Posts Tagged ‘Luna’

The Square. Quadrilogia dei tramonti – Satelliti

8 agosto 2019

di Francesca Perinelli


Volare basso, guardare in alto, sapere l’orizzonte in lungo e in largo, spazzando via le miglia con luce indifferente e anaffettiva, seguendo con il dito creste, tagliandone le bocche nette ai bordi, come le loro ombre. Mi immergo e mi sollevo, il tutto grigio e nero è la mia vita, la mia crisi irrisolta e mia alleata. Voglio solo planare: è la mia musica. Un ritmo sempre uguale che allunga la distanza da ogni cosa, mi aiuta a dialogare con il nulla e mi rincuora. Come quando ti vedo, confusa e già un po’ arresa. Mi appari sempre ai margini del giorno. Ti plano addosso e intorno. Sei rorida, ti freme la marea, ne sfioro l’onda e un brivido mi prende al sibilo del tuo vento lontano, lo inspiro e ti restituisco il fiato argenteo della Luna. Ti chiamo e mi rispondi, sparisco e tu ti offendi. Ti sorrido. Torni dolce in un attimo e mi addolcisco anch’io. Quasi mi sembra di poterti amare. Realizzo fioriture di grafite, che credi doni e usi in quantità nei tuoi acquerelli. Ma io non ti appartengo. Mi mostro sempre meno, arretro e poi mi eclisso. Non saprò mai di te, mi basta averti attorno, felice del tuo essere speciale. Anima azzurra e verde. Ti vesti così bene. Mi piace il tuo profumo. Ti trovo così bella. Ma vago lontano e solo, vado dall’altra parte. Quella che non conosci. Quella soltanto mia. Se mi lasciassi prendere, ci annienteremmo entrambi nello scontro. Tu smetti di cercarmi. La tua caduta rapida, senza odi né riverberi o illusioni, oltre la polvere ferma dei miei limiti, la scordo e dormo subito. Sopra di me si estende un cielo tale che tu non potrai mai immaginare.

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 


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