Posts Tagged ‘Film’

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

Il problema è di chi resta: prepararsi alle nuove leggi di mercato

28 marzo 2013

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Costa ancora un’elemosina

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Gli ultimi in ordine di apparizione sono i manifesti che sloganeggiano un tristemente esplicito VaffanCUD, firmato da una delle tante sottosigle sindacali.

Lo leggo a semaforo rosso, è affisso sulla recinzione del cantiere fermo-per-elezioni-comunali, tappezzato di vecchie e nuove facce che chiedono il voto dietro promesse spudoratamente false. Per reazione mi volto dall’altra parte. Alla mia vista si espone magnanimamente agli sguardi altrui un essere di cui individuo il sesso, femminile, grazie alla gonna di cotone verde militare, lunga, a balze, con pizzi e frange, che penzola da sotto il giubbotto sportivo di stoffa nera.

Le mani della donna si danno da fare sopra un telefonino, nella destra stringe una sigaretta appena accesa. Le unghie sono lunghe quanto metà dita e decorate con un french particolarmente fantasioso. Da dentro l’auto non decifro il disegno, ma a occhio e croce sarà costato un’ora di lavoro all’estetista, oltre al coating di prammatica.

La donna è grassa, ha un gran pancione che tende il giubbotto verso il basso, le gambe sono pietosamente nascoste alla vista dalla copertina invernale dello scooter. Del viso si scorgono solo labbra pittate e naso adunco, da sotto il casco escono allo scoperto mostruosi orecchini stile impero e occhiali firmati, sovramisurati.

Mentre allontano un lavavetri, il solito a quel semaforo (ci conosciamo e, se non oggi, capitolerò domani), riesco a immaginarla in versione estiva, col culo che straborda dalla cintura troppo calata in vita e una Y merlettata che scava nelle sue carni striate, portando l’involontario osservatore a frugare con la fantasia fin dentro i  suoi più reconditi recessi.

Mi viene da pensare che sia una che scopa. Sicuro. E tutti i giorni, pure. Alla faccia dell’età e del senso estetico comune. Immagino che abbia una vita vorticante nel web. Una famiglia che le somiglia, un cane che le somiglia.

Alla fine scatta il verde, mentre sto pensando che una così avrà anche fede in un partito che le somiglia molto. Del quale rappresenta il tipico elettore di estrazione popolare, ma benestante, probabilmente lavora in qualche ramo del commercio.

Perché i poveracci hanno poco da sentirsi rappresentati. Ne incontro a mazzi di decine al giorno, camminando verso il posto di lavoro.

Al primo, in genere uno che canta, suona o si lamenta in metro, mollo quello che trovo in tasca. Cerco di non dare più di trenta o cinquanta centini, perché poi come al solito finisco io a ricasco dei colleghi, quando si improvvisano riunioni  o pre-riunioni, o solo chiacchiericci, davanti al distributore del caffè. Non mi piace avere conti in sospeso, di nessuna natura.

Ma poi arriva il secondo, spesso un vecchio, malandato, puzzolente, spesso sdraiato o seduto in terra. In tasca non mi è rimasto nulla, se non quei trenta centesimi di cui sono restia a privarmi. Tiro dritta, non lo guardo neanche in faccia. Mi vergogno, e rimando mentalmente al prossimo incontro.

Quindi è la volta di un uomo di colore o può essere una donna, a volte corredata di figliolo in fasce, con un carico di calzini incellofanati che sborda dalle braccia ripiegate sul petto, e l’insistente “Ehi bella, ho fame, non hai qualche spiccio? Ehi? Bella? Bella? Ehi.”

Mi è capitato di fermarmi con loro, qualche volta. Se regalo del denaro mi va di scambiare due parole con chi lo riceve. Immagino sia una compensazione tipica da personalità fragile, questo tentativo di livellare le posizioni, di non sentirmi gravata dalla colpa della mia migliore condizione.

Un tempo questi ragazzi, sempre intorno alla trentina, non accettavano spicci, insistevano che venisse comprato qualcosa, offerta libera, mai meno di una manciata di euro. Un tempo potevamo anche permettercelo, noi che possiamo contare su di un conto in banca (finché l’effetto Cipro non ci travolgerà).

Noi che abbiamo qualcuno al quale diamo fiducia perché ci rappresenti in Parlamento, anche se siamo consapevoli che non sarà mai una fiducia abbastanza ben riposta. È solo l’unica alternativa al non voto, e il non voto è una violenza ai nostri diritti e un insulto ai nostri padri. Eccetera.

Oggi, diversamente da ieri, l’”offerta” è calata drasticamente, e la “domanda” si è adeguata.  Arrivano anche a toccarmi, a volte a strattonarmi, i venditori di calzini. Mi chiedono spicci, quello che ho, anche se non gli compro niente. Io li guardo e mi sembrano sempre così in carne. Non so, forse era meglio darli al vecchio.

Mantengo ancora i trenta centesimi stretti tra le dita della mano nascosta in tasca. So che non mi toglierò l’odore di metallo per una buona mezza mattinata, e così il fastidio di pensare a queste prime ore del giorno. Continuo a  camminare, il panorama è vario.

Donne in età, in età molto avanzata e anche bambinaie, giovani e vecchie, molte straniere, con passeggini, e ragazze e ragazzi, che teoricamente dovrebbero preoccuparsi del futuro e non trovarsi in quel momento in strada a gonfiare il petto coi soldi dei genitori, griffati e supponenti.

Portano a spasso il cane, tutti. I cani sfuggono, si perdono, si azzuffano l’un l’altro. I proprietari strillano. I passeggini intoppano. I bambini spengono gli occhi sbarrati sulla strada, qualcuno riesce pure a dormire, in mezzo ai clacson e alle urla.

Da un paio d’anni Stefano non c’è più. Veniva dall’est Europa, uno scheletro di circa novanta primavere, le ultime cinque, almeno, passate sulla strada, estate e inverno. C’erano persone che sospettavano che fosse sfruttato da una banda di compatrioti, perché ispirava “troppa” pietà. E per questo, per non alimentare il racket sospettato, non gli hanno mai dato una moneta.

Io con Stefano ero entrata in confidenza. Lui, non so se mi riconoscesse quando lo salutavo, mi faceva sempre dire il mio nome, era praticamente cieco. Ma le sue orbite offuscate si illuminavano, e slargava la bocca in un sorriso dei suoi due o tre denti appesi ai gengivoni rosati, quando mi ci accucciavo davanti e perdevo tempo con lui.

Stava seduto su una cassettina della frutta. A me faceva bene, davvero, parlarci. Era un brutto periodo, mi sentivo più vicina alle persone senza patria e senza casa che a quelli che frequentavo quotidianamente. Loro non avrebbero capito cosa mi si agitava dentro.

Una volta Stefano mi ha sorpreso, discendo che da giovane era stato uno studioso, un professore, e aveva curato la traduzione del Decamerone. Mi declamò su due piedi qualcosa di Boccaccio. Mentre alterava la voce in maniera spaventosa (considerato che era ogni giorno più privo di forze) e sputazzava in giro, gli scendevano le lacrime. E aveva un’aria fiera. Si lamentò di non poter più leggere. E di non aver nessuno che leggesse a lui qualcosa.

In una delle farneticazioni con le quali intrattengo giulivamente me stessa, ero arrivata a pensare di cercare un audiolibro su CD con tutto il Decamerone, di regalarglielo insieme a un lettore CD da due soldi e delle cuffie per ascoltarlo. Avevo pensato di darglielo e scappare via. Ma forse non avrebbe saputo usarlo.

Forse avrei potuto farglielo provare, gli avrei spiegato come funzionava, e se poi ci riusciva, glielo avrei dato, e sarei scappata in fretta. Ma poi mi sono distratta, ed è passato tempo, e sono successe cose che mi hanno portata per mesi lontano da quei marciapiedi. Quando sono tornata, Stefano non c’era più.

Veniva in centro tutte le mattine con l’autobus, aggrappandosi a un bastone. Viveva da solo in periferia, da quando il suo coinquilino con cui condivideva una stanzetta nei dintorni lo aveva lasciato solo e lui non poteva più permettersi l’affitto. Altro che racket. Avesse avuto almeno un cane, uno vero, non uno da passeggio, a fargli compagnia.

Oggi c’è Anna appoggiata al muro, stretta in un cappotto beige, dimostra un’ottantina d’anni. Lei è italiana, com’è cambiata la “domanda”. Lei chiede e basta, non vende nulla. Non declama niente. Non salta, né balla. Prova solo tanta vergogna e cerca di non dare nell’occhio, si piazza dietro a dei cassonetti dell’immondizia e quando uno passa, chiede perfino scusa per il disturbo. A me non viene affatto il dubbio che sia sfruttata da qualcuno. Le do sempre qualcosa, e mi fermo per due parole. Dice che si contenta di mangiare passato di verdure e the, che tanto alla sua età è meglio contenersi.

Oggi le ho detto che avevo mal di schiena, ho due vertebre disallineate, ieri ho fatto la risonanza magnetica. Le ho parlato con scioltezza, ho ridacchiato pure, il solito complesso di quella che dorme tra due cuscini alla faccia degli altri.

Lei, per i neuroni specchio, forse, mi ha raccontato una certa storia di miracoli. Ha detto che in ospedale aveva aiutato un’amica a sollevare il corpaccione del marito che non riusciva a spostare da sola dalla sedia a rotelle al letto, e che si era fatta male alla schiena. Il medico le aveva prescritto il busto, ma non era riuscita a sopportarlo, se l’era tolto subito.

E poi il Signore aveva fatto prima la grazia all’uomo, facendolo tornare a camminare, poi a lei, togliendole il mal di schiena. Anna ha cercato di trasmettermi tranquillità. Io ho rabbrividito. Non riesco proprio a credere nei miracoli. Anzi, farlo mi è sempre sembrato un atteggiamento molto pericoloso.

E poco prima avevo incontrato Emilio. Che aveva detto “Chi la dura la vince”, ci devono dare il cento per cento. Emilio è un carissimo ragazzo, un uomo buono. Però, quanta voglia di credere ai miracoli. Credere come bambini che le cose, se le desideri intensamente, si avvereranno.

Per esempio, buttare giù per sempre i malcostumi ultradecennali d’Italia nel tempo di un Vaffanculo (com’è cambiata la “domanda”, una volta si sarebbe detto “nel tempo di un amen”). Credere nella venuta di Uno al di sopra del bene e del maaaaaaleee, fare, come l’eeeeremita… Uno che con una spallata distrugge tutto, ma tutto tutto. Tanto verrà qualcun altro a ricostruire, e a ricostruire come Uno comanda. Non quell’Uno, però, che non se ne intende affatto. Un altro.

Io sto studiando il modello Anna. Il suo modo semplice e astuto di presentarsi. Sa che la sua è una guerra a chi impietosisce di più. E lei, è vero che ha ottant’anni, ma vorrebbe ancora campare. Stravincerà sulle vecchie col cagnolino defecante e sui ragazzotti che, per forza d’età, resteranno ancora a lungo strafottenti.

Io la studio, perché intendo superarla, quando tutto ma proprio tutto sarà spazzato via e, guarda un po’, non comparirà nessuno da un fantomatico cilindro a ricostruire. Io… ho due vertebre protuse, ecco il termine esatto e, pensa, una volta ero una ballerina mentre ora, povera me, mi contento di camminare piano, quando ci riesco. Io una volta ho aiutato un vecchio cieco a comprare le medicine, sono sempre stata tanto buona e ora che servono a me, le devo comprare da sola… Uh, quante storie potrei raccontare ai passanti, piegata in due, pigolante, e con gli occhi lacrimosi.

Perché il problema è che quando saremo col culo a terra, né io né la chiappona col perizoma al vento ci accontenteremo facilmente del passato di verdure. E quando in strada ci ritroveremo tutti, passeremo direttamente dal capitalismo al cannibalismo. Bisogna prepararsi.

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Nanni Moretti (Palombella Rossa) – e ti vengo a cercare (di Franco Battiato)

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“Succede anche ai pesci!”

23 marzo 2013

 

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Con questo post ho appena deciso di coniare la

Classificazione: Simple

(Con la quale si segnala una lettura adatta ai cosiddetti “più”.)

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Benvenuto, Presidente!

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Eccomi qua. Volete sapere come ho passato un paio d’ore scarse nel pomeriggio? Sono andata al cinema.

L’ultimo film che ho visto era un cartone, il precedente pure, tanto che quando la giovane fronda (=mia figlia) che mina con le sue intemperanze la placidità dell’habitat che condividiamo (=casa nostra), mi ha chiesto di portare lei e l’amica a vedere “Benvenuto Presidente!” con Claudio Bisio, io, in barba ai miei sogni di ficcarmi sola nel buio di una sala e frollarmi l’anima con, che ne so, l’ultimo di Almodovar o di Salvatores. O di Tarantino. Tutti li sto perdendo, tutti. Ma non la farò lunga. Visti i precedenti, non ho fatto la schizzinosa e ho supplicato “Posso venire anch’io?”

Voglio subito dire che è un film per grandi e piccini. Non si vede una tetta manco a pagarla (e quella che si faceva pagare nel film compare ben coperta in una scena di alta montagna). Le allusioni alla sessualità sono nettamente inferiori in quantità e qualità di una qualsiasi puntata di Zelig. Ecco.

L’altra cosa che volevo dire è: ma vi rendete conto? L’hanno girato due anni fa, due anni fa. (Aspe’, mi spiego meglio:)

Qui c’è un tizio che si fa gli affari suoi, tutto beato nella sua incoscienza, che all’improvviso viene eletto nientemeno che Capo dello Stato. Ma vi rendete conto? Facile prevedere la fine del settennato, ok. Ma entro la conclusione della pellicola nominano pure il nuovo Papa che, voglio dire, due anni fa come potevano immaginare… Mah.

Come ogni buon film di stampo parrocchiale c’è un abuso di nomi illustri sprecati in una pellicola senza pretese, e di macchiette ottime per il cabaret. Ma io, che non sono un personaggio raffinato, ho iniziato subito a ridere tanto, ma tanto, che il signore che mi sedeva affianco si è spostato parecchi sedili più in là per cercare un po’ di pace.

Ergo (=perciò, in latino),

Mi sono gustata come un’ebete questa iniezione di buonismo e allegria, espressi attorno a temi che, attualmente, di allegria non ne ispirano parecchia. In sala infatti, devo dire, erano piuttosto rigidini.

Nel complesso ho assistito al racconto di una favola moderna (il finale non lo preannuncio ma si sa come finiscono le favole), di quelle che hanno dipinte in faccia il senso del loro messaggio nascosto.

Il messaggio che passa, allora, ve lo spiego, è: Colpisci e rinuncia! C’è chi viene eletto apposta per risolvere certe situazioni, fare il lavoro sporco, ma per poco tempo. perché un eccesso di coerenza logora, si rischia l’isolamento. Uno sciroccato come il protagonista “può dare solo una scossa” ma poi deve lasciare il campo a chi è veramente competente (di leggi, di codici, dei problemi di ogni tipo da cui è afflitto il Paese). E ora, le perle:

– “È la vanità che ve frega a tutti quanti”.

– “Pasturare rilassa” (in mancanza d’altro – e basta co’ le pippe, ops. Pasturate, gente, pasturate).

– Il Bioparco di Roma potrebbe non essere un bell’ambientino.

– Se il Brasile e poi la Cina decidono di comprare ciascuno 200 miliardi di debiti italiani al tasso del 2% è una gran bella cosa, da festeggiare. Mah. Ma comunque, se volessimo arrivare a ciò, bisognerebbe cercare di allestire al Quirinale innocui festini a base di Mariuana, dove si ballano e cantano canzoni di Janis Joplin.

Si capisce che mi è piaciuto? Cioè, che mi sono divertita, perché Claudio Bisio è bravissimo, e pure gli altri del cast e poi Kasia Smutniak è anche sexissima, specie tutta vestita di grigio. Che me frega? Non lo so, io ve lo dico. Che poi, la citazione nel titolo “Succede anche ai pesci!” appartiene a una delle poche scene vagamente eroticheggianti dell’intero film, quelle che seguono sono divertenti parodie. Ma Kasia da sola vale più di tanti discorsi. Peccato manchi sempre la controparte maschile, ma vabbé.

– Non ti è piaciuto.

– Sì, ti ho detto.

– E non si è capito.

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Per questo ho appena deciso di abortire anche la

Classificazione: Simple

(L’empireo della maturità testuale può attendere)

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Io non ti lascio

7 marzo 2013

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Sto leggendo un libro che mi commuove a ogni pagina, La Strada, di Cormac McCarthy. In un imprecisato scenario post-apocalittico, un padre sceglie di continuare a vivere soltanto perché ha su di sé la responsabilità del figlio. Quest’ultimo scampa di continuo alla morte, confidando imperterrito nel genitore, al quale impone di rivolgere anche a sé stesso le cure che riserva a lui.

Da sempre, tra i miei pochi punti fermi c’è la convinzione che l’Uomo trovi senso e scampo solo nel curare e proteggere i propri figli e figlie (in senso lato: nel mondo occidentale non figlia più nessuno – e questa forse è una parte del problema), anche a costo della sua stessa vita. E nel riuscire a trovare in sé la bambina o il bambino di un tempo, nel curarlo e proteggerlo con lo stesso impegno che mette o metterebbe per un figlio.

La scrittura di McCarthy è piana e prodigiosa: da giorni convivo con un’eco che rimanda un’immagine precisa, ma dai contorni sfumati. Un’immagine che non ero riuscita a identificare finché non mi sono imbattuta nella newsletter di Amici Della Terra, L’Astrolabio.

Davanti agli scatti della pluripremiata fotogiornalista americana Stephanie Sinclair, ho rintracciato finalmente la fonte di quell’eco. Era la piccola Mathilda, che gridava, aggrappandosi a Léon, un attimo prima di perderlo per sempre: “Io non ti lascio”, al minuto 88 dell’allucinata favola raccontata da Besson, che mette faccia a faccia, nei confini di un amore totalmente privo di connotazione sessuale, un uomo e una bambina.

Si finisce sempre per separarsi, è la vita. Ma a me, come a McCarthy, sembra (e forse è un’illusione, ma un’illusione talmente calda, consolatoria e necessaria) che nel ripetere a sé stessi più che ad altri “Io non ti lascio”, risieda la forza e l’ultimo motivo per continuare ad avanzare nell’oscurità.

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Rajani

L’immagine sopra riportata somiglia all’abbraccio disperato di Mathilda con Léon, ma invece ha un significato esattamente opposto: “Io ti lascio”, e ha inizio l’orrore.

Cliccando QUI si trova una presentazione del lavoro fotografico di Stephanie Sinclair in Afghanistan, Yemen, India, Nepal ed Etiopia. Paesi nei quali le bambine possono essere vendute dalle proprie famiglie a uomini molto più grandi di loro, i quali possono abusarne come vogliono fin dalla più tenera età. Molte di loro scelgono il suicidio.

Nelle ultime diapositive c’è l’immagine dell’arresto di un uomo che aveva tentato di uccidere la sua sposa bambina rifugiatasi presso i genitori dopo un anno di violenze subite. L’agente ritratta in quello scatto, Malai Kakar, era stata la prima donna poliziotto di Kandahar, poi divenuta Capo del Dipartimento dei crimini contro le donne. Malai fu assassinata dai talebani nel settembre 2008.

Mi dispiace, il problema esiste. Mi dispiace perché non vorrei che fosse così, così come non vorrei sentire voci che normalmente sento vicine, amiche, infastidirsi davanti a chi solleva la questione del Femminicidio.

Certo, la violenza e l’assassinio (morale o materiale) a movente sessuale, giustificati per cultura, religione, o semplicemente coperti dal silenzio della vergogna e della connivenza, sono esperienze che, in Italia e nel mondo, accomunano entrambi i sessi. So per certo che qualcuno alza le sopracciglia, incredulo. Dia una letta QUA, gli uomini possono subire le stesse vessazioni delle donne, riportandone danni fisici e psicologici altrettanto difficili da tollerare. Ben venga allora chi solleva i problemi e, soprattutto, chi cerca di risolverli.

Ma, si può essere contro chi prova ad affrontarne almeno uno? Si può seriamente sostenere che tutti gli omicidi sono uguali e quindi tanto vale protestare contro la violenza dell’Uomo sull’Uomo? A me questa generalizzazione suona come la frase “Piove, governo ladro”, che giustifica il fatto di lasciare le cose come sono, data la loro inaffrontabile enormità.

Non festeggio mai l’otto marzo in quanto “Festa” della Donna. Che allegria, siamo donne, festeggiamo. Ma utilizzo questa giornata per raccogliere informazioni e riflettere sulle distorsioni che si producono all’interno di una società globalmente ancora molto maschilista. Questa è, forse, l’unica distinzione che rende indispensabile, oggi, sostenere una battaglia di genere.

Quella contro il Femminicidio, termine fastidioso e cacofonico quanto si vuole, anzi, disturbante. Perché mette un accento sgradevole su evidenze accettate da tutti.

Non sarà più solo una battaglia di genere nel momento in cui, uomini e donne, potremo disporre in modo paritario dei diritti umani. Quando tutti gli omicidi, alla fine, saranno veramente uguali.

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“Da parte di Mathilda” – estratto da Léon di Luc Besson

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Tropico dello scandalo

11 gennaio 2013

WeekendOut.it

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Tropico dello Scandalo – Henry Miller e Feltrinelli

Feltrinelli Libri e Musica

Galleria A. Sordi 31/35

Piazza Colonna

Dal 12 al 31 gennaio 2013

Ingresso libero

Info: 06.69755001

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“L’Italia del 1962, quando Giangiacomo Feltrinelli decise di pubblicare clandestinamente gli scandalosi Tropici di Henry Miller, era molto diversa da quella di oggi.

La mostraTropico dello Scandalo” – esposta alla Feltrinelli Galleria A. Sordi dal 12 al 31 gennaio – fa il punto su quello che Miller ha insegnato in fatto di letteratura e libertà. Lo fa attraverso fotografie, documenti inediti, lettere dell’autore al suo editore e ai giudici che lo accusavano, ritagli stampa nazionali e internazionali.

Dipingendo insomma il ritratto di un’artista, di un’epoca, di una morale. E di un mestiere, quello dell’editore, che di libertà di pensiero dovrebbe vivere sempre.”

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Auguri, tesoro

1 gennaio 2013

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Shortbus

Buonnatale

25 dicembre 2012

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Auguri… Servono.:-)

Racconto di Natale /4

20 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

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[segue / leggi dall’inizio]

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Perché annunciare “arrivo in tempo”. Perché crederci per prima. Avesse contato qualcosa. Li salivo a fatica e con lentezza quei gradini sdrucciolevoli del vecchio palazzo di Fontanella Borghese. Ero cosciente, e pure indifferente, del mio ritardo di oltre un’ora sull’apertura dell’appello. A metà della lunga rampa, nel viavai di studenti in preda all’agitazione, alzai lo sguardo: dall’alto, in una pioggia fitta di luce, precipitavano insieme angeli e demoni. Tutto era caos e io ne ero una particella non del tutto ignara. In lontananza suonavano le trombe del Giudizio.

L’atrio di smistamento tra le aule era ampio, e pure il corridoio a lato. Non uno spazio libero dove non si accalcassero anime perse. Pareva l’anticamera dell’Inferno. Uno ripeteva a occhi chiusi con la testa contro il muro, un altro consolava una collega singhiozzante. Tutti gridavano. Mentre cercavo di orientarmi, un tizio che conoscevo ma che non riconobbi subito, per via di quello sguardo spiritato, mi disse che gli era andata male. Gli feci appena:

– Oh.

E sulla sua faccia si aprì istantaneamente un ghigno folle. Scambiò maglia e cravatta con uno che gli veniva incontro, inforcò gli occhiali che prima aveva evitato di indossare e scamazzò a caso i suoi capelli. Si ripresentava al varco, sperando di capitare, non riconosciuto, davanti a un secondo misero assistente. Si rituffò nel mucchio, e lo persi subito di vista.

Intanto avevo individuato l’aula. Fuori delle porte c’era altra gente accalcata. Alcuni stavano perfino in piedi sui banchi accostati tra loro al centro del grande parallelepipedo. Provai a convincermi pensando “Devo entrare”. Ma, lo sentivo anche a distanza, il vuoto al di sopra delle teste era tutto occupato da un grasso, roboante, fastidiosissimo frastuono e io non stavo bene. Ero molto intontita e sospettavo di covare una febbre da cavallo.

Il professore era un tipo capriccioso, saliva su di giri come niente. Mi ero fatta l’idea che disprezzasse lo studente medio, sul quale infieriva con gesti e aggettivazioni poco cortesi, e che mandava via col minimo dei voti, anche se quello aveva ingoiato i fogli dei suoi appunti a uno a uno, per essere sicuro di digerirli bene.

Per l’esame servivano due tipi di preparazione. Il primo era lo studio approfondito delle dispense e dei libri previsti nel programma, come di tutti quelli non inclusi, ma che andavano cercati nelle biblioteche. Andava saputo tutto, in maniera impeccabile. Nel caso toccasse in sorte l’interrogazione da parte di un assistente, che mai avrebbe proposto più dell’assegnazione di uno stitico ventotto.

L’altro modo richiedeva della genialità. Il guizzo, l’intuizione, la sintonia con gli umori e le complesse vie che prendevano i ragionamenti del Prof. Che era, sì, un docente, ma soprattutto un critico d’arte, un amico dei potenti. Uno che a breve avrebbe iniziato a dirigere un’importante rivista di settore e sarebbe stato coinvolto in un clamoroso errore giudiziario. Cosa gliene poteva fottere di sbarbatelli come noi. Durante le sessioni d’esame si annoiava a morte, immaginai, non appena riuscii a fare capolino nell’aula. Dunque, benissimo.

Perché non è che fossi stata una secchiona, come credeva Lupo, anzi. Di corsi da seguire ne avevo avuti veramente troppi quell’anno, per dare peso anche a Storia dell’Arte. Assistetti alla prima lezione, più di dodici mesi prima, e decisi quale sarebbe stata la mia strategia. Il fatto era che il  Prof pareva il gemello di mia nonna. Vanesio, presuntuoso e pronto a premiare chiunque avesse mostrato lo spirito giusto nel giudicare un’opera, al di là del nozionismo. Ma soprattutto non gli avesse fatto perdere tempo. Bè, mi sentivo a casa.

Il tipo che aveva cambiato aspetto per ritentare l’esame mi comparì ancora davanti, in preda a una gioia senza freni. Afferrò le mie mani stringendole convulsamente.

– È andata bene! Ho preso diciotto!

E passò quindi a stropicciare altre mani e a dare la notizia a chiunque incontrasse andando via.

Lupo lo chiamarono prima di me. Si sistemò davanti a un’assistente donna, una brunetta acqua e sapone con i capelli tenuti insieme da una composta coda di cavallo. Buon per lui e la sua preparazione da Bignami. Concentrai lo sguardo sulla sua nuca, continuavo a sentirmi due persone insieme, e trepidavo. Ma ecco che fu il mio turno. Si erano liberati sia il professore che l’altra assistente donna, un tipo secco secco e coi capelli corti. Si consultò col Prof, e uno studente prese posto di fronte al titolare della cattedra. Mi sentii crollare il mondo addosso. Non era così che sarebbe dovuto andare. Lei fece:

– Mi parli dell’acquerello di Cézanne.

Uff.

– Nel millenovecentosei, Cézanne…

In quel momento il professore incominciò ad urlare. Quello che era seduto accanto a me scomparve all’orizzonte ancora prima che terminasse la sua flagellazione. Feci a voce più alta, tenendo d’occhio la sedia appena liberata:

– Mi scusi, ma sono un po’ confusa perché mi aspettavo di essere interrogata dal professore. Pensi che l’ho perfino sognato stanotte, saprei ripetere tutta l’interrogazione.

– Va bene, però le ho chiesto…

– No, lasci, la lasci parlare. Anzi, lei, venga qui davanti, visto che c’è un posto libero- , mi fu proposto. Ce l’avevo fatta.

Iniziai un monologo dal sapore onirico che il Prof sorbì con la bocca così stretta che diventò violacea, e gli occhi puntati fissi dentro ai miei. Finché non mi interruppe a bassa voce:

– Basta così.

Quindi, saltato in piedi, zittì gli altri dannati e urlò:

– Vedete questa stronza? È l’unica ad aver capito tutto, tutto! Imparate da una come lei, voi che non capite e non capirete mai un cazzo!

Quindi, come se niente fosse, si mise di nuovo seduto e, a occhi bassi, sospirò:

– Trenta e lode.

– Co- cosa? – Balbettai io.

– Su, se ne vada – la voce sembrò iniziare ad alterarsi – se non vuole che cambi idea!

Detto fatto. Siglata la preziosa cifra sul libretto, mi agganciai a Lupo, che pescai vicino all’uscita tra la folla. Questa iniziò a stringersi a cappio attorno a me.

Ci lanciammo correndo verso il basso per le scale e lo scalpiccio alle mie spalle prese in breve il peso di una cavalcata. Al mezzanino ero già stata raggiunta e circondata. Iniziò a quel punto l’intervista.

– Scusa!

– Senti, te la possiamo fare una domanda?

– Ok, ok. Ma devo arrivare al bar e mangiare qualcosa, sennò svengo.

– E noi ti accompagniamo, che problema c’è?

Saranno stati, non so, una cinquantina o più. Ero stordita e iniziavo a vedere tutto nero, continuando a galoppare verso il basso assieme al resto della mandria.

– Senti!

– Scusa,

Cominciai a cercare le parole e anche le dita di Lupo. Gliele strinsi con forza. Un simile successo non era spiegabile con poco e poi io mi stavo sentendo sempre peggio.

– Dimmi. Ditemi.

– Te l’hanno mai detto che sei uguale a Debra Winger?

Debra

[continua]

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Ryuichi Sakamoto, The sheltering sky – Loneliness

Quanto tempo ancora?

10 dicembre 2012

Tutto torna, eh. Lunedì: si ricomincia. Freddo: si ricomincia. Campagna elettorale: si ricomincia. Tutti quei manifesti, già strappati, uno sull’altro, che coprono ogni superficie disponibile. E quando sono arrivata vicino al cinema Mignon però, ne ho visto uno che sembrava affisso l’altroieri:

Vespa

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Ma tu pensa. Era il 1994, “quelo” scendeva in campo e, “Merde… Si ricomincia pure a combattere con lui, vedi!” Ho pensato, considerando il potente emblema della scopa da spazzino abbandonata in mezzo alla strada.

Sabato ero a due passi da Nanni Moretti. Sarei stata capacissima di prenderlo in braccio come Benigni con Berlinguer, avrei potuto fare un salto in avanti e gettarmi a terra per placcarlo alle caviglie, avrei potuto gridargli “Nanniiii! Sono una tua grandissima fan!” per poi serrargli le braccia con le mie e restare in piedi di fronte a lui, a ogni istante entrambi sempre più perplessi, al cospetto del mio ingombrante entusiasmo. E invece l’ho lasciato andare via così, senza alcun rimpianto. Non è solo perché abito a Roma e mi basterebbe fare una capatina al Nuovo Sacher, per dirne una, per inciampare con tutta probabilità nei suoi piedoni. Non vado al Nuovo Sacher da una vita.

Perché Nanni era già mio amico quando a vent’anni ci radunavamo con gli amici a casa di qualcuno a guardare i film, suoi e di altri registi, procurati in VHS da quello che tra noi era iscritto a Cinematografia e, oltre a frequentare l’Azzurro Scipioni (sì, pure i film di Silvano Agosti guardavamo) e le altre sale d’essai di Roma, passavamo il tempo libero leggendo, guardando, ascoltando e discutendo di cinema (e di musica, ma quello è un altro film). Eravamo anche testimoni di un’epoca di rinascita del cinema mondiale, dopo la tetra parentesi degli anni ’70 e ’80.

Ci si erano appena asciugati i brufoli. Quei film che ci facevano conoscere la vita ancora prima di averla vissuta, ci segnavano davvero nel profondo e, visione dopo visione, consolidavano la spocchia con la quale affrontavamo il mondo, certi di essere migliori dell’italiano medio. Ma poi quell’epoca è finita, e tante altre cose sono finite con lei, cose da ragazzi. Toccava diventare adulti, qualche caduto andava lasciato a terra. Nanni Moretti ho continuato a seguirlo anche più tardi. Mi sono avvicinata alla sua generazione, perché una volta raggiunti i “trenta”, finiscono per cadere le distinzioni tra le età, ci si ritrova tutti nella stessa barca e solo il vissuto, in definitiva, fa la differenza. Tanti di noi, senza saperlo risconoscere, sono diventati gli italiani medi. In un certo momento pure io, attraversata da un brivido di orrore e di piacere, ho sfiorato il baratro.

Sabato, disceso da quel palco, l’ho lasciato andare, il Nanni-uomo. Quell’altro, il mito, l’ho già da tempo interiorizzato. Sarà con me per sempre, o meglio, finché in me resterà vita. Meglio che non ci pensi, e nel frattempo, mi dedichi a far altro.

Nanni Moretti – Caro Diario (spezzone)

Silenzio

6 novembre 2012

 

A chi conosce il francese, Internazionale segnala lezioni di piano on-line per soli 29 euro al mese. Basta andare su http://www.jejouedupiano.com/index.html e seguire fiduciosi le istruzioni.

 

Due sono le cose che mi sto rassegnando a lasciare nel cassetto dei desideri irrealizzabili. In fondo, roba da poco: imparare come si deve il francese – ci provo a più riprese, sempre con lo stesso metodo, da che avevo tredici anni. Capisco abbastanza, ma non lo parlo proprio – e riprendere a suonare il pianoforte. Non posso permettermele, le lezioni di Jejouedupiano. Non tanto per la cifra quanto per la persistente ignoranza della lingua.

Decorazioni a parte, il piano di Jane Campion somiglia tanto al mio. Che sta bene dove sta, là in fondo a quell’oceano.

Jane Campion – Lezioni di Piano (1993)

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THERE is a silence where hath been no sound,
There is a silence where no sound may be,
In the cold grave–under the deep, deep sea,
Or in wide desert where no life is found,
Which hath been mute, and still must sleep profound;
No voice is hush’d–no life treads silently,
But clouds and cloudy shadows wander free,
That never spoke, over the idle ground:
But in green ruins, in the desolate walls
Of antique palaces, where Man hath been,
Though the dun fox or wild hyaena calls,
And owls, that flit continually between,
Shriek to the echo, and the low winds moan–
There the true Silence is, self-conscious and alone.

 

Silence, by Thomas Hood

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