Infinito Presente /8

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue/leggi dall’inizio]

6 Agosto 2012

8. Trattenere/Trattenersi

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(email)

 

Oggetto : Ri-conoscenza

 

Cara M.,

Spero di non infastidirti con questa mail inaspettata. Se così fosse, perdona la mia eccessiva sicurezza. Mi sono convinto a scriverti dopo che, durante una ricerca sommaria fatta più per curiosità che altro, il tuo nome è saltato fuori, citato in decine di siti che parlano autorevolmente del settore in cui lavori. Sono quasi certo che tu non abbia chiaro chi io sia, per cui ti vengo incontro: sono quel tale col quale hai sfiorato appena argomenti di vita e di letteratura all’ombra di un giardino di fronte al mare, subito dopo la tua sorprendente conferenza di qualche settimana fa. Detto tra noi, il pubblico si è perso, per un’incomprensibile forma di snobismo culturale, una ghiotta occasione per allargare i propri orizzonti.

Mia cara M. (adesso permettimi di chiamarti ancora “cara”, ma in tono più personale): ora che mi hai individuato, posso dirti che credo che anche tu senta, come io lo sento, che ci è concesso superare la formalità di rito. Anche se del perché sono l’unico consapevole di noi due, e lo sono stato subito, a partire da quell’incontro sul quale ti ho appena rinfrescato la memoria.

Ero entrato nella sala confuso e annoiato, solo per ingannare l’attesa della partenza, ma sono bastati pochi momenti per essere catturato dal richiamo che stavi inviando attraverso le tue parole, e ancora più attraverso i gesti e lo sguardo. Quel richiamo che tu dicesti essere solo una conseguenza della tua insicurezza. Ma no, pensaci bene. Sei così in gamba quando riesci a prendere il via. Non è la sicurezza che ti manca.

A partire da quella volta, il tempo per me ha iniziato a prendere un andamento insolito. Ed è cominciato un dialogo tra noi. Parole infilate rapide tra gli interstizi della vita quotidiana, hanno preso il loro spazio, allargando a forza le maglie delle circostanze. Da allora fino ad oggi, non ci sono più stati momenti senza la tua presenza accanto a me, né notti senza che mi stringessi attorno all’idea cara di te accanto.

E ne è trascorso così poco, di tempo, lo capisco, che parlartene così, a bruciapelo, rischia di mettermi sotto la luce del ridicolo. Ma ne sorrido, il ridicolo mi scivola addosso, sai. È molto più importante farti capire.

Da lungo tempo mi ero stancato di vivere. Ben prima di intuire che ti avrei incontrata, a poco a poco, tutto di me si era chiuso all’esperienza della vita. Avrei voluto, ma non sapevo come, soddisfare il bisogno di avvertire il senso di ogni istante. Ha scelto il corpo: meglio privarsi di ciò che fa soffrire. Ti voglio risparmiare descrizioni di mesi spesi di ricerca di cause e cure, della famiglia sempre più lontana dal centro del cuore, la solitudine, la pena. Non voglio annoiarti né farti pietà.

Mi importa descriverti quell’attimo in cui ho capito, come in un rimbalzo di riflessi tra due specchi, che avevi notato che io stavo riconoscendo nella mia, la stessa tua emozione. Quella di riuscire ad aggrapparti forte al mio sguardo, nel nulla afoso di quel frangente insolito. Un’emozione simile al sollievo indicibile di essersi ritrovati dopo un lungo distacco ormai privato di ogni speranza.

Con questo non voglio dire che sono giunto alla fine delle mie pene. Piuttosto mi tocca riconoscere che quando si riaprono le porte dell’esperienza, il primo senso a venirci incontro è quello del dolore. Ma in una vita nella quale la felicità torna possibile, la prima ipotesi di una felicità condivisa l’ho immaginata con te. Un nostro incontro commovente sotto la pioggia. Avvenne (io lo immaginai così, e tu, te ne ricordi?) lì dove il paese si abbraccia con il mare. In quel porto abbandonato dove, anni prima, vidi per l’ultima volta mio padre, così come l’avevo sempre conosciuto. Voglio dirtelo, mia cara, anche se ti spaventa, ma non temere nulla di ciò che proviene da me, mai. Voglio dirtelo, che allora provai amore. L’emersione a galla di un bene incontenibile. Il senso, fisico, vero e perciò inoppugnabile, dell’allaccio tra i nostri corpi e tra i nostri respiri. Quello che ancora mancava a completare l’esperienza di noi due insieme. Solo dopo ho capito che più breve, più fulminea è l’occasione, più l’amore dà sfoggio di tutta la sua potenza. E acceca al punto che non seppi riconoscere per tempo come, subito dopo, ti andasti ritraendo. Ma, una volta compreso, feci lo sforzo di accettarlo, pur di non perderti, e già la seconda volta l’incanto era sparito. Intanto di te avevo composto il puzzle, e avevo scoperto che non era proprio nel tuo stile farti coinvolgere nella descrizione della patologia di un sentimento. Questo, se ricordi, fu invece ciò che ti rimproverai scherzosamente –equivocandoti- ed evocando il fantasma di Emma Bovary. Mentre era ancora una volta un riflesso di me stesso che brillava dentro le tue iridi, talmente raggianti da essermi sembrate innamorate.

Il fascino del pathos, giustamente, non ti ammalia. T’ho immaginata, sì, combattuta, almeno un po’, e sola, nel decidere di proseguire nel solco preordinato delle cose, quello che avevi tracciato già tanto tempo prima di incontrarmi. Così, quando ti sognai di nuovo, ce ne stavamo sdraiati su un letto morbido di foglie di eucalipto, in mezzo a un bosco che scendeva dolcemente verso il mare. Tu mi guardavi appena, eri distante.  Mi sistemai appoggiato con le spalle a un tronco, sdraiato sopra il fogliame scricchiolante che emanava un sottile aroma balsamico. Tu, già stesa accanto a me, ti accostasti ancora un po’ di più. In quel momento non mi interessava nient’altro. Ti abbracciai le spalle e la tua testa finì sopra il mio petto che si alzava e si abbassava piano. Quale profumo.

“Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento”, immaginai di dirti finalmente a voce, ma forse te lo dissi veramente perché, subito dopo, sollevasti il viso verso il mio e mi baciasti piano. Sul serio, in quell’istante, non c’era nulla al mondo di così importante. Un altro lembo di tempo si era accostato agli altri, componendo una specie di arricciatura. Potevo scorrere lungo le sue creste con la mente e risalire all’origine di tutta la questione. L’odor di vento che mi avevi portato era lo stesso odore di giorni lontani, tornati all’improvviso a percuotere la porta d’accesso a memorie seppellite in profondità. Il cielo si fece presto da azzurro a nerofumo, un vento freddo spazzò via d’improvviso ogni cosa intorno. Mi ritrovai nella stessa stanza della pensioncina nella quale con mia madre da giorni attendevo il ritorno di papà. Il vento faceva sbattere le imposte e io intagliavo figure negli spezzoni di corteccia che avevo raccolto in spiaggia.

A fianco del paese correva un fiume e la sua foce faceva confluire in mezzo all’acqua di mare altra acqua, fresca e dolce, che vi si mescolava. Questa portava tracce della sua discesa per i monti. Durante la vacanza, passeggiando lungo costa raccoglievo rami spezzati e poi ne facevo spade, o li legavo in cima con una corda robusta, dopo averli conficcati in basso nell’arenile, realizzando capanne. Oppure, con l’acqua a mezzo busto, afferravo alghe carnose per i giardini pensili dei miei castelli di sabbia. Certe mattine le passavamo chini, io e mia mamma, a cercare sassi dai colori e dalle screziature insolite, li catalogavamo e ce li portavamo in camera, dove io li mettevo dentro una bottiglia di plastica alla quale avevo tagliato il collo. Ne avevo accumulati un bel po’, al termine della breve settimana che ci permettevamo ogni anno in agosto. Un altro mucchietto era composto di cortecce trascinate dal fiume in riva al mare, e faceva mostra di sé sul davanzale della finestra. Quelli non li avrei portati a casa, troppo ingombranti. Li avrei depositati nuovamente in spiaggia, poco prima che fossimo ripartiti. Ma, nel frattempo, li utilizzavo come svago, per intagliarvi con il mio coltellino forme di fantasia: animali, oggetti, volti e barchette. Mi ero spesso divertito con questo passatempo, e mi fu di grande distrazione nelle ore lunghe e sfiancanti sulle quali spadroneggiava la paura e l’attesa che ci venisse riferito uno straccio di notizia.

Fu il giorno in cui mio padre uscì dall’osteria dove ci aveva fatto rifugiare, al termine della battuta di pesca conclusa prima del previsto per l’arrivo del maltempo. Nel momento stesso in cui avvertì nelle proprie ossa le vibrazioni della montagna che franava, mia madre comprese che la riguardava direttamente ciò che stava accadendo poco più in alto delle case addossate al porto. Non fu facile mantenere l’autocontrollo i giorni che seguirono. La notizia dello smottamento di un fianco del Foleno che poggiava sul corso del Blenta fu compresa in ritardo in tutta la sua tragicità dalla gente già stordita dalla massa di fango riversatasi ovunque nelle ore precedenti dal letto del fiume esondato.

Papà quella sera fu atteso invano. Qualcuno lo aveva visto dirigersi verso il luogo del disastro correndo forsennatamente. Nella confusione dei primi soccorsi però, non venne rintracciato. Un’intera contrada era stata travolta dal fango e case e persone trascinate per centinaia di metri fino a valle. Una zona impervia, popolata da gente schiva, che entrava raramente in contatto con le pendici marinare del paese.

Mia mamma prese inizialmente a stazionare nei pressi delle tende montate sul primo tornante praticabile, chiedendo a chiunque vedesse scendere dall’area del crollo se avesse avuto notizie del marito. Si sarebbe messa in prima persona a scavare a mani nude nella melma se solo non ci fossi stato anche io a cui pensare. Per conto mio, per la prima volta nella vita mi ritrovai messo da parte. A questo dolore egoistico si aggiungeva, fortissimo, il senso di smarrimento per non sapere dove fosse finito mio padre. Eravamo entrambi certi che lo avremmo rivisto. Il punto era però quando, e in quali condizioni. Lei non me lo diceva apertamente, ma compresi lo stesso che era anche silenziosamente afflitta dal pensiero che lui, non più giovane, potesse aver fatto troppo affidamento sulle proprie forze e che queste, per l’età, lo avessero tradito.

L’attesa durò due giorni, nel corso dei quali, tornati alla pensione, restammo incollati al telefono e in attesa dei resoconti degli uomini che prestarono le loro braccia al ritrovamento dei sopravvissuti ed al recupero dei morti. Il terzo giorno, verso le nove del mattino, il cielo era ancora gravido di pesanti nuvole nere e spirava un vento forte che sfibrava le nostre sempre più deboli volontà. Mia mamma si accingeva a trascinare le sue occhiaie profonde all’esterno. Aveva  chiuso le imposte, spento la luce e messo la mano sul pomello della porta. Io, mogio e ubbidiente, mi ero accodato silenziosamente, tenendo in un palmo l’ultima figuretta appena intagliata nel legno, e nell’altro il coltellino. Mia madre girò la piccola sfera dorata e socchiuse l’anta sul corridoio ancora più scuro dell’interno della camera. Prima di abituare la vista e poter distinguere qualcosa, avvertimmo entrambi una sensazione di disagio. Come quando aprendo gli occhi nella notte pare di vedere delle figure umane in movimento. Un tuffo al cuore  e, dal nulla, comparvero di fronte a noi le sagome di un uomo e di una creaturina piccola e gracile. Emanavano entrambi un forte odore di terra e di salmastro, erano entrambi tutti sporchi di fango. Mia madre cadde sulle ginocchia con rumore.

– È figlia di Norma – disse mio padre. Ci fu appena un secondo di sospensione.

– No!- gridai allora io con tutto il fiato che avevo in corpo, appena giunto al colmo della consapevolezza, – Non può restare qui, non può stare con noi!

Aggirai -ancora non so spiegarmi come- il corpo rattrappito di mia madre e in un balzo fui sopra alla bambina con il coltello stretto nel pugno. E poi, così come velocemente la scena si era rischiarata, in modo altrettanto rapido ogni immagine fu risucchiata di nuovo dentro al nulla.

 

Meglio così, che di quei giorni tu non abbia più memoria. Per questo motivo forse, con la franchezza che proviene dalla tua cultura statunitense, persa nello spettacolare blu cobalto davanti a noi, mi dicesti tranquillamente:

– Viviamola così, come viene, senza illusioni.

Spiegami tu però, se lo sai, come si possa mettere in pratica quello che chiedi, se tutto sta avvenendo solo nella mia mente? Quale artificio dovrò escogitare, quale violenza impormi per rispettare il tuo giusto desiderio e insieme il mio bisogno di tenerti a me vicino? E in fondo poi, perché dovrei fare lo sforzo, se anche tu, mia cara, tu non esisti? Mi domando, e lo chiedo ora a me stesso e con dolore, come tu possa essere più di quanto io possa permettermi di sognare. Mi pare che stia tornando a esistere soltanto un tempo senza arricciature, un presente che scorre, scorre e scorre, e allontana gli uni dagli altri, alla deriva, i mille pezzi del relitto naufragato. A uno di questi legni devo per forza tenermi stretto, adesso, cercando di resistere alla forza della mareggiata.

Ti bacio, cara M., e ti restituisco al vento.

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È notte fonda, Aldo invia la mail a un indirizzo che solo lui conosce. Si rende conto di aver fatto molto tardi. Suo figlio, avvolto dalla testa ai piedi nel lenzuolo, dorme sul divano letto poco distante. Si avvicina a lui, lo scopre e gli passa una mano tra i capelli sudati. Le dita gli si inumidiscono e, per la prima volta, la consapevolezza che sia un privilegio per lui poter compiere quel gesto, lo turba al punto di commuoverlo.

Tutto ciò che lo circonda ora lo riguarda di nuovo da vicino. Lo sente vibrare in tutte le sue cellule. Avverte una tensione, come una sete, di riappropriarsi della vita non solo fisicamente. Avverte, grazie ai recettori nuovamente all’erta, la presenza della donna nella stanza accanto. La donna è la sua donna, è viva e vera. Ne scorge nella penombra il contorno, la desidera. Varca la porta della camera da letto e la richiude alle sue spalle.

Giovanni è sveglio. Occhi spalancati nel buio. Si alza, scosta la tenda davanti alla finestra. Guarda verso il mare, ma lo coglie la vertigine: lì non c’è altro che un’enorme assenza di luce. Allora torna a letto, si raggomitola ancora e sogna a occhi aperti. Da grande vorrebbe fare tanti soldi, non importa come. Non vuole limitarsi a sopravvivere o venire mantenuto, come suo padre. Si comprerà una villa e un elicottero e anche una barca, per portare tutti i giorni al largo padre e madre, in un posto favoloso. Magari in Costa Azzurra, quella di cui parla sempre la nonna, che vive tutti i giorni lì in vacanza. Poi, sorride all’improvviso, gli viene in mente un agitarsi di capelli ricci, uno sguardo imbronciato rivolto proprio a lui. Pensa alla ragazzina con la valigia in mano, incontrata il giorno prima nella hall. Chiude di nuovo gli occhi ma si sforza di non riaddormentarsi, temendo di non svegliarsi in tempo per rincontrarla l’indomani a colazione.

Elégance – Vacances j’oublie tout

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