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Silenzio

6 novembre 2012

 

A chi conosce il francese, Internazionale segnala lezioni di piano on-line per soli 29 euro al mese. Basta andare su http://www.jejouedupiano.com/index.html e seguire fiduciosi le istruzioni.

 

Due sono le cose che mi sto rassegnando a lasciare nel cassetto dei desideri irrealizzabili. In fondo, roba da poco: imparare come si deve il francese – ci provo a più riprese, sempre con lo stesso metodo, da che avevo tredici anni. Capisco abbastanza, ma non lo parlo proprio – e riprendere a suonare il pianoforte. Non posso permettermele, le lezioni di Jejouedupiano. Non tanto per la cifra quanto per la persistente ignoranza della lingua.

Decorazioni a parte, il piano di Jane Campion somiglia tanto al mio. Che sta bene dove sta, là in fondo a quell’oceano.

Jane Campion – Lezioni di Piano (1993)

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THERE is a silence where hath been no sound,
There is a silence where no sound may be,
In the cold grave–under the deep, deep sea,
Or in wide desert where no life is found,
Which hath been mute, and still must sleep profound;
No voice is hush’d–no life treads silently,
But clouds and cloudy shadows wander free,
That never spoke, over the idle ground:
But in green ruins, in the desolate walls
Of antique palaces, where Man hath been,
Though the dun fox or wild hyaena calls,
And owls, that flit continually between,
Shriek to the echo, and the low winds moan–
There the true Silence is, self-conscious and alone.

 

Silence, by Thomas Hood

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Noi chi?

29 ottobre 2012

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“e poiché siamo arrivati” … “abbiamo avuto agio” …
Ma chi? Ah, certo, Io e Lui.
Sono in viaggio, fa freddo. Mi scaldo con un po’ di metablobbl.. blogg… Insomma con quella cosa là.

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Alberto Moravia recensisce “Sogni d’oro”  di Nanni Moretti in Facciamoci del male, Il cinema di Nanni Moretti. Ed. Tredicilune 1990

Umami /4

11 ottobre 2012

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(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue]

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– Ma voi dovreste capire bene come sia difficile parlare di ciò che di norma si dovrebbe vedere. E vedere è già mettere un filtro, un altro filtro, tra quello che il regista intende rappresentare e quello che interpreta chi assiste alla proiezione. E poi, ragazzi, è così banale. – Chiosai, abbassando il mento e sfumando il tono della voce, stufa in partenza del battibecco che stava prendendo quota.

 – E cosa resta, mi scusi, se il messaggio finale è completamente nascosto sotto tutti i filtri precedenti: quelli degli sceneggiatori, delle intenzioni del regista, degli attori, e pure degli spettatori, rispetto all’idea iniziale?

– La domanda è posta male. Nessuno sta parlando di messaggio. – Risposi seccamente. Si diffuse un brusio, poi una ragazza che indossava una stretta maglietta rossa che all’altezza di un petto generosissimo portava scritto “SEX” a lettere giganti tempestate di strass, disse con aria di sfida:

– Noi però non riusciamo a capire, ci spieghi meglio. Lei ci ha descritto una trama complicata. E poi ha detto che, se mai si trasformerà in un film, nessuno ne avrà mai la stessa percezione di un’altra persona. Ma che comunque, – le sue mani gesticolarono nell’aria, – realizzare quel film non sarà stato inutile?!

– Ve lo ripeto, esteticamente, ma anche intrinsecamente, quella è una storia d’amore. Una trama complessa, ma pur sempre di amore parla. E ho visto che immediatamente molti di voi hanno iniziato a sbadigliare.

– E certo.- Ribattè la ragazza, scocciata. – Lei però ricorda che Godard, presentando Tout va bien, disse, più o meno: è una storia d’amore ma il vero soggetto è la lotta di classe. Rispetto agli anni settanta, oggi di problematiche sociali ed etiche da trattare ne abbiamo a disposizione quante ne vuole. Che senso ha ormai parlare dell’amore per l’amore, e in modo così complicato, poi? Una trama del genere, mi perdoni, non credo che conquisterebbe neanche il pubblico delle Cinquanta sfumature… Considerato anche che mi pare che la metta abbastanza sul simbolico: il tema del doppio, le menomazioni o le esaltazioni dei sensi, … mah.

Lei, e tutti i suoi colleghi studenti di cinematografia, appartenevano a una generazione molto vicina a quella dei miei figli, con i quali infatti stavo iniziando a gettare la spugna. Ebbi la tentazione di mollarli tutti lì nell’auditorium e uscire all’aperto a respirare una boccata d’aria.

– Allora, chiariamoci su un punto. – Presi fiato per calmarmi, ma ero comunque irrimediabilmente diventata rossa per la tensione. Come erano ridotti “i giovani”? Un tempo si guardavano bene dall’accettare visioni preconfezionate. E ora eccoli tutti lì, in fila, ad aspettare che qualcuno gli infilasse nel becco aperto una teoria sul mondo già mezza digerita. – Compito delle arti, quindi tra queste il cinema, è porre delle domande. Sconvolgere, piuttosto che consolare. Negare, piuttosto che affermare. Cercare una complicità nell’occhio di chi guarda per sollecitare una molteplicità di reazioni, una molteplicità di possibili risposte alle domande fondamentali, sempre le stesse dalla notte dei tempi, che il film pone anche senza nominarle espressamente. Un compito profondamente sociale, quale che sia il tema trattato, e tutti i temi, alla fine, riportano a…

– Vabbé, sì, all’amore… – Biascicò la ragazza dalla maglietta rossa senza nemmeno più guardarmi in faccia, ormai voltata verso l’amica che le sedeva accanto.

Questo momento storico è tra i più bui che l’umanità abbia mai attraversato, pensai funerea. Era chiaro: nessuno sentiva la necessità di scavare, di ribaltare, di chiedere, di avvicinarsi a un fuoco nuovo che bruci e torni a rendere di nuovo fertile il terreno dell’esistenza. Ma sarebbe stato stupido impuntarmi sulle generalizzazioni. Non era vero che tutto il genere umano si disinteressasse di sé stesso, dovetti riconoscerlo appena tornata fuori. Ero rimasta molto poco in cattedra, davanti a quelle facce di pietra. A metà discorso mi era passata del tutto la voglia, e avevo tirato a chiudere in fretta, in un qualsiasi modo. Avevo preso su tutti i fogli ed ero tornata senza deviazioni o soste sulla strada del ritorno. Serviva chiudere i boccaporti della nave che viaggiandomi dentro mi dava il mal di mare, e lasciarla andare alla deriva per un po’. Perché non appena smettevo di pensarci, quella si rifaceva viva picchiandomi all’interno. Non era più tempo di domandarmi chi me l’avesse fatto fare. Ormai era fatta. Non dipendeva dagli altri. Piuttosto si trattava di me, che sentivo la necessità, ma non ci riuscivo, di confrontarmi, trovare testimoni capaci di comprendere e quindi condividere le vette e i baratri raggiunti via via dalla mia consapevolezza.

E, sì, era vero, le stesse domande ritornano da sempre. Sono quelle che se smettessero di essere formulate vorrebbe dire che è ora di darsi per vinti. Le domande che, anche se non osavo più rivolgere a me stessa da tempo, facevo in modo che fosse qualcun altro, o altra, a porre al posto mio. Qualcuno che in quel presente, che convenzionalmente assumevo come reale, ma possibilmente anche nel passato o nel futuro, gridasse a voce alta il proprio diritto a chiedere – senza trovare risposte, se non nell’atto stesso di scavare incessantemente e, così facendo, tornando a violare di continuo la propria e l’altrui “tranquillità” -. Porta tanta stanchezza tutto questo rovistare sempre soli tra le ipotesi, come mettendo le mani in mezzo a un roveto mentre si sta sprofondando con i piedi nelle sabbie mobili.

Il treno della BART sfrecciava, e io guardavo fuori dal vetro, sentendo scoppiettare le parole. Risalivano a galla a loro piacimento, razzi d’emergenza lanciati verso l’alto dalla nave inabissata. Io concedevo loro di venire a deflagrare in superficie.

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Nostra la ventura / per un selvaggio mare…” Sillabe che uscivano cadenzate, le recitavo a beneficio degli altri passeggeri, dei quali però non m’importava nulla. Perlustrai con una placidità animalesca, nemmeno di sottecchi, le loro facce che nascondevano gli sguardi, appena li raggiungevo con il mio. Quante galassie ci sono, quanti mondi racchiusi, quante vite possibili. E io cosa sto qui a preoccuparmi ancora. Non sono niente, io, né per quei massimi sistemi, né per questo sole che tramonta, niente per questi uomini e donne che aspettano soltanto che tolga di mezzo la mia presenza imbarazzante. Ecco ancora la fitta. Talmente amara e ingiusta.

Non era mia intenzione farlo, giuro, eppure pensai davvero di aver bisogno in quel preciso momento, per continuare a vivere, di mostrare a un altro pianeta il tratto di mare che stavo attraversando insieme a tutta quella gente. Avrei sciolto la lingua, fatto commenti, o forse parlato d’altro, o magari invece il silenzio avrebbe fatto da medium. Saremmo rimasti incantati davanti al panorama che scorreva. Gesti che solo i mondi che intersecano un istante le orbite ellittiche, per poi tornare di nuovo ignoti l’uno all’altro, compiono con tanta scellerata indifferenza, specie quando si accorgono di essere osservati. È nei picchi d’intensità, io lo sapevo bene, che si può aspirare a sfiorare, almeno, la superficie di ciò che se ne sta sul fondo.

Guardavo fuori dal vetro. Strade, aquiloni, barche, pedoni, ciclisti, vele, alberi, cani, padroni, case, grattacieli, prati, scogli, pedoni, aquiloni, strade, ciclisti, cani, padroni, aquiloni, barche, grattacieli, strade, vele, pedoni… Il cielo rideva a quell’ora della sera, l’ora più bella, e io mi ero incantata a guardarlo, con dentro una voglia di vita da scoppiarne.

Da quando ero tornata dall’Italia, avevo iniziato a considerare diversamente ciò che avevo di fronte da sempre. L’Italia somiglia in effetti a una piccola California. Le mesembryantenum, per esempio, o “dita di strega”, che qui sono una specie infestante, rossastra e spesso orgogliosamente fiorita: io ne incontravo laggiù, più timidi esemplari, più verdi e più minuti. Che si mostravano e si rintanavano di nuovo negli interstizi del pietrame, come se cercassero di non dare troppo nell’occhio. O certe scogliere a picco che si svelavano a sorpresa durante una sequenza di tornanti, sorelle minori di quelle che per miglia e miglia accompagnano i viaggi lungo la costa oceanica. Era avvenuta una riappacificazione muta col passato, mi stavo arrendendo a provare una strana forma di nostalgia per qualcosa che mi era completamente sconosciuto. E una scimmia cominciò a saltarmi sulle spalle senza preavviso.

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Dapprima ricomparvero versi destrutturati, brani di poesie metabolizzate in anni di aderenza sofferta con me stessa che, in seguito, avevo imbarcato su quella nave che avevo mandato a insabbiarsi sul fondo. E poi il ritorno di Carolyne. Che non chiese nulla e si prese da sola il compito di offrirmi ristoro. Non sapevo rifiutare la sua voce carezzevole e vibrante, l’emozione che mi rivelava il senso di qualcosa di vissuto e successivamente perso, seppure all’interno di una realtà parallela immaginabile, ancora più che immaginata.

Quando mi abbandonavo alle sue manovre magistrali, lei mi posava sul fondo della lingua un sapore oscillante tra l’amaro e il salato. Alcune volte invece il sapore se ne stava sulla punta, e mi invadeva allo stesso tempo un gusto dolce e aspro. Risaliva le narici e si trasformava in desiderio di pianto, nella coscienza cruda di una lacuna importante. Io però non sapevo più piangere. Almeno non ne fui in grado fino a quando alzai la faccia a ricevere lo scroscio della doccia e, nella grandinata bruciante, sentii sciogliersi il grumo. Avevo voglia di stare e suscitare lacrime. E diedi il via a una simulazione di singhiozzi, immaginando che fossero loro, le lacrime, a scendermi dal viso alle caviglie. E quanto mi sentii bene, dopo. Triste e soddisfatta.

Carrie mi dava carezze e chiedeva in cambio di avere fiducia e aprirmi. Avrebbe liberato lei i pochi singhiozzi ancora intrappolati. Se avessi voluto, avrei potuto continuare a sciogliermi, sussurrando parole necessarie e baciando lievemente quelle care dita e quel palmo tanto generoso e caldo. Avrei potuto, con la gratitudine che in realtà provavo, restituire il tocco, non sentire più il bisogno di parlare, ma solo quello di perdermi, dimenticando il mondo e l’Io e tutte le cose che avremmo lasciato fuori dalla porta, prima di entrare. Per una volta senza sapore d’aspro né d’amaro, ma, confondendo succo di labbra e frutta matura nel palato, uscire dal presente ed entrare in punta di piedi nell’eternità che si svela dentro il respiro sincrono. Curandomi, curandoci, curandoci di noi. E noi sarebbe stato il nostro nome, per tutto il tempo che avremmo fatto in modo che durasse.

Invece iniziai a respingere le sue attenzioni, e ogni volta che ferivo lei pativo anche in me stessa l’eco del colpo inferto come un dolore crudele che mi percorreva tutto il torace. Erano ormai oltre ventiquattr’ore che non avevo più sue notizie. Mi illudevo che, passato un primo smarrimento, la sua assenza fosse già diventata abitudine. Scesa dal treno, un suono aveva annunciato l’arrivo di una mail. Era sua, l’avevo capito ancora prima di guardare, ma non ebbi fretta. Cercai di percorrere la maggior distanza possibile prima di aprirla. Così, come tutte le volte che l’avevo accanto o solo nella testa, Carrie mi tirò uno dei suoi scherzi puerili.

Mi immaginai di vederla sghignazzare, e poi chinarsi pentita a tendermi la mano, ma solo dopo, quando era già troppo tardi per fare qualunque cosa. Tardi, perché ormai avevo letto il suo ultimo messaggio. Per quel motivo ero caduta in terra e stavo sdraiata in mezzo alla carreggiata, con un capannello di curiosi intorno che mi toglieva la vista di qualunque cosa. – Mi sente, è cosciente? Non si muova. Qualunque cosa. Dica il suo nome. Come si chiama signora, come si chiama? Qualunque cosa all’infuori del solito semaforo, che avevo consultato per confermare la mia stupidità (- Carolyne, fu tutto quello che riuscii a rispondere) prima di chiudere gli occhi, forse (era ancora arancione) per sempre.

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Mai pensato di tenere traccia del mio dolore
O della felicità
Candele che illuminano il merletto soffuso
Disegnato dall’aria
Attorno ai tuoi capelli / una doccia
Organizzata da Dio
In castano e rame
Ondulazioni luminose come guizzi
Di fiamma.
 
Ma ora lo faccio.
Richiamo un pomeriggio di albicocche
E acqua intervallata da sigarette
E sabbia e scogli
Che abbiamo attraversato:
                                 Quanto facilmente tenevi
La mia mano
Durante la bassa marea
Del mondo.
 
Ora lo faccio.
Rivivo una sera segreta
Un ponte lasciato alle spalle
Dove il calore, coagulatosi
In lussuria e tenero tremore,
Stava così, crudele e gentile come
Passione che si riaffaccia all’infinito
Oscillando tra l’amaro
E il dolce.
 
Sola e desiderando te
Ora lo faccio.

(Temeraria traduzione dall’originale: June Jordan – Poem for Haruko)

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Of Monsters and Men – Yellow Light

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Quello pubblico fa acqua. Proviamo col servizio privato

26 settembre 2012

In una vita, a mettersi una mano sopra gli occhi e a guardare bene attraverso lo sguardo interiore, possono trovare posto molte altre vite. La mia ospita anche quella della patita di Bach, Beethoven e Mozart (patita amatoriale: nel senso che spesso non saprei dire titoli e date dei componimenti, ma riconoscerli e sospirare nell’ascolto –a volte vedendo materializzarsi nitidamente un certo ricordo-, sì).

Stamane, grazie al post letto sul blog Samgha a firma di Stefano Giulizia , post di cui consiglio la lettura, ho scoperto che ieri sarebbe stato il compleanno di Glenn Gould, l’affascinante rivisitatore delle Variazioni Goldberg di Bach.

Tra i commenti a questo video, uno dei tanti postati su Youtube (le Variazioni Goldberg 1-7), l’utente Atrebil71 ricorda

… che circa vent’anni fa, nel mese di luglio, che per i programmi della televisione è considerata bassa stagione, la RAI 3 alle ore 14.30, trasmetteva un programma presentato da Piero Rattalino con questo titolo: Glenn Gould, un mito del nostro secolo…

Una trasmissione alla quale sono stata incollata finché è durata, e che ritrovo in quest’articolo d’annata di Corrado Augias (La Repubblica del 14/07/1991):

Augias – La Repubblica 1991 Ma la tv muore di audience

 

MA LA TV MUORE DI AUDIENCE LA ‘POLTIGLIA’ CI SOMMERGERA’ ?

 

[…] viste per così dire da dentro, le cose della Tv sembrano così sfuggenti da perdere quasi una loro fisionomia e un senso univoco. Tanto più che agli stessi difetti, o colpe, si può arrivare passando per vie opposte. Ciò che sto tentando di dire è che, la Tv essendo un universum, ognuno può tirarla dalla sua parte come la più elastica pelle di zigrino. Faccio un esempio. Qualche giorno fa, presentando il nuovo programma di Alba Parietti La piscina, il direttore di Raitre Angelo Guglielmi ha detto: “L’ audience è la misura della qualità di un programma e una trasmissione di qualità ha sempre successo”. Prese alla lettera, sono parole che non hanno senso. Noi sappiamo che i programmi con più ascolto sono raramente quelli di maggior qualità, semmai sono quelli più popolari, nazional-popolari a voler usare un’ espressione impiegata una volta dal presidente della Rai Enrico Manca. In questo senso la famosa audience non è mai la misura della qualità di un programma, e semmai lo è in senso negativo. Più audience in genere equivale a meno qualità.

Come in economia la moneta cattiva scaccia la buona, così in televisione i programmi da audience scacciano quelli più difficili o più esigenti. E’ mai possibile che un dirigente delle capacità di Guglielmi si sia lasciato andare ad una contraddizione così plateale? Non è possibile. Infatti le sue parole vanno lette a mio parere in un altro modo. La qualità alla quale ha fatto riferimento non è la qualità in senso assoluto o tradizionale (o scolastico, se si vuole): vale a dire la qualità estetica, la qualità morale, la qualità e la coerenza delle parole e delle immagini. La qualità alla quale Guglielmi s’ è riferito è quella specifica della Tv, cioè di un mezzo di comunicazione che dà il meglio di sé quando entra in sintonia e centra i gusti e gli umori di quelle masse alle quali per definizione è destinato […] La televisione sarebbe in partenza ancorata ai gusti di un pubblico medio o mediobasso, di cui si dà per scontato (non è un’ opinione che io presto a Guglielmi ma un’ interpretazione nata purtroppo dai fatti) che sia culturalmente irredimibile.

A conforto di questa interpretazione offro un caso concreto e attuale. Sono andate, stanno andando, in onda su Raitre le esecuzioni pianistiche di Glenn Gould, Bach e Beethoven eseguiti da uno dei più stravaganti, discutibili e clamorosi geni pianistici dei nostri tempi. Vanno in onda con il titolo Un mito del nostro secolo: Glenn Gould. Vanno in onda alle 14,20, col peso di tutti e 37 i gradi (all’ ombra) che in quelle ore gravano sulla penisola. Quale stranezza, si potrebbe ingenuamente pensare, mettere un titolo così impegnativo e altisonante Un mito del nostro secolo, a un programma mandato in onda in un orario così umiliante. Bach alle due e mezzo del pomeriggio. Di luglio. Eppure la vita, la figura e lo stile di Gould contengono davvero tutti gli elementi per fare di questo musicista un mito, un mito giovanile tra l’ altro, altro che cantautori e batteristi rock. Basterebbe che la Tv, capace di imporre qualunque cosa abbia voluto, quando l’ ha voluto, lo volesse. Se non lo vuole è perché la presenza del pianista Gould sui teleschermi è ritenuta incongrua con quelle finalità di massa che sarebbero le uniche adatte al mezzo.

Faccio un altro esempio nel quale sono direttamente interessato e me ne scuso. mai possibile che in un ente pubblico che trasmette su tre reti per decine di ore al giorno, 365 giorni all’ anno, non ci sia posto per un programma di libri? Intendo un posto normale, pacifico, un programma che si deve fare per definizione, un servizio che si deve dare perché così dettano le regole di un paese che in fondo non è ancora diventato Terzo Mondo, che ha una tradizione culturale e letteraria di prim’ ordine e pazienza se non sarà un programma di massa. Possibile che invece ogni volta la cosa debba essere penosamente contrattata e che alla fine il posto si trovi ma passando per il rotto della cuffia, come se si trattasse d’ una vergogna? o d’ uno scotto pagato? o d’ un piacere fatto? Tutto questo è possibile solo in una concezione che concentra la funzione televisiva nella sua zona centrale e di massa, mentre viene volutamente scartato ogni interesse marginale o specializzato. Così come viene scartato ogni dovere d’ informazione non elementare, ogni programma che non faccia leva sui più diffusi e grossolani sentimenti da romanzo nazional-popolare.

Chiederei a Beniamino Placido, che è uno specialista, a quale causa attribuisce il fatto che la televisione di Stato in Italia ha ignorato quasi del tutto il bicentenario mozartiano, al di là di ogni opportunità e decenza. Ma come, viviamo in un paese di profonda e radicata ignoranza musicale, dove si chiede di continuo che la scuola (la nostra povera scuola già così oberata di compiti che non sa svolgere) insegni ad amare la musica. Ci si offre una ghiotta occasione come questa: un musicista come Mozart, con la ricchezza delle sue composizioni, delle sue melodie, con le leggende sulla sua vita, e sulla sua morte. Si aggiunge il fatto che un film fortunato e infedele come Amadeus lo ha già reso mitico e amato anche da chi non l’ aveva mai conosciuto prima. Nonostante ciò, tutto quello che la Rai è capace di mettere in onda è qualche concerto nelle ore più alte della notte.

Dietro questa indifferenza non c’ è soltanto il disinteresse che nasce dalla disinformazione, ci sono le assai concrete ragioni che c’ è poco spazio per il resto, quando bisogna affannarsi a soddisfare tanti interessi politici e di partito. E poi ci sono le ragioni commerciali (più audience uguale contratti pubblicitari più grassi) che però dovrebbero riguardare fino a un certo punto un ente titolare di un servizio pubblico per il quale, tra l’ altro, viene richiesto agli utenti di pagare un canone d’ abbonamento.

Quando si perdono occasioni così facili, così a portata di mano, non c’ è molta possibilità che si sappiano poi cogliere quelle più difficili, anche se altrettanto doverose. Quando questo succede, va via ogni speranza di cambiamento in meglio. Quando congiurano verso lo stesso risultato le concezioni più snob e quelle più futili, quando soldi, politica e spirito elitario si concentrano tutte sul peggio e la melma nera di Blob si spande proprio su tutto, allora il discorso sulla critica televisiva si sposta, trasformandosi in un quesito sul modo di far televisione tout court. Riassumibile nella seguente domanda: perché mai, in un paese ridotto nelle condizioni del nostro, la televisione dovrebbe essere migliore del resto?

Augias, poi, il suo contenitore culturale (Le Storie), l’ha ottenuto, ma. La televisione, e anche il resto del Paese, è sempre più spazzatura (in alcune località anche fuori di metafora) e i media ormai hanno superato ogni previsione, in bene e in male.

Nel mio piccolo, stamattina, mi sarei rifugiata in quell’altra vita, un’altra ancora. Mi sarei infilata un abitino grigio chiaro, raccolti i capelli sulla nuca e messi gli attrezzi del mestiere in un cestino intrecciato. E mi sarei lasciata prendere per mano, guidata a sedere sopra una poltroncina, dal raffinato cliente di un albergo che avesse deciso di offrirmi un attimo di consapevolezza estrema.

“Hamburg” (Amburgo), episodio tratto dal film “Thirty-Two Short Films About Glenn Gould” (François Girard, 1993)

Segnalazioni

7 settembre 2012

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Professione sceneggiatore. Un corso e un workshop a Roma

L’amico sceneggiatore Pietro Papisca mi informa di due sue iniziative a Roma, ve le ribatto:

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#1. Il 21 Settembre, presso il Centro Culturale Elsa Morante di Roma, partirà il Workshop di scrittura cinematografica. Info e dettagli si possono leggere QUI. Le iscrizioni si chiuderanno il 17 settembre!

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#2. Da Ottobre, invece, inizierà il Corso “Professione sceneggiatore”. QUI  trovate il programma.

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Per maggiori info e iscrizioni: info@pietropapisca.it; 328.8723622

(Pietro, che nella vita sembra non accontentarsi mai -e fa bene-, ha anche pubblicato sul suo sito personale un interessante articolo sul Tai Chi Chuan)

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(a un gatto affacciato alla mia finestra)

Canto per il gatto Alvaro (da Alibi)

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri .
Poi riposi le fatue lampade
che saranno il mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello.
[…]
 
Elsa Morante
 

Tre

4 settembre 2012

E poi per oggi basta.

Uno dei libri che più mi è piaciuto leggere negli ultimi 12 mesi è senza dubbio Questo è il paese che non amo*. Ancora mi ricordo un giorno in cui la metropolitana era fuori uso e io, tutta contenta, avevo preso un autobus per ritornare a casa insieme alle sue pagine. Mezz’ora in più a disposizione, portata nelle vie di tanti quartieri, per un ritorno anche a tempi lontani. Alle ambientazioni e alle cronache che hanno segnato il lento declino in me e in tutto il Paese della già labile fiducia nelle magnifiche sorti e progressive (ma con il contemporaneo orgoglio per l’insorgere di una consapevolezza grazie alla quale poi sono stata capace di grandi cose).

Lui, Pascale, è un autore controverso, c’è a chi piace e a chi no. Io lo trovo così  fedele a sé stesso, così… “democratico” poi, nel lanciarsi senza timore in operazioni che lo espongono a critiche e a giudizi. Per ciò che riguarda me, un anno fa non lo conoscevo neanche e adesso non smetto di sentire gli echi di certe sue riflessioni. Come quando fa l’esempio di un film di Gillo Pontecorvo, Kapò, che ricordo di aver subìto come un pugno nello stomaco quando avevo circa vent’anni, mentre da una poltrona comoda guardavo la programmazione notturna di Rai3. Emblema, una certa carrellata di quel film, secondo un saggio di Serge Daney ripreso da Pascale, del cattivo uso che si fa del linguaggio, o meglio dello stile (nel cinema come nella letteratura, allarga il discorso Pascale) che rischia, arrogandosi il diritto di descrivere, attraverso inquadrature di comodo, ciò che non si può conoscere per esperienza, di perpetrare i crimini che si vogliono mettere all’indice. E quel che è peggio, grazie alla modalità, al linguaggio, allo stile utilizzati, conformi a ciò che vanno esecrando, di offrirne al pubblico una mistificazione revisionista.

Una volta mi piaceva il Cinema. Ora non ho più modo, compagnia, piacere di entrare nelle sale. Mi prende un magone così. Potrei ma non lo faccio. Roma ospita il Nuovo Sacher e ancora altri cinemini intelligenti, e poi ho il Mignon qua dietro, se volessi. Ma sono come spenta, o forse la mia è paura, come lo è stata a  lungo quella rivolta alle buone letture. Paura di guardarmi dentro, eppure è venuto il tempo di sbloccarsi.

Lo dico spesso a Lola e anche alle altre: Un pomeriggio prendiamo due ore e andiamo a vedere questo o quell’altro film che non danno da nessun’altra parte. Mai fatto. Con l’eccezione di quella volta, nel 2005, che venendo comunque incontro ai loro gusti, siamo andate a vedere il remake di Alfie. Grazie a Dio, sempre che abbia ispirato lui il regista Charles Shyer, almeno è stato un tripudio di scene di Jude Law. Patatine, battutine, due risatine. Ah ah.

Il Cinema, la sua funzione nella società, io lo rispetto. E se anche non mi cibo più tanto spesso delle sue immagini, conservo ancora il gusto di leggere di lui. Di Wenders, ad esempio, nel quale ho piena fiducia (ha perfino realizzato un film su Pina Bausch, per la miseria, Pina Bausch. Chi ha praticato la danza può provare il mio stesso brivido al solo pronunciarne il nome).

Vignetta tratta da
Elfo: Tutta colpa del '68. Cronache degli anni ribelli Ed. Garzanti, 2008

Ho questo libro** di Wenders al quale mi rivolgo spesso. Contiene scritti dal 1968 al 1988. L’unica recensione di un film che al regista stesso non è piaciuto (parole sue): Hitler – Una carriera, di Joachim Fest e Christian Herrendoerfer, del 1976 (va da sé che non l’ho mai visto e, a questo punto, mai lo guarderò). Ebbene, in tale recensione (dell’agosto 1977) è espresso lo stesso orrore provato per la carrellata di Kapò. E che si può riassumere nella frase:

“L’imbarazzo, la paura e la vergogna di cui s’è parlato non sono più a livello di contenuto, si sono fatti forma del discorso; la rimozione del tema è elevata a metodo, e si è messa a braccetto dell’arroganza”

Riconoscere che la “questione dello stile” fu posta già trentacinque anni fa da qualcuno che è stato in grado di risolverla e di veicolare i migliori messaggi rivolti all’umanità attraverso il più potente mezzo di espressione esistente prima dell’avvento di internet, il Cinema, non mi consola. Perché nulla è cambiato, anzi. Per me è ora che della qualità del linguaggio attraverso il quale offrire il proprio sguardo sul mondo, del proprio stile quindi, inizino a preoccuparsi quelli che, in un modo o nell’altro, formano il magma massmediologico più potente di sempre, la nostra cara rete.

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*) Antonio Pascale – Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, Minimum Fax 2010

**) Wim Wenders – Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri 1989

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Ellekappa su La Repubblica del 4/09/2012

Voltati a destra! O, Tranquillo, guido io.

29 agosto 2012

Era un sogno corale. Le scene scivolavano una dietro l’altra con un unico piano sequenza, la macchina da presa ruotava attorno a una tavola circolare coperta da una tovaglia bianca, con ricami dal disegno raffinato e fiori bianchi sparpagliati ovunque. Al centro diverse bottiglie d’acqua minerale e due o tre cestelli di ghiaccio per tenere in fresco il vino. Bianco, frizzante che scendeva a garganella. Che sogno, sentivo il suo profumo colarmi in gola e, poi era comparso quel trionfo di molluschi freschi incastonati in un iceberg di cubetti di ghiaccio. Allungavi una mano e ne tiravi fuori un’ostrica, un fasolare, una lumaca. E giù a succhiarli con gusto, senza sosta, approfittando che nel sogno si sentivano i sapori. E che sapori. Che poi a me nemmeno piacciono le tavolate, e lì intorno c’erano davvero tutti: e nonni e nonne, e padri e madri coi loro secondi mariti e terze mogli, quelli vivi e anche quelli morti da tempo, i loro figli, che non sono miei fratelli, ma anche i miei fratelli, e coniugi e cognati e figli e nipoti, e tutti i miei figli e anche le madri e le sorelle che li avevano ripudiati un tempo. Tutti intorno al tavolo, inquadrati a rotazione lentamente, brevi zoomate sul viso di ciascuno, così per cogliere quel filo di sugo all’angolo della bocca che aveva appena inghiottito un polipetto, una parola detta in un orecchio, una risata. E mio padre che a un tratto mi aveva fatto: Ecco i paguri. Come i paguri? Non li avevamo rilasciati in mare? No, ho dato ordine al cuoco di servirli a tavola. Come? Gli avevo fatto, Non è possibile, li ho liberati tutti con queste mani, a sera, prima di andare. Mangia i paguri, mi ripeteva lui, Dà il buon esempio. Ho immerso il secchiello in mare e l’ho rivoltato, ti dico. Mangiali. Ok, li mangio. Tanto non sono loro. Sì, invece. Oh, vabbé. Ho afferrato dal monte di ghiaccio una conchiglia, ho guardato dentro. Era lì, si sporgeva con le zampe. Ho fatto la smargiassa: Vieni fuori tu, che ti mangio, sai? E lui mi aveva dato retta, così lo avevo preso tra le labbra e l’avevo mangiato. Mica aveva opposto resistenza. Zampette che scrocchiavano. Sapore incerto. Ma il successivo, lo dovetti stanar fuori con una forchetta, il mio volere contro il suo. Si ribellò e lottò. Al tavolo stavano lì a fare il tifo, tutti isteria e eccitazione. Il paguro adesso mi faceva pena. Non ce la faccio, sapete? Io lo riporto a mare. Nooo, ora lo mangi. Mah, potrei anche riuscirci, non dico di no. Ma non mi va, non vedete come sgambetta? Dà il buon esempio, c’è tuo figlio piccolo che guarda, forza, su! Il paguro aveva gli occhi di fuori, supplici. Sudava, pure, era tutto imperlato, ma non era così strano perché in fondo era solo un sogno, e lo sapevo. Non voglio, non ce la faccio. Ce la farai. Non posso. Sì, puoi. No. Sì. No. Sì. No. Sì.

Fatto sta che quando mi sono svegliata avevo davvero un peso nella pancia. Mi sembrava di sentir bussare, chiedere aiuto. Merda. E ora? Al pronto soccorso mi hanno dato codice verde, ho consegnato il foglio all’infermiera e mi sono appoggiata su una sedia con la nuca sul muro. Poi ho guardato il muro di fronte, era talmente lercio, all’altezza delle nuche di quelli che si erano seduti sulle sedie. Mi laverò i capelli a casa, appena torno, ho pensato. Pesava troppo la testa in quel momento. L’ho lasciata all’indietro, nuca al muro. Sto qua da sola, chi mi giudica? Chi può rimproverarmi? Sto sola con me stessa, sai che mi dico? Io mi autorizzo. Insozzati pure cara, mi ha detto un demone sbucato tra i capelli. Io ti ringrazio, pensavo d’esser sola. No, ma tu ultimamente ci trascuri. È vero! È vero! Ne sono sbucati altri. E voi? Avevo capito che eravate andati in ferie. Sapessi, abbiamo perso la corriera. Quale corriera, e per andare dove? In Arizona. Ah, all’estero, nientemeno. Tu non ci porti mai da nessuna parte. Ci è toccato far da soli. Ma non hai letto il bigliettino? Quale bigliettino? Te l’avevo detto di metterlo bene in vista. E io l’ho messo in vista! Sì? E dove? Sul bordo del comodino. In quel caos di libri tutti arruffati, secondo te è mettere una cosa in vista? Ma così sarebbe stata la prima cosa che avrebbe notato. L’avresti dovuto mettere per terra, sopra lo scendiletto. Che termine desueto, s’era intromesso un altro, e hanno continuato a litigare sempre più ad alta voce che: Èeeeeh! E che? Ho dovuto fare io, così arrabbiata che in corridoio tutti hanno alzato la testa e smesso di occuparsi delle loro cose. Siamo in un ospedale insomma. Tié, prendetevi due euro e andate a comprarvi le caramelle. Oh grazie, grazie! E poi tutti contenti sono scesi dalla mia testa e si sono allontanati verso una misteriosa scritta che diceva “Triage”, ma… C’est Français! Che ospedale esotico, mi sono detta. E intanto ad uno ad uno abbassavano gli sguardi, gli altri, e riprendevano i chiacchiericci isolati, che a me non m’importava niente di quello che avevano pensato poco prima, quando ero scattata su contro i miei demoni. Ogni tanto sembrava che stesse arrivando il mio turno, ma poi sbucava qualche caso più grave e mi prendeva il posto. E intanto io pensavo, ma se invece di verde fossi un codice rosso? Che so, avessi un’emorragia interna, qualcosa di occulto, una peritonite in rapido sviluppo? Solo perché me ne sto qui tutta tranquilla e aspetto il turno mio, mica vuol dire che sono così sana. È solo che sono abituata a stare zitta nella sofferenza, tanto prima o poi tutto passa, è vero. Ma se qui magari ci muoio e non c’è nessuno a chiedere aiuto? Che sono venuta a fare in ospedale così d’urgenza, che pure i soldi del taxi ci ho voluto spendere?

Ma vabbé, tiriamo fuori il libro, ho pensato. Dopo quel sogno m’ero portata un Freud. Il primo che ho trovato. Veramente, l’Interpretazione dei sogni non ce l’ho. Mi devo accontentare, per modo di dire, di Psicoanalisi dell’arte e della letteratura*. Una lettura… guardate, Cosa? Mi hanno chiesto i demoni in coro. Siete già tornati? Sì, non ce le avevano le caramelle. Abbiamo preso le patatine. Ma io volevo quelle alla paprika! Contentati che con due euro dovevamo scegliere a maggioranza. Dai non litigate, ho aperto la borsa di nuovo e gli ho dato altri tre euro, ai demoni, poveretti. Capisco che aspettare non sia tanto divertente, Andate, su, gli ho fatto. Ah, e prendetemi una cosa da bere. Fiele? Ha detto uno con una risatina chioccia, uno che non ho riconosciuto nel mucchio ma se lo pesco… No, decido di soprassedere, Meglio una Coca cola. D’accordo. Tempo un minuto ed erano già di ritorno con una Sprite, che a me personalmente mi fa schifo. Glie l’ho detto, e loro: Ce la beviamo noi, va’. E io? Gli ho fatto, Abbiamo finito i soldi, ih ih ih! Ho sbuffato, ma non ho aggiunto altro che: Prendete questi altri spiccetti e tornate con qualcosa di un po’ meglio. Ah, e una crostatina che inizio a avere fame. In quel momento si sono aperte le porte dell’ambulatorio e qualcuno ha detto proprio il mio cognome, ohibò. Ho alzato la voce: Eccomi! E di nuovo si sono voltati tutti a guardarmi, Ma che vi piacerà guardare, ho pensato io -stavolta a volume più basso-, non credo di avere i pupazzetti in fronte. Poi sono entrata e mi hanno fatto le domande di rito, un ecografia, un prelievo. Dieci minuti netti ed ero di nuovo fuori ad aspettare i risultati.

Sono andata a riprendere la mia postazione ma nel frattempo la sediolina, che faceva parte di un gruppo di tre, era stata occupata dal borsone di una coppia seduta sulle altre due del trio. Ho accennato a una giravolta ma loro, carini, mi hanno detto insieme: Stia, stia, e hanno tolto l’ingombro. Li ho ringraziati, loro mi hanno rivolto un sorriso trasognato e hanno ripreso a fare i loro pucci pucci pucci sussurrati, così incuranti di chi avevano intorno che non ho potuto fare a meno di ascoltarli. A lei, incinta all’ottavo mese, avevano diagnosticato che aveva troppo liquido amniotico E che significa? Io non l’ho mai sentita una cosa come questa, avevo sentito dire che è pericoloso quando è poco, ma troppo… Faceva, mentre lui Eh già, rispondeva attonito, tutto proteso verso il suo pancione, e la guardava fisso senza smettere di carezzarle le mani. Si vedeva che erano nel panico, ma lei reagiva in modo distaccato. Inframmezzava sempre di più considerazioni serie sull’imminente cesareo programmato, con commenti sulla zia “che meno male che era ancora al mare e non sarebbe tornata in tempo”, sulla telefonata della madre che le aveva raccomandato questo e quello. E lo faceva ridere, il futuro padre, così di frequente, che dopo un po’ entrambi erano come drogati dalle loro stesse risa. Le soffocavano unendo le teste tra di loro e appena accennavano a smorzarsi, lei ritornava alla carica, alzando sempre di più la posta. Battute sull’uscita dall’hangar, poi sull’allattamento, E pensa poi ‘sto Cristo, scusami Picchio, eh? Si fa per dire, Faceva, accarezzando l’ignaro contenuto della pancia, Pensa se quando m’esce fuori poi ci prende gusto. A cosa? Le ribatté il marito, e lei: T’immagini una sera a cena, lui che ti fa: papà, gli occhi di mamma non mi piacciono tanto. E tu, Ma lui qui l’aveva anticipata: E io, Zitto figlio mio e mangia! E giù risate su risate. Che io quel meccanismo strano lo avevo riconosciuto. L’avevo giusto letto la sera prima sul mio libro, e mentre continuavo ad aspettare ne ho sfogliato le pagine fino a trovare il punto esatto.

Freud dice: “[…] l’umorismo si inserisce nella lunga serie dei metodi costruiti dalla psiche umana per sottrarsi alla costrizione della sofferenza, una schiera che comincia con la nevrosi, culmina nella follia, e nella quale sono compresi l’intossicazione, lo sprofondare in sé stessi, l’estasi.” Con l’umorismo, “l’Io, che si rifiuta di lasciarsi affliggere dalle ragioni della realtà, di farsi imporre la sofferenza, insiste nel pretendere che i traumi […] non possano intaccarlo”, “Esprime un sentimento di sfida”. Capito che stava combinando la ragazza senza, probabilmente, aver letto Freud? Brava, dieci più. E nei confronti di lui, povero virgulto smarrito, stava attivando, di riflesso, il meccanismo del “risparmio di dispendio emotivo”. Lo stava proteggendo, insomma. Che brave queste ragazze d’oggi, stavo pensando. E intanto altro tempo era passato, che stavano chiamando di nuovo il mio cognome.

In effetti è un caso strano, mi hanno detto. Lei qui ha un paguro da estirpare. Ah. E sono rimasta di stucco. Poi, un po’ per darmi un contegno, ho fatto: D’accordo, ho un paguro da estirpare, non so com’è successo, credevo fosse stato un sogno. Mah. Comunque, e adesso? E adesso vada da un medico, mi hanno risposto. Perché lei cosa sarebbe, mi scusi? Questo è un pronto soccorso. E allora? Gli ho detto, un po’ alterata. E allora il nostro compito è quello di diagnosticare. Ma non è affatto grave, sa? Ha aggiunto,  Non ha una malattia, perciò non la possiamo ricoverare. Vada dal suo medico e ne parli con lui. Vabbé. Su, su, mi ha fatto il medico battendomi una mano sulla spalla, E in bocca al lupo, ha aggiunto, con due occhi che forse volevano essere di conforto ma a me pareva che fosse lui il lupo, allora mi sono alzata tanto di scatto che mi sono dovuta risedere, Ho la pressione bassa, ma mi passa subito. E poi: Arrivederci, gli ho detto, sperando nel contrario e sono fuggita via lungo il corridoio con tutti i demoni che si reggevano malamente ai capelli e qualcuno veniva sbalzato fuori dalla testa Aspettatemi! Gridava, sedere a terra e gambe per aria, e un altro doveva mettere in moto il tender e scendere a riprenderlo e a riportarlo su. Ma sei scema? Poi mi facevano appena risaliti, ma intanto io correvo e correvo e dicevo Adioos! A tutti quelli che, intanto che scorrevo lungo il corridoio, vedevo che restavano seduti ad aspettare. Mi facevano pena, è chiaro, ma non potevo restare a guardarli e a compatirli, con il problema che avevo adesso, di quel paguro lì da tirare fuori.

Ethan e Joel Coen – Arizona Jr

*) Sigmund Freud: Der Humor, saggio scritto in occasione del Congresso psicoanalitico internazionale del 1927. Pubblicato in Freud – Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Ed. Newton Compton, 2012

The Summer(s) of Paul

24 giugno 2012

Spike Lee – The Summer of Sam (scena)*

Estate 1984. Orwell non c’entra niente, ma era un altro di quegli anni topici, come il 2012, nel corso dei quali pareva che dovesse succedere per forza qualcosa di diverso. Mio padre aveva fatto tredici e con quella sommetta aveva deciso di portare la famiglia in un villaggio vacanze in Calabria. I primi giorni camminavo su quei vialetti lastricati in mezzo all’erba notando che la gente, donne e uomini, grandi e piccoli, giovani e vecchi, mi veniva incontro con un “ciao!” amichevole e disinvolto. E io pensavo: ma guarda ‘sti cretini, che si ridono? E infatti in tutte le foto scelte alla bacheca del villaggio, io tengo il muso. Anche in quelle nelle quali, appena coperta da un pareo tutto annodato, sto accanto a Fiorello (lui, lui), il capoanimatore, che suona la chitarra hawaiana in gonnellino di paglia con espressione ispirata e comica. Che a riguardarle oggi si vede che ero io ad essere fuori posto.

Era un villaggio per famiglie. Nel 1984, senza ancora troppe distrazioni da parte dei media, la famiglia italiana piccolo borghese  era, spesso, un contenitore chiuso all’interno del quale si ripetevano riti stantii che non necessitavano di supplementi di comunicazione. Io stessa me n’ero dimenticata, quanta ma quanta acqua è passata sotto i ponti, finché non mi sono trovata emotivamente coinvolta nella visione de “La famiglia Telepatica” (cellula base di una società telepatica), uno degli esiti di una ricerca della quale ho già accennato in un altro post:

Opificio Ciclope  – La famiglia Telepatica

Quindi, dicevo, quello nel quale trascorrevamo la vacanza era un villaggio per famiglie. Nel senso che i componenti delle famiglie, una volta entrati, potevano pure smettere di sentirsi obbligati a stare insieme. E infatti i bambini venivano spediti tutto il giorno al miniclub, i padri,  senza altra possibilità di sfogo durante l’anno, trascorrevano il tempo esibendosi in improbabili performances sportive davanti agli occhi (falsamente) adoranti delle hostess (ragazze poco più grandi di me attratte lì dalla prospettiva di farsi un’estate in vacanza stipendiate), le madri… Beh, non posso dire tutte, ma molte, passavano una per una per la stanza del prestante coinquilino del mio ragazzo, che doveva puntualmente farsi un giro ogni volta che trovava la porta chiusa dall’interno.

Il ragazzo con cui flirtavo era lo scenografo del villaggio. Anche io avevo ambizioni represse che, forse, proprio il vivere nel 1984 mi faceva sperare di poter recuperare. Tra le materie del liceo classico non c’era disegno e io, invece, ero piuttosto portata. Per tutto l’anno scolastico, tra una versione di greco e un compito d’italiano o di matematica decoravo banchi, quaderni, diari miei e dei miei compagni, e a volte anche la lavagna. Mandavo strisce ai concorsi in giro per l’Italia e iniziavo a maturare l’idea di fare del disegno la mia professione. Dal primo giorno di vacanza mi sono infilata dietro le quinte del palcoscenico ad aiutare Flip e Flop, così ribattezzati da Fiorello, gli scenografi. Il “mio” era Flip, che pochi anni dopo divenne il realizzatore dello Scrondo di Disegni & Caviglia. Flip, alias Roberto Molinelli, me lo sono ritrovato un giorno a sorpresa in edicola sulla copertina di Carta Sprecata, è il primo a sinistra:

Sono state due settimane di felicità, adoravo fare lavori manuali, spennellare, tagliare, sparare punti, battere chiodi, e poi la sala scenografia era un posto da favola. Piena zeppa di materiali, pezzi di quinte e fondali pronti per un prossimo utilizzo. Grandi tavoli da lavoro dove in tre (io, più che altro, ero la mascotte e gli altri animatori fingevano di non vedermi, al più facevano il gesto delle mani incatenate a Flip, che ne rideva), mettevamo in piedi le scene per lo spettacolo della sera, con una radiolina stereo sempre accesa a darci il ritmo.

Una volta trasmettevano una versione swing di My Ever Changing Moods degli Style Council e io, dopo aver esclamato “Ma questa non è la versione lenta! Bella!”, continuando a lavorare su chissà che cosa mi sono messa a cantare ad alta voce. Perché ne avevo un’altra di passione, comune a tutti gli adolescenti di allora e di sempre, l’ascolto della musica. La mia prima memoria culturale (sorvolando sulla Carrà a Canzonissima che guardavo seduta sul vasino in salone) è la Joan Baetz di We shall Overcome suonata dal giradischi di casa. Sono venuta su negli anni settanta tra Rino Gaetano e Bob Marley, a tredici anni sapevo a memoria tutto il repertorio dei Genesis da Foxtrot in poi, li suonavo pure al pianoforte. Avevo vissuto le prime cotte sulle note della Cool And The Gang. Insomma, vuoi che non conoscessi Paul Weller. E stando con Flip, che aveva otto anni più di me, giorno dopo giorno scoprii gli Everything But The Girl, Crêuza de mä di De André che era appena uscito (e che, dopo sette ore di viaggio sulla strada dal ritorno, ho obbligato mio padre –Santo Padre- a scendere dalla macchina ed acquistare prima che chiudesse per il week end il negozio di dischi vicino casa). Quanto a disegno e a musica devo quindi qualcosina anche a Flip. Il processo di apprendimento a volte avviene per imitazione, nel mio caso quasi sempre. Se una cosa mi appassiona scelgo a chi ispirarmi e inizio a darci sotto. Sono un panzer. Le cose migliori di me le ho scoperte e coltivate a partire dall’osservazione e dall’emulazione di buoni modelli.

Estate 2012. (Nemmeno un temporale dice Caparezza. Beh, che abbiamo avuto fino ad oggi: neve, smottamenti, terremoti, attentati. In effetti, finora temporali no.) Niente Totocalcio né Superenalotto, si sta a Ostia. Ieri, dopo una sfilza di notti insonni, ho dormito come un ghiro sotto il sole, sdraiata sulla battigia e cullata (si fa per dire) dal vociare urlante di un capannello di gentiluomini radunati proprio a dieci centimetri da me, cari. Mi sono risvegliata dopo una mezz’ora, rilassata e riposata e mi sono tirata in piedi, zittendo gli astanti per qualche momento. Ho fatto un tuffo e tirato un po’ di bracciate finché ho raggiunto la prima boa, mi sono rigirata e sono rimasta un po’ di tempo sospesa a galla a sentire il rumore, ovattato per l’immersione delle orecchie, delle mie pulsazioni accelerate. Sono tornata a riva e ho trascinato l’asciugamano fino all’ombrellone, dove la mia ganga stava già nel pieno del pranzo a base di pizza bianca col salame.  “Non accontentarsi di piccole gioie quotidiane”, l’ammonizione di Battiato mi ha raggiunto non richiesta. Vabbé Franco, ma queste non sono gioie propriamente quotidiane. E poi, sto solo godendo di una sensazione di benessere esclusivamente fisico, lasciamelo fare, tanto da lunedì tornerò a “Fare come l’eremita/ Che rinuncia a sé”, come ti sbagli.

Dopo il caffè, butto un’occhiata a D che ostenta un torsolo rinsecchito in copertina. Lo guardo bene perché mi ricorda qualcuno. Lo riguardo. Ma ca… (ci sono bambini) Cacchio! Questo è Paul Weller, uh ma com’è invecchiato. Quanto avrà ormai, ah sì, lo dice lui nell’intervista, cinquantaquattro anni. Ma pare la buonanima di mio nonno! Com’è possibile, mi ripeto, anzi, ripeto a tutti là intorno ad alta voce: Com’è possibile? Paul Weller mi è invecchiato così. Le vecchiette vicine d’ombrellone alzano il naso dalla partita a carte e non capiscono di cosa parli, qualcuno mi rivolge un sorrisetto di circostanza. Leggo l’articolo: lui è un artista “che impersona la fuga dal passato, dalle rievocazioni e dal reducismo” (allora si capisce tutto, eh, niente chirurgia plastica, né reunion fuori tempo massimo), uno che dice cosa pensa e che pensa in maniera molto critica nei confronti di “quelli là”, rivolgendosi all’establishment che, dalla Thatcher in poi, “continua a produrre ineguaglianze”, motivo per cui degli anni ’80 dice: “ho odiato quel periodo con tutto me stesso”. Come dargli torto. Anche se relativo alla fine dei settanta (ma c’è molta continuità con i primi ottanta), The Summer of Sam , un film di Spike Lee, rende l’idea di come la vedo oggi: era un periodo di luci e ombre. Ma i ragazzini che come me si affacciavano allora alla vita, ne venivano soltanto sedotti ed abbagliati. E Paul Weller ha avuto la sua parte nel mantenere alte le aspettative. Adesso, ragazzi cresciutelli, se non avete paura di guardarvi (anche, s’intende) alle spalle, alzate bene il volume:

The Style Council – The Paris Match

*) Nelle mie fantasie erotiche io sono esattamente uguale a Mira Sorvino in questo film e mi piaccio da impazzire

Finestrelle

10 giugno 2012

La notte tra venerdì e sabato di solito è quella nella quale dormo meglio. Acquista peso tutta la stanchezza che sono riuscita a non sentire nella settimana e mi trascina giù. Se ho la fortuna di non avere grossi impegni, cerco di mettermi a letto presto. Non si sa mai. Lo scorso inverno dovevo fare in fretta: tra le due e le quattro Morfeo aveva preso l’abitudine di darmi una pedata e di scaraventarmi ad occhi spalancati dentro al buio, poi erano guai. Notte dopo notte diventavo sempre più l’altra me stessa, quella che mal sopporta le convenzioni, i compromessi, gli abusi, le falsità, prima di tutto commesse in prima persona. Mesi duri, di rimessa in discussione di ogni cosa ma mai un inverno è passato così in fretta, a furia di riempire il tempo diurno di impegni che mi tenessero in piedi e a all’erta. Finché non è passata, così com’era giunta, sarà stato il ritorno del bel tempo, non ne ho idea. Qualcosa mi è rimasto, ora non voglio perderlo, si tratta di qualcosa che mi riavvicina al nucleo originario. Qualcosa di incondizionatamente mio.

Oggi che dormo meglio l’unica cosa che possa rovinarmi il sonno sono quegli incubi spaventosi nei quali mi guardo allo specchio e scopro di avere tutti i capelli bianchi o di vederli cadere a ciuffi, o di aver perso i denti. A pensarci bene, l’incubo dei denti è proprio il peggiore. Quando lo faccio, mi risveglio improvvisamente col cuore in gola tutta spaventata e prima mi devo convincere che non era vero niente, poi fatico e non riprendo sonno per un bel pezzo perché temo di ricadere nel sogno precedente.

Sabato scorso, dopo il risveglio, ho sfogliato D (il settimanale “femminile” di Repubblica che leggono pure tanti maschietti, che offre tanti spunti di conversazione, eccetera), da poche settimane sono tornata a sopportarlo. E mi sono illuminata, c’era una bellissima intervista a Toni Morrison, della quale lessi Amatissima ai tempi in cui la scrisse. L’ho pure ritagliata, l’intervista. Ci sono scrittori che danno tanto dentro ai libri ma neanche le interviste scherzano. Quando la gente è autentica sa quello che deve dire senza tentennare. E se quello che dice coincide proprio con quello che subodoro possa essere il mio stesso pensiero se solo decidessi di fermarmi a organizzarlo, allora sono felice. Ritaglio quei fogli di giornale e li metto da parte, anche dopo anni possono tornarmi utili, in un dialogo senza tempo tra quella che ero, quella che sono e il mentore che ho scelto. Faccio lo stesso con le interviste on-line, oh se mi piacciono. Ci sono persone che aggiungono tasselli nuovi di volta in volta e io che riconosco un pensiero che si arricchisce di nuove sfumature, me le riguardo tante volte, spesso le trascrivo e mi tornano in mente magari sull’autobus, guardando fuori dal finestrino. Mi sento così bene, così vicina a quella persona, che vorrei averla sul sedile accanto e abbracciarla forte per il resto del viaggio per ringraziarla.

Per cui va bene pure D, che però mi crea problemi. Quali? Che mi ricorda di essere stata cresciuta con poca convinzione d’essere una “femmina”. Tanto per dire, non m’intendo di moda. Proprio non mi piace. Al massimo decido con dodici mesi di ritardo sui rotocalchi che dopo dieci anni la zampa d’elefante può tornare nel soppalco e rimetto i jeans attillati come negli anni ottanta. Quindi quelle copertine, per dirne una, il più delle volte mi fanno francamente orrore. Molti di quei servizi sono talmente pretestuosi (e così lontani dal mio mondo, temo che sia anche un fattore geografico a distanziarmene, ma non vorrei apparire regionalista in senso retrivo proprio di questi tempi). Non tutti, nel mucchio di trovate ad effetto nel quale immagino arrovellarsi per una settimana la redazione, a volte c’è davvero l’idea buona. Va meglio con le rubriche, tolto l’oroscopo che mi dicono sia interessante anche se non ci credi, giudizio del quale mi fido ma non mi va di perderci tempo. Allora, rimessi su i jeans stretti noto, grazie a D, che tornano i sopracciglioni, i colori sgargianti (noi ragazze di allora li chiamavamo fluò) e le bombolette spray per verniciare cose che non siano solo muri (già, io ci ho fatto tante magliette e manifesti da attaccare ai muri durante le feste).

Era grosso modo il periodo in cui Verdone si cuciva addosso un goffo personaggio che, con la scusa dei tempi che correvano, faceva capitolare la minorenne Natasha Hovey in una scena, per fortuna almeno al buio, nella quale consumavano un amplessetto di quelli che manco te ne accorgi, che se Natasha l’avesse girata appena qualche anno dopo, ne avrebbe riso con le amiche citando Guzzanti (figlio): “Piaciuto?”

Carla Signoris e Corrado Guzzanti – Ti è piaciuto?

Intanto dalla poltrona in salotto leggevo in prima pagina “Appena dodici anni e già fa girare la testa a tutti”. L’inadeguatezza serpeggiava accanto a me, che ero più o meno quindicenne. Evidentemente il mio momento era già passato (!), eppure come si buttavano a pesce quegli uomini più grandi, spesso anche fidanzatissimi o già sposati. Sono cresciuta stando sulla difensiva, “cioncando” mani, come si dice a Roma. Non potevo mai abbassare la guardia ma invece di inorgoglirmi a volte mi deprimevo. Mi sentivo lontana, nonostante le prove contrarie, dai requisiti richiesti alla bellezza (e avere la bellezza voleva dire avere diritto all’amore altrui, sempre secondo i dettami degli anni ottanta), sempre più distanti, come quello dell’età minore.

Poi la società formulò qualche ripensamento, di recente anche sulla magrezza estrema in passerella. Bene, benissimo. A me non importava più direttamente ma ne provai sollievo. Quando, qualche mese fa, ho intravisto, esattamente nel taglio basso di una prima pagina come quell’altro, un titolo malizioso sulle doti seduttive di un’altra modella di circa dodici anni, le braccia mi sono cadute a terra. Mi sono detta: Che umanità noiosa, nemmeno sa rinnovare i suoi cliché.

E ieri mattina invece, che sorpresa! L’ultima frontiera è l’outing del giovane omosessuale. Se non lo faccio io perché non sono giovane o non sono omosessuale, dev’essere mio figlio a farlo, meglio se ancora imberbe, purché di me si parli, che sono di vedute tanto aperte. Ohé! Mi sono messa le mani tra i capelli. Certo che, a ripensarci, l’orientamento sessuale tutto sommato ti pare di averlo riconosciuto subito. Del servizio su D di ieri la prima parte era encomiabile, tutte quelle foto di bimbi che da adulti, diversi anni dopo gli scatti, potevano affermare (in prima persona, eh): Già lo sapevo. Quelle testimonianze rinsaldano ancor più l’idea che le persone siano persone. E basta, chi se ne frega di chi si portano a letto. Però poi giro pagina e leggo che era solo l’antipasto. Che la notizia vera è quella dei blogger, marito e moglie che sbandierano il figlioletto, di appena sette anni, che va in giro a dire che si sente gay, e che bravi sono loro che lo accettano.

Io ho la presunzione di capirli bene, i bambini, prima di tutto perché ho conservato molti e precisi ricordi della mia infanzia e poi perché sono anni ormai che ci convivo e ho potuto rinverdire e anche arricchire tutte le mie conoscenze. E mi pare che l’articolo soffi sul fuoco di una tendenza pericolosa. Quella all’attribuzione precoce di un orientamento che non sarà chiaro ai diretti interessati se non una volta terminati gli anni dell’adolescenza. Lo stesso problema si pone per le bambine ricoperte di fiocchi e di profumi, ed i maschietti cresciuti nel mito del calciatore. Come sopporteranno il senso di sconfitta se si scopriranno gay in età adulta?

Io non lo avrei fatto, non avrei creato la notizia. Non aggiungono nulla al dibattito sull’outing le parole di un bambino. Credo che gli adulti debbano creare per i più piccoli il terreno per sperimentare in serenità il proprio modo di affrontare la vita, eventualmente anche rendendo loro possibili i ripensamenti. Immagino quella persona, che oggi ha sette anni, presentarsi dai genitori, mettiamo tra altri sette e dire:

– Mamma, papà, vi devo parlare.

– Se è per la paghetta settimanale ti ricordo che l’ultimo aumento l’hai avuto appena un mese fa.

– Non è per la paghetta. Devo dirvi qualcosa di importante. Qualcosa che riguarda me.

– Oh! Oh! Cara, hai sentito?

– …Ssssì! Evvai! Tesoro, sai che siamo sempre con te in tutto e per tutto, sei nostro figlio e quindi…

– Certo, certo, lo leggo anch’io quel blog nel quale parlate di me da quando sono nato e che é seguito da mezza America. Quindi volevo dirvi che…

– Aspetta! Oh, caro, passami il fazzoletto. È giunta L’Ora.

– Piccola, teniamoci per mano, non so se il mio vecchio cuore reggerà l’emozione. Dicci Junior, dicci pure.

– Mamma, papà…

– Figlio, prima di continuare, vogliamo che tu sappia che, come abbiamo già detto in passato alle maestre delle elementari, alle psicologhe, ai commentatori del blog, ai giornalisti, al gruppo di sostegno delle madri di bambini gay, poi ai tuoi professori delle superiori, all’allenatore deluso della squadra di rugby e anche a quello entusiasta di danza classica, a Fiona la bambina della porta accanto che ti voleva baciare in bocca al tuo compleanno dei dieci anni, a Clark che ti scrive poesie da quando abbiamo parlato con sua mamma e che aspetta questo giorno come lo aspettiamo noi da ormai sette lunghi anni, … Dov’ero rimasta, caro?

– Continuo io, sei evidentemente troppo emozionata. Vedi, Junior, quello che tua madre ed io vorremmo dirti é che noi… Sob! Ti ameremo sempre per quello che sei! Ihihihh, uhuhuhh,….

– Dio, come parli bene!

– Sai che in privato puoi chiamarmi Dave, tesoro, non te lo scordare.

E qui mi fermo, per rispetto di Junior, che ha ancora soltanto sette anni e che ancora non ha scoperto veramente niente della sua sessualità.

In seconda elementare, avevo sei anni, c’era un bambino tutto stortignaccolo, uno scrocchiazeppi coi capelli a ciocche arruffate ficcate dentro gli occhi e le mani tutte zozze, si chiamava Marcellino. Un giorno aveva detto qualcosa alla maestra e lei si era rivolta a noi, seduti ai banchi: “Se avete qualche dente che dondola, Marcellino ve lo tira via. Chi vuole provare?” “Io, io, io!” Avevano alzato le mani quasi tutti. A sei, sette anni la bocca pare un’altalena e ci vuole un po’ di coraggio a tirarsene via uno da soli. Tormentarlo con la lingua dà una certa soddisfazione ma quando cade, bé, poi arriva il topolino. Meglio toglierselo, allora, questo dente.

Anche io dissi “Io, io!”  e Marcellino si avvicinò a me, terzo banco della fila a destra della cattedra, me lo ricordo ancora. Si avvicinò a me, io aprii la bocca con fiducia e lo lasciai ispezionare la cavità orale. Fremevo dall’emozione di quel contatto, sentivo il suo alito sulle guance, lui fece “tic” e sorridendo mi consegnò il dentino. Io gli sorrisi di rimando con la nuova finestratura in mostra, tutta sanguinante. Oggi so che gli fui grata, come lo sono a quegli scrittori che mi mettono le loro parole nel cervello e ne cavano fuori i pensieri che ancora non avevo organizzato. Forse è stata quell’operazione maieutica in classe a decidere il mio primo orientamento sessuale, o forse no. Di sicuro Marcellino è stato il mio primo amore.

 

 

Chiedilo a lui (se ne hai il coraggio)

29 Mag 2012

Ho dormito una mezz’ora, ero sfatta. Poi mi sono tirata su a forza, avevo alcune cose da concludere prima di andare a letto e sono passata davanti alla televisione accesa.

 

– … Ma di questo film che gliene importa alla gente comune, semplice, che lavora? A un povero bracciante lucano, a un pastore abbruzzese, a una modesta casalinga di Treviso, che gliene importa di queste tematiche intellettualistiche, solitarie, masturbatorie?

 – Uh, Sogni d’oro… È Sogni d’oro!

– Eh, già. Che stai facendo?

– Mi siedo.

– Non stavi andando a dormire?

– No, no. Tu vai? Sogni d’oro.

Erano le 23.05 di lunedì, ero stanca e per questo motivo ho potuto formulare un pensiero baciperuginesco come “che film meravigliosamente visionario”. Ma, sì, lasciatemelo pensare almeno la sera tardi: tutto il cinema di Nanni Moretti è una visione, una visione straniante del mondo nella quale ho sempre ritrovato, con differenti gradazioni, le mie incertezze e le mie manie. Nessuno tocchi Nanni, che è un precursore. Uno che, tanto per fare esempi, dalla scena giovanile di -chiamiamolo così-  autoerotismo sotto la doccia, fino al lungo amplesso straziato con Isabella Ferrari in Caos Calmo, ha spianato la strada a Fassbender (e gli ha suggerito anche qualche espressione facciale, secondo me), nonché a quelli che, dopo Shame, d’ora in avanti si dichiareranno suoi epigoni.

Uno che, come qualcun altro oggi, si è anche ritrovato, da non politico, alla testa di un movimento popolare che voleva cambiare il Paese. Del 2 febbraio 2002 a piazza Navona, Nanni ricorda (*):

[…] all’inizio mi ero entusiasmato perché c’erano stati interventi di persone che io preferisco chiamare “non politici di professione” […] Poi gli ultimi due interventi di quella sera: prima Fassino e poi Rutelli. Ho cominciato ad ascoltare: erano interventi già preconfezionati, e che non prendevano minimamente in considerazione quello che era stato appena detto. Lentissimamente mi sono avviato verso il palco. […] Mentre Nando Dalla Chiesa diceva: “La manifestazione è finita”, io ero arrivato sotto il palco e una signora anziana mi ha visto e mi ha chiesto: “Ma che vuoi parlare?…”, io ho fatto una faccia un po’ così, dubbiosa. […] sono stati quelli che erano intorno a me che hanno detto: “Moretti vuole parlare!”. Io non è che avevo alzato la mano dicendo “Fatemi dire qualcosa…”. In realtà fino a quel momento non sapevo che cosa avrei fatto […] mi sono ritrovato su quel palco e ho fatto il mio breve intervento.” (Che poi, nel mio piccolo, è capitato anche a me, accidenti. Nanni, credimi, ne so qualcosa: entrare nel gioco pieno di ideali e poi uscirne fatto a pezzettini).

In seguito c’è stata una breve stagione durante la quale il mondo politico ha tremato. Ci teneva, Nanni, in quel periodo, a sottolineare come il proprio ruolo nel movimento fosse paritetico a quello degli altri partecipanti e che l’importante per i girotondi era di “comunicare agli elettori di centrodestra che i problemi della democrazia sono problemi di tutti, riguardano anche loro”. Il resto del lavoro spettava al sistema partitico, a quei politici che avrebbero dovuto “fare una coalizione, proporre un programma e creare […] un blocco sociale che poi possa attrarre nuovi elettori e far vincere le elezioni”. E poi è andata come andata.

 Insomma, il film si è concluso, bello come un uovo sodo senza guscio, con il protagonista trasformato a poco a poco in irsuto lupo mannaro che fa fuggire via Laura Morante, anche lei con i baffi (autentici eh, ed era stupenda), mentre le urla dietro “Sono un mostro e ti amooo!”. Ogni volta che rivedo questo finale mi viene da piangere. Poco prima c’era stata una scena che mi ricordavo bene: Michele, il protagonista, si sta contorcendo per i dolori della trasformazione, dietro il tronco di un albero del laghetto dell’EUR. In quel momento passa una bambina che incontra il suo sguardo allucinato. Quella bambina ero io, giuro. È andata così, mi ero appena allontanata di dieci passi dai miei, rimasti sul vialetto, che sono entrata nel campo delle riprese. Nanni se n’è accorto e ha fatto segno di proseguire. Lui, tutto peloso, mi ha guardata, mi ha detto “Ciao” con una voce gutturale spaventosa, da sotto quelle due occhiaie malate, e ha aperto la bocca pustolosa e riarsa in un sorriso a denti marci. Ricordo d’aver urlato, ma non di spavento, piuttosto di entusiastica sorpresa. Che bellissimo trauma infantile. È per questo che oggi sono così come sono, e ne vado fiera.

Stavo già col dito sul tasto rosso del telecomando, quando i titoli di coda sono stati troncati malamente e al loro posto è apparso il primo piano di un prete ortodosso, tal Padre Manuel Nin (io fino a quel momento conoscevo solo Anais Nin, tutt’altra parrocchia), che ha preso a commentare un’icona sul tema della Pentecoste. Possibile? Non ci avevo fatto caso prima ma Sogni d’oro era stato trasmesso nientemeno che su Tv2000, “una tv per chi crede e per chi cerca. Una tv che rende fruibile a tutti, senza filtri deformanti, l’attività e il magistero del Papa”. Porcaccia vacca! Ma non l’avevano visto Habemus Papam? Non ci credo. Neanche La messa è finita?

Nel tentativo di cercare un nesso tra il film appena terminato e le immagini che ora stavano scorrendo, sono rimasta ipnotizzata per buoni dieci minuti davanti a Padre Nin, il quale ha poi concluso dicendo di meditare sul fatto che “la Pentecoste ha reso i teologi pescatori”. Ma va’? I pescatori? Mah, non lo so. Io, per me, non ci avevo capito niente, che gliene importa ai pescatori di queste tematiche intellettualistiche, solitarie, masturbatorie?

E subito dopo è partita la pubblicità: “Chiedilo a loro”. Ovvero, devolvi l’otto per mille alla Chiesa Cattolica, così finanzierai le sue opere di bene. Avevo letto da poco una critica a questa campagna pubblicitaria, critica che si può ritrovare anche su questo sito (**) che svela, analizzando banalmente il Rendiconto della CEI sulle spese dell’otto per mille, che “alle opere di carità e assistenza […], non va più di un 21,2% del totale”.

Alla faccia della coerenza, ho sbadigliato. Chissà che cosa ne penserà Nanni Moretti, bisognerebbe chiederlo a lui, piuttosto.

 

 

 

 

*) Gianfranco Mascia: Qualcosa di sinistra – intervista a Nanni Moretti, 2002 Fratelli Frilli Editori, Genova

**) www.minimarketing.it Curato da Gianluca Diegoli

 

 

 

 

 


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