Copacabana Experience.

rio_experience_05

Ancora una volta per via di una canzonetta, dove attorno a una col suo nome ruota un’atmosfera sognante, agli aromi di frutta estiva fresca, scintillante, lasciva, preludente a qualcosa che sa solo chi agogna, chi sogna, chi è senza vergogna. (Una come me, che non mi chiamo Lola, ma tant’è.)

Barry Manilow – Copacabana

Poi tornerei, però.  Anche per poter affermare Je ne regrette rien* a ragion veduta.

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*) Una recensione cinematografica scritta anni fa da Luca Alvino, pescata zompettando di post in post. Qualcosa che sopravvive allo spunto che l’ha generata. Una recensione valida a prescindere dall’oggetto che la può indossare. Prêt-à-porter, sempre che non cambi tempo.

Ma quando non c’è più nessuno ad attenderti dall’altra parte, e hai ormai dimenticato di vivere in un mondo che non è reale (per convenienza, per rassegnazione, o per l’oblio che sempre incombe minaccioso sulla mortalità), l’unica possibilità che ti rimane per svegliarti è compiere un atto di fede: rinunciare all’indeterminatezza del sogno, e credere che la consumazione di una scelta non corrisponda alla spietata rinuncia all’infinità; percepire fino in fondo che nella consunzione può addensarsi un senso profondo, e nell’assunzione di responsabilità una bellezza insospettata.

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La vostra affezionata figlia

21 maggio 2013

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Anais Nin - Henry Miller

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Poco fa ho saputo che un mio racconto è stato scelto per essere incluso in un’antologia erotica, e ne sono orgogliosa. La casa editrice Smasher è piccola ma si muove bene, e il pezzo non mi sembra cattivo come prima prova.

Ok, non era la prima volta che mi cimentavo nel genere, ma farlo su commissione è un tantino diverso. Qui, nel blog, io mi permetto di sperimentare e scelgo di pubblicare ciò che piace solo a me. Ma fuori? Mi fido della scelta dell’editore, comunque a me resta il dubbio di essermi spinta un po’ oltre. Mi spiego: di essere, per l’ansia da prestazione, scivolata dall’erotico nel pornografico (genere per il quale nutro il massimo rispetto ma… beh, giudicherete voi se avrete il coraggio di affrontare la lettura, quando vi darò la notizia della pubblicazione).

Devo averlo già scritto da qualche parte, un certo peso nella mia evoluzione sentimentale lo ebbe la corposa corrispondenza tra Anaïs Nin e Henry Miller, letta intorno ai vent’anni. Poi Anaïs Nin mi accompagnò per diverse pagine coi suoi racconti, e con lei lì mi fermai, per dedicarmi ad altro.

Ultimamente ho avuto il coraggio di avvicinarmi a Miller, iniziando dal volume edito da Minimum Fax*, con una prefazione (stupenda) di Antonio Pascale. Ce ne sarebbe da dire, e probabilmente ne riparlerò. Mi ha colpito però provare addosso, seguendo Miller e Pascale, una sensazione di velata tristezza. Ma devo approfondire (ho “i tropici” sul comodino, e per l’estate li avrò fatti miei), quindi stop alle elucubrazioni.

Io invece, non tanto perché donna (non sono portata al sessismo), ma proprio perché me stessa, mi sento fortunata. Ho un rapporto così facile con l’argomento che non mi meraviglia rileggere cose come questo post e sentirmi a mio agio, senza rimorsi né rimpianti per averlo scritto.

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PS: Mamma, Papà, sorvolate. A voi riserverò prove migliori.

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*) Henry Miller – Una tortura deliziosa. Pagine sull’arte di scrivere, Ed Minimum Fax, 2007.

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Io, Carlo – Mamma e Papà

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Il solitario

12 maggio 2013

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Auricolari rosa

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A Barbara, e a tutti quelli che leggendomi non capiscono.

Niente di personale.

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All’improvviso, mentre camminavi -guardavi a terra anche se non ti sembrava che a terra ci fosse qualcosa di interessante-, hai alzato la fronte che si è tirata dietro gli occhi e davanti hai visto… pure: niente di interessante.  Solo e sempre le solite cose che ritornano, e che ti lasciano senza parole. Perché le tue parole, i tuoi bisogni, la tua stessa esistenza non hanno niente da dirti.

La differenza con ieri sta nel fatto che te ne sei accorto. Hai fatto la scelta di toglierti gli auricolari rosa dalle orecchie, per capire se il ronzio di fondo dipendesse dalla cattiva qualità del file o da qualcosa di esterno. Fuori c’era silenzio, talmente intenso da farti restare immobile a bocca aperta. Talmente vero da farti scegliere di gettare via le cuffiette.

Le cose che ritornano, io le so distinguere tra loro. Le ho catalogate, analizzate, a differenza tua. E ora lo so benissimo perché non parlano. E poi, so come mi ritornano sotto il naso di soppiatto. Come non ammetterebbero mai, neanche sotto tortura, di saperlo che generano brevissime illusioni di senso. Che consumano a furia di imperversare sempre sullo stesso organo, ma delle quali, ti sembra strano?, mi piace il gusto.

Vogliono convincermi a toglierle di mezzo. Me lo ripeterebbero ogni giorno nelle orecchie, se indossassi ancora i miei auricolari, dei quali invece anche io mi sono sbarazzata. Ma che ne sanno loro, che scambiano il dovere col piacere, e le cose che tornano le tengono d’occhio già molto prima di trovarsele davanti. Che solo quando capiscono che sono inoffensive, le invitano pure a cena in casa propria. E se anche loro cadono di tanto in tanto in qualche equivoco, lo giocano sul filo dell’umorismo, e l’imbarazzo rientra in un momento, basta mettere alla porta le cose che molestano. O al contrario, se fiutano un pericolo, non c’è nessun problema. Le mettono alla porta, in ogni caso.

Io, le cose, lo so perché ritornano. E adesso le costruisco a tavolino le illusioni, le giostro come mi pare, per il mio solo godimento personale.

Poco fa in strada sono tornata nel letto dal quale mi ero alzata da diverse ore. Cose che tornano anche lì, sempre le stesse poi, come qui in strada. Sono uguali, in questo, la strada e il letto. Non ne sono annoiata, ma no. A me non annoia la ripetizione. Mi delude, e mi sobilla reazioni sorprendenti.

Perché nel letto, a volte, quando penso di essere sveglia e invece forse non lo sono proprio del tutto, non saprei dire affatto dove sono. Lo subodoro, magari sbaglio, e se me ne sto rannicchiata tutta su un fianco e sfioro il bordo e quasi quasi cado di sotto. Quello è il momento in cui forzare l’illusione, creando un mondo profondissimo in una bolla di sapone -fragilissima- che, appena scoppia, mi porta a risvegliarmi per davvero.

Anche ora che non sono più sdraiata, e che cammino per la solita strada sempre uguale, mi troverò davanti le solite cose. La delusione mi sovreccita almeno il tempo di uno starnuto. E allora mi dico: rifarò la stessa strada anche domani.

Tu che hai tolto gli auricolari rosa, riflettici sul fatto che le cose, inevitabilmente, continueranno a ritornare. E prova almeno a commuoverti -io ho raggiunto le lacrime- leggendo questo ritratto impressionista di Flaubert.

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Marlene Kuntz – Il solitario

Fuori programma

29 aprile 2013

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Conta che sabato sera abbia incontrato un’amica che non vedevo da tempo. Che lei sia croata, pure conta. Che sia infuriata e si roda il fegato a causa della politica italiana, perché questo è il paese in cui vive. E che si indigni dell’indifferenza generale da cui è circondata. Che abbia portato con sé, a sua volta, una sua amica, di professione insegnante di Pilates. Che l’amica sia entrata in sintonia, subito dopo la mia sparata: il Pilates fa male alla schiena. Che abbia passato il tempo a parlare. A voler parlare. Io, che non apro mai bocca con nessuno. E che tra noi si sia discusso di vita e di politica, di uomini, bambini e altri animali, ma senza alzare i toni. Ed evitando senza sforzo i luoghi comuni sui quali spesso si impuntano le chiacchiere femminili. Che ai tavoli a fianco intanto si festeggiassero lauree e unioni, e che, fuori da lì, esplodesse la voglia di vivere. Che la serata si sia svolta nel quartiere San Lorenzo, quello sconquassato dalle bombe alleate nel ‘43. Che le bombe di quella sera siano stati quei ragazzi, tutti belli, svegli e con gli occhi aperti, che ci sono venuti incontro lungo i marciapiedi. Che noi fossimo tre ragazze pari requisiti. Che il giorno dopo, invece, fuori programma e sotto il sole a picco, io mi sia arrampicata su una parete verticale. Che la mia bicicletta oggi, dopo sei mesi, fosse di nuovo in strada per portarmi a lavorare. Che il profumo di fiori esplodesse al mio passaggio, e mi colpisse forte. Che io abbia buoni polmoni e non soffra di allergie. Che il mio sguardo ancora non del tutto disilluso abbia notato che di bici ne circolassero tante, molte più di quante ne contavo un anno fa per strada. Che la musica che ho ascoltato in cuffia fosse quella di prima, prima dell’inverno, prima dell’estate scorsa, prima di questo blog. Che mi ricordasse la forza e il desiderio che ho in corpo. Che questo desiderio si trasformasse in spinta sui pedali. Che io sia qui a scriverne, anche se so che non cambierà la giornata di nessuno.

Tutto questo, almeno per me, almeno per il momento, conta.

Francesco De Gregori – San Lorenzo

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L -40

31 marzo 2013

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Sic transit

una meta fisica

Una meta fisica

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Due cantautori aumentano di numero il carcame.
Chi crede nel Risorto oggi sazia la sua fame.

Chi non ci crede aspetta
Il giorno di Pasquetta
Alla loro salute mangerà pane e salame.

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Un limerick intransitivo e metà-fisico.

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Il problema è di chi resta: prepararsi alle nuove leggi di mercato

28 marzo 2013

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Costa ancora un’elemosina

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Gli ultimi in ordine di apparizione sono i manifesti che sloganeggiano un tristemente esplicito VaffanCUD, firmato da una delle tante sottosigle sindacali.

Lo leggo a semaforo rosso, è affisso sulla recinzione del cantiere fermo-per-elezioni-comunali, tappezzato di vecchie e nuove facce che chiedono il voto dietro promesse spudoratamente false. Per reazione mi volto dall’altra parte. Alla mia vista si espone magnanimamente agli sguardi altrui un essere di cui individuo il sesso, femminile, grazie alla gonna di cotone verde militare, lunga, a balze, con pizzi e frange, che penzola da sotto il giubbotto sportivo di stoffa nera.

Le mani della donna si danno da fare sopra un telefonino, nella destra stringe una sigaretta appena accesa. Le unghie sono lunghe quanto metà dita e decorate con un french particolarmente fantasioso. Da dentro l’auto non decifro il disegno, ma a occhio e croce sarà costato un’ora di lavoro all’estetista, oltre al coating di prammatica.

La donna è grassa, ha un gran pancione che tende il giubbotto verso il basso, le gambe sono pietosamente nascoste alla vista dalla copertina invernale dello scooter. Del viso si scorgono solo labbra pittate e naso adunco, da sotto il casco escono allo scoperto mostruosi orecchini stile impero e occhiali firmati, sovramisurati.

Mentre allontano un lavavetri, il solito a quel semaforo (ci conosciamo e, se non oggi, capitolerò domani), riesco a immaginarla in versione estiva, col culo che straborda dalla cintura troppo calata in vita e una Y merlettata che scava nelle sue carni striate, portando l’involontario osservatore a frugare con la fantasia fin dentro i  suoi più reconditi recessi.

Mi viene da pensare che sia una che scopa. Sicuro. E tutti i giorni, pure. Alla faccia dell’età e del senso estetico comune. Immagino che abbia una vita vorticante nel web. Una famiglia che le somiglia, un cane che le somiglia.

Alla fine scatta il verde, mentre sto pensando che una così avrà anche fede in un partito che le somiglia molto. Del quale rappresenta il tipico elettore di estrazione popolare, ma benestante, probabilmente lavora in qualche ramo del commercio.

Perché i poveracci hanno poco da sentirsi rappresentati. Ne incontro a mazzi di decine al giorno, camminando verso il posto di lavoro.

Al primo, in genere uno che canta, suona o si lamenta in metro, mollo quello che trovo in tasca. Cerco di non dare più di trenta o cinquanta centini, perché poi come al solito finisco io a ricasco dei colleghi, quando si improvvisano riunioni  o pre-riunioni, o solo chiacchiericci, davanti al distributore del caffè. Non mi piace avere conti in sospeso, di nessuna natura.

Ma poi arriva il secondo, spesso un vecchio, malandato, puzzolente, spesso sdraiato o seduto in terra. In tasca non mi è rimasto nulla, se non quei trenta centesimi di cui sono restia a privarmi. Tiro dritta, non lo guardo neanche in faccia. Mi vergogno, e rimando mentalmente al prossimo incontro.

Quindi è la volta di un uomo di colore o può essere una donna, a volte corredata di figliolo in fasce, con un carico di calzini incellofanati che sborda dalle braccia ripiegate sul petto, e l’insistente “Ehi bella, ho fame, non hai qualche spiccio? Ehi? Bella? Bella? Ehi.”

Mi è capitato di fermarmi con loro, qualche volta. Se regalo del denaro mi va di scambiare due parole con chi lo riceve. Immagino sia una compensazione tipica da personalità fragile, questo tentativo di livellare le posizioni, di non sentirmi gravata dalla colpa della mia migliore condizione.

Un tempo questi ragazzi, sempre intorno alla trentina, non accettavano spicci, insistevano che venisse comprato qualcosa, offerta libera, mai meno di una manciata di euro. Un tempo potevamo anche permettercelo, noi che possiamo contare su di un conto in banca (finché l’effetto Cipro non ci travolgerà).

Noi che abbiamo qualcuno al quale diamo fiducia perché ci rappresenti in Parlamento, anche se siamo consapevoli che non sarà mai una fiducia abbastanza ben riposta. È solo l’unica alternativa al non voto, e il non voto è una violenza ai nostri diritti e un insulto ai nostri padri. Eccetera.

Oggi, diversamente da ieri, l’”offerta” è calata drasticamente, e la “domanda” si è adeguata.  Arrivano anche a toccarmi, a volte a strattonarmi, i venditori di calzini. Mi chiedono spicci, quello che ho, anche se non gli compro niente. Io li guardo e mi sembrano sempre così in carne. Non so, forse era meglio darli al vecchio.

Mantengo ancora i trenta centesimi stretti tra le dita della mano nascosta in tasca. So che non mi toglierò l’odore di metallo per una buona mezza mattinata, e così il fastidio di pensare a queste prime ore del giorno. Continuo a  camminare, il panorama è vario.

Donne in età, in età molto avanzata e anche bambinaie, giovani e vecchie, molte straniere, con passeggini, e ragazze e ragazzi, che teoricamente dovrebbero preoccuparsi del futuro e non trovarsi in quel momento in strada a gonfiare il petto coi soldi dei genitori, griffati e supponenti.

Portano a spasso il cane, tutti. I cani sfuggono, si perdono, si azzuffano l’un l’altro. I proprietari strillano. I passeggini intoppano. I bambini spengono gli occhi sbarrati sulla strada, qualcuno riesce pure a dormire, in mezzo ai clacson e alle urla.

Da un paio d’anni Stefano non c’è più. Veniva dall’est Europa, uno scheletro di circa novanta primavere, le ultime cinque, almeno, passate sulla strada, estate e inverno. C’erano persone che sospettavano che fosse sfruttato da una banda di compatrioti, perché ispirava “troppa” pietà. E per questo, per non alimentare il racket sospettato, non gli hanno mai dato una moneta.

Io con Stefano ero entrata in confidenza. Lui, non so se mi riconoscesse quando lo salutavo, mi faceva sempre dire il mio nome, era praticamente cieco. Ma le sue orbite offuscate si illuminavano, e slargava la bocca in un sorriso dei suoi due o tre denti appesi ai gengivoni rosati, quando mi ci accucciavo davanti e perdevo tempo con lui.

Stava seduto su una cassettina della frutta. A me faceva bene, davvero, parlarci. Era un brutto periodo, mi sentivo più vicina alle persone senza patria e senza casa che a quelli che frequentavo quotidianamente. Loro non avrebbero capito cosa mi si agitava dentro.

Una volta Stefano mi ha sorpreso, discendo che da giovane era stato uno studioso, un professore, e aveva curato la traduzione del Decamerone. Mi declamò su due piedi qualcosa di Boccaccio. Mentre alterava la voce in maniera spaventosa (considerato che era ogni giorno più privo di forze) e sputazzava in giro, gli scendevano le lacrime. E aveva un’aria fiera. Si lamentò di non poter più leggere. E di non aver nessuno che leggesse a lui qualcosa.

In una delle farneticazioni con le quali intrattengo giulivamente me stessa, ero arrivata a pensare di cercare un audiolibro su CD con tutto il Decamerone, di regalarglielo insieme a un lettore CD da due soldi e delle cuffie per ascoltarlo. Avevo pensato di darglielo e scappare via. Ma forse non avrebbe saputo usarlo.

Forse avrei potuto farglielo provare, gli avrei spiegato come funzionava, e se poi ci riusciva, glielo avrei dato, e sarei scappata in fretta. Ma poi mi sono distratta, ed è passato tempo, e sono successe cose che mi hanno portata per mesi lontano da quei marciapiedi. Quando sono tornata, Stefano non c’era più.

Veniva in centro tutte le mattine con l’autobus, aggrappandosi a un bastone. Viveva da solo in periferia, da quando il suo coinquilino con cui condivideva una stanzetta nei dintorni lo aveva lasciato solo e lui non poteva più permettersi l’affitto. Altro che racket. Avesse avuto almeno un cane, uno vero, non uno da passeggio, a fargli compagnia.

Oggi c’è Anna appoggiata al muro, stretta in un cappotto beige, dimostra un’ottantina d’anni. Lei è italiana, com’è cambiata la “domanda”. Lei chiede e basta, non vende nulla. Non declama niente. Non salta, né balla. Prova solo tanta vergogna e cerca di non dare nell’occhio, si piazza dietro a dei cassonetti dell’immondizia e quando uno passa, chiede perfino scusa per il disturbo. A me non viene affatto il dubbio che sia sfruttata da qualcuno. Le do sempre qualcosa, e mi fermo per due parole. Dice che si contenta di mangiare passato di verdure e the, che tanto alla sua età è meglio contenersi.

Oggi le ho detto che avevo mal di schiena, ho due vertebre disallineate, ieri ho fatto la risonanza magnetica. Le ho parlato con scioltezza, ho ridacchiato pure, il solito complesso di quella che dorme tra due cuscini alla faccia degli altri.

Lei, per i neuroni specchio, forse, mi ha raccontato una certa storia di miracoli. Ha detto che in ospedale aveva aiutato un’amica a sollevare il corpaccione del marito che non riusciva a spostare da sola dalla sedia a rotelle al letto, e che si era fatta male alla schiena. Il medico le aveva prescritto il busto, ma non era riuscita a sopportarlo, se l’era tolto subito.

E poi il Signore aveva fatto prima la grazia all’uomo, facendolo tornare a camminare, poi a lei, togliendole il mal di schiena. Anna ha cercato di trasmettermi tranquillità. Io ho rabbrividito. Non riesco proprio a credere nei miracoli. Anzi, farlo mi è sempre sembrato un atteggiamento molto pericoloso.

E poco prima avevo incontrato Emilio. Che aveva detto “Chi la dura la vince”, ci devono dare il cento per cento. Emilio è un carissimo ragazzo, un uomo buono. Però, quanta voglia di credere ai miracoli. Credere come bambini che le cose, se le desideri intensamente, si avvereranno.

Per esempio, buttare giù per sempre i malcostumi ultradecennali d’Italia nel tempo di un Vaffanculo (com’è cambiata la “domanda”, una volta si sarebbe detto “nel tempo di un amen”). Credere nella venuta di Uno al di sopra del bene e del maaaaaaleee, fare, come l’eeeeremita… Uno che con una spallata distrugge tutto, ma tutto tutto. Tanto verrà qualcun altro a ricostruire, e a ricostruire come Uno comanda. Non quell’Uno, però, che non se ne intende affatto. Un altro.

Io sto studiando il modello Anna. Il suo modo semplice e astuto di presentarsi. Sa che la sua è una guerra a chi impietosisce di più. E lei, è vero che ha ottant’anni, ma vorrebbe ancora campare. Stravincerà sulle vecchie col cagnolino defecante e sui ragazzotti che, per forza d’età, resteranno ancora a lungo strafottenti.

Io la studio, perché intendo superarla, quando tutto ma proprio tutto sarà spazzato via e, guarda un po’, non comparirà nessuno da un fantomatico cilindro a ricostruire. Io… ho due vertebre protuse, ecco il termine esatto e, pensa, una volta ero una ballerina mentre ora, povera me, mi contento di camminare piano, quando ci riesco. Io una volta ho aiutato un vecchio cieco a comprare le medicine, sono sempre stata tanto buona e ora che servono a me, le devo comprare da sola… Uh, quante storie potrei raccontare ai passanti, piegata in due, pigolante, e con gli occhi lacrimosi.

Perché il problema è che quando saremo col culo a terra, né io né la chiappona col perizoma al vento ci accontenteremo facilmente del passato di verdure. E quando in strada ci ritroveremo tutti, passeremo direttamente dal capitalismo al cannibalismo. Bisogna prepararsi.

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Nanni Moretti (Palombella Rossa) – e ti vengo a cercare (di Franco Battiato)

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L -41

24 marzo 2013

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Apparizioni

Nocciola.


Ecco che ricompari, bella nocciola.
Svernasti all’aperto, per scelta, da sola.

Né poli- né e- tica,
Né attuale né intrepida,
Mi confermi che non sei neanche marzuola.

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Dicono che arriveranno giorni di maltempo, ci si prepara. La prima cosa da fare è uscire, se possibile, finché c’è sole fuori. Sentirselo addosso, rigirarsi per esporre bene ogni parte bisognosa di calore. Fare scorta di pensieri leggermente stupidi, come quelli di quando ci si affaccia in balcone coi gomiti appoggiati al parapetto, il mento sulle mani, e ci si guarda attorno come a dire, Novità?

Un aroma di carne in cottura viene da chissà dove. Non ci sta male, si pensa, anche se si è appena buttato giù un caffé, perché è un odore da domenica mattina. Come un’idea platonica: illude e rincuora su un’eternità impossibile.

Si temporeggia nel far partire la giornata, col rischio di scordare tutto in fretta, travolti da altre cose. E, nella stasi, accorgersi di un’ombra in un cantuccio. Una nocciola, rimasta ad appassire per mesi, temendo di incontrarci.

Le sussurriamo di stare tranquilla, che ci è riuscita, ormai non la mangeremo più.

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Lerishna & Ripatti – Hazel (Bob Dylan cover)

Delle pene (senza delitti, tutti sono assolti)

23 marzo 2013

Con questo post si inaugura la

Classificazione: Confidential

(Si tratta di riflessioni pure, nemmeno uno straccio di evidenza scientifica a riprova. Qualcuno può persino non capire. È autorizzato.)

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I dubbi, i dubbi che mi tormentano. Neanche di notte mi fanno riposare. Il fatto è che, ridendo e scherzando, qua il blog sta per svoltare l’anno. È ancora presto, mi rendo conto, maggio è lontano e non ho nemmeno fatto un pensiero alle vacanze estive. Mah. Invece c’è questa cosa che mi assilla, mi sta qui e non passa, perché, vedete, a me pare di averci messo impegno a “uscire dal mio guscio”, era così che mi esprimevo all’incirca un annetto fa. E scrivevo quei racconti con i finali incerti, no?

Che proprio di recente uno degli uomini più fichi attraenti che conosco (non faccio il nome perché ogni volta che lo faccio, le donne, in particolare, mi dicono “Cooosa? Beh, i gusti sono gusti” e alzano gli occhi al cielo. A me pare fichissimo molto attraente, invece. Non siete del parere? Non faccio il nome, allora. Immaginate un Brad Pitt intorno ai venticinque anni. Un Alain Delon intorno ai venticinque anni. Un Paul Newman intorno ai venticinque anni. Un Tony Curtis a venticinque anni. Un Jean-Paul Belmondo… beh. I gusti sono gusti, è vero. In ogni caso, questa è la mia idea di fico attraente.

Cancellatela adesso perché, nel caso del tipo in questione, parlavo di personalità. “Aaaaah…” E alzate gli occhi al cielo. Allora non vi dico più niente, contenti voi.)

Che proprio di recente allora, “uno” che mi aveva detto, così, en passant, io credevo tanto per dire, ma poi se lo ricordava a un anno di distanza, mi sa che ci aveva riflettuto. Dio, aveva riflettuto su di me, aveva formulato un pensiero tagliato sulla mia misura. Pazzesco, incredibile, chi me l’avrebbe detto allora.

Comunque, questo qua aveva detto, ma proprio di recente, che ero “migliorata nei finali”. Apriti cielo. Una specie di benedizione, del tipo “Adesso che sei comprensibile ai più, vai figliola e spaccali, cammina sulle tue gambe verso l’empireo della maturità testuale”. Non è cosa da poco. Credo. Forse lo dice a tutte invece. Ma sto divagando.

C’è questa cosa che mi assilla e che non mi molla, sto fatto che giusto ieri, l’ultimo della serie (nonché ultimo in ordine di tempo dei miei lettori) mi ha scritto “Ma come scrivi bene” a proposito del post precedente (te lo ricordi, no? Dai, che ti ho pure ringraziato, ed ero sincera) “Adesso dovresti spiegarmi”.

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Perciò ho appena deciso di abortire la

Classificazione: Confidential

Perché, no, voi mi dovete capire. Eccheccavolo. Faccio una prova ora ora, e vi rimando al successivo post.

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Intervallo.

Janis Joplin – A woman left lonely

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Eri così carino. Ma v@ff@anc\/|0.

22 marzo 2013

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Un post criptopolitico
(non sono abbastanza -politicamente- liberata).

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effusioni-in-metro.

Guardate, in questi giorni non c’è notizia che non mi stimoli eccessivamente il sistema nervoso.

L’antefatto è sbriciolato nelle pieghe di mattinate molto simili a quella di ieri (ma furono anche pomeriggi). Una decina di persone vestite più o meno bene (camicetta e gonna al ginocchio le donne, camicia stirata, giacca e cravatta gli uomini), gesticolavano mentre parlano di interpellanze, di intrighi nazionali e internazionali, a seconda del periodo nel quale veniva svolto il viaggio.

Il viaggio stesso, dignitoso e squattrinato, veniva fatto in metropolitana. Espressioni scettiche, alzate di spalle, aria di cospirazione.

Ce n’era sempre uno che aveva l’aria di saperne più degli altri e alzava di poco il tono della voce: si andava a contrattare con alcune delle più alte cariche dello Stato. C’era chi aumentava temporaneamente di statura. Il silenzio intorno al gruppetto si allargava, come gli sguardi che sbirciavano le nostre cartelline, le frasi passate a mezza bocca da un passeggero a un altro.

Tutto quello sforzo nella cura della forma (ai luoghi delle istituzioni si deve del rispetto), mentre le ascelle bagnavano le cuciture delle maniche anche in pieno inverno, visto che andavamo dove avremmo dovuto reprimere la rabbia personale per rappresentare in modo equidistante quella di tutti, e quanta fatica solo nel prepararsi mentalmente all’azione.

Andavamo a rappresentare quegli stessi che il più delle volte chiedevano proprio a me di alzare la voce, di battere i pugni sul tavolo (sono una che quando si arrabbia se ne accorge anche l’altro capo del mondo) mentre, un po’ per natura, un po’ per strategia, volevo solo portare a casa i risultati e badavo a far sottoscrivere col sangue impegni ufficiali sopra richieste chiare e precise. Sapendo benissimo che in questo Paese, specie in politica, la parola data vale quanto un fazzoletto per il naso. E ogni volta ricominciare era più faticoso.

Era proprio quella sensazione di fatica che mi si appiccicava addosso anche subito dopo il risveglio, la doccia e i vestiti puliti, che mi obbligava a guardarmi attorno, e stare attenta a non dare nell’occhio in metropolitana.

Perché fino a un minuto prima avevo preparato discorsi e stampe di documenti lavorati a lungo, anche per giorni, con gli altri. Documenti la cui redazione e la cui rappresentanza a volte avevamo strappato a stento dalla zampata dell’opportunista di turno. Uno portato in palmo di mano da gente molto esaurita.

Gente che non necessariamente viveva lontano da Roma, ma si dichiarava distante da quelli che chiamava “i giochi di palazzo”, che accusava me e gli altri di non riuscire a combinare nulla, fingendo di non accorgersi che si succedevano governi su governi e ciascuno demandava il da farsi a quello che l’avrebbe seguito.

Noi continuavamo a tenere il punto, l’unico punto da tenere fisso, quello che ci avrebbe reso giustizia, il riconoscimento di diritti negati che sarebbe dovuto arrivare legalmente, per essere certi che avrebbe resistito nel tempo.

Visto che di bambini si andava a trattare, e tra i numeri da una a tre cifre che a stento la mia coscienza riusciva a sopportare, c’era anche un “due”, le due mie figlie, che non potevo ancora chiamare con quell’appellativo.

Ma neanche lasciare che se ne occupasse un portavoce sbucato da chissà dove, che gridava alla carneficina arringando la folla dal comodo palco della propria indifferenza alla questione.

Non dico che quella linea di condotta sia sempre e in assoluto la migliore, che valga in ogni circostanza, perché le istituzioni sono una bella cosa, ma in astratto. Spesso sono gli accordi presi sottobanco a  regolare il gioco.

Vedi il caso dei Marò, che alla fin fine sono sempre persone, portatrici di diritti universali, coi quali si sta giocando come con dei soldatini di piombo. Che ne so io se hanno ucciso o meno.  Ci sono i tribunali per stabilire le colpe. Le leggi dei Paesi non si parlano? Si fa lavorare la diplomazia.

E io mi ero convinta che dietro alla decisione di non farli ripartire, anche se discutibile, ci fosse stata una strizzata d’occhio tra i due Stati e la bagarre conseguente fosse orchestrata apposta. Macché. La situazione è sfociata comunque in un pasticcio.

Forse a causa di differenze culturali (mettiamo di non aver sentito parlare di retroscena politico/commerciali)?

L’Italia si è andata a impelagare in questa crisi diplomatica in un momento di massima vacanza di autorevolezza al proprio interno e sul piano internazionale. In mezzo al guado del passaggio da un governo tecnico (che politicamente vale meno di niente) a uno ancora da costituirsi, se mai si costituirà.

In questo limbo non era pensabile che alcuno si assumesse la responsabilità di una decisione definitiva, giusta o sbagliata che apparisse agli occhi dell’opinione pubblica. In pratica, un fallimento annunciato fin dall’inizio. La cosa più grave, un giocarsi il tutto per tutto sulla pelle di due uomini, trattati come cavie da laboratorio.

È inaudita, come tante altre cose che avvengono in questi mesi, così che verrebbe voglia di lasciar correre, ma no, non lascio correre: è inaudita questa retromarcia. Olltretutto costituisce l’ennesima ammissione dell’inconsistenza del nostro Paese, l’ennesima riprova che chiunque voglia può manovrarlo come meglio lo aggrada, dall’esterno e dall’interno.

Non sto con i marò, né con gli indiani, sto con quelle regole che gli esseri umani hanno costruito nei secoli, per la sopravvivenza della specie: leggi che valgono per tutti, governi che prendono decisioni per il bene dei cittadini che li hanno eletti. Quella che una volta chiamavano democrazia, e oggi mi sembra sempre più utopia.

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in-metro

Mi ricordo che uno dei nostri, una gran persona, un gran papà, il giovedì sera a volte tornava in treno dalle sue parti, al Nord, dopo quattro giorni trascorsi in Parlamento. Imparai che spesso il giovedì era l’ultimo giorno della settimana lavorativa per un deputato di fuori Roma, ma almeno per il mio amico lo “sbraco” arrivava sempre dopo il lavoro.

Ieri era giovedì, e di mattina nel vagone della metro spiccavano una decina di persone vestite più o meno elegantemente. Spiccavano per la rara occasione di vedere età e decoro riuniti in un’unica persona. Sbarbati di fresco, capello perfetto, camicia stirata, cravatta, occhiali da sole (non da vista: sotto i trenta si usano le lenti) sulla testa.

Uno aveva attirato la mia attenzione di osservatrice indipendente e fuori concorso. Per convincermi a prenderlo in considerazione: “Carino” mi avevano fatto gli occhi, dandomi di gomito.

– Su coni e bastoncelli?

– Immagino. Ma che domande, si parla per metafora.

Accento (forse) veneto, parlava ad alta voce con alcuni pari requisiti della varietà delle interpellanze che gli veniva chiesto di preparare dai più disparati gruppi di elettori di ogni parte d’Italia. Neanche gli altri del capannello facevano molto per cercare di non dare nell’occhio. Il silenzio si andava allargando attorno all’epicentro d’attenzione che costituivano. Alcune donne allungavano le orecchie dandogli a malincuore le spalle. Perché erano proprio carini, bisogna che mi ripeta.

Due loro coetanei capitolini, la barba sfatta, jeans e giubbotto di pelle aperto sulla maglia sformata, gli occhiali scuri pure loro, ma calati sopra gli occhi, si passavano commenti a mezza bocca.

Uno l’ho sentito bene: “Ma vaffanculo”, che forse era detto solo per invidia. Loro a Montecitorio non so se entreranno mai, se nella vita non sceglieranno di lottare in prima persona per qualche diritto leso da difendere.

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Subsonica – Tu menti (cover CCCP)

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