Archive for the ‘Infinito presente’ Category

Infinito Presente /8

23 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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6 Agosto 2012

8. Trattenere/Trattenersi

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(email)

 

Oggetto : Ri-conoscenza

 

Cara M.,

Spero di non infastidirti con questa mail inaspettata. Se così fosse, perdona la mia eccessiva sicurezza. Mi sono convinto a scriverti dopo che, durante una ricerca sommaria fatta più per curiosità che altro, il tuo nome è saltato fuori, citato in decine di siti che parlano autorevolmente del settore in cui lavori. Sono quasi certo che tu non abbia chiaro chi io sia, per cui ti vengo incontro: sono quel tale col quale hai sfiorato appena argomenti di vita e di letteratura all’ombra di un giardino di fronte al mare, subito dopo la tua sorprendente conferenza di qualche settimana fa. Detto tra noi, il pubblico si è perso, per un’incomprensibile forma di snobismo culturale, una ghiotta occasione per allargare i propri orizzonti.

Mia cara M. (adesso permettimi di chiamarti ancora “cara”, ma in tono più personale): ora che mi hai individuato, posso dirti che credo che anche tu senta, come io lo sento, che ci è concesso superare la formalità di rito. Anche se del perché sono l’unico consapevole di noi due, e lo sono stato subito, a partire da quell’incontro sul quale ti ho appena rinfrescato la memoria.

Ero entrato nella sala confuso e annoiato, solo per ingannare l’attesa della partenza, ma sono bastati pochi momenti per essere catturato dal richiamo che stavi inviando attraverso le tue parole, e ancora più attraverso i gesti e lo sguardo. Quel richiamo che tu dicesti essere solo una conseguenza della tua insicurezza. Ma no, pensaci bene. Sei così in gamba quando riesci a prendere il via. Non è la sicurezza che ti manca.

A partire da quella volta, il tempo per me ha iniziato a prendere un andamento insolito. Ed è cominciato un dialogo tra noi. Parole infilate rapide tra gli interstizi della vita quotidiana, hanno preso il loro spazio, allargando a forza le maglie delle circostanze. Da allora fino ad oggi, non ci sono più stati momenti senza la tua presenza accanto a me, né notti senza che mi stringessi attorno all’idea cara di te accanto.

E ne è trascorso così poco, di tempo, lo capisco, che parlartene così, a bruciapelo, rischia di mettermi sotto la luce del ridicolo. Ma ne sorrido, il ridicolo mi scivola addosso, sai. È molto più importante farti capire.

Da lungo tempo mi ero stancato di vivere. Ben prima di intuire che ti avrei incontrata, a poco a poco, tutto di me si era chiuso all’esperienza della vita. Avrei voluto, ma non sapevo come, soddisfare il bisogno di avvertire il senso di ogni istante. Ha scelto il corpo: meglio privarsi di ciò che fa soffrire. Ti voglio risparmiare descrizioni di mesi spesi di ricerca di cause e cure, della famiglia sempre più lontana dal centro del cuore, la solitudine, la pena. Non voglio annoiarti né farti pietà.

Mi importa descriverti quell’attimo in cui ho capito, come in un rimbalzo di riflessi tra due specchi, che avevi notato che io stavo riconoscendo nella mia, la stessa tua emozione. Quella di riuscire ad aggrapparti forte al mio sguardo, nel nulla afoso di quel frangente insolito. Un’emozione simile al sollievo indicibile di essersi ritrovati dopo un lungo distacco ormai privato di ogni speranza.

Con questo non voglio dire che sono giunto alla fine delle mie pene. Piuttosto mi tocca riconoscere che quando si riaprono le porte dell’esperienza, il primo senso a venirci incontro è quello del dolore. Ma in una vita nella quale la felicità torna possibile, la prima ipotesi di una felicità condivisa l’ho immaginata con te. Un nostro incontro commovente sotto la pioggia. Avvenne (io lo immaginai così, e tu, te ne ricordi?) lì dove il paese si abbraccia con il mare. In quel porto abbandonato dove, anni prima, vidi per l’ultima volta mio padre, così come l’avevo sempre conosciuto. Voglio dirtelo, mia cara, anche se ti spaventa, ma non temere nulla di ciò che proviene da me, mai. Voglio dirtelo, che allora provai amore. L’emersione a galla di un bene incontenibile. Il senso, fisico, vero e perciò inoppugnabile, dell’allaccio tra i nostri corpi e tra i nostri respiri. Quello che ancora mancava a completare l’esperienza di noi due insieme. Solo dopo ho capito che più breve, più fulminea è l’occasione, più l’amore dà sfoggio di tutta la sua potenza. E acceca al punto che non seppi riconoscere per tempo come, subito dopo, ti andasti ritraendo. Ma, una volta compreso, feci lo sforzo di accettarlo, pur di non perderti, e già la seconda volta l’incanto era sparito. Intanto di te avevo composto il puzzle, e avevo scoperto che non era proprio nel tuo stile farti coinvolgere nella descrizione della patologia di un sentimento. Questo, se ricordi, fu invece ciò che ti rimproverai scherzosamente –equivocandoti- ed evocando il fantasma di Emma Bovary. Mentre era ancora una volta un riflesso di me stesso che brillava dentro le tue iridi, talmente raggianti da essermi sembrate innamorate.

Il fascino del pathos, giustamente, non ti ammalia. T’ho immaginata, sì, combattuta, almeno un po’, e sola, nel decidere di proseguire nel solco preordinato delle cose, quello che avevi tracciato già tanto tempo prima di incontrarmi. Così, quando ti sognai di nuovo, ce ne stavamo sdraiati su un letto morbido di foglie di eucalipto, in mezzo a un bosco che scendeva dolcemente verso il mare. Tu mi guardavi appena, eri distante.  Mi sistemai appoggiato con le spalle a un tronco, sdraiato sopra il fogliame scricchiolante che emanava un sottile aroma balsamico. Tu, già stesa accanto a me, ti accostasti ancora un po’ di più. In quel momento non mi interessava nient’altro. Ti abbracciai le spalle e la tua testa finì sopra il mio petto che si alzava e si abbassava piano. Quale profumo.

“Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento”, immaginai di dirti finalmente a voce, ma forse te lo dissi veramente perché, subito dopo, sollevasti il viso verso il mio e mi baciasti piano. Sul serio, in quell’istante, non c’era nulla al mondo di così importante. Un altro lembo di tempo si era accostato agli altri, componendo una specie di arricciatura. Potevo scorrere lungo le sue creste con la mente e risalire all’origine di tutta la questione. L’odor di vento che mi avevi portato era lo stesso odore di giorni lontani, tornati all’improvviso a percuotere la porta d’accesso a memorie seppellite in profondità. Il cielo si fece presto da azzurro a nerofumo, un vento freddo spazzò via d’improvviso ogni cosa intorno. Mi ritrovai nella stessa stanza della pensioncina nella quale con mia madre da giorni attendevo il ritorno di papà. Il vento faceva sbattere le imposte e io intagliavo figure negli spezzoni di corteccia che avevo raccolto in spiaggia.

A fianco del paese correva un fiume e la sua foce faceva confluire in mezzo all’acqua di mare altra acqua, fresca e dolce, che vi si mescolava. Questa portava tracce della sua discesa per i monti. Durante la vacanza, passeggiando lungo costa raccoglievo rami spezzati e poi ne facevo spade, o li legavo in cima con una corda robusta, dopo averli conficcati in basso nell’arenile, realizzando capanne. Oppure, con l’acqua a mezzo busto, afferravo alghe carnose per i giardini pensili dei miei castelli di sabbia. Certe mattine le passavamo chini, io e mia mamma, a cercare sassi dai colori e dalle screziature insolite, li catalogavamo e ce li portavamo in camera, dove io li mettevo dentro una bottiglia di plastica alla quale avevo tagliato il collo. Ne avevo accumulati un bel po’, al termine della breve settimana che ci permettevamo ogni anno in agosto. Un altro mucchietto era composto di cortecce trascinate dal fiume in riva al mare, e faceva mostra di sé sul davanzale della finestra. Quelli non li avrei portati a casa, troppo ingombranti. Li avrei depositati nuovamente in spiaggia, poco prima che fossimo ripartiti. Ma, nel frattempo, li utilizzavo come svago, per intagliarvi con il mio coltellino forme di fantasia: animali, oggetti, volti e barchette. Mi ero spesso divertito con questo passatempo, e mi fu di grande distrazione nelle ore lunghe e sfiancanti sulle quali spadroneggiava la paura e l’attesa che ci venisse riferito uno straccio di notizia.

Fu il giorno in cui mio padre uscì dall’osteria dove ci aveva fatto rifugiare, al termine della battuta di pesca conclusa prima del previsto per l’arrivo del maltempo. Nel momento stesso in cui avvertì nelle proprie ossa le vibrazioni della montagna che franava, mia madre comprese che la riguardava direttamente ciò che stava accadendo poco più in alto delle case addossate al porto. Non fu facile mantenere l’autocontrollo i giorni che seguirono. La notizia dello smottamento di un fianco del Foleno che poggiava sul corso del Blenta fu compresa in ritardo in tutta la sua tragicità dalla gente già stordita dalla massa di fango riversatasi ovunque nelle ore precedenti dal letto del fiume esondato.

Papà quella sera fu atteso invano. Qualcuno lo aveva visto dirigersi verso il luogo del disastro correndo forsennatamente. Nella confusione dei primi soccorsi però, non venne rintracciato. Un’intera contrada era stata travolta dal fango e case e persone trascinate per centinaia di metri fino a valle. Una zona impervia, popolata da gente schiva, che entrava raramente in contatto con le pendici marinare del paese.

Mia mamma prese inizialmente a stazionare nei pressi delle tende montate sul primo tornante praticabile, chiedendo a chiunque vedesse scendere dall’area del crollo se avesse avuto notizie del marito. Si sarebbe messa in prima persona a scavare a mani nude nella melma se solo non ci fossi stato anche io a cui pensare. Per conto mio, per la prima volta nella vita mi ritrovai messo da parte. A questo dolore egoistico si aggiungeva, fortissimo, il senso di smarrimento per non sapere dove fosse finito mio padre. Eravamo entrambi certi che lo avremmo rivisto. Il punto era però quando, e in quali condizioni. Lei non me lo diceva apertamente, ma compresi lo stesso che era anche silenziosamente afflitta dal pensiero che lui, non più giovane, potesse aver fatto troppo affidamento sulle proprie forze e che queste, per l’età, lo avessero tradito.

L’attesa durò due giorni, nel corso dei quali, tornati alla pensione, restammo incollati al telefono e in attesa dei resoconti degli uomini che prestarono le loro braccia al ritrovamento dei sopravvissuti ed al recupero dei morti. Il terzo giorno, verso le nove del mattino, il cielo era ancora gravido di pesanti nuvole nere e spirava un vento forte che sfibrava le nostre sempre più deboli volontà. Mia mamma si accingeva a trascinare le sue occhiaie profonde all’esterno. Aveva  chiuso le imposte, spento la luce e messo la mano sul pomello della porta. Io, mogio e ubbidiente, mi ero accodato silenziosamente, tenendo in un palmo l’ultima figuretta appena intagliata nel legno, e nell’altro il coltellino. Mia madre girò la piccola sfera dorata e socchiuse l’anta sul corridoio ancora più scuro dell’interno della camera. Prima di abituare la vista e poter distinguere qualcosa, avvertimmo entrambi una sensazione di disagio. Come quando aprendo gli occhi nella notte pare di vedere delle figure umane in movimento. Un tuffo al cuore  e, dal nulla, comparvero di fronte a noi le sagome di un uomo e di una creaturina piccola e gracile. Emanavano entrambi un forte odore di terra e di salmastro, erano entrambi tutti sporchi di fango. Mia madre cadde sulle ginocchia con rumore.

– È figlia di Norma – disse mio padre. Ci fu appena un secondo di sospensione.

– No!- gridai allora io con tutto il fiato che avevo in corpo, appena giunto al colmo della consapevolezza, – Non può restare qui, non può stare con noi!

Aggirai -ancora non so spiegarmi come- il corpo rattrappito di mia madre e in un balzo fui sopra alla bambina con il coltello stretto nel pugno. E poi, così come velocemente la scena si era rischiarata, in modo altrettanto rapido ogni immagine fu risucchiata di nuovo dentro al nulla.

 

Meglio così, che di quei giorni tu non abbia più memoria. Per questo motivo forse, con la franchezza che proviene dalla tua cultura statunitense, persa nello spettacolare blu cobalto davanti a noi, mi dicesti tranquillamente:

– Viviamola così, come viene, senza illusioni.

Spiegami tu però, se lo sai, come si possa mettere in pratica quello che chiedi, se tutto sta avvenendo solo nella mia mente? Quale artificio dovrò escogitare, quale violenza impormi per rispettare il tuo giusto desiderio e insieme il mio bisogno di tenerti a me vicino? E in fondo poi, perché dovrei fare lo sforzo, se anche tu, mia cara, tu non esisti? Mi domando, e lo chiedo ora a me stesso e con dolore, come tu possa essere più di quanto io possa permettermi di sognare. Mi pare che stia tornando a esistere soltanto un tempo senza arricciature, un presente che scorre, scorre e scorre, e allontana gli uni dagli altri, alla deriva, i mille pezzi del relitto naufragato. A uno di questi legni devo per forza tenermi stretto, adesso, cercando di resistere alla forza della mareggiata.

Ti bacio, cara M., e ti restituisco al vento.

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È notte fonda, Aldo invia la mail a un indirizzo che solo lui conosce. Si rende conto di aver fatto molto tardi. Suo figlio, avvolto dalla testa ai piedi nel lenzuolo, dorme sul divano letto poco distante. Si avvicina a lui, lo scopre e gli passa una mano tra i capelli sudati. Le dita gli si inumidiscono e, per la prima volta, la consapevolezza che sia un privilegio per lui poter compiere quel gesto, lo turba al punto di commuoverlo.

Tutto ciò che lo circonda ora lo riguarda di nuovo da vicino. Lo sente vibrare in tutte le sue cellule. Avverte una tensione, come una sete, di riappropriarsi della vita non solo fisicamente. Avverte, grazie ai recettori nuovamente all’erta, la presenza della donna nella stanza accanto. La donna è la sua donna, è viva e vera. Ne scorge nella penombra il contorno, la desidera. Varca la porta della camera da letto e la richiude alle sue spalle.

Giovanni è sveglio. Occhi spalancati nel buio. Si alza, scosta la tenda davanti alla finestra. Guarda verso il mare, ma lo coglie la vertigine: lì non c’è altro che un’enorme assenza di luce. Allora torna a letto, si raggomitola ancora e sogna a occhi aperti. Da grande vorrebbe fare tanti soldi, non importa come. Non vuole limitarsi a sopravvivere o venire mantenuto, come suo padre. Si comprerà una villa e un elicottero e anche una barca, per portare tutti i giorni al largo padre e madre, in un posto favoloso. Magari in Costa Azzurra, quella di cui parla sempre la nonna, che vive tutti i giorni lì in vacanza. Poi, sorride all’improvviso, gli viene in mente un agitarsi di capelli ricci, uno sguardo imbronciato rivolto proprio a lui. Pensa alla ragazzina con la valigia in mano, incontrata il giorno prima nella hall. Chiude di nuovo gli occhi ma si sforza di non riaddormentarsi, temendo di non svegliarsi in tempo per rincontrarla l’indomani a colazione.

Elégance – Vacances j’oublie tout

Infinito Presente /7

20 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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7. Rivangare/Ricoprire

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Ogni volta che qualcuno prova a rivangare, faccio tanto d’occhi. Occhi. Quel che ne resta: poca roba. Un tempo li dicevano belli. Ma su. Perché tanta modestia proprio adesso che sono in questo stato? Allora: Occhi magnifici. Magnetici. Da zingara. Così ne parlavano. Sfido io, con la strada percorsa dai miei cromosomi. Faccio tanto d’occhi, appunto, quando provano a rivangare la mia storia. Me ne ricordo appena, sì. Ma loro, loro che smuovono ancora queste zolle, loro che ne sanno. Di quel prima, prima di andarmene, quando persi di colpo la presa sulla piccola mano scivolosa, prima che di nulla potesse più importarmi. Che un sonno, grave come quello dal quale vengo richiamata ora, mi inghiottisse. Prima, appena poco prima (saranno state ore, o forse giorni), come sempre da anni era tornato a me l’angelo della luce. Quello che non mi aveva avuto a cuore nei giorni più importanti, lui ora tornava. Quale vantaggio a essergli nemica? Rancore, quella parola io non lo sapevo affatto cosa significasse.

Arrivava, spesso nel tardo pomeriggio di una giornata estiva, io gli offrivo una bevanda tiepida e poi ci sedevamo. Mi lasciavo tenere la mano. Stavamo così a occhi chiusi, talvolta ore, sui massi fuori della bettola che io chiamavo casa. Io, che venivo dalle roulotte dei nomadi, tutte piene di cose di famiglia, anticaglie preziose come ori, tessuti, bambole, ninnoli, cappelli magici e cerchi da incendiare, giochi che furono un tempo quelli esibiti dai miei antenati, i giullari degli Zar. Mio nonno è stato lanciatore di coltelli, ciascuno in famiglia aveva il suo mestiere. Io per me, volevo solo far ritratti. Dopo la guerra mi sembrava di essere circondata da un vuoto di persone. Così pochi quelli di noi scampati allo sterminio. Mi venne voglia di trattenere almeno i volti. Poterli avere, un giorno come oggi, tutti vicini e distesi accanto a me, dentro il buio di questa notte fredda.

Al tempo in cui decisi il distacco dalla tradizione, già ero caduta dentro un’altra epoca incredibile. Mi accolsero nel cerchio certi giri di persone che si battevano per l’egualitarismo. Che illusione. Magnifica e impossibile. Si era di fronte alla rivincita dei timidi, dei divoratori di libri, di chi non era ricco né bello, né eccelleva nello sport*, epoca che fu di Tenco, De André, Jaques Breil e gli altri, e poi evocazione e ispirazione Sulla Strada, con Keruac e Ginzberg, sulle canzoni di Baetz e di Cohen, e ancora psichedelica sempre più spinta di Birds e Doors e Beatles. Ma quando la contestazione divenne gerarchia, e andava organizzato ciò che seguiva, fu allora che mi persi.

No, no. Mai mi sarei omologata senza un motivo serio. Nascevo nomade, vivere dentro una casa era una scomodità. Ma dato che i tempi andavano di fretta, e tutto ciò che più contava al mondo era la mia bambina, anche se a malincuore scelsi una via di mezzo. Tornai a quel paesino che ancora mi pensava, mi presi un po’ di terra sul pendio del monte, e mi inventai un tetto sopra le nostre teste.

Ce ne stavamo lì, aspettavamo il giorno, ce ne stavamo lì messe da parte. Quando andavamo, girando costa costa se d’estate, e d’inverno nelle piazze dei borghi d’altura, portando il calore dei rossi, gli ocra, i gialli dei volti che fermavo sulla tela, ne ricavavamo qualche soldo e a volte un pasto intero. Era così, ce ne stavamo, io e la mia bambina, buone buone. Attendevamo il cambio di stagione.

Lui mi teneva la mano e restavamo entrambi a occhi chiusi. Poi non lo rivedevo che dopo un altro anno. Non mi chiedeva niente, e io neppure. Nemmeno parlavamo della figlia. Ché lei non c’entrava nulla, non c’era prima. Prima di questa eternità a scadenza, in cui ogni volta i lembi del tempo venivano ravvicinati e ricuciti insieme, come se le pieghe profonde nascoste tra essi non fossero che sogni di coscienze disturbate. Prima dei nostri silenzi, del perdono mai chiesto e subito concesso, prima, era stato un tempo ingrato, di fuga alla ricerca di un angolo di pace. Tempo di torti da evitare, di colpi da schivare, di vita da curare.

Ma, ancora, prima di quel tempo, prima, io ero io ora sono io ora, affacciata a quella camera di Roma, che guardo sfilare il corteo con le bandiere E canto coperta di luce di scaglie di lamina d’oro Oh, Baby, oh baby, … Boom! E’ questo il nostro turno, è qui il giro di giostra Mi giro sorrido Ecco il nostro nuovo arrivo Boom boom! Ma noi ci conosciamo non è vero? Noi giocavamo insieme un tempo eri un bambino Tu una bambina, è vero Ci presentiamo per la seconda volta Gridiamo Insieme adesso ne ridiamo intrecciati graffiati illesi da cardi e fiori dorati che sbocciano in mezzo alla notte Fioriscono odorano feliscono come gatti Felici siamo noi ora oh-oh. Oh! Ohh! Guarda:  Cade la falce nel grano e si perde a metà mietitura Chi raccoglieva s’è perso Chi fuggiva inseguiva s’è perso Non c’è più l’orizzonte! Non più: Abachi/vecchi maestri/bacchette su/dita-di-rosa-negate-all’aurora/schiavitù/negazioni di sorta/pre-va-ri-ca-zio-ni! Insegniamo operai/Sciur padrùn calci in culo sui tuoi bei braghi bianchi!/Diritti Diritti! Urla con me! Dipingi con me! Pennello di seta di dita ti tocco compagno fratello di terre lontane Ho i brividi adesso Io Vorrei Mangiare Anacardi Vorrei Anacarti con me, anacare il tuo cuore col mio Dimmelo dimmelo su ora subito Dimmi il tuo nome dì il tuo nome il tuo nome E tu, da dove vieni? E dove vuoi andare? Ma tu già sei lontano e sei così spigliato Dici parole moglie famiglia figli e io ne piango Ancora come allora Ripiombo dentro quel sonno privo di memoria Non mi svegliate più, vi prego. Non mi svegliate.

[continua]

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Mau Mau – Fiore

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Theodore il poeta**

Da ragazzo, Theodore, te ne stavi lunghe ore
sulla riva del torbido Spoon
a fissare con occhi incavati la tana del gambero,
in attesa di vederlo, mentre spinge avanti,
prima le antenne ondeggianti, come festuche,
e poi subito il corpo, color steatite,
gemmato con occhi di gaietto.
E ti chiedevi rapito nel pensiero
cosa sapesse, cosa desiderasse, e perché mai vivesse.
Ma poi il tuo sguardo si volse agli uomini e alle donne
che si nascondono nelle tane del destino in grandi città,
per veder uscire le loro anime,
e così capire
come vivessero, e per che cosa,
e perché s’affannassero tanto a strisciare
lungo la strada sabbiosa dove manca l’acqua
quando l’estate declina.

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*) Elfo: Tutta colpa del ’68. Cronache degli anni ribelli Ed. Garzanti, 2008

**) Edgard Lee Masters: Antologia di Spoon River Trad. di Fernanda Pivano – Ed. Einaudi, 2009

Infinito Presente /6

14 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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26 Giugno 2012

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6. Sentire/Vedere

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La primavera è passata per noi, mio caro amico, mio caro amore.

E l’autunno è già arrivato, con il giallo attuale delle sue foglie.

Anzi, è pieno inverno in questa precoce estate

rinfrescata dalla brezza che stasera soffia

sulla terrazza affacciata sul porto di Nasso.”

(Antonio Tabucchi, Lettera al vento*)

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Mezz’ora prima Aldo, che finito di preparare il suo zaino l’aveva accostato alla porta della camera d’albergo, aveva approfittato di un momento di solitudine per accoltellarsi un po’.

Silvia verso le sei del pomeriggio aveva portato il figlio presso il circolo sportivo di una frazione dello stesso Comune, sulle alture che sormontavano i due paesi gemelli, uno la copia riveduta e corretta dell’altro. Lassù si trovavano campi in terra battuta davvero ben curati e vi era giunta in vacanza una coppia di conoscenti di Roma con un ragazzino dell’età del loro Giovanni. Lui per tutto l’inverno precedente aveva seguito un corso di tennis profumatamente pagato da Silvia, che se lo poteva permettere grazie alla sostanziosa rendita lasciata dai genitori. I quali non erano affatto morti, avevano soltanto deciso di trascorrere all’estero il resto dei loro giorni da pensionati, ma prima avevano sistemato ogni cosa perché figlia e nipote non avessero da preoccuparsi per le scelte di vita eccentriche, e in genere fallimentari, del genero.

Aldo aveva accompagnato il resto della famiglia giù alla hall e l’aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio. Silvia aveva l’aspetto curato di una ragazza bene, dimostrava grosso modo dieci anni di meno. Ma quel pomeriggio lui non ci fece troppo caso: alle nove sarebbe salito sul pullman che nel corso della notte, fermata dopo fermata, lo avrebbe riportato indietro. Arrivato in vacanza, aveva messo in conto di rientrare dopo non più di tre settimane (moglie e figlio sarebbero rimasti, serviti e riveriti, nella prigione d’oro estiva che lui aveva loro imposto), ufficialmente per non lasciare troppo a lungo la casa incustodita. Ma il giorno precedente la chiamata del suo ex collega che gli annunciava la possibilità di ricominciare a lavorare, se solo si fosse tenuto pronto a una chiamata che poteva arrivare “il giorno successivo o un altro, comunque molto presto”, gli aveva fornito un pretesto inattaccabile per ritornare alla desiderata solitudine.

E così, nel tempo carico di attesa e di timore che precede la partenza, gli era cresciuto un gran desiderio di riprovarci. Lo faceva sempre più spesso, appena aveva la certezza che sarebbe stato lasciato in pace per un certo periodo di tempo. Comunque, per prudenza, si chiudeva sempre a chiave nel bagno, dove aveva già disposto sulla mensola del lavandino tutto il necessario. Ovvero: un coltellino a lama affilata, che conservava nel borsello con il necessario per barba e doccia, avvolto in un robusto spessore di carta di giornale sulla quale arrotolava un foglio di alluminio (di quelli per conservare i cibi in frigorifero, ormai senza più un’utilità reale, tanto era accartocciato e strappato in più punti), cerotti, acqua ossigenata, grappa. Quest’ultima non era tanto materialmente necessaria al rito, quanto a darsi un certo stordimento che allentasse i freni inibitori. Tracannò dalla bottiglia una sorsata veloce, e non attese nemmeno che scendesse in fondo all’esofago. La finestra, che dava su un cortile cieco, senza altri affacci, era spalancata. Si spogliò, quindi spostò la tenda della doccia, vi entrò ed aprì giusto un debole scroscio d’acqua, ben bollente.

Ormai aveva smesso di incidersi le mani. Tutte quelle cicatrici, le medicazioni esibite tanto di frequente, portavano la gente a essere troppo curiosa. E poi aveva capito che il suo non era un caso così disperato. Stava guarendo, e quello che sarebbe accaduto di lì a poco sarebbe stato solo la ricaduta in un vizio. Aveva già richiesto la cancellazione dell’invalidità, una di quelle cose che mandavano in bestia il suocero: rinunciare ad un sussidio quando non aveva ancora neppure trovato un nuovo lavoro. Ma lui non aveva intenzione di passare il resto della vita bollato come invalido. Da poco tempo voleva ritornare a vivere, voleva farlo con tutte le sue forze, utilizzando ogni possibilità che avrebbe incontrato per la strada. E aveva smesso di preoccuparsi che il suo modo di fare somigliasse più a quello irrazionale di un adolescente che a quello di un adulto che aveva superato la metà della vita. Sapeva riconoscere che la sua inquietudine era la cifra del proprio tempo e in particolare della propria generazione. E che se non fosse andato a fondo cercando di capire, anche vivendo sulla propria pelle tutti gli sbagli e le contraddizioni che gli si sarebbero presentate strada facendo, non sarebbe mai riuscito a superare quel periodo per tornare a guardare avanti.

Utilizzò pollice e indice della mano sinistra per tendere bruscamente la pelle della coscia destra, in un punto ancora non esplorato. L’altra mano era già pronta ad appoggiare sopra la pelle sottile la lama, disinfettata velocemente poco prima con uno spruzzo di acqua ossigenata. Ne premette il dorso fino a vedere il filo sparire sotto pelle. Lo vide, infatti, più che sentirlo. Si spaventò di questo e premette di più, finché avvertì un bruciore perfettamente sopportabile. Un rivolo di sangue iniziò a gocciare silenziosamente sul piatto doccia, allargandosi in macchie filamentose che si unirono in rigagnoli, nel percorrere la pendenza fino allo scarico. Da quel momento, raggiunto l’obiettivo, iniziò a sentire il bruciore nella gamba come fonte di piacere. Sapeva che sarebbe accaduto, come già nei giorni passati. Voleva arrivare a questo. Sperimentare l’eccitazione del sentirsi vivo. Continuò a segnare nuove superfici, solo però qualche millimetro per volta.

Fino a poco prima si era lasciata aperta la possibilità di aprire al massimo l’acqua caldissima, dare un taglio deciso all’altezza della safena grande e accasciarsi senza opporre resistenza al lento addio del sangue a tutto il corpo. Ma nemmeno quello era il giorno adatto, non avrebbe saputo lasciarsi andare verso il nulla proprio mentre sentiva di nuovo la forza della vita scorrergli dentro e dargli tutta quella carica. Chiuse di colpo l’acqua, scappò fuori dalla doccia tamponandosi con un asciugamano scuro, uno che si era ricordato di portare da casa all’ultimo momento. Si medicò in fretta, richiuse tutto nel borsello e si rivestì. Pochi istanti dopo si trovava in strada con il grosso zaino sulle spalle. Zoppicava leggermente e se ne compiacque, sorridendo con discrezione di quel fastidio, mentre si dirigeva verso biblioteca comunale. Si erano fatte le diciotto e trenta e si stava aprendo la conferenza del noto scrittore X. Tra i viventi, uno dei suoi preferiti.

La mezz’ora che avrebbe potuto cambiare il corso delle cose, ovvero la sua vita, si era conclusa senza grosse conseguenze. Le cose stesse avevano scelto di non prendere strade diverse da quelle già tracciate. L’unica eccentricità rispetto alla monotonia della vacanza l’avrebbe trovata lì dove si stava indirizzando. Non era un’occasione irripetibile, tutt’altro, ma desiderava ripartire portandosi dietro qualcosa di diverso a cui pensare. A lui quei luoghi ameni mettevano addosso brividi di disagio, come quando la pelle si rapprende per uno stridore fastidioso. Si giustificava dichiarandosi un uomo metropolitano, uno che non sarebbe sopravvissuto a un anno intero in tanto isolamento.

Attraversò il corridoio che portava alla Sala Conferenze. Odorava di intonaco dato di fresco, un odore che gli era sempre piaciuto. La novità, o almeno il rinnovamento, il moto perpetuo, la vernice passata e ripassata su vecchie superfici, come nel caso di quel camminamento candido, gli dava l’illusione di fare le cose come per la prima volta. Varcata la soglia della sala rettangolare dal soffitto basso, coperto da una scacchiera di plafoniere al neon, delle quali alcune erano accese senza apparente regola, contò non più di una trentina di persone annoiate, comprese le vecchie che aspettavano la messa feriale delle diciannove, e che erano venute solo perché accompagnavano figlie o nuore che avevano studiato fuori e poi erano tornate al paese a sistemarsi, e per le quali quella conferenza era probabilmente davvero l’unico evento degno di nota di tutta una stagione. Poche presenze maschili nel pubblico. Si stupì di non conoscerne nessuno. Faceva troppo caldo e le finestre piccole e alte non permettevano l’ingresso di aria nuova.

Quattro uomini in circolo (ma, notò Aldo, ciascuno chiuso in sé, coi piedi ben piantati in terra e le braccia conserte) si rivolgevano all’orecchio dell’interlocutore di turno mentre questi si inclinava leggermente per ascoltare meglio. Il Primo Cittadino in fascia tricolore, finita la consultazione uscì dal capannello e, dopo essersi toccato il labbro inferiore col pollice un paio di volte, e rivolto uno sguardo senza entusiasmo alla platea, andò ad accomodarsi in prima fila. Aldo volle avvicinarsi per salutarlo, in fondo lo aveva evitato accuratamente da che era arrivato e non voleva che, saputo che era stato lì tutti quei giorni senza farsi vivo, se la prendesse a male. Erano stati amici, un tempo. Non si vedevano da quando giocavano insieme a pallone sul campo terroso di Tresea, il paese accanto, quello semidistrutto dalla frana dei primi anni ottanta, e poi abbandonato da quasi tutti gli abitanti, incapaci di restare in eterna attesa di finanziamenti e aiuti, che si misero presto all’opera per ricostruirlo alla bell’e meglio nel piccolo golfo che seguiva a Sud, lungo il corso della Provinciale, con buona pace di Piani territoriali, ambientali o paesistici. D’altra parte, nessuno alzò mai un’obiezione negli anni a venire. Il nuovo insediamento venne chiamato Pulizzi, dal nome del costruttore originario di Tresea che mise a disposizione, accettando margini irrisori, i materiali e i mezzi necessari. In mezzo al giardino circondato da una recinzione con punte di lancia sulla sommità, sul versante della piazza centrale che affacciava sul porto, era stata collocata una statua a grandezza naturale di Alcione Pulizzi in tenuta da ricco imprenditore (lo scultore aveva reso addirittura il principe di galles, cesellandolo chissà in che modo sopra il bronzo) che indicava a braccio teso e con aria accigliata il nuovo campanile.

Per la consuetudine dovuta al ruolo, il Sindaco Pinardo gli porse subito la mano con decisione, benché fosse chiara la sua incertezza sull’identità dell’uomo chinato su di lui. Lo squadrò con gli occhi semichiusi, ma doveva essere un atteggiamento, pensò Aldo, perché aveva un paio di vistosi occhiali poggiati sul naso sudato e ricoperto di capillari colorati. Una veloce rinfrescata alla memoria gli consentì di riconoscerlo, e a quel punto si alzò di scatto per abbracciarlo calorosamente. Forse avrebbero potuto dirsi di più ma il gracchiare del microfono che veniva acceso diede ad Aldo l’occasione per sganciarsi e andare ad occupare in tutta fretta una sedia qualche fila più indietro.

Alzò lo sguardo. Al posto dello scrittore atteso, al centro del tavolo sedeva una donna, con una maglietta blu scuro da poco prezzo e pantaloncini corti di colore beige. Le sue gambe incrociate sbucavano da sotto il piano e oscillavano a un ritmo agitato, guidate dal movimento ritmico dei piedi fasciati da sandali bassi e spartani. La sconosciuta guardava in alto, sopra le teste dei presenti. Si mordicchiava le labbra a turno, ora il superiore e ora quello inferiore. Le si avvicinò uno degli organizzatori che, dopo averle detto qualcosa a bassa voce, le rivolse un largo sorriso stringendole forte una spalla prima di lasciarla nuovamente sola. Lei si schiarì la voce.

– Buona sera, – disse. Aldo notò dapprima un particolare accento e subito dopo che il tono di voce era leggermente impostato, come di una persona abituata a parlare in pubblico, ma che comunque si trovava fuori dal proprio ambiente. L’esordio fu una palese mossa per prendere tempo. Pronunciò il proprio nome e cognome e annunciò la defezione imprevista dello scrittore. Aldo capì l’antifona e si dispiacque che di lì a poco avrebbe portato nel viaggio verso casa soltanto il fastidio di un’attrazione da mezza tacca da paesino di provincia. Iniziò a sperare che la cosa non si prolungasse oltre i limiti della decenza. Lei proseguì con qualche banalità.

 – So che sperate che mi riveli all’altezza di chi doveva essere seduto qui al mio posto, ma temo di dovervi deludere. – Voilà. in questo modo si era alienata subito la metà del pubblico.

– Sono nativa di Tresea, e sono una scrittrice. Un certo tipo di scrittrice, poi. Fine delle similitudini. Perché, vedete, no non si scomodi, lei in seconda fila, a nascondere lo sbadiglio, se vuole può anche alzarsi. Non sono abituata ad avere un grande pubblico -. Aldo si era fermato alla prima affermazione. Iniziò a chiedersi se non l’avesse già conosciuta in passato, fin da subito gli era sembrata una faccia nota.

– E la sede, certo, non è delle più comode – aggiunse, accompagnando alle parole il gesto di un braccio che descriveva in un arco la desolazione della sala. Il Sindaco gli stava seduto davanti, ma immaginò lo stesso che a quella battuta l’avesse incenerita con lo sguardo.

– Si possono aprire un po’ più le finestre? …Per favore? – Nessuno dava un seguito alle sue richieste. Qualche vecchia che si sventagliava già da un po’ alzò appena gli occhi verso le poche vetrate rimaste ancora chiuse. Finché il Sindaco non afferrò le redini della situazione intimando a un tizio che stava in piedi sul fondo di spalancare quelle stupide finestre. Poi, una volta in piedi, prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni e prese l’uscita bisbigliando. Il brusio, che si era acquietato con l’apertura del microfono, riprese a salire. Aldo immaginò che avrebbe assistito a una conferenza sulle ricette della tradizione culinaria locale. Era pronto ad infilarsi dietro a una delle persone che stavano alzandosi e andandosene.

– Non avendo preparato materiale per questo incontro sono costretta ad andare a braccio. Inizierò col dirvi che mi occupo di scrittura per il cinema. Ma non vi parlerò di “story telling” tout court. Oddio, ho infilato quattro termini stranieri in fila, e in lingue diverse! Ah, ah! – I quattro gatti che erano rimasti risero, l’avevano presa in simpatia. La battuta aveva annullato la distanza. Aldo si tranquillizzò e restò a sentire come sarebbe andata a finire. Anche se lui di cinema non se ne intendeva molto. Era solo che aveva realizzato di avere qualcosa da domandarle. E poi lei aveva preso a parlare con scioltezza non appena aveva bloccato gli occhi, fissi sopra i suoi.

Disse di aver realizzato dieci plot, poi tradotti in film, di cinema indipendente nordamericano. Disse cose intorno alle teorie, aggiungendo che lei non ne seguiva, ma che piuttosto cercava di far reggere una storia, anche nel campo dell’assurdo o del fantascientifico, mantenendo un’onestà di fondo nei confronti dei suoi personaggi. Che era partita praticando la pittura, come sua madre.

– Qualcuno in sala l’avrà pure conosciuta, vivevamo in Contrada … prima dello smottamento del monte Foleno.

– Come no, – disse ad alta voce una delle vecchie in sala, – Norma la

Norma la matta, certo, – l’anticipò lei, arrossendo sotto l’abbronzatura, – Era di origine russa, lo sapevate? Amava così tanto questi posti che li aveva scelti come patria, e qui è venuta a morire.

A quelle parole seguì un breve lasso di tempo, talmente breve che chi durante il suo svolgersi provò imbarazzo, non fece in tempo ad accorgersene, perché subito lei riprese:

– Io venni data in affidamento a una famiglia che emigrò negli States e mi fece studiare. Laggiù sono diventata quella che sono oggi.

Aldo sbatté le palpebre due o tre volte di fila, come sorpreso da una rivelazione della quale però stentava ancora a individuare i contorni. Lei tornò ad aggrappare al suo sguardo il proprio. Lui lo sostenne, stavolta come se la stesse sostenendo con un braccio in vita per impedirle di cadere. Di Norma la matta se ne ricordava eccome.

– Come pittrice, il mio primo interesse era stato quello di descrivere lo spazio. Paesaggi, strade, città. Poi è arrivato il matrimonio e subito i figli. E, chissà com’è, quasi rinascendo insieme a loro, ho sentito farsi avanti nuove esigenze. È stato come se mi fossi resa conto che alla pittura, il mio mezzo d’espressione nel mondo, mancava qualcosa che completasse la realtà descritta dallo spazio. Mancava lo scorrere del tempo. O meglio, in molti ci avevano già provato, dalle avanguardie futuriste in poi, ma quell’epoca, il primo Novecento, è andata, svanita. Dirò di più: è fallita. Annientata dallo sconvolgimento culturale seguito alle due guerre.

Io, quando i figli sono arrivati quasi all’adolescenza, vedendo arrivare al termine il mio compito di madre che genera, nutre ed accudisce mi sono accorta di dover, probabilmente, o almeno spero – si nascose la bocca con la mano, sbuffando dal naso una risatina nervosa, – vivere ancora a lungo, ma senza più poter avere come bussola il compito assegnatomi dalla natura. Questo all’inizio mi ha provocato un disagio. L’ho sentito crescere dentro di me giorno per giorno, finché senza preavviso, mi sono trovata a un bivio. Riprendere a dare la vita. Non alla carne, ma a qualcosa che lo stesso percorra lo spazio e insieme il tempo. La vita ancora, quindi. Altrimenti, – Aldo avrebbe concluso la frase anche da solo, – avrei preferito morire. – E finalmente, nel pronunciare queste ultime parole, lasciò gli occhi liberi di vagare nello spazio davanti a sé, appoggiandosi allo schienale e prendendo un respiro profondo.

Le sedie della prima fila, dopo l’uscita di scena del Sindaco, erano completamente inutilizzate. Dalla seconda fila all’ultima erano rimaste sì e no tre donne sulla quarantina, attente e mute. Le vecchie ormai erano tutte andate a messa. Aldo si rese conto di dover dare una registrata alla propria espressione. Strizzare un po’ gli occhi, cambiare fuoco guardandosi attorno. Era dispiaciuto del silenzio che si stava prolungando, in assenza di un contraddittorio. Così alzò la mano per prendere parola. Lei sollevò l’arcata sopraccigliare, sorpresa. In quel momento si spensero le luci e un bibliotecario zelante invitò i presenti a imboccare la porta.

Mentre attendeva che il pubblico residuo, le tre donne, la liberassero, si andò ad appoggiare al muro appena fuori dalla porta della biblioteca. La vide uscire e le si piazzò davanti, spaventandola. Come lei si riebbe, Aldo si presentò e, d’istinto, la prese sotto braccio camminando. La guidò fino al giardino con la statua di Pulizzi, facendole sommari complimenti e scoprendosi un poco nelle sue passioni. Non le disse però che anche lui c’era, durante i giorni dell’inferno di Tresea. Alla luce del tramonto lei aveva gli occhi più chiari e una bocca morbida dischiusa in un sorriso. Aldo lo ricambiò, senza altro perché che quello dettato dalle leggi di natura. Provava una vicinanza maggiore di quanto non lo fosse nel tempo che stavano vivendo. Dopo averle preso il braccio aveva iniziato a percepire una realtà più intensa, e ad avvertire i significati più profondi delle parole che scambiavano tra loro, nascosti dentro le frasi che sbocciarono in pochi istanti: – Sapeva, vero, che Carver ha descritto in un suo racconto* le ultime ore di Cechov? – Ho problemi con le storie, credo piuttosto nel caos…,La vastità del reale è incomprensibile… – La vita è prigioniera della sua rappresentazione. Del giorno dopo ti ricordi solo tu.**

Aldo prese un respiro con l’intenzione di utilizzarlo per recitarle “Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento.” E per poi spiegarle: “Questa frase è dedicata a una donna che un giorno troverò in un porto, ma lei non sa ancora che ci incontreremo”***, quando un uomo biondo, alto e ben piazzato, fece capolino da dietro la siepe, pronunciando – Heèy.

– Hey, dear, I’m coming, – rispose lei, sganciando prontamente il braccio dalla presa.

Lo straniero notò che Aldo tentò di dire un’ultima battuta, mentre sua moglie gli veniva incontro.

Qualcuno di quelli appoggiati coi gomiti alla ringhiera sopra il porto si accorse della scena. Fu espresso qualche commento a mezza bocca. Videro la coppia allontanarsi con lo stesso passo lento verso la fine della piazza. Le campane iniziarono a suonare mentre l’uomo che era rimasto solo s’incamminava a sua volta in direzione del deposito dei pullman. Zoppicava in modo non troppo evidente e teneva appoggiata su una sola spalla una delle due cinghie dello zaino. Presto anche quelle persone compirono gesti consueti, tornando verso le loro case o le stanze della villeggiatura per cenare.

Su tutta la scena si spandeva la luce dorata proveniente dal mare, era il riflesso del Sole che vi si immergeva. Sole che osservava con uguale distacco e tedio i movimenti degli uomini e quelli delle formiche, a poco a poco indistinguibili tra loro a causa della lontananza del punto d’osservazione e  dall’avanzare implacabile dell’oscurità.

[continua]

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Paolo Conte – Fuga all’inglese

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*) Raymond Carver, Errand – The New Yorker, June 1, 1987

**) Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi Ed. Feltrinelli, 2010; Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo – Scritti 1968-1988, Ed.ubulibri, 1994

***) Antonio Tabucchi, raccontoVagabondaggiosu Dino Campana

Infinito Presente /5

6 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

6 Agosto 2012

5. Desiderare/Abbandonare

Hotel Due Fiumi, strano volume scrostato di un verde incerto, dai contorni arzigogolati, in fuga verso il cielo, dai bassi del paese e dai loro percorsi serpentini, lungo le pareti esterne –deturpate, se possibile, ancor più dalle unità esterne dei condizionatori- di tre piani abbondanti (da sotto sbucava pure un metro di finestre a nastro dello scantinato dove, a sbirciarci attraverso, di giorno si vedevano i panni stesi e le poche cose personali dei camerieri). Loro alloggiavano al terzo, che restava il più caldo anche dopo che il sole era tramontato e fino a notte fonda. Sotto, nel giardinetto tre-per-sei sul quale si affacciavano le finestre del bilocale, l’incessante zic-zic-zic dell’innaffiamento automatico realizzava da mezz’ora un sottofondo fastidioso a quell’altro insopportabile schiamazzo chiamato televisione. Sembrava che non se ne potesse proprio fare a meno, ormai, in quella famiglia. Che la si guardasse o meno. Aldo si era chiuso nella matrimoniale per discutere in pace al telefono, ma grondava sudore e non capiva bene quello che gli veniva detto. Un senso di disfatta abitava le dita delle sue mani e gli costava sforzo già il solo impedire che il cellulare finisse a terra come la conversazione. Lavoro sfumato, non che non ne si fosse dimostrato capace ma, c’era la crisi. “E che palle questa crisi, la raccontassero a qualcun altro la storiella”. Aveva tenuto duro svariate decine di minuti, poi era capitolato. Nemmeno del Partito voleva più saperne niente. Un nichilismo osceno, mai conosciuto prima, lo attraeva ogni momento sempre più verso il baratro del disfattismo.

Quando uscì di nuovo era uno straccio, avrebbe fatto volentieri la quarta doccia della giornata, ma gli sbarrò il passo Silvia, ormai idrofoba. Non poté eludere l’Argomento: lei se ne voleva andare. Aldo provò, giusto come tentativo, a dirle che a Roma sarebbe stato peggio ma: “È peggio che?”, lei era sbottata, “Peggio del niente c’è soltanto il niente! Almeno potrò starmene in pace a casa mia in un posto civile, invece che passare il tempo a cercare di evitare questi bifolchi”, aveva detto spostandolo con una spallata, mentre tornava ad infilare vestiti alla rinfusa dentro la vecchia Samsonite che era stata un regalo per le loro nozze. Voleva solo, Aldo, voleva, voleva. Ma non seppe proseguire e dire a sé stesso cosa avrebbe voluto fare in quel momento. Di fatto, toccò una spalla a Silvia e lei reagì con uno scossone astioso, poi tornò a chiudere i bagagli. Della propria roba Aldo se ne sarebbe dovuto occupare in prima persona, ma ci era abituato. Disattenzioni del genere erano la norma da anni, tra di loro.

Giovanni, interpellato appena, aveva fatto spallucce. “Povero cucciolo” pensò il padre, “quanta tensione si ritrova addosso”. Se ne stava appallottolato sopra il divano che di notte gli faceva da letto, e dietro ai suoi occhiali le pupille fissavano senza tregua uno schermetto. A volte Aldo riconosceva che fosse una salvezza per lui il poter scegliere di subire la tirannia dei videogiochi. Fuori di lui c’era, appunto, come diceva Silvia, il niente. Lì o altrove. O almeno questo s’immaginava della vita di suo figlio, per quel poco che può conoscere un padre dei pensieri di un figlio neanche adolescente.

Quella notte, Aldo si alzò dal letto dove Silvia respirava piano, la coprì col lenzuolo. Era rimasta così, scoperta, anche dopo il rifiuto, e lui non riusciva a tollerarne la vista. Si avvicinò alla finestra e ripensò a giorni lontani, quando da bambino non aspettava altro che le vacanze. Tornarsene a Tresea coi suoi, ritrovare gli amici dell’estate prima, di notte coprirsi le orecchie col cuscino per non sentire padre e madre darci sotto nella stessa stanza, e ripensarci il giorno dopo a colazione, ridendo sotto i baffi di latte, nel guardare quei due lì che sembravano non avere niente in comune, e pregando di essere tanto fortunato nella vita da trovare ad aspettarlo un amore forte e indistruttibile come il loro.

Quella mattina di trent’anni prima, padre e figlio nel rientrare sotto la minaccia del maltempo si sentivano molto soddisfatti. Non era stata di certo una pesca generosa ma il bottino, oltre a minutaglie, comprese comunque saraghi, pagelli e qualche orata. Aldo iniziava a sentire la stanchezza della levataccia, così che lo attraeva molto la prospettiva di tornare presto sulla terraferma e poter esibire alla mamma e a tutti gli amici i risultati della sua prima battuta al largo.

In breve tempo le vele ripresero a trainarli, panciute e strattonate sopra i flutti, sempre più agitati. Iniziò a scendere una pioggia insistente, recuperarono gli attrezzi e decisero di rivestirsi.

Bastarono pochi minuti perché il panorama tutto attorno illividisse, ora enormi cavalloni sospinti dal Ponente che montava, portavano lo scafo a sollevarsi, quasi a scoprire del tutto la carena, e ricadere in acqua in tonfi sordi. Il padre di Aldo ammainò del tutto le vele e accese il motore, dirigendosi decisamente verso il porto.

– E’ una burrasca?

– Sì. Tieniti forte, se preferisci puoi scendere sotto coperta.

Ma il bambino nemmeno poté guardare in basso,

– Mi viene da vomitare-, disse tra i denti stretti.

– Sporgiti fuori bordo che ti tengo io!

Vincendo la vergogna, Aldo si liberò, tenuto forte dal padre per la cintura, ma ormai il mal di mare si era impossessato di lui.

– Adesso riparati in pozzetto!

– Non posso-, non fece in tempo a finire la frase che un nuovo impulso incontrollabile l’obbligò ad un tuffo da un fianco all’altro quasi in verticale, tanto era inclinata la barca. Sentì dietro di sé il padre che, mantenendo la presa, lo tirava a sé e lo tratteneva a bordo. Esibendo una calma per la quale Aldo provò ammirazione e gratitudine, gli sentì dire:

– Se stai male non devi fare altro che girarti. E sta’ attento. La prossima volta finirai in acqua.

– Papà.

Il padre si voltò a guardarlo.

– Non ce la faccio più.- Ed era vero. Era un momento in cui la realtà si sentiva nelle ossa, e la vita era avvertita interamente in tutta la sua tragica fragilità.

…Questa è la fine che bisogna desiderare ardentemente!
morire, dormire.., forse sognare. Ecco il difficile.
Perché quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte,
quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena
di affanni mortali, è un pensiero su cui ci si deve fermare a riflettere
e sono proprio pensieri siffatti a prolungare la durata della sventura.
Perché, chi sopporterebbe le sferzate e le irrisioni del tempo,
i torti dell’oppressore,le offese dei superbi,
le pene di un amore respinto, i ritardi della legge,
l’arroganza dei potenti, gli scherni che il meritevole
pazientemente subisce da parte di gente indegna,
potendo trovare pace da se stesso con la semplice lama di un pugnale?

– Siamo quasi arrivati.

Difatti, in pochi minuti furono al sicuro, entro l’abbraccio del lungo molo che circoscriveva il porto di Tresea. Aldo aveva trovato finalmente la forza di ripararsi sotto coperta mentre all’esterno aveva preso l’avvio un furioso temporale. Sotto gli scrosci della pioggia battente, circondati da fulmini e boati esplosi a breve distanza, suo padre manovrò per raggiungere la banchina, scorgendo tra turisti e pescatori in agitazione, una figuretta che si stringeva nella striminzita veste estiva, protesa col busto verso il mare. Ne fu compiaciuto, e dispiaciuto allo stesso tempo.

Il vento rendeva difficile l’ormeggio ma infine padre e figlio riuscirono a sbarcare insieme, stringendosi forte per mano. La mamma, fradicia fino al midollo, stava di fronte a loro, pietrificata, brandendo un ombrelletto rivoltato dalla forza del vento, le braccia protese e lo sguardo spalancato dallo spavento.

– Amore mio! – Gridò teatralmente, lanciandosi a stringere al petto il suo Aldo, non appena lo ebbe a portata di mano. Il padre coprì entrambi con il proprio giaccone e, cingendo la moglie alle spalle con un braccio li accompagnò, correndo tra rivoli impetuosi d’acqua mista a melma. Tutto il pescato rimase sulla barca.

Immergevano le gambe in torrentelli che andavano ingrossandosi. Segno che il fiume, gonfiato da tanti giorni di pioggia, aveva rotto gli argini. Lui li condusse fin dentro l’osteria del porto, si assicurò che venissero accuditi e rifocillati, poi si coprì nuovamente, affrontò l’espressione perplessa della moglie e le chiese, come per canzonarla:

– Non mi dirai che hai avuto paura?

In quell’istante lei sentì le ginocchia molli e lo guardò smarrita.

– Che ci vuoi fare, non vi vedevo rientrare. Sì, un po’ di paura sì, guarda quanto piove.- E poi aggiunse, distogliendo lo sguardo dal marito, – Aldo si sarà raffreddato.

Troncando la conversazione lui le accarezzò la nuca e le impresse un bacio sulla bocca. Poi la fissò nelle pupille e disse:

– Se dico che ritorno, lo faccio.- E subito dopo, girò le spalle e infilò la porta in un balzo. A dispetto del momento, a lei venne da ridere e, ruotando in fuori gli avambracci a palmi aperti, i gomiti ancora stretti addosso per il freddo, gli rivolse una domanda inutile:

– E ora dove vai con questo tempo?

– Recupero le canne e i pesci. Voi chiudetevi in pensione. Ciao gamberetto!

– Vengo con te!

– No. Stai con tua madre!

Gridò il padre di rimando, con foga eccessiva, sembrò notare Aldo, e accompagnandosi con un gesto all’indietro del braccio, mentre si allontanava nella bufera. All’improvviso il bambino prese un espressione atterrita.

– Mamma!

Lei si voltò che ancora sorrideva:

– Che succede?

– Stavolta non ha detto che tornava!

Aldo credette di gridare, ma lo pensò soltanto. Invece emise uno strano sbuffo fuori dal sogno che fece arretrare subito Silvia dal lieve scivolamento in avanti verso il sonno, che era riuscita produrre applicando una per una, tutte le tecniche di rilassamento conosciute. Di nuovo sveglia, tornò a rimuginare.

Avevi perso per tanto tempo la sensibilità superficiale, e io mi dedicavo a te come mai al mondo ho fatto, nemmeno per mio figlio. Senza di te, pensavo, io perdo tutto. E tu ti facevi forte delle mie spalle forti. Aprivi i tuoi orizzonti mentre io restringevo i miei. E  quando ultimamente hai ripreso a lavorare, perché la malattia è sembrata regredire, mentre ti rendevi autonomo, a poco a poco ho sentito che lasciavi la mia mano. Invece di essermi grato ti sei fatto ostile. Mi dici frasi brusche e per la rabbia vorrei urlarti di andar via di casa. Poi, a volte, subito dopo mi passi una mano tra i capelli e allora mi confondo. Non so più cosa sperare per noi due. Sono anni che mordo le lenzuola in silenzio, in attesa di sentirti ancora accanto. Prendi stanotte.

All’una ero ancora sveglia. Alle due e un quarto quasi alla disperazione, non trovavo requie. Più il tempo passava e più mi angosciavo al pensiero di non ricordare neppure da quanti giorni andavo avanti così. Dovevo dormire. Verso le undici mi ero coricata, che tu bighellonavi ormai da almeno un’ora. Non era la prima volta, ma l’ennesima, non saprei dire di quante, in tanti anni. Eppure lo sai bene che senza te vicino stento a prendere sonno e in fondo fino a poco tempo fa ti sentivo dire ancora che mi amavi. Ora, che io ricordi, chi ama normalmente dà prove anche più impegnative dell’andare a letto con l’amata.

Alle due e venticinque ho pensato ad una soluzione pratica. Altri cinque minuti ed ero svenuta con la mano abbandonata in grembo, le gambe aperte e la camicia da notte tutta sollevata. È così che mi hai trovata, quando ti sei deciso a coricarti. Mi sono svegliata di nuovo perché ho sentito la tua presenza in camera, il tuo sguardo su di me. Mentre ti supplicavo mentalmente di andar via, ti sei sdraiato, e invece di distenderti al mio fianco e addormentarti come sempre, hai avvicinato la bocca alle mie gambe e mi hai dato un bacio lungo e fondo, proprio su una di loro, appena sotto il sedere. Mi è piaciuto, ho trattenuto un gemito, e in un altro tempo avrei pagato oro per quell’occasione. Tu, poi, avrai sentito l’odore del sesso perché sei rimasto immobile dov’eri. So che speravi che mi risvegliassi e che dessi un seguito al tuo avvicinamento. Sono rimasta immobile anch’io. Hai aspettato poco, quindi ti sei coricato al mio fianco. Ho aperto istintivamente gli occhi e ho trovato subito i tuoi, spalancati, che mi fissavano. Ti ho sorriso appena, come per dirti: dormi. Tu mi hai fraintesa e hai interpretato il mio sorriderti come un invito, hai preso il mio fianco e mi hai tirato a te. Ho guardato la sveglia. Le due e quaranta. No, no. Per riguardo verso me stessa dovevo addormentarmi al più presto. E ormai ero scarica, non avrei nemmeno potuto darmi a te per inerzia.

Certo, avrei preferito avere motivi migliori. Che so, un altro uomo. So già come avrei reagito: Morsa allo stomaco. Il nome di lui che spinge per uscire dalle labbra. La sua immagine sovrapposta alla tua. Avrei pensato piangendo silenziosamente che non era te che volevo, che desideravo l’altro. Sarebbe stato meglio, forse, avere un altro uomo, piuttosto che morire così, giorno per giorno di niente. Di non amore.

Per trarsi d’impaccio senza troppe spiegazioni Silvia gli aveva detto: “Ho sonno”, e lui l’aveva lasciata andare. Ci mise ancora tempo, girandosi nel letto molte volte, alla fine però riuscì ad addormentarsi. Alle otto salutò Aldo sottovoce. Lui le rispose, e si rimise subito a russare. Anche Giovanni dormiva ancora della grossa. Silvia aprì la porta e se ne uscì.

[continua]

Infinito Presente /4

31 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

4. Approdare/Salpare

– Ecco, adesso si rimette a saltare. Fermati, oh… E tu, cosa dici “Ti porto a pesca”? Vi dovrete svegliare presto. Ora i negozi sono chiusi e io non ho niente da farvi portare via. Forse, un po’ di formaggio, qualche biscotto, oh… Ma che disastro. Ma che idea.

Mia mamma iniziò a camminare scalza per la camera, torcendosi le mani. Io me lo ricordo perché, con i movimenti sconclusionati che facevo, feci caso al fatto che mi ci scontravo con maggior frequenza di quanto non accadesse di solito in quello spazio angusto. Ogni tanto il lembo dell’asciugamano fissato sotto una sua ascella perdeva la presa, e scivolava via in un attimo. Sbucava un seno. La curva di un fianco. Era nuda sotto, ma come se niente fosse, in un momento rifaceva l’incastro con una mano sola. Quelle improvvise apparizioni catturavano il mio sguardo, ma lei per me era come un mazzo di fiori freschi. Ero abituato a ritrovarmi attorno il bel corpo nudo di mia madre. Avevo quasi dieci anni, però ne ero ancora innamorato come un lattante.

Papà invece stava sul letto, le braccia robuste buttate a caso sopra il lenzuolo, le cui pieghe oblique aveva tirato svogliatamente su fino a metà busto. Poggiava la schiena ampia alla testata traballante e fissava l’agitazione di sua moglie ad occhi semichiusi. Mi ricordava un leone pigro allo studio della sua prossima preda.

Poco prima, quando ero piombato in stanza, ebbi la netta sensazione di aver interrotto qualcosa. Non l’amore. Era accaduto a volte, e lui dal buio mi rispediva fuori a cuscinate. Stavolta mi sembrò di essere incappato per errore in un loro silenzio appiccicoso, robusto e teso come una ragnatela alla quale lui la stava lasciando appesa, in risposta a punti di domanda che a me erano del tutto ignoti. Ma non mi soffermai a pensarci. Continuai piuttosto, come mi si conveniva, a saltare e urlare per una buona mezz’ora. Loro si infilarono a turno in bagno, e ne uscirono di nuovo rivestiti.

Dietro le pesanti tende damascate, fuori dalle vetrate opache di condensa, un temporale estivo dava improvvidamente sfogo alle proprie intemperanze. Il mare si era fatto chiaro più del cielo, ne rifletteva i molti toni grigi, mischiati a qualche riflesso qua e là argenteo o olivastro. Pareva acqua di fiume: fredda, limacciosa e ostile. Alle prime gocce ero tornato di corsa dalla partita in piazza con gli amici. Con la pelle d’oca, e m’aveva preso voglia di cercar riparo nel mio porto sicuro, tra le braccia amorevoli di mia madre. Farmi asciugare dalle sue mani attente chiuse sopra alla spugna con la quale avrebbe strofinato la mia testa. Ricevere un panino e un succo. Restarmene con lei fino alla sera in camera. Dove avremmo parlato, fatto qualche giro di carte, e forse poi saremmo scesi ancora giù, a scambiare quattro chiacchiere con gli altri ospiti della pensione. Immaginai che, dopo la cena al piano inferiore, papà sarebbe andato, come ogni volta, a trovare gli amici di quel borgo che lo aveva accolto negli anni dei bombardamenti sulle città maggiori, e che lui oggi ripagava con visite frequenti.

Invece quella volta rimase insieme a noi. Anzi, mia mamma aveva indossato un vestito corto e chiaro e lui la portò a braccetto attraversando la strada, vicolo per vicolo, fino alla pizzeria del centro. Durante la cena mi fu concessa per la prima volta un’ombra di vino rosso. Mio padre era chiamato per nome da ogni persona. La gente ci scherzava, e a me riservava battute e gentilezze. Ero felice per l’atmosfera attorno. Quando tornammo in camera sprofondai subito nel letto, aggrovigliato entro un gomitolo di sonno che si dipanò del tutto senza farsi accorgere, nel corso di una notte priva di memoria.

Quando fu quasi l’alba, in qualche modo raggiunsi il molo con mio padre. Ero stanco, e questo non favorì la precisione dei ricordi. Ripresi coscienza di me quando le sartie emisero dei tintinnii acuti, dall’alto degli alberi maestri. Le distinguevo sempre più nitidamente, mentre accoglievano il ritorno della brezza mattutina tra le ultime ombre della notte in ritirata. Code di cani impazziti dalla gioia al rientro del padrone a casa. Io, a mia volta, come un cane, annusavo l’aria salata mescolata all’odore di cera del bavero che tenevo alzato a proteggermi la faccia. Collezionavo lacrime agli angoli degli occhi e nelle pieghe del naso. Gocce ruvide di sale, spruzzato addosso dal vento che mi investiva a raffiche corte ma insistenti. La giacca cerata teneva al caldo la digestione di una colazione rubata al molo poco prima in tutta fretta. Piacevole contrasto con le mani infreddolite e torpide, che attendevano il da farsi dietro la minima richiesta. Sganciata dall’ormeggio, la barca si allontanò dalla banchina, dal paese in ombra e dalle sue montagne a strapiombo, dietro cui avanzava il cielo sempre più in fiamme.

Il tragitto fu accompagnato dai voli circolari dei gabbiani. Scivolavamo su un mare liscio d’un olio nero nero. Non era spuntato il dì, era ancora notte e, per questo, a tratti lunghi brividi mi percorrevano la schiena. Dovevo farmi forza in ogni istante per non lasciare il sopravvento al panico. Scacciavo via l’idea che stessimo rincorrendo il vuoto, il nulla, che stessimo cercando contro ogni logica di venire inghiottiti nel buio e nel mistero.

Mio padre, regolate le vele e aggiustata la traiettoria del timone, che poi mi aveva lasciato, sedeva affianco a me, assorto nei pensieri. A volte ci scambiavamo impressioni minime. E, quando non ero girato verso di lui, sapevo che posava a lungo il suo sguardo su di me. Ora conosco anch’io il piacere di condividere un tale momento con un figlio. Allora, più che accorgermi di presentare la stessa curvatura della fronte alla brezza che ci veniva incontro, non riuscivo. Sembrava che l’aria che ci investiva, con le sue carezze scivolate, trascinasse via con sé ogni capacità di mettere in piedi un dialogo fatto di parole tra di noi. In fondo però avvertivo che restava il senso di un passaggio, era la prima volta che ci confrontavamo da uomini davanti allo stesso frangente di vita. Due pari su un guscio di noce alla deriva. Così avevo immaginato con trepidazione questo giorno nel corso della serata precedente. Esaltato all’idea che sarebbe stata solo la prima di tante altre volte.

Navigavamo ormai da una ventina di minuti in mare aperto quando, a un tratto, lui mi mollò le scotte, lascando le vele che presero a svolazzare rumorosamente sopra le nostre teste.

– Caliamo l’ancora, siamo sulla caduta di fondale.

Subito la barca iniziò a beccheggiare forte. La bocca dello stomaco mi prese fuoco. Sorrisi a mio padre, il quale ricambiò con un’occhiata complice. Provai a dire, con una voce che uscì smorzata:

– Usiamo le sardine, che dici pa’?

– Dai. Mi hanno detto che qui vanno sempre bene. Guarda me e poi ripeti.

Mi concentrai sui nuovi e ignoti gesti compiuti da quell’uomo che credevo di conoscere, che amavo e che temevo, misura e cardine della mia esistenza. Prelevò dal secchiello alcuni pesci, li tagliò rapidamente a piccoli tocchi nei quali passò un paio di volte gli ami. E poi mi disse,

– Prova tu.

Provai, sbagliai, provai ancora. Mi ferii un poco. Lui mi osservava. Al termine, pensai d’essermela cavata egregiamente. Lanciammo le lenze in acqua e ci sistemammo in attesa.

Da quel momento il tempo rallentò. E non saprei dire quante ore trascorremmo pescando e chiacchierando, guardando l’orizzonte, quello reale e quello inconoscibile dell’esistenza. Quando mi disse:

– Spogliamoci

mi accorsi che il giorno si era fatto strada, e si era alzato un vento capriccioso. Le cerate vennero abbandonate in un gavone assieme ai vestiti. Ci sedemmo di nuovo fianco a fianco, ora coperti solo da un costume e una maglietta, con un identico cappello a falde larghe sulla testa, condividendo tutto ciò che mia madre poté  lasciarci in dotazione, uno spuntino a base di cracker e groviera.

Attorno, intanto, si era radunata una piccola flottiglia che sfruttava la buona intuizione di mio padre sulla pescosità di quel tratto di mare. Disse lui, di quegli altri, che senz’altro avevano pensato che quel giorno fosse il caso di andare sul sicuro. Cercavano di concludere entro breve, visto che anche quel pomeriggio avrebbe riservato scrosci d’acqua e, forse, qualche più robusto temporale. Pensai a mia mamma, a come poteva stare in apprensione.

– Tua madre prende il sole e non ci pensa, a noi, dammi retta.

Disse distrattamente lui, interpretando la mia fronte corrugata. Non mi convinse.

Di lì a poco si iniziarono a sentire rombi sordi. Perlustrammo in un’occhiata vasta la situazione circostante.

– Il vento ha girato- mi fece, alzandosi di scatto e riprendendo le cime tra le mani, – è meglio se torniamo.

[continua]

Infinito Presente /3

27 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

27 Luglio 2012

3. Spegnersi/Sterbere

Del libro ne avevamo già parlato. Quello che mi sgomenta ultimamente è la sensazione, come nel titolo (è il titolo, il titolo più l’immagine di copertina, insieme, che mi hanno spinto a comprarlo) che si stia facendo sempre più buio. È vero, è estate: giornate lunghe, vento caldo (come cantava Alice), aria frizzante. Ma quante ne ho vissute di estati, a volte clamorose. Tutte sfociate in inverni interminabili, col freddo dentro e fuori e vento e pioggia che spazzano tutto via. E poi estati e inverni, e giorni e giorni uno a seguire l’altro. Aspettavo il Natale, e la carta da regalo in terra era quello che restava della meraviglia, l’attimo fuggente era già passato. E subito dopo era già un altro Natale, sempre un po’ meno bello del precedente.

Dicevo del buio, che vedo incombere ora come se fosse quasi inverno. L’attesa di un giorno importante, come riempie il cuore. Ma quel giorno, per quanto pieno sia e come venga tirato da ogni parte per allungarlo e ritardarne la fine il più possibile, è solo un confine. La pagina di un libro, scritta davanti e dietro, parla dell’attesa prima e della rielaborazione poi di quell’attimo, o attimi vissuti, che sono soltanto il bordo tagliente del foglio. Mettiamo che io e te riusciamo a vivere insieme una giornata (oh quanto l’abbiamo aspettata). Adesso non l’attendiamo più, è già trascorsa. Ora che abbiamo realizzato il sogno ci resta la sua rielaborazione, ma ne converrai che non è la stessa cosa del viverlo al presente. Se siamo stati bravi ci siamo lasciati travolgere dai fatti, senza perdere tempo a scattare fotografie. “Ne avremo di tempo per scambiare parole” mi hai detto a un tratto, guardando oltre la mia spalla. Ci racconteremo la vita per non morire della sua assenza. E il buio intorno è lo spegnersi della meraviglia, la fiamma che si fa fioca, il cerino quasi del tutto consumato, è allora che si tentano gesti come gettarsi nel traffico a semaforo rosso. Si narrano storie che sono più vere della vita stessa.

Apro a caso le pagine del libro. Ecco un racconto, che strano, fa giusto al caso mio. Parla di un viaggio mai fatto, del suo non essersi mai svolto come apoteosi della realizzazione, intesa come compimento assoluto della realtà. Tu dici che non conta più il passato, che ora siamo come due persone nuove. Non voglio sentirti ragionare come la Bovary “con la sua incapacità di delineare i contorni di ciò che desiderava”, non tu che mi sei venuta incontro sorridendo sulla banchina, sotto la pioggia, come se mi avessi riconosciuto dopo tanti anni. E invece ero soltanto un uomo che avrebbe potuto essere quello che hai aspettato, oppure un altro a caso. Come facevi a saperlo, e come l’ho saputo io che quella che camminava lentamente verso di me, i tratti del viso indistinguibili, tremando per l’emozione, che mi ha abbracciato respirando forte, senza alcuna esitazione, eri proprio tu? Che cosa conta che sia accaduto veramente? Ora quell’incontro, la sua immagine, la forza che mi da, è diventato il centro della mia esistenza.

Non che io non abbia più una moglie e un figlio, né che tu non tenga a cuore la tua famiglia. Ma “Ich sterbe”, dicesti. Lo mormorasti così piano, in quell’abbraccio sotto l’acquazzone, che ti dovetti chiedere di ripetere che cosa avevi detto. E quando lo compresi, allora ne fui certo, che eri davvero tu. E davvero tutte le albicocche furono solo per noi, metà per uno, una per ogni abbraccio. Un chilo di abbracci e di albicocche solo per noi.

Ho solo due rimpianti, che il resto lo rielaboreremo poi. Un rimprovero per te, ma col sorriso, di non aver più dato seguito all’annuncio, non avermi più letto quella poesia (anche se tante, quante le metà frutta che ci mettevamo in bocca l’uno all’altra, ne abbiamo udite fremere nell’aria, in mezzo ai nostri abbracci interminabili), e uno per me stesso, di non aver finito di raccontare di quella mia intuizione sul nostro incontro che era prossimo e sull’attimo che fugge. Ma a questo ho appena rimediato.

[continua]

Paolo Conte – La Donna della tua Vita

Infinito Presente /2

24 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

2. Bruciare/Alleviare

Ero un involucro chiuso e misterioso, anche a me stesso. Con la scintilla portata da una ragazzina ignara eccomi qui di nuovo ad ardere in piena aria, a respirare ossigeno, ed a bruciarne. A lei, alla ragazza, io non penso mai. Mai. Tranne in momenti come questo. Ora che metto il piede sull’asfalto e l’eco del contatto della suola col terreno raggiunge il mio cervello. Sento di nuovo le dita, le sue, che sfiorano il mio volto. Le sento adesso, come se fosse anche lei qui, metà dentro e metà fuori da quest’abitacolo. Rami frondosi si inerpicano su per il mio cranio, ne brillano le innervature, ne fanno micce pronte all’esplosione. Sospiro ad occhi chiusi, non si può. Non si può più. Lasciami uscire bimba. Fammi uscire, adesso.

La macchina è parcheggiata, il motore è spento e fuori piove. E io non ho di che coprirmi. Prendo il sacchetto di albicocche con una mano, lo tengo alto come un dono. Lo porto con me, non posso dire se incontrerò qualcuno lungo la strada di questo pellegrinaggio, di questa riapertura della vecchia cicatrice. Se accadrà, non voglio essere impreparato. Devo ricambiare in qualche modo. Vorrei provare a rimediare a un torto lontano. Ho un peso al cuore che nessuno può alleviare. Nemmeno tu, bimba del parco, che coi tuoi tocchi leggeri hai riaperto la gabbia che mi conteneva. Ché di libertà si muore, ma tu sei giovane e non lo puoi sapere. Spera di non saperlo mai. E ora torna dentro, ti devo richiudere a chiave dentro me. Vado a cercare chi non è più, non è mai stato e forse non sarà mai.

Piove tanto che in giro non c’è un’anima. Anche i negozi e le botteghe hanno le porte chiuse, dove un rettangolo scuro ne rivela di ancora spalancate, forse dentro c’è gente che vi si ripara. Non m’incammino in quella direzione, l’aria bagnata di pioggia mi rinfranca. Ho voglia di stare e suscitare lacrime, unirle alle gocce che cadono sul viso. Il mare è stranamente calmo. Forma creste leggere, nell’urto con la pioggia insistente. Culla tranquillamente i propri tesori, li tiene geloso sotto la sua coperta, oggi che un giorno d’autunno si è insinuato nel cuore dell’estate.

[continua]

John Cage – in a landscape

Infinito Presente /1

23 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

23 Luglio 2012

1. Fuggire/Tornare

– Va lontano? Si è messo a brutto.

– Già –, rispondo distrattamente al benzinaio e risalgo in macchina. Macché lontano, no. Il paese è quello accanto. È che sono arrivato stamattina presto, dopo un viaggio lungo una notte, e già ritorno per strada. Ho la testa in fuga (e la fuga in testa) ma un elastico troppo teso, agganciato agli occhi fissi su di me dell’uomo, mi riporta di slancio al presente. Confuso, aggiungo qualche parola, sporgendomi dal finestrino:

– Mi piace il caldo, ma finora l’ho trovato un po’ …impegnativo.

– Buon viaggio.- Mi fa di malavoglia, stavolta è lui distratto. Tra la pronuncia delle due parole infila rapido lo sguardo in direzione del cielo.

Metto in moto, faccio inversione con un paio di manovre e mi allontano lungo la strada provinciale, devo risalire appena il fianco del monte e poi immettermi nello svincolo successivo per poter ridiscendere verso la mia meta.

Ho lasciato Silvia e Giovanni in albergo che ancora dovevano decidere come passare la giornata. Sono al mare da più di un mese ormai e mi sembrano un po’ stufi. Lei, più che altro, che non frequenta nessuno, non si mescola. A mia moglie ho raccontato che sarei andato a trovare un conoscente. Ma, come sempre, non si è stupita più di tanto della novità, o questo mi ha lasciato credere. Questa situazione mi rende inquieto, sono preda di costanti déjà vu. Troppe le analogie col passato. Temo i corsi e ricorsi. Voglio, devo, spezzare il circolo.

Io e la mia automobile mangiamo piano la strada che ci viene incontro. A un tratto sento un flebile suono uscirmi dalla bocca semiaperta:

“Nostra la ventura

per un selvaggio mare

meglio che un ancoraggio

non diviso da te”.

È mia la voce. Ma le parole sono di Cristina Campo che, a sua volta, rileggeva in italiano Emily Dickinson. Ho ancora quei versi -non pensavo- nella mente, ormai ridotta a un colabrodo. C’erano entrati per uno spiraglio, una ferita aperta, negli anni lontani dell’università. Mi fanno compagnia, li declamo fino alla fine, amara ma così vera, tanto che non accendo lo stereo, come faccio di solito per superare in volume il rumore assordante della mia solitudine.

“A noi più tosto il carico

di un perenne viaggio

che le Odorose Isole

desolate di te”

 

Desolate di te, che non avevo idea che esistessi davvero.

Guido con le mani che stringono il volante più del necessario. Ho paura di sbandare. Ecco la svolta. Man mano che ridiscendo per i tornanti mi rendo conto di tremare in modo eccessivo. Nello slargo di una curva, seminascosto tra le fronde, c’è un chiosco che vende frutta. Mi fermo, scendo. Devo sgranchire le gambe, fare due passi. Abituarmi per gradi a respirare di nuovo quest’aria conosciuta. E poi.

I miei ricordi non erano così a colori, avevano tonalità sbiadite come le vecchie pellicole che oggi si riversano nei DVD. Mi guardo attorno, la vegetazione appare molto più intensa, così troppo vivida. Non ci credo, non può essere lo stesso posto di trent’anni fa.

L’uomo appoggiato al banchetto è basso e tarchiato, ha una canottiera a coste, in testa un cappello a falde e scambia grugniti in dialetto con una donna seduta accanto a lui.

– Scusi.

– Dica.

– È sua moglie quella?

– E a lei cosa gliene importa. Eh? Che cosa te ne importa a te, coglione?

Devo frenare la mia immaginazione. Corre troppo. Sto già venendo alle mani con uno sconosciuto. Ho deciso io di venire fin quaggiù. Io l’ho voluto, cazzo. Adesso devo calmarmi o non risalgo in macchina.

– Quanto fanno le albicocche?

Ho parlato davvero, stavolta. Il venditore mi sorprende, dandomi il prezzo con una voce stridula.

– Faccia un chilo, allora.

– Ecco qua. – Mi porge il sacchetto di carta umido e mi sorride, perfino.

– Sono buone, sono dolci.

È la donna che mi parla adesso. Mi volto a guardarla senza espressione. Le faccio:

– Le producete voi, voglio dire, lei e suo marito?

Dai, gliel’ho chiesto, sì! Che faccia tosta.

– Mio cognato. Eh,- fa, vergognosa, inclinando la testa nella direzione del venditore. Dunque non è la moglie, –  con la famiglia. Le coltivano loro, io gli do solo una mano alla vendita.

Sorride contraendo la quantità di muscoli facciali che si ritrova, stringe gli occhi offesi dalla luce. Il sole è ancora basso e ferisce la vista mentre sale lentamente oltre quei rilievi che avevo attraversato nell’ultimo tratto della notte. La faccia della donna è una ragnatela di rughe, ma esprime nel senso delle parole e con la sua stessa voce una dolcezza che riconosco. La gente di qui, com’è fatta, me la ricordo. Le parole che dicevano a una creatura inquieta. Mi torna in mente, all’improvviso, anche il loro sapore. Addento un frutto con voracità. Sì, è come me l’aspettavo. Succoso. E dolce. A volte una sensazione tanto ben definita cela nel mezzo esattamente il proprio opposto.

Non sono dolci i miei ricordi, affatto. E adesso, troppa vividezza, non me l’aspettavo. Mi prende un po’ di ansia, di paura di non farcela. Mi volto indietro, verso la strada fatta da Roma fino a qui, considerando il tempo che ho impiegato. Troppo per pensare solo di ripercorrerla in senso contrario.

Allora pago e saluto. Risalgo in macchina. Resto seduto nell’abitacolo molto più caldo dell’aria esterna a finestrini chiusi, a osservare le mani che hanno smesso di tremare. Un rivolo di sudore scende giù, dove l’incavo del collo incontra lo sterno. Un morso a un’altra albicocca, uno solo, poi la lascio cadere. La lancio quasi, sul sedile accanto, dove rotola fino a incastrarsi contro lo sportello.

[continua]

Jeff Buckley – So real

(min. 2:43)

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