Posts Tagged ‘Femminismo’

Me too

15 ottobre 2018

#MeeToo.
Non c’è molto da aggiungere, se non che la “matrice femminista”, una sorta di marchio che tende ad allontanare chi di femminismo non s’intende, né vuole provare a intendere, è fuorviante.
Ci siamo tutte e tutti dentro, si tratta di noi, dell’umanità che deve progredire.
Tratto d’unione, il blog, raccoglie il testimone e porta avanti una raccolta di testimonianze che sta facendo il giro del mondo. Riconosciamoci, tra i lupi e tra gli agnelli, a volte a ruoli alterni, entriamo in empatia. Proviamo a uscirne.

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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Il buon senso dei nomi comuni

20 novembre 2014

Se condividessi quello che si propone spesso, cioè cambiare genere ai nomi, con desinenza in –a se riferiti a donne, in –o se a uomini, proporrei pure di non parlare più della “persona”, ma di “persono” uomo e di “persona” donna. E, per comodità, avvallerei senza problemi l’uso di sostituire con un asterisco l’ultima lettera dei termini di genere comune o promiscuo (“Ordine degli Architett*”), estendendola anche al singolare (“Car* elettor*,…”). Magari mi spingerei a chiedere che venga usata una “parola” nel definire una cotoletta e un “parolo” nel caso di un buon vino, per poi utilizzarl* come parol*, in senso lato.

A me i distinguo di genere danno sempre l’idea di approfondire uno dei principali solchi che dividono, ahimé, l’umanit*.

Immagino una scolaresc* in gita. Un gruppo di bambin* si allontana e viene richiamato dalla voce del/la maestr*: “Ragazze! Tornate indietro!” Tra loro c’è mio figlio, un piccoletto in fase di scoperta della sua identità maschile, che adora una certa bimba ma fa “Bleah le femmine!” se solo la si nomina. Sono sicura che lui non capirebbe l’inversione di tendenza prodotta da una spinta culturale esogena e non dall’uso nel tempo, che a lungo andare modifica la forma del parlato popolare, com’è sempre stato.

Di fatto oggi alcuni nomi comuni, che spesso hanno forma maschile, vengono percepiti come neutri, senza alcuno scandalo, e le bambine, nel gruppo misto che si è allontanato, non sentono nel richiamo del maestro una prevaricazione. Io, per non creare tanto scompiglio, ufficializzerei l’esistenza del sostantivo neutro (s.n.) e in un vocabolario vorrei trovare scritto:

Direttore

s.n.

La persona cui fa capo la responsabilità di un’attività o di un organismo: il d. dell’albergo, dell’istituto, della banca, dell’ospedale.

 

Chissà che, però, io non sia in balia di stereotipi. Non mi dispiacerebbe avere qualche informazione in più da parte di chi esprime posizioni differenti. Ci penserei, non so se cambierei idea, ma, sì, ci penserei.

Premetto queste considerazioni personali, per dire che non sempre si può essere d’accordo del tutto col pensiero di un altr*, perfino quando si aderisce in pieno alle restanti posizioni espresse da quell* person*. Come nel mio caso nei confronti di Francesca Rivieri, responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, caduta nella trappola tesa (e poi aggredita frontalmente) dal Direttore della Gazzetta di Massa e Carrara, come si può verificare nell’ articolo riportato da Loredana Lipperini dal titolo “La deontologia della Gazzetta di Massa e Carrara (giuro che e tutto vero)”.

Insomma, che è successo? Che il belligerante Direttore si è attaccato proprio alle opinioni sulle differenze di genere espresse dalla Dott.ssa Rivieri, peraltro dietro domanda esplicita di una sua giornalista, per giustificare una becera presa di posizione preventiva rispetto a presunti attentati alla sua stessa professione (E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia).

Ha opposto barricata a barricata.

Di più, sentendosi inopinatamente sotto attacco sotto l’aspetto professionale, ha ignorato deliberatamente la sostanza civicamente meritoria dell’iniziativa organizzata dalla sua ignara vittima, e ha opposto identità a identità, arrivando a ideare un titolo davvero ignobile per l’articolo: “Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” con l’intento di annientare la persona, e non di controbatterne civilmente le tesi.

Allora invito chi possa permetterselo per vicinanza geografica, a recarsi al posto mio ai seminari della Dott.ssa Rivieri, dei quali riprendo i contenuti riportati nella sua “intervista”:

I work-shop saranno quattro e si terranno tra marzo e aprile 2015, il primo volto ad abbattere e riconoscere gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il secondo sul tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., il terzo sui diritti LGBT per favorire una vera cultura di genere antidiscriminatoria e l’ultimo sul tema donne e benessere psicofisico, che affronterà nuove metodologie per migliorarsi , conoscersi ed imparare a rispettarsi e volersi bene. Questi workshop si svolgeranno al termine del corso di secondo livello G.eA.- Genere ed Antiviolenza- che inizierà a gennaio 2015. Il corso, dedicato alle operatrici già attive al Centro Antiviolenza, è finanziato dalla Regione Toscana poichè l’Associazione A.P.P.A. ha vinto, per il secondo anno consecutivo, il bando regionale art. 6 della L.R. 16/2009 Cittadinanza di genere. Il corso vedrà impegnate docenti provenienti da tutta Italia dai centri Antiviolenza facente parte della rete TOSCA e D.I.R.E (rete dei centri antiviolenza regionale e nazionale). Il workshop che terrò io a marzo 2015 verterà appunto sui temi del linguaggio sessista sia nella pubblicità che sui mezzi di informazione. E’ per questo motivo che auspico la partecipazione di diversi giornalisti e giornaliste locali, così da poterci confrontare su una tematica spinosa che deve iniziare ad essere affrontata in modo serio e approfondito.

Io mi rifarò in qualche altra occasione simile, che certo non mancherà, qui a Roma.

Democrazia invidiosa

10 aprile 2013

Femen e Putin

 

Una discussione originata da un articolo di Internazionale. Di seguito la mia ultima risposta:

Protesta mondo liquido

Vorrei aggiungere che forse, nel mondo arabo, di donne così possono anche infischiarsene ma qui da noi servono come il pane. Sono sicura che la loro azione non sia esattamente folle come sembra. Non riesco a essere dura con delle tizie che espongono e votano a una causa (forse) persa la parte più intima e delicata di sé. E poi, trovo gustosamente comica la scelta di strumentalizzare il proprio corpo in questo modo. Un modo così apparentemente ingenuo, che mi fa tenerezza. Un modo molto diverso da quello aggressivo e presuntuoso di rock star, modelle, attrici, olgettine e via discorrendo che costituiscono, per la stragrande maggioranza delle donne, occidentali  e non occidentali, il modello a cui tendere. Molto diverso e molto rischioso per loro stesse.

Ammetto che si possa non gradire il metodo, o sentirsi offesi dalla spudoratezza (ma oggi bisogna essere ingenui più di loro per arrivare a tanto), o dissentire sull’oggetto della protesta. Siamo in democrazia (anche se in certi casi mi pare una democrazia invidiosa).

 

 

Il senso di uno Spunk

1 gennaio 2013

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Ricevo da digitatorpraeocis il seguente commento, che ho scelto di non pubblicare in calce al post precedente, e vi giro:

“Sei una squallida <bip>!!! Che <bip> significa questo video schifoso??? Meriteresti di essere <bip> attraverso un <bip> e poi <bip> e <bip>, ma non mi spreco neanche a dirti con cosa. Vergogna!”

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Gentilissimo digitatorpraeocis

innanzitutto grazie delle belle parole e buon anno anche a te.

Qualche inverno fa portavo le mie bambine, che allora avevano circa otto anni e tenevano i capelli cortissimi, a nuotare con me in piscina. Finita l’ora, entravamo nello spogliatoio delle donne, facevamo la doccia senza veli insieme alle altre nuotatrici, e ci asciugavamo per poi uscire a farci una buona spaghettata rifocillatrice. Era molto bello stare insieme a loro fuori casa in quel genere di intimità tra donne. Finché, una di quelle volte, una signora che si stava rivestendo insieme a noi iniziò ad urlare, all’indirizzo di una delle mie due:

– Eh, no, adesso basta! Non posso continuare a sopportare i tuoi sguardi senza dire niente! Si può sapere che cosa ci fai in questo spogliatoio?! Qualcuno chiami la Direzione!

Lei, che non capiva, e francamente sul momento io neppure, si fece tutta rossa e ancora più piccina di quello che già era. Tentai di contenere il montante impulso omicida e spiegai cortesemente alla signora che, innanzitutto io ero la mamma e poteva pure rivolgersi a me, e che se le dava così fastidio che una bambina frequentasse lo spogliatoio delle donne, la prossima volta avremmo utilizzato quello delle bambine, che però, onestamente, era meno comodo per me. Al che, lei, dopo un momento, riconsiderò l’intera faccenda e si scusò, dicendo che, per via dei capelli corti, non aveva capito subito che la piccola fosse una femminuccia, e che questa scoperta cambiava completamente le cose, e che quindi, bontà sua, potevamo pure rimanere ad asciugarci lì.

Questo episodio che mi hai fatto ricordare, digitatorpraeocis, illustra perfettamente come il comune senso del pudore, almeno in certe parti d’Italia, sia strettamente legato a delle convenzioni. Bambino o bambina, che differenza avrebbe fatto? Eppure, è anche su terreni come questo, in base ai quali strati di popolazione, in particolare donne e bambini, devono sempre e comunque difendersi dagli sguardi potenzialmente carichi di desiderio sessuale, che si gioca l’indipendenza del pensiero del nostro elettorato. E mi spiego quindi la limitatezza di orizzonti del tuo commento ad un innocente video di pacata provocazione (che peraltro era inserito all’interno di un film, a mio giudizio, molto poetico e commovente).

Il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà [e, aggiungerei, i fanatismi] della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, …” scriveva Piero Calamandrei, che, come ricorda la mia amica Rossella Aprea, invitando a leggere la ristampa di Chiarezza nella Costituzione, disse da subito che la nuovissima Costituzione italiana soffriva di gravi pecche.

Diceva anche che, piuttosto che un governo parlamentare, sarebbe stato meglio averne uno presidenziale, cosa che io non condivido, ma… chissà come l’avrei pensata ad essere vissuta ai suoi tempi. Comunque, Calamandrei aveva orrore del richiamo, ridondante e tecnicamente errato, ai già esistenti e imperanti Patti Lateranensi. Diceva che nella Costituzione regnava la confusione, la mancanza di garanzie sui diritti. Peggio, che la Costituzione professava come vere ed attuate mere enunciazioni d’intenti, quasi bugie, come quel “fondata sul lavoro”, che avrebbero fatto danni se nel tempo non fossero intervenute importanti precisazioni, e in fretta. La Costituzione continuava ad utilizzare uno stile fascista, in questo senso (“le parole sono importanti” e “la questione dello stile” pure, oh porca miseria! Quante volte lo devo ripetere?).

Calamandrei diceva infine che i morti, ancora caldi, non andavano traditi. Auspicava governi stabili e una popolazione attenta, che mantenesse la spinta a uscire dallo sfacelo, a propagare nel tempo i valori della Resistenza.

La mia idea è che oggi questo discorso sia tutto disatteso. Mi fa tristezza che la popolazione (non solo in Italia ma in tutto il Nord e il Sud del mondo) si sia seduta a consumarsi gli occhi sugli schermi mentre qualcun altro approfitta della situazione. La Resistenza sopravvive in pochi, sparuti, focolai.

Va bene, io lo dico. Per me c’entra lo Spunk.

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[*** Avvertenza: da questo punto in poi il testo abbonderà in ripetizioni della parola Spunk. Si invitano i lettori sensibili, ed in particolare digitatorpraeocis, ad astenersi dal proseguire oltre. ***

Per maggiori approfondimenti sullo Spunk, cliccare sul tasto bianco]

Spunk

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Lo Spunk è la chiave di tutto. Popolazioni intere muoiono di fame? Colpa di chi è riuscito a inculcare un distorto uso dello Spunk. Ricerca al palo? Medicine che costano troppo? Stessa causa, e via discorrendo.

Lo Spunk, solitario o (per i miei gusti meglio) condiviso, liberato o meno dal fatto procreativo, visto che oggi è alla portata dell’occidentale medio la scelta, è la forma di body art più compiuta che ci sia. Arte come espressione, non tanto degli impulsi inconsci -che chiedono di essere liberati e poi non ci si pensa più fino alla prossima impennata ormonale-, quanto della traduzione di questi impulsi in un significato, che spesso coincide con il senso che andiamo cercando per la nostra vita, quello che non esiste in assoluto ma soltanto come risposta personale.

Arte che rivela una componente del nostro personale senso della vita, i nostri fantasmi, i traumi. La ripetizione del trauma, la condivisione del dolore che ha generato, il potenziale che assumono i nostri corpi quando i sensi si uniscono alle nostre menti, è straordinario.

Ho ricevuto un’educazione piuttosto aperta, anche se sofferente, come per ciascuno, dei limiti che hanno gli esseri umani (nella fattispecie i miei genitori). Aperta e per nulla viziata (nel bene o nel male) dall’argomento Spunk. Le risposte alle domande sui miei impulsi venivano dalla lettura dei libri nella libreria che avevamo in casa, e dai giornali e dalle riviste che vi entravano, letteratura erotica compresa e manuali. “Sogno” e tecnica della sua “rappresentazione”. Sono stata bambina negli anni settanta e intorno a me non c’era il vizio, rappresentato dalla cattiva pornografia, che assedia bambini e genitori di oggi. Era un’epoca molto influenzata dai tentativi della cosiddetta “liberazione della donna”, durante la quale l’universo femminile in alcuni ambiti, finalmente, aveva preso non solo gli spazi dovuti e negati per secoli, ma anche, temporaneamente, il sopravvento.

L’elementarità delle esigenze maschili rispetto allo Spunk, l’eccitazione che nell’uomo è suscitata principalmente dal senso della vista (questo dicono le ricerche scientifiche le quali, si sa, non arrivano mai a conclusioni definitive) si arricchiva della componente femminile. E anche gli uomini scoprivano il piacere del racconto di una storia interiore, dell’imparare praticando mentre ci si allaccia, attraverso il contatto, il respiro, lo sguardo, con l’anima dell’altro. Che tutto questo può essere molto più eccitante del desiderio di penetrazione. Che se su quel sedere vestito che ondeggia impercettibilmente per strada ci aggiungi una chioma lunga che lo sfiora camminando, come nella pubblicità di Roberta, stai raccontando qualcosa. Che se le dici una parola e lei si volta e ti sorride, questo racconto si può arricchire ancora, specie se dalle immagini insieme a lei passi a far dialogare le mani, e con le mani, il corpo intero. Che il piacere che si raggiunge in questo modo ha un valore inestimabilmente più alto della soddisfazione immediata di un bisogno elementare.

Da ragazzina mi affascinava Rosanna Benzi, la sua descrizione dell’amore con un uomo che non aveva avuto paura del polmone d’acciaio. Negli anni ’90, poi, avevo un’amica olandese, una bella ragazza di professione Terapista della riabilitazione, alla quale era successo talvolta di innamorarsi dei suoi pazienti, e mi raccontava della difficoltà e della piacevolezza del riuscire a fare l’amore con persone che a volte avevano perso, oltre alle gambe, anche l’uso autonomo dei propri organi sessuali. Conoscere queste storie non mi ha eccitato, mi ha arricchito, ha aumentato la mia empatia col mondo. Mi ha fatto capire che non esiste solo una modalità, e che lo Spunk è diritto di tutti. Lo Spunk, come l’arte, scrive una storia che deve essere differente ogni volta. Altrimenti, nella ripetizione solitaria, diventa vizio e del vizio assume tutti i connotati e le conseguenze negative.

Conosco un uomo molto assuefatto alla pornografia retriva, allo Spunk come sfogo. Quest’uomo ha incontrato sulla sua strada una donna bellissima e ciecamente a lui devota, che gli ha dato un figlio. Mentre lei era incinta, lui mi diceva di non poter neanche avvicinarcisi, che “gli faceva schifo” il corpo di lei, così deforme, in confronto alla bellezza di prima, che rispondeva ai “canoni”. Lì per lì ho ingoiato il rospo. Ma a me faceva e fanno senso i tipi come lui, che non hanno altro scopo che trovare nuovi corpi provvisti di buchi.

Chi cresce nel rispetto e nella consapevolezza di sé e degli altri, invece, sa trovare erotico il corpo della sua donna incinta. Sa che lei, che ha un utero espanso e si è fatta tutta corporeità, è ancora più pronta al piacere, alla condivisione dell’attesa nella forma dell’amore fisico. La privazione dello Spunk con il compagno, che ha vissuto quella donna, non ha segnato soltanto lei ma, per i sottili meccanismi di trasmissione psicologica delle esperienze da madre a figlio, segnerà per sempre anche quel bambino che per crescere avrebbe bisogno di due genitori, se non innamorati, almeno in armonia tra loro.

In quella coppia non c’è affatto complicità, ma solo assoggettamento rassegnato alla piatta fantasia maschile. Abbracciare la spunkità femminile alleggerisce la vita, libera i pensieri e li rende più produttivi. Andrebbe recuperata, almeno in parte, la lezione del recente passato, troppo in fretta dimenticata.

Non penso affatto a una società basata sullo Spunk libero, anzi. Io sono una figlia del Sud, ho bisogno del rispetto di una zona di pudore, protetto dalla quale crescono il sogno e il desiderio (sono anche consapevole, l’ho vissuto, che esistono fasi della vita nelle quali lo Spunk non ha alcuna rilevanza, ed è bene che sia così). Mi riferisco ad una società consapevole, composta di persone mature per le quali lo Spunk altro non è che una componente della vita che non necessita di martellare i sensi dei passanti a scopo di marketing. Nella quale lo Spunk non sia né negato né esibito, ma che esista, senza particolari accenti su di sé, come tante altre fondamentali attività umane delle quali si dà per scontata la presenza e l’importanza. Bambini cresciuti nella tolleranza e nella verità, difficilmente sfogheranno le proprie frustrazioni contro altri esseri umani inermi. Ne deriverebbe una società con meno crimini spunkali. Una società meno violenta nel complesso. Lo Spunk ha il potere di liberare. Quando si fa prigione, iniziano i guai. Metti il porno.

Il porno è bellissimo. con tutti i distinguo, quindi lo apprezzo quando fatto e fruito da persone mature (almeno d’età) e consenzienti (un po’ meno bello quando coinvolge loro malgrado persone, sì mature, sì consenzienti ma che avrebbero solo bisogno di un lavoro).

Una puttana non gode di una buona reputazione. Secondo me al mondo c’è (purtroppo) molto bisogno delle prostitute. E dei loro omologhi maschi, e pure omosex. Imporre che una società debba basarsi sull’ipocrisia della “famiglia a tutti i costi”, è penoso. La famiglia, che pure è importantissima per dare rifugio al bisogno di stabilità dell’adulto e forma alle figure basilari dell’inconscio del bambino, è una struttura in continuo mutamento, come lo sono i suoi componenti, in cui nulla deve essere dato per scolpito in eterno nella roccia. È composta da persone. È una società a sua volta, e se al suo interno i componenti vivono tra loro in armonia e rispetto, fatti salvi gli ineliminabili retaggi della selezione naturale che persistono nel carattere di uomini e donne, e ne rendono anche tanto attraenti -non da ultimo anche letterariamente- le differenze (e grazie a questa lotta, eterno scontro incontro, la vita continua a propagarsi), dovrebbe vigere la regola democratica di Calamandrei, non ci dovrebbe essere alcuno spazio per l’ipocrisia. Una famiglia potrebbe essere sentita spontaneamente come il posto più bello in cui stare, e dalla quale allontanarsi senza traumi.

Bisognerebbe insegnare a scuola che la democrazia si applica anche in famiglia. Certo c’è poco da aspettarsi da una società che la democrazia non applica neppure nelle sedi istituzionali, ma, in teoria, dovrebbe essere così. Lo Spunk sarebbe vissuto con serenità, le libertà individuali mantenute, così come il massimo rispetto per la dignità e i sentimenti dell’altro. Senza fraintendimenti. Il ricorso alla prostituzione calerebbe e magari quei simpatici signorini e signorine potrebbero godersi e far godere i loro talenti al di fuori di un contesto mercificato.

Difficile per me ora come ora immaginare come, ma la situazione umana è fluida, per sua natura, per la sua sopravvivenza. E allora perché non crederlo possibile? Per questo non ho nulla contro la pornografia, sempre che si esplichi nei termini già detti. Mentre l’introduzione del porno come droga per le masse mi è invece disgustoso, esplicite non sono soltanto le bocche fuori misura che si aprono come fiche, le congiunzioni iperrealistiche di corpi sui cartelloni stradali, nelle trasmissioni televisive, nelle riviste, sulla carta di giornale con la quale viene incartato il pesce, ma anche gli scopi di queste sirene: attrarre all’oggetto che pubblicizzano uomini, donne e bambini sempre più assuefatti. Un assuefazione che scatena la dipendenza e l’imitazione acritica, in ambiti nei quali non può dirsi a priori fatta la scelta tra persone consapevoli e mature.

E poi, la donna è tornata merce, di più, è complice della suo stesso mercimonio perché, con l’ignoranza indotta in tanti anni di pessimi governi (che guardacaso hanno distrutto prioritariamente la scuola, tanto per non avere dubbi) non sa più distinguere tra il suo diritto a esprimersi per come è e quello che altri hanno deciso per lei, in nome del proprio profitto. E questo non va bene. Non è questione di nudità negli spogliatoi. Il nudismo eccita chi è predisposto e i bambini non sono insensibili, ma attribuiscono a ciò che vedono il significato e l’importanza al quale vengono indirizzati principalmente dai propri genitori.

Com’è diversa la società di oggi da quella in cui viveva Calamandrei alla fine della guerra. I nostri morti si aspettavano di meglio, si meritavano di meglio. Volendo fare una provocazione, potrei domandare se, visto che sono morti, si possa anche rescindere il patto con loro, possa non valere più la pena battersi per i loro ideali. Ma i vivi? Oggi noi, i vivi, meritiamo davvero tanti sforzi?

Io credo di sì. Comunque, sulla strada, ricominciamo ad amarci.

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Perspective giving. Lo stratagemma che ci salverà

2 settembre 2012

Casa profuma tutta di bucato pulito. È un segno. Significa che fuori non ho potuto stendere, come d’inverno. Che senso di raccoglimento, oggi piove. Sto bene nei vestiti, non ne sono più infastidita. Sveglia domenicale a testa confusa e poi, durante il the, appunti (mentali).

Pretendere esperienza autentica dalla scrittura, perché ha influenza sul lettore. La fascinazione, il potere insito in una scrittura di mestiere può convincerlo che ciò che fa il personaggio costituisca un’ispirazione o un modello. Se ammettiamo (o ci auguriamo) che la scrittura abbia ancora un ruolo nella società, allora bisognerà improntare i nostri racconti alla massima onestà. Ciò non significa che debbano riferirsi pedissequamente all’esperienza personale di chi scrive ma piuttosto che di ciò di cui non si ha avuto esperienza diretta o indiretta per averla studiata e onestamente ragionata, si debba evitare di fornire un’interpretazione. Ne ho buttate fuori di storie che non rispettano esattamente questi canoni, e credo che si avverta. Ma, nel complesso, e in modo speciale ultimamente, su questo blog ci sto mettendo vita vera.

E intanto intorno si scatenavano le tempeste tipiche della domenica mattina, i miei gioielli. Cosa sarei oggi senza loro? Il pensiero aveva cambiato direzione. Più tardi in edicola, per qualche minuto dopo il tuffo, sono rimasta conficcata dentro a una rivista. Era in inglese però e, visto il prezzo, dovevo capire se acquistarla o meno. Dopo un po’ mi si è avvicinato il giornalaio di soppiatto e, soffiandomi i capelli da sopra la spalla, ha detto “Che fa allora, la compra?” Io l’ho guardato di sottecchi e aperto il portafoglio senza dargli la soddisfazione di una risposta. Venditore di notizie al chilo, sparati i miei soldi in qualche gratta-e-vinci e godi.

Di nuovo a casa, la mente ormai è sgombra. Leggo di una ricerca* di quelle che confortano i risultati già raggiunti dal buonsenso. Si aggiunge ad altre, lette di recente, attestanti il fatto che l’essere umano, sottoposto a determinati condizionamenti preliminari, mette in atto inconsapevolmente pensieri e comportamenti meno etici di quanto non sarebbero in assenza di tali condizionamenti. Qui, in sintesi, viene verificato un metodo detto “perspective taking”, che prevede che due individui o gruppi in conflitto tra loro trascorrano del tempo esclusivo insieme e facciano lo sforzo di pensare intensamente all’esperienza dell’altro, fino a comprendere le similitudini e le affinità esistenti tra loro. Nel caso di contendenti in condizioni paritarie, decenni di ricerche dimostrano che gli esiti sono quasi sempre positivi e il metodo viene usato per risolvere conflitti etnici e politici.

La ricerca scopre, però, che mentre chi è in posizione dominante riesce a calarsi nei panni dell’antagonista e a creare i presupposti di un dialogo, l’altro, invece, spesso è talmente sfiduciato e stanco da non riuscire a immedesimarsi nell’avversario. Col risultato di pensarne male, e vederne soltanto gli aspetti negativi. Nel caso di contrattazioni commerciali poi, o di conflitti di coppia, tanta è la sfiducia da parte di entrambi da far loro mettere in campo, inconsapevolmente, i peggiori imbrogli e inganni per massimizzare il reciproco danneggiamento. Addirittura portando fuori dal terreno del conflitto lo stesso atteggiamento, tenuto con ignari soggetti estranei. Questa la conclusione:

“Immedesimarsi nell’altro, porta piuttosto spesso ad attuare comportamenti anti-etici”.

Ma, caspita: questo è un rischio che corre anche lo scrittore quando cerca di forzare la psiche del personaggio che non lo rappresenta. È un rischio che ha ricadute, quindi, anche su chi gli vive attorno. E io lo corro eccome questo rischio, coi miei esercizi iperrealisti di immedesimazione. Devo rifletterci. Riflettere soprattutto sui condizionamenti preliminari. Ma prima leggo le ultime battute:

“Entrare nei panni di un’altra persona è una delle più importanti attitudini degli esseri umani. Permette di cooperare su grande scala e spesso dà la spinta necessaria al nostro desiderio di fare qualcosa per il benessere degli altri”.

Ma la ricerca, oltre dare evidenza di dove fallisce il metodo, suggerisce anche uno stratagemma: dare l’opportunità al contendente in posizione svantaggiata di raccontare per primo (perspective giving) la propria visione del conflitto all’altro. Sempre che quest’ultimo sia e si dimostri seriamente interessato ad ascoltare, chi parla si sentirà, dopo, meglio disposto all’immedesimazione con l’antagonista più fortunato di lui. E l’intero processo di avvicinamento avrà qualche chance di buona riuscita.

Sébastien Thibault, illustrazione dell’articolo The curios perils of seeing the other side

Questo tema dell’immedesimazione mi perseguita. L’altra sera avevo letto l’imbufalito post di Luca Massaro dal titolo Una ragazza è una donna:

[…]è una donna quella che decide, insieme al proprio compagno, di abortire l’embrione perché affetto da una malattia genetica di cui loro sono portatori sani; e se lo fanno è perché è stata la scienza medica (ginecologica) alla quale si sono affidati per evitare di avere un figlio inutilmente sofferente, nella speranza, invece, di averne in futuro un altro che non abbia a patire le determinazioni della natura. E se una donna abortisce per tali ragioni, non è affatto sola e disperata e incapace di guardare la vita. Tutto il contrario: proprio perché ha visto che la vita sofferente per una malattia genetica è una vita di merda, ha scelto sia per l’embrione che per sé, avendone – come la Corte Europea dimostra alla faccia della Legge 40 – pieno diritto.

Il senso delle affermazioni è indiscutibile. Sono d’accordo con lui. Ma, al termine della lettura, mi ero ritrovata in compagnia di un’inquietante ossessione riguardante il potere della donna. Che può scegliere di dare la vita e anche la morte, all’occorrenza.

Passato poco tempo, mi è capitata sott’occhio l’Amaca del 26 agosto, dove Michele Serra, nell’ambito di una condanna alla piromania estiva, pronuncia un suo atto di fede nei confronti dell’incapacità della donna di esercitare il male nei confronti della Terra – Gea- e conclude l’articolo con queste parole:

[…] Ma avere l’ impulso di devastare un luogo per sottometterlo, per negarlo, per cancellarne le tracce di vita, è cosa solo dei maschi: la statistica non concede eccezioni. In questo senso il piromane è colui che trasferisce sul volto della Terra lo stesso sfregio che il maschio padrone infligge al volto della femmina che considera infedele o indegna, o più semplicemente non sua. Gea è femmina, accoglie il seme e lo fa germogliare. Piromani, stupratori e sfregiatori di donne andrebbero inclusi nella stessa branca del Male.

E mi è venuto da rincarare la dose: l’intero genere umano lo dovrebbe essere. Umanizzando Gea, mi sono chiesta: può forse scegliere -e per analogia può farlo la donna-? Il seme ormai lo porta non più soltanto il caso, ma soprattutto l’Uomo, la cui specie si estinguerebbe senza l’agricoltura. Il “corpo” di Gea è da tempo immemorabile, e irreversibilmente, al servizio dell’umanità, ma quale scelta.

Insomma, qui ci sono uomini che tentano di mettersi nei panni delle donne e che sbandierano certezze su ciò che è di esclusivo appannaggio della nostra esperienza. E intanto, invece di sentirmi più felice, io mi sento così incompresa. Ma com’è che la vivo tanto male? Ragioniamo.

1. il corpo è mio e lo gestisco io

Ma davvero il corpo è mio e lo gestisco io? Non vorrei mai essere fraintesa, e meno che mai dal movimento femminista**, che è gente che mena forte. Certo che il corpo è mio. È sulla libertà di scelta di come gestirlo che nutro qualche dubbio. Semplificando:

– Già da feto custodisco dentro di me gli ovociti che mi potrebbero consentire, un giorno divenuta adulta, la maternità. Ecco, mi pare che prima ancora di nascere la scelta sia segnata. Il mio corpo è uno strumento di propagazione della specie.

– Veniamo al momento clou. Concepire oppure no? La mia libertà di scelta finisce, come ogni libertà, laddove inizia la libertà dell’altro. In primis del mio compagno, mi sembra ovvio. Oppure no? Quante donne con o senza un compagno fisso si mettono in testa di concepire un figlio che sentono come necessario, indispensabile, irrinunciabile? In quel caso la loro scelta è libera? O forse condizionata dalla necessità che avvertono? E, poi, da dove arriva questa necessità? Dalla promessa di un benessere o di una felicità futura?

[Come sa benissimo chi ha già avuto figli, non è che la gravidanza sia sempre una passeggiata di salute. Nove mesi di disagio, di scompensi fisici ed emotivi, solo sporadicamente bilanciati dal -giusto- orgoglio (quando percepito) di detenere il potere di creare nuova vita; o dalla gioia -immensa- (quando percepita) di avere per il resto dei propri giorni la responsabilità e l’onore di costituire un modello per un essere umano al quale passeremo il testimone.]

Per cosa io rinuncio per sempre alla mia “singolarità”? Per delle felicità temporanee, non garantite, condizionate da tanti di quei fattori aleatori che verrebbe da pensare che (se non ci fossero di mezzo la misteriosa spinta di un istinto ancestrale, il supporto della serotonina prodotta a seguito agli eventi cardine -orgasmo, parto, allattamento- della vita di una madre, le questioni di orgoglio o di realizzazione sociale), in realtà, io sia l’oggetto di un raggiro universale (o di una sòla, come si dice a Roma).

[Fermo restando che sono la prima propagandista, specie tra le giovani indecise,  delle incommensurabili gioie della maternità e mai tornerei indietro sulle decisioni prese, tuttavia vale lo stesso quanto detto sopra]

– E infine, io, che nella maternità ho provato una realizzazione e un’esaltazione mai provata né immaginata prima d’allora. Che per tanto tempo ho sognato e cercato di ripetere il miracolo, nella malaugurata ipotesi che negli equilibri della mia vita attuale una gravidanza (voluta ma “difettosa” o  anche inaspettata) arrivi a minacciare di deflagrare come una bomba e rimettere ogni cosa in discussione, la scelta, quella di proseguirla o meno, mi apparterrà davvero in tutto? Quale sarà l’istanza prevalente che mi guiderà? Il pensiero che l’embrione sia una persona dotata di diritti, quello del figlio disabile che avrebbe di fronte a sé una vita di sofferenza, il rispetto della libertà o dei desideri del mio compagno, il bisogno di ottenere una mia personale gratificazione o, al contrario, di liberarmi di un peso insopportabile?

Io, strumento di continuazione della specie, davvero ho tanta libertà di scelta? Per me è fuori di dubbio che sceglierò la soluzione più conveniente per tutti coloro che ne sono coinvolti, in ordine di importanza, me compresa. Ma non sono affatto sola con il mio strapotere, non nel senso in cui ne parla Luca, che giustamente ricorda che la diagnosi preimpianto viene chiesta da una coppia con un preciso progetto di vita. Non sono sola perché non posso permettermi di scegliere soltanto in base a ciò che sento di desiderare nel profondo. Alla fine, la mia scelta sarà sempre, sempre, condizionata da fattori esterni. Anche quando questi non sono incarnati dal giudizio di una società ipocrita o da una Chiesa o (magari, peggio) da un’ideologia, che viene a ficcare il naso nelle mie mutande.

2. mi metto nei panni di una donna.

Ogni volta che sento un uomo proferire la frase mi metto nei panni di una donna, inizio a sentire un prurito su tutto il corpo e mi prende la frenesia di grattarmi. Ma chi sono questi uomini che si permettono di mettersi nei panni di una donna? Ma perché, cosa li spinge a farlo, a difendere loro a spada tratta -nel modo in cui farei io che donna sono- i miei diritti? Come presumono di conoscerli davvero, questi diritti, avendo soltanto come riferimento dei principi teorici?

Io ti voglio, io ti pretendo accanto, uomo. Non mi piace affatto pensare a un mondo in cui i due sessi non si trovino insieme e in equilibrio. E se, quando cerco di immedesimarmi in te prima di formulare un giudizio che riguarda la tua essenza, ascolto per prima cosa la tua campana (ovvero, fuor di metafora, leggo, ascolto e cerco anche di persona la tua opinione sulle questioni che ti riguardano), altrettanto mi aspetto che faccia tu. I concetti, visti dal di dentro, non sono così nitidi. Spesso mi sento confusa e non sono certa che quello che viene sbandierato nelle piazze come dogma sia sempre la Verità valida per tutte. Però, se mi venisse richiesto di dire la mia in riferimento a ciò che avviene sul corpo di altre donne difenderei il loro diritto ad autodeterminarsi a spada tratta, proprio come fai tu uomo, per conto mio, a ogni piè sospinto (e te ne sono grata, veramente).

[Di tutto questo ragionare ho sentito il bisogno di confrontarmi con un giovanotto “illuminato”, il quale per concludere ha esclamato È questo il principio liberale! Sì, è così. E allora:]

È bellissimo, io trovo, per le donne di oggi avere a disposizione una generazione di maschi cresciuti e formati al sole del pensiero egualitario. Adesso però andrebbe fatto quello scatto in avanti del quale ancora noto con dispiacere la mancanza: non limitarsi a riempirsi la bocca dei principi di parità e di reciprocità tra i sessi, ma anche dedicarsi all’ascolto profondo gli uni delle altre, alla discussione o anche all’invenzione di un nuovo dibattito (purché senza le inutili faziosità che è oggi così di moda e social agitare) sui temi dei diritti e del rispetto delle diversità tra uomini e donne. Questo, secondo me, porterebbe davvero al risultato di migliorare il mondo. Altrimenti continueremo in questo modo: tu che va in giro a predicare i miei diritti e io che me ne resto dentro la caverna ad aspettare fino a notte fonda che ritorni a scaldarti un po’ con me.

Forse, potremmo iniziare ad applicare lo stratagemma suggerito dai ricercatori del glorioso MIT, io di sicuro mi sentirei un po’ meglio.

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Cheryl Barnes  – Easy to be hard

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*) Articolo The curios perils of seeing the other side di Jamil Zaki, pubblicato su Scientific American Mind – Luglio/Agosto 2012. Studi e ricerche del neuroscenziato Emile Bruneau del Massachussets Institute of Technology (2009), dello psicologo Micheal Kraus dell’Università dell’Illinois (2011) e dello psicologo Adam Galinsky della Northwestern University (ancora non pubblicato).

**) Su questo tema posso davvero parlare solo per me, ma con la minima sicurezza di rappresentare molte altre donne. Riguardo al femminismo, non mi sento sufficientemente confortata da particolari studi o conoscenze. Ma posso ricordare che il movimento femminista, nato nella scia delle rivoluzionarie aperture del ’68, ne ha, di fatto, chiuso la breve stagione affermando una prima forma di negazione del principio base dell’”egualitarismo”, che aprì le porte alla separazione tra gruppi disomogenei (altre “negazioni” furono, ad esempio: la formazione di gerarchie interne al movimento, a causa del carattere di rivoluzione permanente che aveva assunto; o altre forme di diversità, incoraggiate dal successo del femminismo a portare avanti con orgoglio le proprie istanze -gay e lesbiche, portatori di handicap, nuove religioni…-), addirittura finendo col trovarsi in netta opposizione con esso (e il termine opposto a rivoluzione è restaurazione).

Con questo voglio dire che, a mio parere, le battaglie portate avanti per la difesa della dignità femminile dagli esordi del movimento femminista in poi, oltre a mietere i successi che consentono ancora oggi a tutte le donne del mondo di poter contare su diritti e leggi fondamentali e su una sicurezza e libertà della quale mai hanno potuto godere nel corso delle precedenti epoche storiche, quelle battaglie hanno purtroppo, però, trascinato con loro anche una pecca originaria: la segregazione del mondo femminile da quello maschile.

Si legga, al proposito, Guido Viale: Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione Ed. Mazzone, 1978 (2a ed. Nda Press, 2008)


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