Infinito Presente /5

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

6 Agosto 2012

5. Desiderare/Abbandonare

Hotel Due Fiumi, strano volume scrostato di un verde incerto, dai contorni arzigogolati, in fuga verso il cielo, dai bassi del paese e dai loro percorsi serpentini, lungo le pareti esterne –deturpate, se possibile, ancor più dalle unità esterne dei condizionatori- di tre piani abbondanti (da sotto sbucava pure un metro di finestre a nastro dello scantinato dove, a sbirciarci attraverso, di giorno si vedevano i panni stesi e le poche cose personali dei camerieri). Loro alloggiavano al terzo, che restava il più caldo anche dopo che il sole era tramontato e fino a notte fonda. Sotto, nel giardinetto tre-per-sei sul quale si affacciavano le finestre del bilocale, l’incessante zic-zic-zic dell’innaffiamento automatico realizzava da mezz’ora un sottofondo fastidioso a quell’altro insopportabile schiamazzo chiamato televisione. Sembrava che non se ne potesse proprio fare a meno, ormai, in quella famiglia. Che la si guardasse o meno. Aldo si era chiuso nella matrimoniale per discutere in pace al telefono, ma grondava sudore e non capiva bene quello che gli veniva detto. Un senso di disfatta abitava le dita delle sue mani e gli costava sforzo già il solo impedire che il cellulare finisse a terra come la conversazione. Lavoro sfumato, non che non ne si fosse dimostrato capace ma, c’era la crisi. “E che palle questa crisi, la raccontassero a qualcun altro la storiella”. Aveva tenuto duro svariate decine di minuti, poi era capitolato. Nemmeno del Partito voleva più saperne niente. Un nichilismo osceno, mai conosciuto prima, lo attraeva ogni momento sempre più verso il baratro del disfattismo.

Quando uscì di nuovo era uno straccio, avrebbe fatto volentieri la quarta doccia della giornata, ma gli sbarrò il passo Silvia, ormai idrofoba. Non poté eludere l’Argomento: lei se ne voleva andare. Aldo provò, giusto come tentativo, a dirle che a Roma sarebbe stato peggio ma: “È peggio che?”, lei era sbottata, “Peggio del niente c’è soltanto il niente! Almeno potrò starmene in pace a casa mia in un posto civile, invece che passare il tempo a cercare di evitare questi bifolchi”, aveva detto spostandolo con una spallata, mentre tornava ad infilare vestiti alla rinfusa dentro la vecchia Samsonite che era stata un regalo per le loro nozze. Voleva solo, Aldo, voleva, voleva. Ma non seppe proseguire e dire a sé stesso cosa avrebbe voluto fare in quel momento. Di fatto, toccò una spalla a Silvia e lei reagì con uno scossone astioso, poi tornò a chiudere i bagagli. Della propria roba Aldo se ne sarebbe dovuto occupare in prima persona, ma ci era abituato. Disattenzioni del genere erano la norma da anni, tra di loro.

Giovanni, interpellato appena, aveva fatto spallucce. “Povero cucciolo” pensò il padre, “quanta tensione si ritrova addosso”. Se ne stava appallottolato sopra il divano che di notte gli faceva da letto, e dietro ai suoi occhiali le pupille fissavano senza tregua uno schermetto. A volte Aldo riconosceva che fosse una salvezza per lui il poter scegliere di subire la tirannia dei videogiochi. Fuori di lui c’era, appunto, come diceva Silvia, il niente. Lì o altrove. O almeno questo s’immaginava della vita di suo figlio, per quel poco che può conoscere un padre dei pensieri di un figlio neanche adolescente.

Quella notte, Aldo si alzò dal letto dove Silvia respirava piano, la coprì col lenzuolo. Era rimasta così, scoperta, anche dopo il rifiuto, e lui non riusciva a tollerarne la vista. Si avvicinò alla finestra e ripensò a giorni lontani, quando da bambino non aspettava altro che le vacanze. Tornarsene a Tresea coi suoi, ritrovare gli amici dell’estate prima, di notte coprirsi le orecchie col cuscino per non sentire padre e madre darci sotto nella stessa stanza, e ripensarci il giorno dopo a colazione, ridendo sotto i baffi di latte, nel guardare quei due lì che sembravano non avere niente in comune, e pregando di essere tanto fortunato nella vita da trovare ad aspettarlo un amore forte e indistruttibile come il loro.

Quella mattina di trent’anni prima, padre e figlio nel rientrare sotto la minaccia del maltempo si sentivano molto soddisfatti. Non era stata di certo una pesca generosa ma il bottino, oltre a minutaglie, comprese comunque saraghi, pagelli e qualche orata. Aldo iniziava a sentire la stanchezza della levataccia, così che lo attraeva molto la prospettiva di tornare presto sulla terraferma e poter esibire alla mamma e a tutti gli amici i risultati della sua prima battuta al largo.

In breve tempo le vele ripresero a trainarli, panciute e strattonate sopra i flutti, sempre più agitati. Iniziò a scendere una pioggia insistente, recuperarono gli attrezzi e decisero di rivestirsi.

Bastarono pochi minuti perché il panorama tutto attorno illividisse, ora enormi cavalloni sospinti dal Ponente che montava, portavano lo scafo a sollevarsi, quasi a scoprire del tutto la carena, e ricadere in acqua in tonfi sordi. Il padre di Aldo ammainò del tutto le vele e accese il motore, dirigendosi decisamente verso il porto.

– E’ una burrasca?

– Sì. Tieniti forte, se preferisci puoi scendere sotto coperta.

Ma il bambino nemmeno poté guardare in basso,

– Mi viene da vomitare-, disse tra i denti stretti.

– Sporgiti fuori bordo che ti tengo io!

Vincendo la vergogna, Aldo si liberò, tenuto forte dal padre per la cintura, ma ormai il mal di mare si era impossessato di lui.

– Adesso riparati in pozzetto!

– Non posso-, non fece in tempo a finire la frase che un nuovo impulso incontrollabile l’obbligò ad un tuffo da un fianco all’altro quasi in verticale, tanto era inclinata la barca. Sentì dietro di sé il padre che, mantenendo la presa, lo tirava a sé e lo tratteneva a bordo. Esibendo una calma per la quale Aldo provò ammirazione e gratitudine, gli sentì dire:

– Se stai male non devi fare altro che girarti. E sta’ attento. La prossima volta finirai in acqua.

– Papà.

Il padre si voltò a guardarlo.

– Non ce la faccio più.- Ed era vero. Era un momento in cui la realtà si sentiva nelle ossa, e la vita era avvertita interamente in tutta la sua tragica fragilità.

…Questa è la fine che bisogna desiderare ardentemente!
morire, dormire.., forse sognare. Ecco il difficile.
Perché quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte,
quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena
di affanni mortali, è un pensiero su cui ci si deve fermare a riflettere
e sono proprio pensieri siffatti a prolungare la durata della sventura.
Perché, chi sopporterebbe le sferzate e le irrisioni del tempo,
i torti dell’oppressore,le offese dei superbi,
le pene di un amore respinto, i ritardi della legge,
l’arroganza dei potenti, gli scherni che il meritevole
pazientemente subisce da parte di gente indegna,
potendo trovare pace da se stesso con la semplice lama di un pugnale?

– Siamo quasi arrivati.

Difatti, in pochi minuti furono al sicuro, entro l’abbraccio del lungo molo che circoscriveva il porto di Tresea. Aldo aveva trovato finalmente la forza di ripararsi sotto coperta mentre all’esterno aveva preso l’avvio un furioso temporale. Sotto gli scrosci della pioggia battente, circondati da fulmini e boati esplosi a breve distanza, suo padre manovrò per raggiungere la banchina, scorgendo tra turisti e pescatori in agitazione, una figuretta che si stringeva nella striminzita veste estiva, protesa col busto verso il mare. Ne fu compiaciuto, e dispiaciuto allo stesso tempo.

Il vento rendeva difficile l’ormeggio ma infine padre e figlio riuscirono a sbarcare insieme, stringendosi forte per mano. La mamma, fradicia fino al midollo, stava di fronte a loro, pietrificata, brandendo un ombrelletto rivoltato dalla forza del vento, le braccia protese e lo sguardo spalancato dallo spavento.

– Amore mio! – Gridò teatralmente, lanciandosi a stringere al petto il suo Aldo, non appena lo ebbe a portata di mano. Il padre coprì entrambi con il proprio giaccone e, cingendo la moglie alle spalle con un braccio li accompagnò, correndo tra rivoli impetuosi d’acqua mista a melma. Tutto il pescato rimase sulla barca.

Immergevano le gambe in torrentelli che andavano ingrossandosi. Segno che il fiume, gonfiato da tanti giorni di pioggia, aveva rotto gli argini. Lui li condusse fin dentro l’osteria del porto, si assicurò che venissero accuditi e rifocillati, poi si coprì nuovamente, affrontò l’espressione perplessa della moglie e le chiese, come per canzonarla:

– Non mi dirai che hai avuto paura?

In quell’istante lei sentì le ginocchia molli e lo guardò smarrita.

– Che ci vuoi fare, non vi vedevo rientrare. Sì, un po’ di paura sì, guarda quanto piove.- E poi aggiunse, distogliendo lo sguardo dal marito, – Aldo si sarà raffreddato.

Troncando la conversazione lui le accarezzò la nuca e le impresse un bacio sulla bocca. Poi la fissò nelle pupille e disse:

– Se dico che ritorno, lo faccio.- E subito dopo, girò le spalle e infilò la porta in un balzo. A dispetto del momento, a lei venne da ridere e, ruotando in fuori gli avambracci a palmi aperti, i gomiti ancora stretti addosso per il freddo, gli rivolse una domanda inutile:

– E ora dove vai con questo tempo?

– Recupero le canne e i pesci. Voi chiudetevi in pensione. Ciao gamberetto!

– Vengo con te!

– No. Stai con tua madre!

Gridò il padre di rimando, con foga eccessiva, sembrò notare Aldo, e accompagnandosi con un gesto all’indietro del braccio, mentre si allontanava nella bufera. All’improvviso il bambino prese un espressione atterrita.

– Mamma!

Lei si voltò che ancora sorrideva:

– Che succede?

– Stavolta non ha detto che tornava!

Aldo credette di gridare, ma lo pensò soltanto. Invece emise uno strano sbuffo fuori dal sogno che fece arretrare subito Silvia dal lieve scivolamento in avanti verso il sonno, che era riuscita produrre applicando una per una, tutte le tecniche di rilassamento conosciute. Di nuovo sveglia, tornò a rimuginare.

Avevi perso per tanto tempo la sensibilità superficiale, e io mi dedicavo a te come mai al mondo ho fatto, nemmeno per mio figlio. Senza di te, pensavo, io perdo tutto. E tu ti facevi forte delle mie spalle forti. Aprivi i tuoi orizzonti mentre io restringevo i miei. E  quando ultimamente hai ripreso a lavorare, perché la malattia è sembrata regredire, mentre ti rendevi autonomo, a poco a poco ho sentito che lasciavi la mia mano. Invece di essermi grato ti sei fatto ostile. Mi dici frasi brusche e per la rabbia vorrei urlarti di andar via di casa. Poi, a volte, subito dopo mi passi una mano tra i capelli e allora mi confondo. Non so più cosa sperare per noi due. Sono anni che mordo le lenzuola in silenzio, in attesa di sentirti ancora accanto. Prendi stanotte.

All’una ero ancora sveglia. Alle due e un quarto quasi alla disperazione, non trovavo requie. Più il tempo passava e più mi angosciavo al pensiero di non ricordare neppure da quanti giorni andavo avanti così. Dovevo dormire. Verso le undici mi ero coricata, che tu bighellonavi ormai da almeno un’ora. Non era la prima volta, ma l’ennesima, non saprei dire di quante, in tanti anni. Eppure lo sai bene che senza te vicino stento a prendere sonno e in fondo fino a poco tempo fa ti sentivo dire ancora che mi amavi. Ora, che io ricordi, chi ama normalmente dà prove anche più impegnative dell’andare a letto con l’amata.

Alle due e venticinque ho pensato ad una soluzione pratica. Altri cinque minuti ed ero svenuta con la mano abbandonata in grembo, le gambe aperte e la camicia da notte tutta sollevata. È così che mi hai trovata, quando ti sei deciso a coricarti. Mi sono svegliata di nuovo perché ho sentito la tua presenza in camera, il tuo sguardo su di me. Mentre ti supplicavo mentalmente di andar via, ti sei sdraiato, e invece di distenderti al mio fianco e addormentarti come sempre, hai avvicinato la bocca alle mie gambe e mi hai dato un bacio lungo e fondo, proprio su una di loro, appena sotto il sedere. Mi è piaciuto, ho trattenuto un gemito, e in un altro tempo avrei pagato oro per quell’occasione. Tu, poi, avrai sentito l’odore del sesso perché sei rimasto immobile dov’eri. So che speravi che mi risvegliassi e che dessi un seguito al tuo avvicinamento. Sono rimasta immobile anch’io. Hai aspettato poco, quindi ti sei coricato al mio fianco. Ho aperto istintivamente gli occhi e ho trovato subito i tuoi, spalancati, che mi fissavano. Ti ho sorriso appena, come per dirti: dormi. Tu mi hai fraintesa e hai interpretato il mio sorriderti come un invito, hai preso il mio fianco e mi hai tirato a te. Ho guardato la sveglia. Le due e quaranta. No, no. Per riguardo verso me stessa dovevo addormentarmi al più presto. E ormai ero scarica, non avrei nemmeno potuto darmi a te per inerzia.

Certo, avrei preferito avere motivi migliori. Che so, un altro uomo. So già come avrei reagito: Morsa allo stomaco. Il nome di lui che spinge per uscire dalle labbra. La sua immagine sovrapposta alla tua. Avrei pensato piangendo silenziosamente che non era te che volevo, che desideravo l’altro. Sarebbe stato meglio, forse, avere un altro uomo, piuttosto che morire così, giorno per giorno di niente. Di non amore.

Per trarsi d’impaccio senza troppe spiegazioni Silvia gli aveva detto: “Ho sonno”, e lui l’aveva lasciata andare. Ci mise ancora tempo, girandosi nel letto molte volte, alla fine però riuscì ad addormentarsi. Alle otto salutò Aldo sottovoce. Lui le rispose, e si rimise subito a russare. Anche Giovanni dormiva ancora della grossa. Silvia aprì la porta e se ne uscì.

[continua]

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