Voltati a destra! O, Tranquillo, guido io.

Era un sogno corale. Le scene scivolavano una dietro l’altra con un unico piano sequenza, la macchina da presa ruotava attorno a una tavola circolare coperta da una tovaglia bianca, con ricami dal disegno raffinato e fiori bianchi sparpagliati ovunque. Al centro diverse bottiglie d’acqua minerale e due o tre cestelli di ghiaccio per tenere in fresco il vino. Bianco, frizzante che scendeva a garganella. Che sogno, sentivo il suo profumo colarmi in gola e, poi era comparso quel trionfo di molluschi freschi incastonati in un iceberg di cubetti di ghiaccio. Allungavi una mano e ne tiravi fuori un’ostrica, un fasolare, una lumaca. E giù a succhiarli con gusto, senza sosta, approfittando che nel sogno si sentivano i sapori. E che sapori. Che poi a me nemmeno piacciono le tavolate, e lì intorno c’erano davvero tutti: e nonni e nonne, e padri e madri coi loro secondi mariti e terze mogli, quelli vivi e anche quelli morti da tempo, i loro figli, che non sono miei fratelli, ma anche i miei fratelli, e coniugi e cognati e figli e nipoti, e tutti i miei figli e anche le madri e le sorelle che li avevano ripudiati un tempo. Tutti intorno al tavolo, inquadrati a rotazione lentamente, brevi zoomate sul viso di ciascuno, così per cogliere quel filo di sugo all’angolo della bocca che aveva appena inghiottito un polipetto, una parola detta in un orecchio, una risata. E mio padre che a un tratto mi aveva fatto: Ecco i paguri. Come i paguri? Non li avevamo rilasciati in mare? No, ho dato ordine al cuoco di servirli a tavola. Come? Gli avevo fatto, Non è possibile, li ho liberati tutti con queste mani, a sera, prima di andare. Mangia i paguri, mi ripeteva lui, Dà il buon esempio. Ho immerso il secchiello in mare e l’ho rivoltato, ti dico. Mangiali. Ok, li mangio. Tanto non sono loro. Sì, invece. Oh, vabbé. Ho afferrato dal monte di ghiaccio una conchiglia, ho guardato dentro. Era lì, si sporgeva con le zampe. Ho fatto la smargiassa: Vieni fuori tu, che ti mangio, sai? E lui mi aveva dato retta, così lo avevo preso tra le labbra e l’avevo mangiato. Mica aveva opposto resistenza. Zampette che scrocchiavano. Sapore incerto. Ma il successivo, lo dovetti stanar fuori con una forchetta, il mio volere contro il suo. Si ribellò e lottò. Al tavolo stavano lì a fare il tifo, tutti isteria e eccitazione. Il paguro adesso mi faceva pena. Non ce la faccio, sapete? Io lo riporto a mare. Nooo, ora lo mangi. Mah, potrei anche riuscirci, non dico di no. Ma non mi va, non vedete come sgambetta? Dà il buon esempio, c’è tuo figlio piccolo che guarda, forza, su! Il paguro aveva gli occhi di fuori, supplici. Sudava, pure, era tutto imperlato, ma non era così strano perché in fondo era solo un sogno, e lo sapevo. Non voglio, non ce la faccio. Ce la farai. Non posso. Sì, puoi. No. Sì. No. Sì. No. Sì.

Fatto sta che quando mi sono svegliata avevo davvero un peso nella pancia. Mi sembrava di sentir bussare, chiedere aiuto. Merda. E ora? Al pronto soccorso mi hanno dato codice verde, ho consegnato il foglio all’infermiera e mi sono appoggiata su una sedia con la nuca sul muro. Poi ho guardato il muro di fronte, era talmente lercio, all’altezza delle nuche di quelli che si erano seduti sulle sedie. Mi laverò i capelli a casa, appena torno, ho pensato. Pesava troppo la testa in quel momento. L’ho lasciata all’indietro, nuca al muro. Sto qua da sola, chi mi giudica? Chi può rimproverarmi? Sto sola con me stessa, sai che mi dico? Io mi autorizzo. Insozzati pure cara, mi ha detto un demone sbucato tra i capelli. Io ti ringrazio, pensavo d’esser sola. No, ma tu ultimamente ci trascuri. È vero! È vero! Ne sono sbucati altri. E voi? Avevo capito che eravate andati in ferie. Sapessi, abbiamo perso la corriera. Quale corriera, e per andare dove? In Arizona. Ah, all’estero, nientemeno. Tu non ci porti mai da nessuna parte. Ci è toccato far da soli. Ma non hai letto il bigliettino? Quale bigliettino? Te l’avevo detto di metterlo bene in vista. E io l’ho messo in vista! Sì? E dove? Sul bordo del comodino. In quel caos di libri tutti arruffati, secondo te è mettere una cosa in vista? Ma così sarebbe stata la prima cosa che avrebbe notato. L’avresti dovuto mettere per terra, sopra lo scendiletto. Che termine desueto, s’era intromesso un altro, e hanno continuato a litigare sempre più ad alta voce che: Èeeeeh! E che? Ho dovuto fare io, così arrabbiata che in corridoio tutti hanno alzato la testa e smesso di occuparsi delle loro cose. Siamo in un ospedale insomma. Tié, prendetevi due euro e andate a comprarvi le caramelle. Oh grazie, grazie! E poi tutti contenti sono scesi dalla mia testa e si sono allontanati verso una misteriosa scritta che diceva “Triage”, ma… C’est Français! Che ospedale esotico, mi sono detta. E intanto ad uno ad uno abbassavano gli sguardi, gli altri, e riprendevano i chiacchiericci isolati, che a me non m’importava niente di quello che avevano pensato poco prima, quando ero scattata su contro i miei demoni. Ogni tanto sembrava che stesse arrivando il mio turno, ma poi sbucava qualche caso più grave e mi prendeva il posto. E intanto io pensavo, ma se invece di verde fossi un codice rosso? Che so, avessi un’emorragia interna, qualcosa di occulto, una peritonite in rapido sviluppo? Solo perché me ne sto qui tutta tranquilla e aspetto il turno mio, mica vuol dire che sono così sana. È solo che sono abituata a stare zitta nella sofferenza, tanto prima o poi tutto passa, è vero. Ma se qui magari ci muoio e non c’è nessuno a chiedere aiuto? Che sono venuta a fare in ospedale così d’urgenza, che pure i soldi del taxi ci ho voluto spendere?

Ma vabbé, tiriamo fuori il libro, ho pensato. Dopo quel sogno m’ero portata un Freud. Il primo che ho trovato. Veramente, l’Interpretazione dei sogni non ce l’ho. Mi devo accontentare, per modo di dire, di Psicoanalisi dell’arte e della letteratura*. Una lettura… guardate, Cosa? Mi hanno chiesto i demoni in coro. Siete già tornati? Sì, non ce le avevano le caramelle. Abbiamo preso le patatine. Ma io volevo quelle alla paprika! Contentati che con due euro dovevamo scegliere a maggioranza. Dai non litigate, ho aperto la borsa di nuovo e gli ho dato altri tre euro, ai demoni, poveretti. Capisco che aspettare non sia tanto divertente, Andate, su, gli ho fatto. Ah, e prendetemi una cosa da bere. Fiele? Ha detto uno con una risatina chioccia, uno che non ho riconosciuto nel mucchio ma se lo pesco… No, decido di soprassedere, Meglio una Coca cola. D’accordo. Tempo un minuto ed erano già di ritorno con una Sprite, che a me personalmente mi fa schifo. Glie l’ho detto, e loro: Ce la beviamo noi, va’. E io? Gli ho fatto, Abbiamo finito i soldi, ih ih ih! Ho sbuffato, ma non ho aggiunto altro che: Prendete questi altri spiccetti e tornate con qualcosa di un po’ meglio. Ah, e una crostatina che inizio a avere fame. In quel momento si sono aperte le porte dell’ambulatorio e qualcuno ha detto proprio il mio cognome, ohibò. Ho alzato la voce: Eccomi! E di nuovo si sono voltati tutti a guardarmi, Ma che vi piacerà guardare, ho pensato io -stavolta a volume più basso-, non credo di avere i pupazzetti in fronte. Poi sono entrata e mi hanno fatto le domande di rito, un ecografia, un prelievo. Dieci minuti netti ed ero di nuovo fuori ad aspettare i risultati.

Sono andata a riprendere la mia postazione ma nel frattempo la sediolina, che faceva parte di un gruppo di tre, era stata occupata dal borsone di una coppia seduta sulle altre due del trio. Ho accennato a una giravolta ma loro, carini, mi hanno detto insieme: Stia, stia, e hanno tolto l’ingombro. Li ho ringraziati, loro mi hanno rivolto un sorriso trasognato e hanno ripreso a fare i loro pucci pucci pucci sussurrati, così incuranti di chi avevano intorno che non ho potuto fare a meno di ascoltarli. A lei, incinta all’ottavo mese, avevano diagnosticato che aveva troppo liquido amniotico E che significa? Io non l’ho mai sentita una cosa come questa, avevo sentito dire che è pericoloso quando è poco, ma troppo… Faceva, mentre lui Eh già, rispondeva attonito, tutto proteso verso il suo pancione, e la guardava fisso senza smettere di carezzarle le mani. Si vedeva che erano nel panico, ma lei reagiva in modo distaccato. Inframmezzava sempre di più considerazioni serie sull’imminente cesareo programmato, con commenti sulla zia “che meno male che era ancora al mare e non sarebbe tornata in tempo”, sulla telefonata della madre che le aveva raccomandato questo e quello. E lo faceva ridere, il futuro padre, così di frequente, che dopo un po’ entrambi erano come drogati dalle loro stesse risa. Le soffocavano unendo le teste tra di loro e appena accennavano a smorzarsi, lei ritornava alla carica, alzando sempre di più la posta. Battute sull’uscita dall’hangar, poi sull’allattamento, E pensa poi ‘sto Cristo, scusami Picchio, eh? Si fa per dire, Faceva, accarezzando l’ignaro contenuto della pancia, Pensa se quando m’esce fuori poi ci prende gusto. A cosa? Le ribatté il marito, e lei: T’immagini una sera a cena, lui che ti fa: papà, gli occhi di mamma non mi piacciono tanto. E tu, Ma lui qui l’aveva anticipata: E io, Zitto figlio mio e mangia! E giù risate su risate. Che io quel meccanismo strano lo avevo riconosciuto. L’avevo giusto letto la sera prima sul mio libro, e mentre continuavo ad aspettare ne ho sfogliato le pagine fino a trovare il punto esatto.

Freud dice: “[…] l’umorismo si inserisce nella lunga serie dei metodi costruiti dalla psiche umana per sottrarsi alla costrizione della sofferenza, una schiera che comincia con la nevrosi, culmina nella follia, e nella quale sono compresi l’intossicazione, lo sprofondare in sé stessi, l’estasi.” Con l’umorismo, “l’Io, che si rifiuta di lasciarsi affliggere dalle ragioni della realtà, di farsi imporre la sofferenza, insiste nel pretendere che i traumi […] non possano intaccarlo”, “Esprime un sentimento di sfida”. Capito che stava combinando la ragazza senza, probabilmente, aver letto Freud? Brava, dieci più. E nei confronti di lui, povero virgulto smarrito, stava attivando, di riflesso, il meccanismo del “risparmio di dispendio emotivo”. Lo stava proteggendo, insomma. Che brave queste ragazze d’oggi, stavo pensando. E intanto altro tempo era passato, che stavano chiamando di nuovo il mio cognome.

In effetti è un caso strano, mi hanno detto. Lei qui ha un paguro da estirpare. Ah. E sono rimasta di stucco. Poi, un po’ per darmi un contegno, ho fatto: D’accordo, ho un paguro da estirpare, non so com’è successo, credevo fosse stato un sogno. Mah. Comunque, e adesso? E adesso vada da un medico, mi hanno risposto. Perché lei cosa sarebbe, mi scusi? Questo è un pronto soccorso. E allora? Gli ho detto, un po’ alterata. E allora il nostro compito è quello di diagnosticare. Ma non è affatto grave, sa? Ha aggiunto,  Non ha una malattia, perciò non la possiamo ricoverare. Vada dal suo medico e ne parli con lui. Vabbé. Su, su, mi ha fatto il medico battendomi una mano sulla spalla, E in bocca al lupo, ha aggiunto, con due occhi che forse volevano essere di conforto ma a me pareva che fosse lui il lupo, allora mi sono alzata tanto di scatto che mi sono dovuta risedere, Ho la pressione bassa, ma mi passa subito. E poi: Arrivederci, gli ho detto, sperando nel contrario e sono fuggita via lungo il corridoio con tutti i demoni che si reggevano malamente ai capelli e qualcuno veniva sbalzato fuori dalla testa Aspettatemi! Gridava, sedere a terra e gambe per aria, e un altro doveva mettere in moto il tender e scendere a riprenderlo e a riportarlo su. Ma sei scema? Poi mi facevano appena risaliti, ma intanto io correvo e correvo e dicevo Adioos! A tutti quelli che, intanto che scorrevo lungo il corridoio, vedevo che restavano seduti ad aspettare. Mi facevano pena, è chiaro, ma non potevo restare a guardarli e a compatirli, con il problema che avevo adesso, di quel paguro lì da tirare fuori.

Ethan e Joel Coen – Arizona Jr

*) Sigmund Freud: Der Humor, saggio scritto in occasione del Congresso psicoanalitico internazionale del 1927. Pubblicato in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012

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3 Risposte to “Voltati a destra! O, Tranquillo, guido io.”

  1. mariano Says:

    Divertentissimo! Buffo, bellissimo! Brava!

    Il paguro, sai, quando trova una conchiglia più soddisfacente, o quando cresce troppo, è costretto a cercarsi una nuova conchiglia dove “trasferirsi”. Certo la tua pancia non offre un riparo sicuro, non l’ha scelta il paguro, e le tue risate saranno solo un “sentimento di sfida”, come dice lo psicanalista di fama.

    E poi, per fame e per sfida, nottetempo, il crostaceo sceglierà un’altra famiglia… forse. Eheh… 10+!

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    • icalamari Says:

      – Hai letto?
      – Oh, sì.
      – Caspita, sta a vedere che adesso si convince di essere una fine umorista.
      – Non oso immaginare cosa ci aspetta.
      – Ah, ma se pensa che farò ancora da cavia per i suoi giochini fessi, può star fresca!
      – Ci toccherà cambiare casa come i paguri.
      – Se solo riuscissimo a districarci da queste ciocche annodate, ma usa uno shampoo “Effetto ruggine”?
      – Nz-nz: “Vischioso perfetto”
      – A me pare sia del tipo “Lava – sciacqua – impaglia”
      – Fate silenzio idioti, altrimenti vi spedisco a pedate sull’ultimo asteroide di passaggio nel cielo di agosto. Scusali tanto, Mariano 😀

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      • Mariano Says:

        No… no, non spedirli! Sono così carini i tuoi demoni! Che fortuna avere un diavolo per capello! E poterlo interrogare! Magari addomesticare…

        Lo shampoo rossiccio è un triage che necessita di un bel massaggio, o di una virata verso un applauso a mani alzate sopra la testa… quello che sto facendoti ora, come un vecchio regista ad un’attrice sul palcoscenico che si merita…

        E voi che fate lì impalati? Nz-Nz… s’è seccato tutt’intorno 🙂
        Non chiamate aiuto, non serve. Domani si lavano ancora! Domani si usa un bel balsamo al ginepro… ehehe

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