Infinito Presente /4

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

4. Approdare/Salpare

– Ecco, adesso si rimette a saltare. Fermati, oh… E tu, cosa dici “Ti porto a pesca”? Vi dovrete svegliare presto. Ora i negozi sono chiusi e io non ho niente da farvi portare via. Forse, un po’ di formaggio, qualche biscotto, oh… Ma che disastro. Ma che idea.

Mia mamma iniziò a camminare scalza per la camera, torcendosi le mani. Io me lo ricordo perché, con i movimenti sconclusionati che facevo, feci caso al fatto che mi ci scontravo con maggior frequenza di quanto non accadesse di solito in quello spazio angusto. Ogni tanto il lembo dell’asciugamano fissato sotto una sua ascella perdeva la presa, e scivolava via in un attimo. Sbucava un seno. La curva di un fianco. Era nuda sotto, ma come se niente fosse, in un momento rifaceva l’incastro con una mano sola. Quelle improvvise apparizioni catturavano il mio sguardo, ma lei per me era come un mazzo di fiori freschi. Ero abituato a ritrovarmi attorno il bel corpo nudo di mia madre. Avevo quasi dieci anni, però ne ero ancora innamorato come un lattante.

Papà invece stava sul letto, le braccia robuste buttate a caso sopra il lenzuolo, le cui pieghe oblique aveva tirato svogliatamente su fino a metà busto. Poggiava la schiena ampia alla testata traballante e fissava l’agitazione di sua moglie ad occhi semichiusi. Mi ricordava un leone pigro allo studio della sua prossima preda.

Poco prima, quando ero piombato in stanza, ebbi la netta sensazione di aver interrotto qualcosa. Non l’amore. Era accaduto a volte, e lui dal buio mi rispediva fuori a cuscinate. Stavolta mi sembrò di essere incappato per errore in un loro silenzio appiccicoso, robusto e teso come una ragnatela alla quale lui la stava lasciando appesa, in risposta a punti di domanda che a me erano del tutto ignoti. Ma non mi soffermai a pensarci. Continuai piuttosto, come mi si conveniva, a saltare e urlare per una buona mezz’ora. Loro si infilarono a turno in bagno, e ne uscirono di nuovo rivestiti.

Dietro le pesanti tende damascate, fuori dalle vetrate opache di condensa, un temporale estivo dava improvvidamente sfogo alle proprie intemperanze. Il mare si era fatto chiaro più del cielo, ne rifletteva i molti toni grigi, mischiati a qualche riflesso qua e là argenteo o olivastro. Pareva acqua di fiume: fredda, limacciosa e ostile. Alle prime gocce ero tornato di corsa dalla partita in piazza con gli amici. Con la pelle d’oca, e m’aveva preso voglia di cercar riparo nel mio porto sicuro, tra le braccia amorevoli di mia madre. Farmi asciugare dalle sue mani attente chiuse sopra alla spugna con la quale avrebbe strofinato la mia testa. Ricevere un panino e un succo. Restarmene con lei fino alla sera in camera. Dove avremmo parlato, fatto qualche giro di carte, e forse poi saremmo scesi ancora giù, a scambiare quattro chiacchiere con gli altri ospiti della pensione. Immaginai che, dopo la cena al piano inferiore, papà sarebbe andato, come ogni volta, a trovare gli amici di quel borgo che lo aveva accolto negli anni dei bombardamenti sulle città maggiori, e che lui oggi ripagava con visite frequenti.

Invece quella volta rimase insieme a noi. Anzi, mia mamma aveva indossato un vestito corto e chiaro e lui la portò a braccetto attraversando la strada, vicolo per vicolo, fino alla pizzeria del centro. Durante la cena mi fu concessa per la prima volta un’ombra di vino rosso. Mio padre era chiamato per nome da ogni persona. La gente ci scherzava, e a me riservava battute e gentilezze. Ero felice per l’atmosfera attorno. Quando tornammo in camera sprofondai subito nel letto, aggrovigliato entro un gomitolo di sonno che si dipanò del tutto senza farsi accorgere, nel corso di una notte priva di memoria.

Quando fu quasi l’alba, in qualche modo raggiunsi il molo con mio padre. Ero stanco, e questo non favorì la precisione dei ricordi. Ripresi coscienza di me quando le sartie emisero dei tintinnii acuti, dall’alto degli alberi maestri. Le distinguevo sempre più nitidamente, mentre accoglievano il ritorno della brezza mattutina tra le ultime ombre della notte in ritirata. Code di cani impazziti dalla gioia al rientro del padrone a casa. Io, a mia volta, come un cane, annusavo l’aria salata mescolata all’odore di cera del bavero che tenevo alzato a proteggermi la faccia. Collezionavo lacrime agli angoli degli occhi e nelle pieghe del naso. Gocce ruvide di sale, spruzzato addosso dal vento che mi investiva a raffiche corte ma insistenti. La giacca cerata teneva al caldo la digestione di una colazione rubata al molo poco prima in tutta fretta. Piacevole contrasto con le mani infreddolite e torpide, che attendevano il da farsi dietro la minima richiesta. Sganciata dall’ormeggio, la barca si allontanò dalla banchina, dal paese in ombra e dalle sue montagne a strapiombo, dietro cui avanzava il cielo sempre più in fiamme.

Il tragitto fu accompagnato dai voli circolari dei gabbiani. Scivolavamo su un mare liscio d’un olio nero nero. Non era spuntato il dì, era ancora notte e, per questo, a tratti lunghi brividi mi percorrevano la schiena. Dovevo farmi forza in ogni istante per non lasciare il sopravvento al panico. Scacciavo via l’idea che stessimo rincorrendo il vuoto, il nulla, che stessimo cercando contro ogni logica di venire inghiottiti nel buio e nel mistero.

Mio padre, regolate le vele e aggiustata la traiettoria del timone, che poi mi aveva lasciato, sedeva affianco a me, assorto nei pensieri. A volte ci scambiavamo impressioni minime. E, quando non ero girato verso di lui, sapevo che posava a lungo il suo sguardo su di me. Ora conosco anch’io il piacere di condividere un tale momento con un figlio. Allora, più che accorgermi di presentare la stessa curvatura della fronte alla brezza che ci veniva incontro, non riuscivo. Sembrava che l’aria che ci investiva, con le sue carezze scivolate, trascinasse via con sé ogni capacità di mettere in piedi un dialogo fatto di parole tra di noi. In fondo però avvertivo che restava il senso di un passaggio, era la prima volta che ci confrontavamo da uomini davanti allo stesso frangente di vita. Due pari su un guscio di noce alla deriva. Così avevo immaginato con trepidazione questo giorno nel corso della serata precedente. Esaltato all’idea che sarebbe stata solo la prima di tante altre volte.

Navigavamo ormai da una ventina di minuti in mare aperto quando, a un tratto, lui mi mollò le scotte, lascando le vele che presero a svolazzare rumorosamente sopra le nostre teste.

– Caliamo l’ancora, siamo sulla caduta di fondale.

Subito la barca iniziò a beccheggiare forte. La bocca dello stomaco mi prese fuoco. Sorrisi a mio padre, il quale ricambiò con un’occhiata complice. Provai a dire, con una voce che uscì smorzata:

– Usiamo le sardine, che dici pa’?

– Dai. Mi hanno detto che qui vanno sempre bene. Guarda me e poi ripeti.

Mi concentrai sui nuovi e ignoti gesti compiuti da quell’uomo che credevo di conoscere, che amavo e che temevo, misura e cardine della mia esistenza. Prelevò dal secchiello alcuni pesci, li tagliò rapidamente a piccoli tocchi nei quali passò un paio di volte gli ami. E poi mi disse,

– Prova tu.

Provai, sbagliai, provai ancora. Mi ferii un poco. Lui mi osservava. Al termine, pensai d’essermela cavata egregiamente. Lanciammo le lenze in acqua e ci sistemammo in attesa.

Da quel momento il tempo rallentò. E non saprei dire quante ore trascorremmo pescando e chiacchierando, guardando l’orizzonte, quello reale e quello inconoscibile dell’esistenza. Quando mi disse:

– Spogliamoci

mi accorsi che il giorno si era fatto strada, e si era alzato un vento capriccioso. Le cerate vennero abbandonate in un gavone assieme ai vestiti. Ci sedemmo di nuovo fianco a fianco, ora coperti solo da un costume e una maglietta, con un identico cappello a falde larghe sulla testa, condividendo tutto ciò che mia madre poté  lasciarci in dotazione, uno spuntino a base di cracker e groviera.

Attorno, intanto, si era radunata una piccola flottiglia che sfruttava la buona intuizione di mio padre sulla pescosità di quel tratto di mare. Disse lui, di quegli altri, che senz’altro avevano pensato che quel giorno fosse il caso di andare sul sicuro. Cercavano di concludere entro breve, visto che anche quel pomeriggio avrebbe riservato scrosci d’acqua e, forse, qualche più robusto temporale. Pensai a mia mamma, a come poteva stare in apprensione.

– Tua madre prende il sole e non ci pensa, a noi, dammi retta.

Disse distrattamente lui, interpretando la mia fronte corrugata. Non mi convinse.

Di lì a poco si iniziarono a sentire rombi sordi. Perlustrammo in un’occhiata vasta la situazione circostante.

– Il vento ha girato- mi fece, alzandosi di scatto e riprendendo le cime tra le mani, – è meglio se torniamo.

[continua]

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2 Risposte to “Infinito Presente /4”

  1. ombreflessuose Says:

    Ciao Francesca, è un piacere “sentire” la tua storia.
    Scorre bella, fresca , genuina, senza fronzoli ,e si “beve” tutta d’un fiato. Non so nulla di gergo marinaresco, ma con te si naviga tranquilli e sicuri.
    Complimenti davvero
    Baci
    Mistral

    Ps Tornerò per il seguito

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    • icalamari Says:

      Mistral carissima, non l’avrei detto 😉
      eppure il tuo nome ispira burrasche e “biancheggiar” di onde imponenti…
      Dai, reggiti forte che ti porto io.
      Alla prossima,
      Francesca

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