Infinito Presente /7

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue/leggi dall’inizio]

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7. Rivangare/Ricoprire

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Ogni volta che qualcuno prova a rivangare, faccio tanto d’occhi. Occhi. Quel che ne resta: poca roba. Un tempo li dicevano belli. Ma su. Perché tanta modestia proprio adesso che sono in questo stato? Allora: Occhi magnifici. Magnetici. Da zingara. Così ne parlavano. Sfido io, con la strada percorsa dai miei cromosomi. Faccio tanto d’occhi, appunto, quando provano a rivangare la mia storia. Me ne ricordo appena, sì. Ma loro, loro che smuovono ancora queste zolle, loro che ne sanno. Di quel prima, prima di andarmene, quando persi di colpo la presa sulla piccola mano scivolosa, prima che di nulla potesse più importarmi. Che un sonno, grave come quello dal quale vengo richiamata ora, mi inghiottisse. Prima, appena poco prima (saranno state ore, o forse giorni), come sempre da anni era tornato a me l’angelo della luce. Quello che non mi aveva avuto a cuore nei giorni più importanti, lui ora tornava. Quale vantaggio a essergli nemica? Rancore, quella parola io non lo sapevo affatto cosa significasse.

Arrivava, spesso nel tardo pomeriggio di una giornata estiva, io gli offrivo una bevanda tiepida e poi ci sedevamo. Mi lasciavo tenere la mano. Stavamo così a occhi chiusi, talvolta ore, sui massi fuori della bettola che io chiamavo casa. Io, che venivo dalle roulotte dei nomadi, tutte piene di cose di famiglia, anticaglie preziose come ori, tessuti, bambole, ninnoli, cappelli magici e cerchi da incendiare, giochi che furono un tempo quelli esibiti dai miei antenati, i giullari degli Zar. Mio nonno è stato lanciatore di coltelli, ciascuno in famiglia aveva il suo mestiere. Io per me, volevo solo far ritratti. Dopo la guerra mi sembrava di essere circondata da un vuoto di persone. Così pochi quelli di noi scampati allo sterminio. Mi venne voglia di trattenere almeno i volti. Poterli avere, un giorno come oggi, tutti vicini e distesi accanto a me, dentro il buio di questa notte fredda.

Al tempo in cui decisi il distacco dalla tradizione, già ero caduta dentro un’altra epoca incredibile. Mi accolsero nel cerchio certi giri di persone che si battevano per l’egualitarismo. Che illusione. Magnifica e impossibile. Si era di fronte alla rivincita dei timidi, dei divoratori di libri, di chi non era ricco né bello, né eccelleva nello sport*, epoca che fu di Tenco, De André, Jaques Breil e gli altri, e poi evocazione e ispirazione Sulla Strada, con Keruac e Ginzberg, sulle canzoni di Baetz e di Cohen, e ancora psichedelica sempre più spinta di Birds e Doors e Beatles. Ma quando la contestazione divenne gerarchia, e andava organizzato ciò che seguiva, fu allora che mi persi.

No, no. Mai mi sarei omologata senza un motivo serio. Nascevo nomade, vivere dentro una casa era una scomodità. Ma dato che i tempi andavano di fretta, e tutto ciò che più contava al mondo era la mia bambina, anche se a malincuore scelsi una via di mezzo. Tornai a quel paesino che ancora mi pensava, mi presi un po’ di terra sul pendio del monte, e mi inventai un tetto sopra le nostre teste.

Ce ne stavamo lì, aspettavamo il giorno, ce ne stavamo lì messe da parte. Quando andavamo, girando costa costa se d’estate, e d’inverno nelle piazze dei borghi d’altura, portando il calore dei rossi, gli ocra, i gialli dei volti che fermavo sulla tela, ne ricavavamo qualche soldo e a volte un pasto intero. Era così, ce ne stavamo, io e la mia bambina, buone buone. Attendevamo il cambio di stagione.

Lui mi teneva la mano e restavamo entrambi a occhi chiusi. Poi non lo rivedevo che dopo un altro anno. Non mi chiedeva niente, e io neppure. Nemmeno parlavamo della figlia. Ché lei non c’entrava nulla, non c’era prima. Prima di questa eternità a scadenza, in cui ogni volta i lembi del tempo venivano ravvicinati e ricuciti insieme, come se le pieghe profonde nascoste tra essi non fossero che sogni di coscienze disturbate. Prima dei nostri silenzi, del perdono mai chiesto e subito concesso, prima, era stato un tempo ingrato, di fuga alla ricerca di un angolo di pace. Tempo di torti da evitare, di colpi da schivare, di vita da curare.

Ma, ancora, prima di quel tempo, prima, io ero io ora sono io ora, affacciata a quella camera di Roma, che guardo sfilare il corteo con le bandiere E canto coperta di luce di scaglie di lamina d’oro Oh, Baby, oh baby, … Boom! E’ questo il nostro turno, è qui il giro di giostra Mi giro sorrido Ecco il nostro nuovo arrivo Boom boom! Ma noi ci conosciamo non è vero? Noi giocavamo insieme un tempo eri un bambino Tu una bambina, è vero Ci presentiamo per la seconda volta Gridiamo Insieme adesso ne ridiamo intrecciati graffiati illesi da cardi e fiori dorati che sbocciano in mezzo alla notte Fioriscono odorano feliscono come gatti Felici siamo noi ora oh-oh. Oh! Ohh! Guarda:  Cade la falce nel grano e si perde a metà mietitura Chi raccoglieva s’è perso Chi fuggiva inseguiva s’è perso Non c’è più l’orizzonte! Non più: Abachi/vecchi maestri/bacchette su/dita-di-rosa-negate-all’aurora/schiavitù/negazioni di sorta/pre-va-ri-ca-zio-ni! Insegniamo operai/Sciur padrùn calci in culo sui tuoi bei braghi bianchi!/Diritti Diritti! Urla con me! Dipingi con me! Pennello di seta di dita ti tocco compagno fratello di terre lontane Ho i brividi adesso Io Vorrei Mangiare Anacardi Vorrei Anacarti con me, anacare il tuo cuore col mio Dimmelo dimmelo su ora subito Dimmi il tuo nome dì il tuo nome il tuo nome E tu, da dove vieni? E dove vuoi andare? Ma tu già sei lontano e sei così spigliato Dici parole moglie famiglia figli e io ne piango Ancora come allora Ripiombo dentro quel sonno privo di memoria Non mi svegliate più, vi prego. Non mi svegliate.

[continua]

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Mau Mau – Fiore

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Theodore il poeta**

Da ragazzo, Theodore, te ne stavi lunghe ore
sulla riva del torbido Spoon
a fissare con occhi incavati la tana del gambero,
in attesa di vederlo, mentre spinge avanti,
prima le antenne ondeggianti, come festuche,
e poi subito il corpo, color steatite,
gemmato con occhi di gaietto.
E ti chiedevi rapito nel pensiero
cosa sapesse, cosa desiderasse, e perché mai vivesse.
Ma poi il tuo sguardo si volse agli uomini e alle donne
che si nascondono nelle tane del destino in grandi città,
per veder uscire le loro anime,
e così capire
come vivessero, e per che cosa,
e perché s’affannassero tanto a strisciare
lungo la strada sabbiosa dove manca l’acqua
quando l’estate declina.

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*) Elfo: Tutta colpa del ’68. Cronache degli anni ribelli Ed. Garzanti, 2008

**) Edgard Lee Masters: Antologia di Spoon River Trad. di Fernanda Pivano – Ed. Einaudi, 2009

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