Il senso di uno Spunk

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Ricevo da digitatorpraeocis il seguente commento, che ho scelto di non pubblicare in calce al post precedente, e vi giro:

“Sei una squallida <bip>!!! Che <bip> significa questo video schifoso??? Meriteresti di essere <bip> attraverso un <bip> e poi <bip> e <bip>, ma non mi spreco neanche a dirti con cosa. Vergogna!”

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Gentilissimo digitatorpraeocis

innanzitutto grazie delle belle parole e buon anno anche a te.

Qualche inverno fa portavo le mie bambine, che allora avevano circa otto anni e tenevano i capelli cortissimi, a nuotare con me in piscina. Finita l’ora, entravamo nello spogliatoio delle donne, facevamo la doccia senza veli insieme alle altre nuotatrici, e ci asciugavamo per poi uscire a farci una buona spaghettata rifocillatrice. Era molto bello stare insieme a loro fuori casa in quel genere di intimità tra donne. Finché, una di quelle volte, una signora che si stava rivestendo insieme a noi iniziò ad urlare, all’indirizzo di una delle mie due:

– Eh, no, adesso basta! Non posso continuare a sopportare i tuoi sguardi senza dire niente! Si può sapere che cosa ci fai in questo spogliatoio?! Qualcuno chiami la Direzione!

Lei, che non capiva, e francamente sul momento io neppure, si fece tutta rossa e ancora più piccina di quello che già era. Tentai di contenere il montante impulso omicida e spiegai cortesemente alla signora che, innanzitutto io ero la mamma e poteva pure rivolgersi a me, e che se le dava così fastidio che una bambina frequentasse lo spogliatoio delle donne, la prossima volta avremmo utilizzato quello delle bambine, che però, onestamente, era meno comodo per me. Al che, lei, dopo un momento, riconsiderò l’intera faccenda e si scusò, dicendo che, per via dei capelli corti, non aveva capito subito che la piccola fosse una femminuccia, e che questa scoperta cambiava completamente le cose, e che quindi, bontà sua, potevamo pure rimanere ad asciugarci lì.

Questo episodio che mi hai fatto ricordare, digitatorpraeocis, illustra perfettamente come il comune senso del pudore, almeno in certe parti d’Italia, sia strettamente legato a delle convenzioni. Bambino o bambina, che differenza avrebbe fatto? Eppure, è anche su terreni come questo, in base ai quali strati di popolazione, in particolare donne e bambini, devono sempre e comunque difendersi dagli sguardi potenzialmente carichi di desiderio sessuale, che si gioca l’indipendenza del pensiero del nostro elettorato. E mi spiego quindi la limitatezza di orizzonti del tuo commento ad un innocente video di pacata provocazione (che peraltro era inserito all’interno di un film, a mio giudizio, molto poetico e commovente).

Il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà [e, aggiungerei, i fanatismi] della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, …” scriveva Piero Calamandrei, che, come ricorda la mia amica Rossella Aprea, invitando a leggere la ristampa di Chiarezza nella Costituzione, disse da subito che la nuovissima Costituzione italiana soffriva di gravi pecche.

Diceva anche che, piuttosto che un governo parlamentare, sarebbe stato meglio averne uno presidenziale, cosa che io non condivido, ma… chissà come l’avrei pensata ad essere vissuta ai suoi tempi. Comunque, Calamandrei aveva orrore del richiamo, ridondante e tecnicamente errato, ai già esistenti e imperanti Patti Lateranensi. Diceva che nella Costituzione regnava la confusione, la mancanza di garanzie sui diritti. Peggio, che la Costituzione professava come vere ed attuate mere enunciazioni d’intenti, quasi bugie, come quel “fondata sul lavoro”, che avrebbero fatto danni se nel tempo non fossero intervenute importanti precisazioni, e in fretta. La Costituzione continuava ad utilizzare uno stile fascista, in questo senso (“le parole sono importanti” e “la questione dello stile” pure, oh porca miseria! Quante volte lo devo ripetere?).

Calamandrei diceva infine che i morti, ancora caldi, non andavano traditi. Auspicava governi stabili e una popolazione attenta, che mantenesse la spinta a uscire dallo sfacelo, a propagare nel tempo i valori della Resistenza.

La mia idea è che oggi questo discorso sia tutto disatteso. Mi fa tristezza che la popolazione (non solo in Italia ma in tutto il Nord e il Sud del mondo) si sia seduta a consumarsi gli occhi sugli schermi mentre qualcun altro approfitta della situazione. La Resistenza sopravvive in pochi, sparuti, focolai.

Va bene, io lo dico. Per me c’entra lo Spunk.

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[*** Avvertenza: da questo punto in poi il testo abbonderà in ripetizioni della parola Spunk. Si invitano i lettori sensibili, ed in particolare digitatorpraeocis, ad astenersi dal proseguire oltre. ***

Per maggiori approfondimenti sullo Spunk, cliccare sul tasto bianco]

Spunk

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Lo Spunk è la chiave di tutto. Popolazioni intere muoiono di fame? Colpa di chi è riuscito a inculcare un distorto uso dello Spunk. Ricerca al palo? Medicine che costano troppo? Stessa causa, e via discorrendo.

Lo Spunk, solitario o (per i miei gusti meglio) condiviso, liberato o meno dal fatto procreativo, visto che oggi è alla portata dell’occidentale medio la scelta, è la forma di body art più compiuta che ci sia. Arte come espressione, non tanto degli impulsi inconsci -che chiedono di essere liberati e poi non ci si pensa più fino alla prossima impennata ormonale-, quanto della traduzione di questi impulsi in un significato, che spesso coincide con il senso che andiamo cercando per la nostra vita, quello che non esiste in assoluto ma soltanto come risposta personale.

Arte che rivela una componente del nostro personale senso della vita, i nostri fantasmi, i traumi. La ripetizione del trauma, la condivisione del dolore che ha generato, il potenziale che assumono i nostri corpi quando i sensi si uniscono alle nostre menti, è straordinario.

Ho ricevuto un’educazione piuttosto aperta, anche se sofferente, come per ciascuno, dei limiti che hanno gli esseri umani (nella fattispecie i miei genitori). Aperta e per nulla viziata (nel bene o nel male) dall’argomento Spunk. Le risposte alle domande sui miei impulsi venivano dalla lettura dei libri nella libreria che avevamo in casa, e dai giornali e dalle riviste che vi entravano, letteratura erotica compresa e manuali. “Sogno” e tecnica della sua “rappresentazione”. Sono stata bambina negli anni settanta e intorno a me non c’era il vizio, rappresentato dalla cattiva pornografia, che assedia bambini e genitori di oggi. Era un’epoca molto influenzata dai tentativi della cosiddetta “liberazione della donna”, durante la quale l’universo femminile in alcuni ambiti, finalmente, aveva preso non solo gli spazi dovuti e negati per secoli, ma anche, temporaneamente, il sopravvento.

L’elementarità delle esigenze maschili rispetto allo Spunk, l’eccitazione che nell’uomo è suscitata principalmente dal senso della vista (questo dicono le ricerche scientifiche le quali, si sa, non arrivano mai a conclusioni definitive) si arricchiva della componente femminile. E anche gli uomini scoprivano il piacere del racconto di una storia interiore, dell’imparare praticando mentre ci si allaccia, attraverso il contatto, il respiro, lo sguardo, con l’anima dell’altro. Che tutto questo può essere molto più eccitante del desiderio di penetrazione. Che se su quel sedere vestito che ondeggia impercettibilmente per strada ci aggiungi una chioma lunga che lo sfiora camminando, come nella pubblicità di Roberta, stai raccontando qualcosa. Che se le dici una parola e lei si volta e ti sorride, questo racconto si può arricchire ancora, specie se dalle immagini insieme a lei passi a far dialogare le mani, e con le mani, il corpo intero. Che il piacere che si raggiunge in questo modo ha un valore inestimabilmente più alto della soddisfazione immediata di un bisogno elementare.

Da ragazzina mi affascinava Rosanna Benzi, la sua descrizione dell’amore con un uomo che non aveva avuto paura del polmone d’acciaio. Negli anni ’90, poi, avevo un’amica olandese, una bella ragazza di professione Terapista della riabilitazione, alla quale era successo talvolta di innamorarsi dei suoi pazienti, e mi raccontava della difficoltà e della piacevolezza del riuscire a fare l’amore con persone che a volte avevano perso, oltre alle gambe, anche l’uso autonomo dei propri organi sessuali. Conoscere queste storie non mi ha eccitato, mi ha arricchito, ha aumentato la mia empatia col mondo. Mi ha fatto capire che non esiste solo una modalità, e che lo Spunk è diritto di tutti. Lo Spunk, come l’arte, scrive una storia che deve essere differente ogni volta. Altrimenti, nella ripetizione solitaria, diventa vizio e del vizio assume tutti i connotati e le conseguenze negative.

Conosco un uomo molto assuefatto alla pornografia retriva, allo Spunk come sfogo. Quest’uomo ha incontrato sulla sua strada una donna bellissima e ciecamente a lui devota, che gli ha dato un figlio. Mentre lei era incinta, lui mi diceva di non poter neanche avvicinarcisi, che “gli faceva schifo” il corpo di lei, così deforme, in confronto alla bellezza di prima, che rispondeva ai “canoni”. Lì per lì ho ingoiato il rospo. Ma a me faceva e fanno senso i tipi come lui, che non hanno altro scopo che trovare nuovi corpi provvisti di buchi.

Chi cresce nel rispetto e nella consapevolezza di sé e degli altri, invece, sa trovare erotico il corpo della sua donna incinta. Sa che lei, che ha un utero espanso e si è fatta tutta corporeità, è ancora più pronta al piacere, alla condivisione dell’attesa nella forma dell’amore fisico. La privazione dello Spunk con il compagno, che ha vissuto quella donna, non ha segnato soltanto lei ma, per i sottili meccanismi di trasmissione psicologica delle esperienze da madre a figlio, segnerà per sempre anche quel bambino che per crescere avrebbe bisogno di due genitori, se non innamorati, almeno in armonia tra loro.

In quella coppia non c’è affatto complicità, ma solo assoggettamento rassegnato alla piatta fantasia maschile. Abbracciare la spunkità femminile alleggerisce la vita, libera i pensieri e li rende più produttivi. Andrebbe recuperata, almeno in parte, la lezione del recente passato, troppo in fretta dimenticata.

Non penso affatto a una società basata sullo Spunk libero, anzi. Io sono una figlia del Sud, ho bisogno del rispetto di una zona di pudore, protetto dalla quale crescono il sogno e il desiderio (sono anche consapevole, l’ho vissuto, che esistono fasi della vita nelle quali lo Spunk non ha alcuna rilevanza, ed è bene che sia così). Mi riferisco ad una società consapevole, composta di persone mature per le quali lo Spunk altro non è che una componente della vita che non necessita di martellare i sensi dei passanti a scopo di marketing. Nella quale lo Spunk non sia né negato né esibito, ma che esista, senza particolari accenti su di sé, come tante altre fondamentali attività umane delle quali si dà per scontata la presenza e l’importanza. Bambini cresciuti nella tolleranza e nella verità, difficilmente sfogheranno le proprie frustrazioni contro altri esseri umani inermi. Ne deriverebbe una società con meno crimini spunkali. Una società meno violenta nel complesso. Lo Spunk ha il potere di liberare. Quando si fa prigione, iniziano i guai. Metti il porno.

Il porno è bellissimo. con tutti i distinguo, quindi lo apprezzo quando fatto e fruito da persone mature (almeno d’età) e consenzienti (un po’ meno bello quando coinvolge loro malgrado persone, sì mature, sì consenzienti ma che avrebbero solo bisogno di un lavoro).

Una puttana non gode di una buona reputazione. Secondo me al mondo c’è (purtroppo) molto bisogno delle prostitute. E dei loro omologhi maschi, e pure omosex. Imporre che una società debba basarsi sull’ipocrisia della “famiglia a tutti i costi”, è penoso. La famiglia, che pure è importantissima per dare rifugio al bisogno di stabilità dell’adulto e forma alle figure basilari dell’inconscio del bambino, è una struttura in continuo mutamento, come lo sono i suoi componenti, in cui nulla deve essere dato per scolpito in eterno nella roccia. È composta da persone. È una società a sua volta, e se al suo interno i componenti vivono tra loro in armonia e rispetto, fatti salvi gli ineliminabili retaggi della selezione naturale che persistono nel carattere di uomini e donne, e ne rendono anche tanto attraenti -non da ultimo anche letterariamente- le differenze (e grazie a questa lotta, eterno scontro incontro, la vita continua a propagarsi), dovrebbe vigere la regola democratica di Calamandrei, non ci dovrebbe essere alcuno spazio per l’ipocrisia. Una famiglia potrebbe essere sentita spontaneamente come il posto più bello in cui stare, e dalla quale allontanarsi senza traumi.

Bisognerebbe insegnare a scuola che la democrazia si applica anche in famiglia. Certo c’è poco da aspettarsi da una società che la democrazia non applica neppure nelle sedi istituzionali, ma, in teoria, dovrebbe essere così. Lo Spunk sarebbe vissuto con serenità, le libertà individuali mantenute, così come il massimo rispetto per la dignità e i sentimenti dell’altro. Senza fraintendimenti. Il ricorso alla prostituzione calerebbe e magari quei simpatici signorini e signorine potrebbero godersi e far godere i loro talenti al di fuori di un contesto mercificato.

Difficile per me ora come ora immaginare come, ma la situazione umana è fluida, per sua natura, per la sua sopravvivenza. E allora perché non crederlo possibile? Per questo non ho nulla contro la pornografia, sempre che si esplichi nei termini già detti. Mentre l’introduzione del porno come droga per le masse mi è invece disgustoso, esplicite non sono soltanto le bocche fuori misura che si aprono come fiche, le congiunzioni iperrealistiche di corpi sui cartelloni stradali, nelle trasmissioni televisive, nelle riviste, sulla carta di giornale con la quale viene incartato il pesce, ma anche gli scopi di queste sirene: attrarre all’oggetto che pubblicizzano uomini, donne e bambini sempre più assuefatti. Un assuefazione che scatena la dipendenza e l’imitazione acritica, in ambiti nei quali non può dirsi a priori fatta la scelta tra persone consapevoli e mature.

E poi, la donna è tornata merce, di più, è complice della suo stesso mercimonio perché, con l’ignoranza indotta in tanti anni di pessimi governi (che guardacaso hanno distrutto prioritariamente la scuola, tanto per non avere dubbi) non sa più distinguere tra il suo diritto a esprimersi per come è e quello che altri hanno deciso per lei, in nome del proprio profitto. E questo non va bene. Non è questione di nudità negli spogliatoi. Il nudismo eccita chi è predisposto e i bambini non sono insensibili, ma attribuiscono a ciò che vedono il significato e l’importanza al quale vengono indirizzati principalmente dai propri genitori.

Com’è diversa la società di oggi da quella in cui viveva Calamandrei alla fine della guerra. I nostri morti si aspettavano di meglio, si meritavano di meglio. Volendo fare una provocazione, potrei domandare se, visto che sono morti, si possa anche rescindere il patto con loro, possa non valere più la pena battersi per i loro ideali. Ma i vivi? Oggi noi, i vivi, meritiamo davvero tanti sforzi?

Io credo di sì. Comunque, sulla strada, ricominciamo ad amarci.

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11 Risposte to “Il senso di uno Spunk”

  1. cartaresistente Says:

    A questo punto, mi spiace non riuscire a vedere il video, perché sui tablet è bloccato e in questi giorni non ho con me il portatile… Tra l’altro il film da cui è tratto sta sullo scaffale per prossime visioni.
    Comunque, penso tu abbia ragione 🙂

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  2. alegbr Says:

    mon dieu.

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  3. iraida2 Says:

    Concordo pienamente, in particolar modo sull’esigenza di democrazia all’interno della famiglia. Credo che tutto parta da lì.

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  4. loltreuomo Says:

    Quotatone Francis 😀

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    • icalamari Says:

      Mi conforti, sto perdendo ogni brandello di tolleranza verso l’ipocrisia. :-\

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      • loltreuomo Says:

        Capisco benissimo, l’ipocrisia è un cancro difficile da estirpare… Anche il tuo articolo mi ha rinfrancato, è molto lucido e argomentato e ti assicuro che ormai è sempre più difficile sviluppare un senso critico autonomo che non sia affiliato a questa o quella chiesa. Soprattutto perchè mancano i luoghi in cui questo possa crescere e prosperare.

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