Posts Tagged ‘Cinema’

Silent shit

24 dicembre 2018

Più di altri anni, per gli uomini e per le città, il 2018 si va concludendo per esaurimento. Le vie d’uscita s’ingombrano di immondizia e, oltre la siepe di resti e di cassonetti, non resta che immaginare mefitici naufragi nel liquame.

Ma, a pochi giorni dal termine, con qualche aggiustamento di tiro, si può ancora sperare di vedere un nuovo inizio. Più che buttare il vecchio dal balcone, si pensi a un suo riuso, o ad un riciclo.

Primo comandamento: separare. Tramite l’arte.

Gli ultimi non hanno voce? Dar voce ai primi, offrendo loro (quindi a noi stessi) un cambio di prospettiva. Scoprire i preconcetti che condizionano i rapporti e ostacolano il sorpasso della sostanza sulla forma.

Chi è il vero “rifiuto della società”, chi vive creando spazzatura o chi è costretto a nutrirsene? Chi deve aver fiducia in chi?

Se non si ha fede nell’arte, si tenti con la vita. Sarà da mettere in contro un certo stress, qualche tedioso shock, una dose abbondante di crisi.

Dopo però, potremmo uscirne rinnovati e più leggeri, liberi dal packaging di troppo e dall’inquinamento sensoriale.

Per queste riflessioni, per ciò che ne può scaturire, benedetta sia la feccia.

Holy shit.

 

Credits:

  1. Il bambino di Bansky che assaggia a bocca aperta e con la lingua di fuori i fiocchi che cadono dal cielo e non sono neve, ma un fallout di cenere tossica provocata dal rogo di un cassonetto dell’immondizia.
  2. The Square (film di Ruben Östlund, Palma d’Oro al 70esimo Festival di Cannes), il cui ricco e colto protagonista si ritrova a sguazzare nella spazzatura per salvare un bambino derelitto, aggredito da lui stesso poco prima.
  3. Underworld, di Don DeLillo del 1997, un mirabolante affresco di poco meno di un migliaio di pagine interamente dedicato ai rifiuti: scorie militari, carcasse di aerei, discariche, esseri umani.

 

Credetemi, è quanto di più bello mi sia capitato di leggere e vedere nel corso di quest’anno. E ne sono felice.

 

 

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

L -9

3 novembre 2013

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Il tempo in Irlanda

limerick 3 nov 2013.

A Limerick ci sono ben nove gradi,

Il clima è piovoso, i refoli radi.

Anche fosse ciel sereno

Parlerei del più e del meno*,

Novembre sollecita un tema che aggradi.

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*) Il favoloso mondo di Amélie, regia di Jean-Pierre Jeunet  (2001)

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Parliamone

20 aprile 2013

 

 

Volevo scrivere un pezzo serioso, di incoraggiamento per me e per questo paese. Avevo iniziato pure, c’era lo spunto: un certo convegno a cui ho partecipato. Poi ieri sera, dopo la quarta votazione andata a vuoto e quello che ne è seguito, la mia idea ha cominciato a vacillare.

Mi sa che ciò che succede nei partiti e in Parlamento è davvero rappresentativo dell’elettorato. Ma quali strategie.

Che cosa vuoi allora, Italia? Hai troppo sole? Poco sole? Cos’è che vuoi? Più acqua? Meno acqua? Perché non parli? Rispondi!

Nanni Moretti – Bianca

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Finirà che ci butteremo da soli dal balcone?

Oggi un amico blogger ha ricordato le parole di Pavese:

“…si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo. Non ci avevo mai pensato prima.”

Nemmeno io, eppure un anno di blog qualcosa mi ha insegnato.

Va bene, mi rimetto sul pezzo serioso. Voi però, intanto, parlatevi e mettetevi d’accordo.

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Awful mondays

8 aprile 2013

Ho dei lunedì terribili. In senso british: Terribile come Awful, per chi sa cosa intendo.

A volte partono così, che mi scappano battute su battute: trattengo a ridere tutta la gente che incontro in corridoio, finché non arriva il capo del personale e allora devo abbassare la testa e sperare che non si accorga che sto singhiozzando. Non riesco a fermarmi.

Forse perché sono riuscita a evitare le primarie del PD, e fino a stamattina ho ignorato il reader sul cellulare, e le cronache minuto per minuto che tampinavano ogni mio spostamento mediatico. Uau. Sì, un po’ di sana ignoranza disintossicante e curativa.

E poi, per me, qualunque Sindaco di Roma (esatto: non tutti i Sindaci, solo quello di Roma) manterrà sempre i cittadini perdenti davanti alla casta dei costruttori che si spartiscono le forze politiche in campo. Loro, comunque vada, una volta accaparrati i terreni utili col nuovo PRG, devono solo attendere cinque anni, in caso di vittoria del colore-non-utile in Campidoglio, per ritornare a far girare la (propria) economia.

Sicuro, mi sono alzata leggera anche per questo temporaneo vuoto di informazione.

Ma in certi lunedì che partono già strani avvengono dei cortocircuiti che li fanno decollare, sempre awfully, intendo.

Per esempio, quando ciclicamente torna quella persona speciale a Roma, quella che nel pomeriggio di domenica avvertiva di un guasto all’aeromobile, pertanto tutti a terra senza certezza di quando sarebbe ripreso il viaggio. E poi spariva. Quasi ventiquattr’ore senza nuove, roba d’altri tempi. Unica spiegazione: era ripreso il viaggio.

Ecco, per esempio, quando mi ha richiamata poco fa per dirmi che era andato tutto bene, per cinque minuti sono stata rapita in un film di Almodovar.

Protagonista questa coppia di italiani provenienti da un volo quasi-transcontinentale, che veniva notata, al banco accettazioni del volo della coincidenza quasi persa, da un conterraneo di lei, il quale guardacaso era un cugino di una sorella di un consanguineo ennesimo di un qualche rappresentante delle pubbliche istituzioni locali. E che si offriva di fermare il volo per farli salire, un gesto del tutto gratuito, compiuto soltanto in nome della conterraneità.

E i due allora giù a correre, per non perdere l’occasione data (correre, si fa per dire), coadiuvati da una hostess cooptata per lo scopo che, anche lei correndo (si fa per dire, anche in questo caso) spingeva la sedia a rotelle di lui.

E io all’altra parte del telefono, che immaginavo il lancio della sedia di traverso sulla pista, per bloccare il rullaggio del velivolo, i due che venivano caricati a braccia, il fiatone durato tutto il volo fino a Roma.

No, mi è stato assicurato tra le risa, nessun lancio, ma il fiatone c’è stato davvero e, dulcis in fundo, ci si è aggiunta quella strana storia della valigia da emigrante ripiena di orecchiette fresche, confezionate in uno stato estero da un cuoco barese che ormai non ricorda più quasi l’italiano e portate a far conoscenza del suolo patrio prima di morire. Nelle mie fauci.

Ohimé. Che colpo basso a quest’anima troppo leggera di lunedì mattina.

Subito dopo chiusa la comunicazione, quando mi sono messa a raccontare per sommi capi la storia, si è formato un capannello di gente col lunedì di sbieco come il mio. E ha preso piede il tema del “come si stava meglio prima dei cellulari”.

Eh sì, perché se a me ventiquattr’ore scarse di astinenza hanno regalato l’effetto di un gas esilarante, c’è chi non si capacita dell’ossessione di controllare i figli, quando ricorda benissimo il senso di trionfante autosufficienza provato alla loro età al richiudersi la porta di casa alle spalle, affidati solo a sé stessi e alle proprie esperienze di vita.

Chissà quanto tutto questo tenersi bene in vista l’un l’altro modifica a fondo le relazioni e la percezione di sé dei singoli. Chissà quanto restiamo o regrediamo nuovamente a figli, anche dopo tantissimo che siamo usciti da casa, dopo che da casa sono usciti ormai anche i nostri genitori. Chissà se ci fa bene o male.

Io quasi quasi stacco anche oggi e, per disintossicarmi, vado a vedermi l’ultimo di Almodovar (Mamma, se mi cerchi sono al cinema).

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Tutto su mia madre

Tutto su mia madre

“Succede anche ai pesci!”

23 marzo 2013

 

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Con questo post ho appena deciso di coniare la

Classificazione: Simple

(Con la quale si segnala una lettura adatta ai cosiddetti “più”.)

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Benvenuto, Presidente!

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Eccomi qua. Volete sapere come ho passato un paio d’ore scarse nel pomeriggio? Sono andata al cinema.

L’ultimo film che ho visto era un cartone, il precedente pure, tanto che quando la giovane fronda (=mia figlia) che mina con le sue intemperanze la placidità dell’habitat che condividiamo (=casa nostra), mi ha chiesto di portare lei e l’amica a vedere “Benvenuto Presidente!” con Claudio Bisio, io, in barba ai miei sogni di ficcarmi sola nel buio di una sala e frollarmi l’anima con, che ne so, l’ultimo di Almodovar o di Salvatores. O di Tarantino. Tutti li sto perdendo, tutti. Ma non la farò lunga. Visti i precedenti, non ho fatto la schizzinosa e ho supplicato “Posso venire anch’io?”

Voglio subito dire che è un film per grandi e piccini. Non si vede una tetta manco a pagarla (e quella che si faceva pagare nel film compare ben coperta in una scena di alta montagna). Le allusioni alla sessualità sono nettamente inferiori in quantità e qualità di una qualsiasi puntata di Zelig. Ecco.

L’altra cosa che volevo dire è: ma vi rendete conto? L’hanno girato due anni fa, due anni fa. (Aspe’, mi spiego meglio:)

Qui c’è un tizio che si fa gli affari suoi, tutto beato nella sua incoscienza, che all’improvviso viene eletto nientemeno che Capo dello Stato. Ma vi rendete conto? Facile prevedere la fine del settennato, ok. Ma entro la conclusione della pellicola nominano pure il nuovo Papa che, voglio dire, due anni fa come potevano immaginare… Mah.

Come ogni buon film di stampo parrocchiale c’è un abuso di nomi illustri sprecati in una pellicola senza pretese, e di macchiette ottime per il cabaret. Ma io, che non sono un personaggio raffinato, ho iniziato subito a ridere tanto, ma tanto, che il signore che mi sedeva affianco si è spostato parecchi sedili più in là per cercare un po’ di pace.

Ergo (=perciò, in latino),

Mi sono gustata come un’ebete questa iniezione di buonismo e allegria, espressi attorno a temi che, attualmente, di allegria non ne ispirano parecchia. In sala infatti, devo dire, erano piuttosto rigidini.

Nel complesso ho assistito al racconto di una favola moderna (il finale non lo preannuncio ma si sa come finiscono le favole), di quelle che hanno dipinte in faccia il senso del loro messaggio nascosto.

Il messaggio che passa, allora, ve lo spiego, è: Colpisci e rinuncia! C’è chi viene eletto apposta per risolvere certe situazioni, fare il lavoro sporco, ma per poco tempo. perché un eccesso di coerenza logora, si rischia l’isolamento. Uno sciroccato come il protagonista “può dare solo una scossa” ma poi deve lasciare il campo a chi è veramente competente (di leggi, di codici, dei problemi di ogni tipo da cui è afflitto il Paese). E ora, le perle:

– “È la vanità che ve frega a tutti quanti”.

– “Pasturare rilassa” (in mancanza d’altro – e basta co’ le pippe, ops. Pasturate, gente, pasturate).

– Il Bioparco di Roma potrebbe non essere un bell’ambientino.

– Se il Brasile e poi la Cina decidono di comprare ciascuno 200 miliardi di debiti italiani al tasso del 2% è una gran bella cosa, da festeggiare. Mah. Ma comunque, se volessimo arrivare a ciò, bisognerebbe cercare di allestire al Quirinale innocui festini a base di Mariuana, dove si ballano e cantano canzoni di Janis Joplin.

Si capisce che mi è piaciuto? Cioè, che mi sono divertita, perché Claudio Bisio è bravissimo, e pure gli altri del cast e poi Kasia Smutniak è anche sexissima, specie tutta vestita di grigio. Che me frega? Non lo so, io ve lo dico. Che poi, la citazione nel titolo “Succede anche ai pesci!” appartiene a una delle poche scene vagamente eroticheggianti dell’intero film, quelle che seguono sono divertenti parodie. Ma Kasia da sola vale più di tanti discorsi. Peccato manchi sempre la controparte maschile, ma vabbé.

– Non ti è piaciuto.

– Sì, ti ho detto.

– E non si è capito.

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Per questo ho appena deciso di abortire anche la

Classificazione: Simple

(L’empireo della maturità testuale può attendere)

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Restaurare il marxismo

10 gennaio 2013

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CRISI: JUNCKER CITA MARX: SI’ A SALARIO MINIMO,E’ DRAMMA LAVORO IN UE

Bruxelles – Il presidente dell’ Eurogruppo Jean Claude Juncker al Parlamento Ue lancia l’ allarme: “La situazione della disoccupazione é drammatica” dichiara. Poi, citando Marx, si dice favorevole a “misure come il salario minimo”. 

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In effetti, l’idea non sembra tanto malaccia. Ma forse non è del tutto nuova.

Declassata la rivoluzione di Ottobre a momento iniziale di una nuova epoca ed a punto di forza per tutti i movimenti democratici e progressisti,

[…]

Berlinguer ha saputo cogliere l’atmosfera presente nel Palazzo dello Sport di Bologna e darle un contenuto politico e un ancor più preciso inquadramento teorico. Non meno delle sue parole ha avuto importanza il tono con cui sono state pronunciate: pacato e definitivo, e per questo assolutamente nuovo. Per comprendere questo atteggiamento, non si può trascurare un elemento personale. Il vicesegretario del Pci che rivendica ai comunisti italiani uno “stadio di maturità” tale da affermare la piena autonomia dall’Urss e da impegnarsi in una “restaurazione” del marxismo è un uomo che, a quarantasette anni, non ha conosciuto le crudeli lotte interne dei primi venti anni del movimento comunista (le quali hanno invece segnato profondamente Togliatti, Longo e tutta la vecchia generazione) e che da tempo, e specie dall’agosto scorso in poi, ha alle sue spalle una storia significativa di duri scontri con i dirigenti sovietici […]

“23 febbraio 1969 – Enrico Berlinguer vicesegreterio del Pci – Breznev? Non lo conosco” di Antonio Gambino
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Attento a te, Berlinguer! – Nanni Moretti e Paolo Zaccagnini in “Io sono un autarchico”, 1976.

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L -52

6 gennaio 2013

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Mi sento di dover dare una raddrizzata a questo blog. Una periodicità, una ricorrenza di generi… non so. Post più fruibili. Brevità. Chiarezza.

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– Decidi, orsù, avanti, scegli!
– Ecco, ecco, dammi respiro…
– Butta giù due versi. Blaaaaah… Oppure Grooowlll…
– Perché non Burp? Cretino. Comunque, può essere un’idea. Cadenza?
– Quotidiana! Ah Ah!
– Ma vattenn’… Facciamo settimanale.

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Certo, non posso pretendere di avvicinarmi allo lo stile e alla coincisione degli haiku che ilsolitomood ha messo a disposizione dei lettori per tutto il 2012, né alla grazia e all’eleganza delle (52+1) Poesie di Fosca Massucco. La metrica non la so maneggiare, i miei versi liberi somigliano a quelli di cui sopra.

Ho scelto il Limerick. Cos’è il Limerick? Una sbruffonata da taverna inglese, poche regole che non si aspettano trattamenti di riguardo, e lo sberleffo come spirito guida. Come spiega bene qui lo stimatissimo Paolo Albani.

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– Fuori il -52! Chi è il -52? Il -52 in scenaaaa!
– Eccoti servito, demone frettoloso.

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Negro!

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 Samuel Jackson

Samuel L. Jackson intervistato su Django Unchained di Quentin Tarantino

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Samuel L. Jackson, grandissimo attore,

Ha dato una prova di forte spessore

Sorridendo si è adirato

Col cronista imbarazzato

E la folla gli ha accordato il suo favore.

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Questa storia mi è proprio piaciuta. L’ho sempre detto che gli unici a poter esprimere un opinione sul modo migliore di appellare una data categoria, sono gli stessi che a quella categoria appartengono. Che brutti, che meschini quei giri di parole… Un cieco è un cieco, e nessuno dei ciechi obietta, anzi. Guai a chiamarli non vedenti. Provare per credere.

Un negro è negro, se lo dice un negro.  Io non sento di avere diritto di replica, ma il dovere di pronunciare con rispetto quel termine, che comunque sottolinea una differenza importante, che ha avuto e ha ancora oggi un gran peso nel contesto storico e sociale.

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– E tu che sei donna, che ne dici delle parole al femminile: La Sindachessa, La Ministra…?
– L’architetta, allora, non ce la mettiamo? Non immagini le battute che mi perseguitano. A me non piace. Ripristinerei il genere neutro, gli antichi se la cavavano così bene.

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Ne è uscito un post lunghissimo. La prossima settimana poche ciance, promesso.

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Quanto tempo ancora?

10 dicembre 2012

Tutto torna, eh. Lunedì: si ricomincia. Freddo: si ricomincia. Campagna elettorale: si ricomincia. Tutti quei manifesti, già strappati, uno sull’altro, che coprono ogni superficie disponibile. E quando sono arrivata vicino al cinema Mignon però, ne ho visto uno che sembrava affisso l’altroieri:

Vespa

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Ma tu pensa. Era il 1994, “quelo” scendeva in campo e, “Merde… Si ricomincia pure a combattere con lui, vedi!” Ho pensato, considerando il potente emblema della scopa da spazzino abbandonata in mezzo alla strada.

Sabato ero a due passi da Nanni Moretti. Sarei stata capacissima di prenderlo in braccio come Benigni con Berlinguer, avrei potuto fare un salto in avanti e gettarmi a terra per placcarlo alle caviglie, avrei potuto gridargli “Nanniiii! Sono una tua grandissima fan!” per poi serrargli le braccia con le mie e restare in piedi di fronte a lui, a ogni istante entrambi sempre più perplessi, al cospetto del mio ingombrante entusiasmo. E invece l’ho lasciato andare via così, senza alcun rimpianto. Non è solo perché abito a Roma e mi basterebbe fare una capatina al Nuovo Sacher, per dirne una, per inciampare con tutta probabilità nei suoi piedoni. Non vado al Nuovo Sacher da una vita.

Perché Nanni era già mio amico quando a vent’anni ci radunavamo con gli amici a casa di qualcuno a guardare i film, suoi e di altri registi, procurati in VHS da quello che tra noi era iscritto a Cinematografia e, oltre a frequentare l’Azzurro Scipioni (sì, pure i film di Silvano Agosti guardavamo) e le altre sale d’essai di Roma, passavamo il tempo libero leggendo, guardando, ascoltando e discutendo di cinema (e di musica, ma quello è un altro film). Eravamo anche testimoni di un’epoca di rinascita del cinema mondiale, dopo la tetra parentesi degli anni ’70 e ’80.

Ci si erano appena asciugati i brufoli. Quei film che ci facevano conoscere la vita ancora prima di averla vissuta, ci segnavano davvero nel profondo e, visione dopo visione, consolidavano la spocchia con la quale affrontavamo il mondo, certi di essere migliori dell’italiano medio. Ma poi quell’epoca è finita, e tante altre cose sono finite con lei, cose da ragazzi. Toccava diventare adulti, qualche caduto andava lasciato a terra. Nanni Moretti ho continuato a seguirlo anche più tardi. Mi sono avvicinata alla sua generazione, perché una volta raggiunti i “trenta”, finiscono per cadere le distinzioni tra le età, ci si ritrova tutti nella stessa barca e solo il vissuto, in definitiva, fa la differenza. Tanti di noi, senza saperlo risconoscere, sono diventati gli italiani medi. In un certo momento pure io, attraversata da un brivido di orrore e di piacere, ho sfiorato il baratro.

Sabato, disceso da quel palco, l’ho lasciato andare, il Nanni-uomo. Quell’altro, il mito, l’ho già da tempo interiorizzato. Sarà con me per sempre, o meglio, finché in me resterà vita. Meglio che non ci pensi, e nel frattempo, mi dedichi a far altro.

Nanni Moretti – Caro Diario (spezzone)

Il cielo sopra Roma (una citazione)

15 novembre 2012

Che Roma sia una città ad alta vocazione cinematografica è impossibile da dimenticare. In questi giorni, poi, c’è il Festival del Cinema a rafforzare il concetto.

E quindi mi è venuto naturale, passeggiando nei pressi di Villa Borghese, accostare l’immagine di una delle statue che ornano l’ingresso al Bioparco ad altre immagini che la riecheggiano e che qualificano in queste ore la città agli occhi del mondo.

 

Però… Gli angeli di Wenders erano di tutt’altra pasta.

“La maggior parte del tempo sono troppo cosciente per essere triste…”
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