Posts Tagged ‘Danza’

Badinerie velica

17 ottobre 2012

Allora, io una volta sapevo piegare le vele. La randa sempre in due persone, il fiocco anche da sola, che è più piccolino. Sapevo fare i nodi marinari.

– Ma guarda che ti ho visto, li fai anche oggi.

– Se è per questo piego benissimo le buste della spesa: uguale uguale a come piegavo le vele. Solo che sono buste della spesa.

– E allora?

E allora, dicevo per dire, “sapevo”. Una volta sapevo anche andare in bicicletta senza mani e chissà, forse lo saprei ancora fare. Ma oggi non mi azzardo più, ho un sorriso solo da spendermi e il dentista costa troppo. La storia della piegatura delle vele è una di quelle cose che mi sono rimaste così, strozzate nel gargarozzo. A parte qualche escursione piratesca negli anni, su derive e laserini o hobie cat affittati al mare o al lago, io in vela non vado più da anni.

– Beh, velista non lo sei mai stata.

– Però…

Però ero abbonata a Bolina, e per alcuni periodi sono andata regolarmente al lago su una Cinquecento scalcagnata che, sulla strada, si fermava a volte anche in mezzo ai campi coltivati, diciamo per gustare il paesaggio. Una volta ascoltavo Bob Marley su un mangianastri rimediato mentre la Cinquecento correva verso il lago tutta roboante e ondivaga. E col tettuccio spalancato. E al largo si mangiava groviera con i cracker e quando arrivava la raffica si saliva con i piedi sul bordo e si teneva forte la scotta della randa, che dava strattoni come le redini di un cavallo da domare, la chiglia si chinava tutta dal lato opposto, e si gridava forte “Yippieee! Yuhuuu!”. Certe volte il lago era così vuoto, in certi giorni così limpidi e sereni, che starne al centro era come stare al centro dell’universo.

– Metafora consunta.

Te ne do atto. Ma ero solo una povera ventenne senza esperienza di adulti disincanti.

– E che altro facevi una volta (sbadigl…)?

Boh. Tante cose. Per esempio, le piroette. La spaccata. Sessantaquattro saltelli in quarta sulla diagonale del Teatro Parioli che, come tutti i palchi come si deve, è inclinato verso il pubblico e io li facevo tutti, quei sessantaquattro maledettissimi saltelli in quarta. Era il mio momento di gloria vuoi mettere?

Ma poi, in effetti, non è che facessi chissà che cose eccezionali. Erano di quelle che si fanno per un periodo della vita, e che ti segnano al punto che puoi passare gli altri 9/10 dell’esistenza a dire in giro: Una volta ero una velista, una volta ero una ballerina, una volta ero un architetto e via discorrendo.

C’è qualcosa che però mi convince che non è mica male vivere nel presente. Ho passato anni a ricordare con immensa nostalgia un flauto sublime che riproduceva un certo Bach, ma ai tempi non avevo memorizzato cosa fosse. E quelle note che soffocavano riecheggiando male nel mio cranietto, occupato sempre più da altro, mi ricordavano uno spicchio di esistenza davvero minuto: le prove di un saggio, le ballerine con i piedi fasciati e sanguinanti, la bellezza dei sedici anni, in alcune davvero sfolgorante, le affettuosità cameratesche, le diete da seguire per essere in piena forma per quel giorno, le prove, le prove, le prove, anche di sabato e domenica, il tempo sottratto ai compiti, le pause sul prato davanti alla scuola di danza, le risate. Ma come si poteva fare a rintracciare quel pezzo di Bach.

– Bastava usare internet.

– Beato te.

Comunque sia il tempo è passato utilmente. Ed ecco che, prima, le suonerie paleolitiche dei primi cellulari hanno cominciato a diffondere odiose musichette, tra le quali quel brano di Bach ha spopolato al punto di farmi  passare ogni residua nostalgia. Quindi, dulcis in fundo, l’ho ritrovato. Come ogni cosa che si torna a gustare con molta consapevolezza, soprattutto dopo aver temuto di non avere più alcuna possibilità di tornare a farne esperienza nella vita, riscoltarlo è allo stesso tempo l’esaltazione del piacere ritrovato e un nuovo profondo gusto adulto, della capacità di provare il quale si arriva, finalmente, a prendere coscienza.

Sapevo piegare le vele, te lo dimostro: devi disarmare la randa, togliere tutte le stecche, stenderla a terra e piegarla con cura facendo attenzione che sia più o meno asciutta, quindi la metti nella sacca. Poi ti vai a fare una doccia, anche fredda, velocissima, non fa niente. Ti vesti alla bell’e meglio, saluti il custode del rimessaggio, salti in moto o sulla cinquecento e te ne vai zigzagando e cantando a squarciagola Buffalo Soldier. Ecco, se me lo ricordo tanto bene, non è detto che un domani, se capitasse, non saprò rifarlo ancora.

 

 

Bach – Orchestersuite Nr. 2 (BWV 1067) – Badinerie

Tre

4 settembre 2012

E poi per oggi basta.

Uno dei libri che più mi è piaciuto leggere negli ultimi 12 mesi è senza dubbio Questo è il paese che non amo*. Ancora mi ricordo un giorno in cui la metropolitana era fuori uso e io, tutta contenta, avevo preso un autobus per ritornare a casa insieme alle sue pagine. Mezz’ora in più a disposizione, portata nelle vie di tanti quartieri, per un ritorno anche a tempi lontani. Alle ambientazioni e alle cronache che hanno segnato il lento declino in me e in tutto il Paese della già labile fiducia nelle magnifiche sorti e progressive (ma con il contemporaneo orgoglio per l’insorgere di una consapevolezza grazie alla quale poi sono stata capace di grandi cose).

Lui, Pascale, è un autore controverso, c’è a chi piace e a chi no. Io lo trovo così  fedele a sé stesso, così… “democratico” poi, nel lanciarsi senza timore in operazioni che lo espongono a critiche e a giudizi. Per ciò che riguarda me, un anno fa non lo conoscevo neanche e adesso non smetto di sentire gli echi di certe sue riflessioni. Come quando fa l’esempio di un film di Gillo Pontecorvo, Kapò, che ricordo di aver subìto come un pugno nello stomaco quando avevo circa vent’anni, mentre da una poltrona comoda guardavo la programmazione notturna di Rai3. Emblema, una certa carrellata di quel film, secondo un saggio di Serge Daney ripreso da Pascale, del cattivo uso che si fa del linguaggio, o meglio dello stile (nel cinema come nella letteratura, allarga il discorso Pascale) che rischia, arrogandosi il diritto di descrivere, attraverso inquadrature di comodo, ciò che non si può conoscere per esperienza, di perpetrare i crimini che si vogliono mettere all’indice. E quel che è peggio, grazie alla modalità, al linguaggio, allo stile utilizzati, conformi a ciò che vanno esecrando, di offrirne al pubblico una mistificazione revisionista.

Una volta mi piaceva il Cinema. Ora non ho più modo, compagnia, piacere di entrare nelle sale. Mi prende un magone così. Potrei ma non lo faccio. Roma ospita il Nuovo Sacher e ancora altri cinemini intelligenti, e poi ho il Mignon qua dietro, se volessi. Ma sono come spenta, o forse la mia è paura, come lo è stata a  lungo quella rivolta alle buone letture. Paura di guardarmi dentro, eppure è venuto il tempo di sbloccarsi.

Lo dico spesso a Lola e anche alle altre: Un pomeriggio prendiamo due ore e andiamo a vedere questo o quell’altro film che non danno da nessun’altra parte. Mai fatto. Con l’eccezione di quella volta, nel 2005, che venendo comunque incontro ai loro gusti, siamo andate a vedere il remake di Alfie. Grazie a Dio, sempre che abbia ispirato lui il regista Charles Shyer, almeno è stato un tripudio di scene di Jude Law. Patatine, battutine, due risatine. Ah ah.

Il Cinema, la sua funzione nella società, io lo rispetto. E se anche non mi cibo più tanto spesso delle sue immagini, conservo ancora il gusto di leggere di lui. Di Wenders, ad esempio, nel quale ho piena fiducia (ha perfino realizzato un film su Pina Bausch, per la miseria, Pina Bausch. Chi ha praticato la danza può provare il mio stesso brivido al solo pronunciarne il nome).

Vignetta tratta da
Elfo: Tutta colpa del '68. Cronache degli anni ribelli Ed. Garzanti, 2008

Ho questo libro** di Wenders al quale mi rivolgo spesso. Contiene scritti dal 1968 al 1988. L’unica recensione di un film che al regista stesso non è piaciuto (parole sue): Hitler – Una carriera, di Joachim Fest e Christian Herrendoerfer, del 1976 (va da sé che non l’ho mai visto e, a questo punto, mai lo guarderò). Ebbene, in tale recensione (dell’agosto 1977) è espresso lo stesso orrore provato per la carrellata di Kapò. E che si può riassumere nella frase:

“L’imbarazzo, la paura e la vergogna di cui s’è parlato non sono più a livello di contenuto, si sono fatti forma del discorso; la rimozione del tema è elevata a metodo, e si è messa a braccetto dell’arroganza”

Riconoscere che la “questione dello stile” fu posta già trentacinque anni fa da qualcuno che è stato in grado di risolverla e di veicolare i migliori messaggi rivolti all’umanità attraverso il più potente mezzo di espressione esistente prima dell’avvento di internet, il Cinema, non mi consola. Perché nulla è cambiato, anzi. Per me è ora che della qualità del linguaggio attraverso il quale offrire il proprio sguardo sul mondo, del proprio stile quindi, inizino a preoccuparsi quelli che, in un modo o nell’altro, formano il magma massmediologico più potente di sempre, la nostra cara rete.

.

*) Antonio Pascale – Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, Minimum Fax 2010

**) Wim Wenders – Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri 1989

.
image

Ellekappa su La Repubblica del 4/09/2012


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: