Badinerie velica

Allora, io una volta sapevo piegare le vele. La randa sempre in due persone, il fiocco anche da sola, che è più piccolino. Sapevo fare i nodi marinari.

– Ma guarda che ti ho visto, li fai anche oggi.

– Se è per questo piego benissimo le buste della spesa: uguale uguale a come piegavo le vele. Solo che sono buste della spesa.

– E allora?

E allora, dicevo per dire, “sapevo”. Una volta sapevo anche andare in bicicletta senza mani e chissà, forse lo saprei ancora fare. Ma oggi non mi azzardo più, ho un sorriso solo da spendermi e il dentista costa troppo. La storia della piegatura delle vele è una di quelle cose che mi sono rimaste così, strozzate nel gargarozzo. A parte qualche escursione piratesca negli anni, su derive e laserini o hobie cat affittati al mare o al lago, io in vela non vado più da anni.

– Beh, velista non lo sei mai stata.

– Però…

Però ero abbonata a Bolina, e per alcuni periodi sono andata regolarmente al lago su una Cinquecento scalcagnata che, sulla strada, si fermava a volte anche in mezzo ai campi coltivati, diciamo per gustare il paesaggio. Una volta ascoltavo Bob Marley su un mangianastri rimediato mentre la Cinquecento correva verso il lago tutta roboante e ondivaga. E col tettuccio spalancato. E al largo si mangiava groviera con i cracker e quando arrivava la raffica si saliva con i piedi sul bordo e si teneva forte la scotta della randa, che dava strattoni come le redini di un cavallo da domare, la chiglia si chinava tutta dal lato opposto, e si gridava forte “Yippieee! Yuhuuu!”. Certe volte il lago era così vuoto, in certi giorni così limpidi e sereni, che starne al centro era come stare al centro dell’universo.

– Metafora consunta.

Te ne do atto. Ma ero solo una povera ventenne senza esperienza di adulti disincanti.

– E che altro facevi una volta (sbadigl…)?

Boh. Tante cose. Per esempio, le piroette. La spaccata. Sessantaquattro saltelli in quarta sulla diagonale del Teatro Parioli che, come tutti i palchi come si deve, è inclinato verso il pubblico e io li facevo tutti, quei sessantaquattro maledettissimi saltelli in quarta. Era il mio momento di gloria vuoi mettere?

Ma poi, in effetti, non è che facessi chissà che cose eccezionali. Erano di quelle che si fanno per un periodo della vita, e che ti segnano al punto che puoi passare gli altri 9/10 dell’esistenza a dire in giro: Una volta ero una velista, una volta ero una ballerina, una volta ero un architetto e via discorrendo.

C’è qualcosa che però mi convince che non è mica male vivere nel presente. Ho passato anni a ricordare con immensa nostalgia un flauto sublime che riproduceva un certo Bach, ma ai tempi non avevo memorizzato cosa fosse. E quelle note che soffocavano riecheggiando male nel mio cranietto, occupato sempre più da altro, mi ricordavano uno spicchio di esistenza davvero minuto: le prove di un saggio, le ballerine con i piedi fasciati e sanguinanti, la bellezza dei sedici anni, in alcune davvero sfolgorante, le affettuosità cameratesche, le diete da seguire per essere in piena forma per quel giorno, le prove, le prove, le prove, anche di sabato e domenica, il tempo sottratto ai compiti, le pause sul prato davanti alla scuola di danza, le risate. Ma come si poteva fare a rintracciare quel pezzo di Bach.

– Bastava usare internet.

– Beato te.

Comunque sia il tempo è passato utilmente. Ed ecco che, prima, le suonerie paleolitiche dei primi cellulari hanno cominciato a diffondere odiose musichette, tra le quali quel brano di Bach ha spopolato al punto di farmi  passare ogni residua nostalgia. Quindi, dulcis in fundo, l’ho ritrovato. Come ogni cosa che si torna a gustare con molta consapevolezza, soprattutto dopo aver temuto di non avere più alcuna possibilità di tornare a farne esperienza nella vita, riscoltarlo è allo stesso tempo l’esaltazione del piacere ritrovato e un nuovo profondo gusto adulto, della capacità di provare il quale si arriva, finalmente, a prendere coscienza.

Sapevo piegare le vele, te lo dimostro: devi disarmare la randa, togliere tutte le stecche, stenderla a terra e piegarla con cura facendo attenzione che sia più o meno asciutta, quindi la metti nella sacca. Poi ti vai a fare una doccia, anche fredda, velocissima, non fa niente. Ti vesti alla bell’e meglio, saluti il custode del rimessaggio, salti in moto o sulla cinquecento e te ne vai zigzagando e cantando a squarciagola Buffalo Soldier. Ecco, se me lo ricordo tanto bene, non è detto che un domani, se capitasse, non saprò rifarlo ancora.

 

 

Bach – Orchestersuite Nr. 2 (BWV 1067) – Badinerie

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4 Risposte to “Badinerie velica”

  1. loltreuomo Says:

    Racconto delizioso.. 🙂
    Un saluto

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  2. wordinprogress Says:

    Le vele le vele le vele. Anche quel furioso cantore di Campana le sapeva suonare.

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    • icalamari Says:

      Le vele le vele le vele

      Che schioccano e frustano al vento

      Che gonfia di vane sequele

      Le vele le vele le vele!

      Che tesson e tesson: lamento

      Volubil che l’onda che ammorza

      Ne l’onda volubile smorza…

      Ne l’ultimo schianto crudele…

      Le vele le vele le vele

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