Posts Tagged ‘Firenze’

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

Dancing friday

18 ottobre 2013

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Per distendermi al termine di una settimana complicata, leggevo qualcosina di Stendhal (al secolo Marie-Henri Beyle), l’inventore della famosa sindrome fiorentina (ma non quella della bistecca che ora, vale la pena ripeterlo, si può tornare a mangiare al sangue), il quale è anche marginalmente noto come autore del pamphlet “Il rosso e il nero”. Il protagonista è uno scavezzacollo di nome Julien, al quale tempo fa, dedicai un breve ritratto:

Julien, nome rappreso dal gocciolio di consonati liquide e nasali, “U” che aspira all’alto, “E” che ridiscende, invocando pace e quiete. Suono dolce, che cerca vibrazioni dall’innesto su parole con la erre. Amore, Guerra. Implume, indifeso aquilotto, gettato dal nido in mezzo a un bivio con uno scapaccione. Una corona dentata sta per divorarti, attento!

A chi chiedi rifugio adesso, strappato all’indolenza dell’età acerba, se quella mano aperta che ti sbilancia verso i denti ingordi di una sega, appartiene all’essere più caro. Rude bestia, capace del solo affetto atavico che va di padre in figlio per mezzo d’odio e non delle parole. Sogni per lui soltanto ciò che ti ha insegnato, la degna conclusione di una vita atroce.

L’anima sguscia fuori dal tuo involucro, mente sei spintonato a forza verso casa. Fuggi con occhi di carbone acceso, volando verso il fiume dove galleggia il mito, per consegnagli il cuore. Tristezza e guance rosse. No, Lui non subirebbe.

Conquisterai quello che speri o ti spaccherai al bivio, dove si apre quel divario spaventoso? Seguirai amore su un percorso, o lungo l’altro diverrai amorale?

Questo nome mi ha fatto tornare in mente una delle mie prime amicizie bloggheristiche, l’autore de Il pianeta delle scimmie.

Puntando i piedi sulla costa del libro, in bilico dal cornicione dell’ultimo piano del palazzo, ho urlato: Oh-Ohh! E lui ha risposto sparando musica alta nella mia direzione.

Abbiamo ballato tutto il pomeriggio. E ora, esausti, abbiamo pensato di farvi condividere la nostra leggerezza. Enjoy.

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Dancing friday Compilation 18 OCT 2013

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Mentre sul Pianeta delle scimmie, la musica prosegue cliccando qui:

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L’incompiuta _ Meditazione 2

5 agosto 2013

Schubert – Sinfonia “Incompiuta” , esegue l’Orchestra giovanile Uto Ughi per Roma diretta da Bruno Aprea. Basilica di Santa Sabina in Roma.

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La Basilica di Santa Sabina, dentro, è una sorpresa. Forse perché non ha facciata. Nessuno a Roma indirebbe concorsi come nell’ ’81 per Santo Spirito a Firenze, una città che, forte della propria piccola estensione, consente a un Sindaco multitasking, uno che per lo più trascorre il proprio tempo a giocare al segretario di partito, di rinverdirne la simbologia, per dare una rispolverata al mito intramontabile nel mondo. Tanto non costa nulla. O quasi. Dai, giusto un quindicimila euro.

A Roma tutto questo non si fa. I soldi, quelli che non ci sono ma che ci sono invece, si usano in modo diverso. Che importa dei cantieri incompiuti, delle buche, dei gatti e degli umani, entrambi senza tetto, che si litigano tutto per strada, anche l’ombra? O dei trasporti pubblici e privati, dei monumenti alla malora, delle troppe case inoccupate e pure della disoccupazione che solo se ripartono i cantieri, appunto, sembra che si possa eliminare? Parliamo pure del “nero”, allora: quanti operai a cottimo raccolti lungo le strade la mattina presto, quale economia ripartirebbe alla riapertura dei cantieri, se non quella privatissima delle famiglie dei costruttori storici, quelli che sposano la giunta di turno, di destra o di sinistra, non importa? Macché, a Roma il segno di rottura lo dà la chiusura al traffico dei Fori, adesso sì…

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Toc toc toc

Il direttore solleva la bacchetta. Parte la sinfonia dagli strumenti dell’orchestra giovanile e tace la mia coscienza. Io e Lola siamo sedute nella frescura della navata principale, dentro la chiesa senza faccia, ma così piena di storia da sollevare chi entra da qualsiasi pena per la propria misera quotidianità.

Suo figlio Martino è quello al clarinetto, ciuffo negli occhi, dita nervose e ossute, orgoglio della mamma. Che sorride, sorride. Io, sai che faccio? Quasi mi commuovo con lei, siamo o non siamo amiche? Quasi, perché mi accorgo che, sopra la dentatura ormai opacizzata dalla fissità, sopra il suo naso affilato, lo sguardo non si sposta dal telefonino. E scoppia a ridere, per giunta, anche se sottovoce.

La vegliarda che l’affianca da sinistra irradia intolleranza. Lola non raccoglie, anzi accresce lo sbellicamento per un certo lasso di tempo. Ma poi chiude le labbra, umettando uno smalto ormai ridotto a intonaco crepato. Io, da destra, ruoto aristocraticamente il profilo nella sua direzione, cercando di non perdere il contatto visivo con l’orchestra. Mi mette la schermata sotto il naso, sono costretta a cedere. Cerco almeno di restare concentrata sulla sinfonia, mi pare che le orecchie mi si allunghino nella direzione opposta. Lola bisbiglia, e io, che non capisco niente, perdo la concentrazione lasciandomi sfuggire un:

– Eeh?!

La navata, ricolma di parenti, ha di che passare il tempo: il nuovo gioco si chiama “trova il colpevole”. Decine di occhi e orecchie come radar, scandagliano il livello teste.

Sono allenata, ho ancora tutti i lividi dell’ultima lezione di pole dance: scivolo sotto e mi affianco alle ginocchia di Lola, le afferro con malagrazia lo smartphone e le sorrido gelida, a occhi semichiusi. Vorrei strozzarla.

Lei, per tutta risposta, amplifica l’ilarità, premiata da un primo Schhhh! che sfuma in un crescendo di archi e oboi. Questo passaggio è proprio da pelle d’oca.

– Leggi.

tecniche

Leggo:  Le tecniche vanno portate quando si trova un’apertura

– E che significa?

– Ah, non lo so. È impazzito.

Parla di Maastricht. Nome in codice che allude alla città dove uno dei tizi coi quali scambia messaggini, un suo ex amico, nemico, amante di ere geologiche ormai dimenticate, ha lavorato per anni, chiedendole, sempre per anni, di venire a fargli visita. Col figlio, pure, se voleva. Tanto casa sua aveva due camere. Due camere? Rispondeva lei, a me, mica a lui.

E io avrei dovuto dormire nel letto con uno che Martino (di anni undici a settembre)  nemmeno sa chi è? Non se ne parla proprio. Così aveva procrastinato il viaggio, vagheggiandolo come imminente giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Conosco Maastricht come se ci avessi vissuto, per quanto Lola me ne ha descritto l’architettura, il clima, le particolarità, con occhi sognanti e spesso davanti a immagini tratte da depliant cartacei e virtuali, a video e cartoline, foto inviatele ogni mattina e ogni sera, per anni. Finché Lui, che non conosco ma, detto col senno di poi, deve avere una pazienza fuori dal comune, è ritornato definitivamente a Roma.

– Non mi ha perdonata di non essere mai andata a trovarlo.

Ed ecco il risultato. Una volta in Italia, l’ha invitata a uscire, ma sul più bello, nel passaggio tra cinema e cena, è stato richiamato a casa dal figlio che aveva maldipancia. Il figlio ha diciott’anni, una madre e una sorella, ma tant’é. Una seconda volta, entrambi erano troppo stanchi e si sono salutati davanti al portone con un bacio sulla guancia. La terza volta è stata rimandata, a causa di lui. La quarta, di lei. Per la quinta, più o meno una settimana fa, avevano trovato un accordo stanco. Occasione sfumata all’ultimo momento perché Maastricht doveva lavorare.

Nel weekend? Lo raccontasse a qualcun’altra! Ha protestato Lola, che ha chiuso l’ultimo approccio scrivendo di non voler essere un impegno a tempo perso (!) seguito da un laconico lasciamo perdere. Ora, se una cosa ho capito da questa mio ancora breve excursus nella scrittura, è che il pensiero, una volta messo per iscritto, non è più di “proprietà” dell’autore, ma è il lettore che riceve l’opportunità di darne un’interpretazione unica e propria.

Lola non scrive altro che messaggini, però. Per lei è tutto bianco o tutto nero: l’uomo in genere è stronzo, mentre la donna, per maggior sicurezza, ha due possibilità.

– La so, la so!

– Anch’io: O è una santa…

– Ok, la sapete. Basta così! Sciò!

Si sono girati tutti, accidenti. Perfino il direttore ha lasciato un’occhiataccia. I demoni hanno scelto di farsi vivi proprio al termine del primo, concitato movimento, nel silenzio che precede la ripresa del primo tema. Fortuna che sono ancora sotto il livello teste. Ora Lola è arrossita e mi chiede con gli occhi che cavolo succede.

Sussurro, imperturbabile:

– Non è impazzito, questa sembra una frase da manuale. Forse è un appassionato di qualche sport diverso dal calcio?

– Come no? – si illumina, – va pazzo per il karate.

Da quel momento la storia scivola in discesa e prende sempre più velocità, al ritmo della musica che si dipana tra un alternarsi di continui contrappunti.

– Allora ti sta prendendo in giro. Non so cosa significhi la frase ma ti vuole dimostrare che di quello che dici non gliene frega niente e lui è superiore.- Sentenzio, mentendo.

– Bastardo!

– Schhh!

Stavolta gli archi e gli oboi non sono stati tempestivi.

– Scusi…

– Schhhhh!!

– Scusi anche lei.

– Schhhhhh!!!

– Mavaffanculo.

<Rumore di sedie liberate.>

Scontriamo le teste sulla ricerca di Opera, uno dei browser installati (il migliore, a mio parere), e troviamo subito una raccolta di frasi memorabili sul karate, riunite in una pagina sola.

C’è Le tecniche vanno portate… ma anche La mente e’ come cielo e terra oppure La legge include durezza e dolcezza, oppure la misteriosa  La distanza “maai’ richiede avanzare e retrocedere, separarsi ed incontrarsi.

– Devo dire che ha scelto bene.

– Sì sì.

– Tu cosa gli rispondi allora?

– Mah. Pensavo di non rispondere affatto.

– Daai.

– Rispondo?

– Rispondi.

E così, creando il vuoto attorno a noi, e di quando in quando risollevando gli occhi sul clarinetto de’ mamma sua che per fortuna è rimasto tutto il tempo concentrato, abbiamo selezionato la risposta adatta tra le massime di tal Lao Tsu : Conoscere gli altri è saggezza, conoscere sé stessi è illuminazione.

– Perché poi abbiamo scelto quella?

– Ah, se non lo sai tu, Lola.

Premuto il tasto invio, sono pian piano ritornata a galla sotto lo sguardo obliquo e divertito della mia cara amica, e ho ripreso a seguire l’esecuzione ormai arrivata al termine.

Quindi una gomitata nelle costole mi ha distratto di nuovo. Lui ha risposto.

Ti voglio bene.

Non possiamo crederci, ma allora…

Tenendo il telefono davanti per leggere meglio, non ho potuto fare a meno di notare che nel frattempo un terzo soggetto, completamente estraneo alla- e ignaro della vicenda, inviava a Lola cuori, baci, e frasi a effetto, tratte palesemente dagli incarti dei baci perugina. Di questo tizio non me ne ha mai fatto parola… Hai capito, Lola.

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È stato davvero un bel concerto, devo dire.

Martino e sua madre si allontanano abbracciati come due piccioncini. Io so che il cuore di lei non è disponibile ad alcuno che non sia quel suo clarinettista. Ma, evidentemente, ha anche altri bisogni. Quali? E perché li esprime in modo tanto sgraziato? E perché tutti quegli uomini attorno, tutte quelle parole senza nessun significato, né un solo risultato a coronamento di tanta agitazione?

Ci sarebbe da meditare sull’intera questione, ma sono troppo stanca. Ai posteri, visto che cosa scritta…, e se proprio vorranno, la sentenza.

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Mi attardo con gli occhi alzati su Santa Sabina, l’incompiuta, sulla quale, nei secoli, hanno messo le mani in tanti. La guardo e mi viene in mente una vecchia intervista a Salvatore Settis, dove diceva

“Ricordo, quando ero al Ginnasio, un discorso di Piero Calamandrei ai giovani: La Costituzione è come l’Incompiuta di Schubert, disse, è un programma concreto. Noi dobbiamo portarlo a termine. Questo è l’orizzonte verso cui dobbiamo camminare, l’orizzonte della Legalità, della Democrazia. Perché la Costituzione siamo noi, i cittadini, spetta a noi lottare perché non sia un’utopia ma diventi una concreta agenda della politica”.

Parla dell’orizzonte che fa andare avanti, progredire, chi insegue, pieno di desiderio, l’utopia.*

Come è bella vista da fuori, la basilica di Santa Sabina, capisco chi l’ha desiderata tanto da volerla completare fino a farla apparire un elemento naturale, un prolungamento del Giardino degli Aranci qui vicino, il posto degli innamorati.

Chissà se esistono ancora e dove si nascondono stanotte, gli innamorati. Probabilmente non perdono tempo a scambiarsi messaggini. Né a discutere della Costituzione e della legge elettorale. Conoscono i propri desideri e li inseguono, e sono forse gli unici ad andare avanti, in questa nera notte.

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*) L’utopia, secondo la definizione di Eduardo Galeano, “è come l’orizzonte. Cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e  si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare”.

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L -33

19 maggio 2013

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Un classico moderno

Solone de FiRenziMatteo Renzi al Salone del libro di Torino.

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“Rottamazione” per Renzi non è un’epifania.

Dal Solone del libro vibra l’Apofonia.

Buon che in Arno sciacqui i panni,

Ma si asciugheranno in anni.

La sua rivoluzione per ora è in libreria.

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Per carità, anche se l’editoria è in crisi vale ancora la pena di farsi propoganda da cotanto pulpito.

Certo che oggi guardavo Iron Man e pensavo a lui, al Sindaco di Firenze. Non ne sbaglia una. Ah sì, le primarie, ma la colpa è del partito. E la “rottamazione”? Dai, quella era una mossa a effetto. Come Iron Man di ritorno dall’inferno anche lui fa pubblica ammenda, ma lo spettatore sa che è da questo momento in poi che la Cosa diventa interessante.

E poi c’ha questo vantaggio che avete tutti voi toscani, e che a me personalmente mi ipnotizza. Che non vi si può dire niente sulla lingua.

Apofonia. Sentito? Che bella parola. Io non la conoscevo prima. È vero che non ho fatto buone scuole, e che ho una laurea tecnica, ma un po’ di greco mi pare di averlo studiato. Eppure, lui che dice di aver ricevuto il voto anziché il veto  mi incanta, e subito lo paragono all’eroe Marvel.

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apofonia

[a-po-fo-nì-a] s.f.

  1. In linguistica, alternanza di una vocale o della quantità vocalica (breve o lunga) in parole derivate dalla stessa radice, per cui si determinano forme grammaticali e lessicali diverse (p.e. in lat. facio/feci).
  2. In retorica, artificio stilistico consistente nell’accostare o far rimare parole assonanti o fonologicamente simili, per ottenere particolari effetti espressivi, come, per es., nel verso di Dante (Inf. I, 36) «Ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto», o come le rime degli stornelli (v. anche paronomasia).

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Niente, vincerà sulla lunga distanza. Così lunga che mi sa che arriverà a temere anche lui la parola “rottamazione”.

E, a proposito di greci, il Solone che passò alla Storia, nonostante la sua buona volontà, aprì la strada alla tirannide. Speriamo che Renzi se ne ricordi a tempo debito.

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Firenze

31 gennaio 2013

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E filano e filano, due donne che parlano. Due vecchie duchesse, forse due badesse, probabile fossero state maitresse. Non smettono e intanto si infila (ma mi ha chiesto “Posso?”) è l’uomo che passa e non resta. Sta dentro il mio spazio soltanto per cedere il passo a chi porta ingombri più grandi di sé. Ecco, visto: l’ho perso di vista e lui se n’è andato, filato, allungato. Verso il suo inconoscibile mondo, ma tanto. Qui oltre i sedili marroni di questi vagoni non resta nessuno. È il destino del treno, perfino a Firenze, la bella dei sogni. La guardo sperando che non se ne accorga. Non scendo, qui resto. D’altronde il mio treno ha ripreso ad andare, si scinde da quella banchina, saluta. Firenze risponde, ma è già periferia. Le brutte casupole gialle accompagnano il fischio toccandosi appena le tegole opache. Che giorno di sole a Firenze, e non resto nemmeno stavolta. Che io odiavo Firenze una volta, e ora non so più chi è. Se da Boboli ancora si vede lontano. E neanche so più se ero io la ragazza con il basco per storto che lassù spergiurava “Io qui non ci torno mai più”. Che oggi, piuttosto, se mi vedo filare Firenze davanti, mi struggo.


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