Posts Tagged ‘Femminicidio’

Me too

15 ottobre 2018

#MeeToo.
Non c’è molto da aggiungere, se non che la “matrice femminista”, una sorta di marchio che tende ad allontanare chi di femminismo non s’intende, né vuole provare a intendere, è fuorviante.
Ci siamo tutte e tutti dentro, si tratta di noi, dell’umanità che deve progredire.
Tratto d’unione, il blog, raccoglie il testimone e porta avanti una raccolta di testimonianze che sta facendo il giro del mondo. Riconosciamoci, tra i lupi e tra gli agnelli, a volte a ruoli alterni, entriamo in empatia. Proviamo a uscirne.

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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Installazione del giorno dopo

26 novembre 2014

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Argomentazioni e conclusioni. Ancora sul femminicidio _ Meditazione n.8

21 agosto 2013

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“È ovvio che il femminicidio è un omicidio come gli altri, quindi non ne facciamo niente.”

“È ovvio che nessuno ha mai ucciso una donna in quanto donna. Gli omicidi contro i gay invece, sì che esistono.”

“È ovvio che l’uomo uccide perché è nella sua natura di cacciatore, la donna è vittima e deve fare pippa.”

Milioni di anni di evoluzione buttati così alle spalle.

A tutti quelli che “Le femministe mi stanno sulle palle, anche se il femminismo ha anche fatto anche cose buone, percarità”, vorrei ricordare che, vostro malgrado, esistono le donne.

Ah, e poi esistono i misogini, da che mondo è mondo, così come (è innegabile) esistono i coglioni.

Una volta cercai di sollecitare il suo punto di vista su una questione che riguardava le donne a uno scrittore per il quale col tempo ho perso la stima personale, ma almeno non ancora quella intellettuale. Mi rispose semplicemente che lui non si intendeva di questioni femminili, Un po’ riduttiva come risposta, ma si sa come sono i divi. Però ho apprezzato la coerenza: non ho un’opinione, dunque non mi sbilancio.

Magari fosse così per tutti. Quelli che un’opinione se la costruiscono in prima persona, e hanno a cuore il progresso, avrebbero meno intoppi sul cammino per poter almeno cercare di risolvere i problemi, senza trovarsi quintalate di posizioni prese per sentito dire a sbarrare la strada.

Invece oggi, non soltanto ci siamo sorbiti (chi se ne è accorto, eh, perché generalmente vi fate i cazzi vostri e poi vi lamentate) una riapertura parlamentare mesta e fiacca su un tema sul quale evidentemente qualcuno di quelli che paghiamo per rappresentarci ha trovato qualche motivo per spenderci soldi pubblici e perdere un po’ di ferie per discuterne.

Oggi noi, che grazie alla rete godiamo di pulpiti grandi o piccoli dai quali sputare sentenze non sempre richieste, noi, coi nostri piccoli ego da esibire in una gara a chi è più narcisista, abbiamo dato prova per l’ennesima volta del perché questo paese è in stallo e si avvita vorticando a testa in giù e a gran velocità verso il suolo. Ci siamo anche dovuti dividere sul concetto di ovvietà.

È ovvio, non è vero, che il femminicidio è proprio un termine cacofonico?

È ovvio che se ti stuprano la figlia, tanto per fare un esempio, lo stupratore andrebbe come minimo punito?

È ovvio che in un paese dove le leggi vengono applicate male o disattese i crimini non vengono dissuasi?

È ovvio che le leggi fatte male sono inefficienti?

È ovvio che è meglio fare qualcosa piuttosto che non fare niente?

Chi non si informa, finisce con l’essere d’accordo su tutte queste ovvietà simultaneamente. E si ritrova con la testa che gli gira all’interno di un quadro di Escher, quello che creava ambienti con le figure impossibili. Mezzo dentro e mezzo fuori, con buona pace della partner che intanto che vi decidete fa le parole crociate alla luce fioca del comodino.

Tu sei un blogger e per definizione remi contro. Fai cordata con quelli come te. E quando non hai un’opinione di qualcosa mandi avanti quello che strilla di più o che dice più parolacce.

Ma, guarda, non mi tiro mica indietro. Anche io c’ho il blogghe e conosco l’arte di citare, strillare e dire le parolacce. E sai una cosa? Mi sa che te la mando a dire pure io.

E intendo scomodare la Lipperini, nientemeno, che almeno lei l’ascolti.

Così, giusto per aiutarti a distinguere tra la (ovvia) realtà di un crimine orrendo (qui) e la sacrosanta critica della sua persecuzione attraverso una cattiva legge (qui).

Leggi, và, e fattela un’opinione, così magari ne riparliamo.

Ah, e non darmi della femminista, né della femmina. Considerami soltanto una persona.

Non era amore

29 maggio 2013

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A Franca Rame.

.Laguna blu

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A Franca Rame.

Quando ero ragazzina non era ancora come oggi, che sono tutte bellissime, le ragazzine. La moda era terribile, e i capelli te li sistemavi da sola, o al massimo con l’aiuto dell’amica del cuore, rinchiuse per ore in bagno prima di una festa. Grazie a spume, lacche, e tecniche rubate al parrucchiere dall’amica più grande che già poteva permettersi la permanente. Tutte a testa in giù a spruzzarsi tanta e tanta robaccia puzzolente sui capelli, che poi dovevamo accartocciare con perizia, mentre sparavamo il phon sulle radici, ma senza diffusore. Io ambivo a essere un clone della prima Ciccone. Sognavo di agitarmi in mezzo alla pista, sotto una pioggia di luci psichedeliche, invasata e dardeggiante, sinuosa e debordante. E la mia amica del cuore, che somigliava un po’ a Brooke Shields, ma coi capelli belli, lisci e biondi, li massacrava pensando di far bene, e finiva col farli sembrare quelli di Crudelia De Mon.

Alcune nostre compagne pensavano che io e lei fossimo le più carine della scuola, noi ce ne convincemmo e ci alleammo subito. Sedevamo insieme al banco, una affianco all’altra e le ore di lezione passavano col conforto della reciproca vicinanza. Avevamo entrambe un ragazzo che si chiamava Maurizio, e spesso uscivamo in coppia. Raggiungevamo il mare sulle moto dei Maurizii e poi ci appartavamo tra le dune, da dove riemergevamo coi  vestiti tutti messi male, i capelli aggrovigliati e sabbia infilata ovunque. A quel punto, a quell’età, avevamo non più di sedici anni, tornati in vista al mondo si ricomponevano le coppie, donna stava con donna, uomo con uomo, e si passava il tempo restante a confidarsi, a fare battutine, a condividere piccoli progetti di fuga che a pensarci adesso mi fanno solamente tenerezza.

Maurizio io l’avevo conosciuto a una festa di capodanno. Ero lì per caso, trainata dal fratello di una mia amica d’infanzia. Non conoscevo nessuno di quei ragazzi quasi tutti più grandi di me e molto ben vestiti. Il posto era una grande villa, la padrona di casa una ragazza pallida e fine, con una erre francese di natura, in abito nero al ginocchio e filo di perle al collo. Ora, bisogna sapere che io attraversavo il periodo ribelle, che ero una bionda tinta attratta da efebi post atomici, possibilmente introversi, autolesionisti, schizoidi e tenebrosi. Che dopo Flip, lo scenografo con la cresta che si sparava punti sulla coscia tanto per sentire l’effetto che faceva, rimasi in uno stato solitario e agognante per mesi, senza riuscire a trovare tra i ragazzi del liceo nessuno che uguagliasse tanto splendore.

Dunque arrivai alla festa non solo annoiata e scettica, ma pure disperata. A partire dalle auto di lusso parcheggiate fuori, passando per la musica discreta e a basso volume, per le luci soffuse, gli orologi di marca, gli arredi sobri e classici, finendo col buon cibo, il buon bere e la bella gente, non era certo quello il posto in cui avevo sperato di iniziare il nuovo anno.

A un’ora dall’entrata in sordina me ne stavo da sola a mani incrociate sulle gambe incrociate, seduta su un divanetto basso, accanto a un ragazzo con una testa spropositatamente grossa e tutto butterato, che cercava di attaccare bottone con battute che, mmm… ho dimenticato.

Finché è arrivato lui.

Presentato dal fratello della mia amica, ha preso posto accanto a quello col testone e subito ha disteso il braccio oltre le sue spalle fino a raggiungere il mio collo. Questo è ciò che penso mi abbia conquistata. La sorpresa.

Sentire due dita che mi scorrevano sulla pelle, senza vedere in faccia quello che me lo faceva, mi mise in apprensione, mi mise in subbuglio, mi mise in uno stato di quasi-eccitazione che ho provato solo una seconda volta, e solo ripensandoci in sogno. Quando uno sconosciuto mi alzò la minigonna in metropolitana, mentre si stava tutti bloccati e stretti stretti, cercando di salire sempre più verso l’alto. E più mi dimenavo per spostarlo, più quello insisteva. Finché non mi sono girata di scatto con una faccia brutta, senza riuscire a individuarlo, ma almeno riuscendo a farlo smettere.

Maurizio aveva questo, che ci sapeva fare con le donne. Mi fece sentire unica, preziosa e rarissima. Era bravissimo a sollevarmi in volo con le parole e i gesti. E aveva anche due occhi tremendamente belli. Avrebbe avuto tante altre qualità se non fosse stato così insicuro. Lo era talmente tanto che, benché fossimo affiatati come nessuno, mi controllava in continuazione. Cercava di incontrarmi quando dovevo studiare, si appiccicava al vetro della scuola di danza mentre mi esercitavo, mi telefonava per ore, mi sottoponeva a lunghi e puntigliosi interrogatori sui miei due o tre ex, e poi mi accusava di tutto, soprattutto di tutto quello che non avevo mai neanche lontanamente pensato di fare.

Perché ero carina, forse è vero, ma ero innamorata di lui. E durante il ballo di fine anno del liceo era con lui che mi ero chiusa in bagno, nei giorni in cui non avevo interrogazioni facevo sega da scuola con lui (le uniche volte che non l’ho detto ai miei genitori). Con lui suonavo il pianoforte a quattro mani, con lui uscivo sempre, sempre, sempre. Ma era un insicuro, e così si disperava pensando di non avermi abbastanza sotto il suo controllo. Mi accusava dandomi schiaffetti in pubblico, davanti ai miei amici piazzava pacche commentando la sodezza del mio sedere (ero una cosa sua), una volta in moto iniziò a carezzarmi una coscia cercando di farsi vedere dal mio prof di matematica, che casualmente aveva affiancato la sua macchina alla nostra moto.

La storia è durata circa tre anni, in un crescendo di litigi e sgambetti reciproci. Lui addirittura, durante una delle nostre crisi, riuscì a “fidanzarsi” per alcuni mesi con una ragazza del nostro quartiere, non dicendole niente di me, e niente di lei a me, benché i nostri amici in comune sapessero benissimo, e tacevano.

Anche in quell’occasione lo perdonai. Ho sempre perdonato alla fine, io. Almeno finché non mi sono stufata e resa conto, ma guarda, di essere degna di essere amata come si deve. Quindi alla fine mi sono stufata anche di lui. L’ho lasciato definitivamente e, a quel punto, la nostra commediola insulsa si è trasformata in un horror.

Ormai avevo raggiunto la maggiore età ed ero una matricola universitaria. I miei erano entrati in rotta di collisione e stare in casa era molto simile a vivere da svegli in un incubo. Sentire il fiato di Maurizio sul collo e subire le sue sfuriate era l’ultima cosa di cui avrei avuto bisogno. Lo misi gentilmente di fronte all’evidenza, apriti cielo.

Elenco, in ordine sparso: agguati in strada, minacce per telefono, minacce e insulti scritti su biglietti nella buca della posta, dietro a fotografie mie strappate e sistemate sul parabrezza delle macchine, la mia e quella dei miei, ma anche sul parabrezza della macchina del padre del mio compagno di studi del momento, con tanto di irruzione notturna in casa sua, e rigatura delle fiancate, rotture di antenne e specchietti di tutte le auto fin qui menzionate (sospettai di lui anche per lo scoppio dei miei pneumatici in corsa), e ancora telefonate e agguati, e minacce, e scene madri.

Mio padre dovette andare via di casa in quel periodo. La mia vicenda era lo specchio di quella dei miei genitori.

Nei mesi successivi trovai un po’ di conforto rifugiandomi nell’abbraccio buono e senza pretese di un amico. Col tempo, ci volle più o meno un anno, Maurizio si calmò, diradò le sue improvvisate che diventarono sempre meno offensive, fino quasi a interromperle del tutto (ma ritornano, loro ritornano sempre). Era stata una relazione importante, eppure non ho mai sentito la sua mancanza. Alla fin fine, innamorata o meno che fossi stata un tempo, quello non era stato amore.

Oggi, che è passata tanta acqua sotto i ponti, ritornandoci sopra mi pare che tutto sia accaduto a un’altra persona. Ma una traccia di quella vicenda, una traccia forte, ce l’ho ancora dentro, sensibile come una cicatrice. Non mi riesco più a fidare delle persone che si esaltano facilmente nell’espressione dei sentimenti, positivi e negativi. So che sono in grado di fare del bene, ma anche tanto male (e spero di sbagliare, spero che non sia così proprio per tutti coloro che manifestano temperamenti passionali).

Questa esperienza mi è servita di lezione per il futuro, alle povere ragazze delle cronache di  questi ultimi tempi non è stato concesso tanto.

Che’Nelle – Slow Down 

Io non ti lascio

7 marzo 2013

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Sto leggendo un libro che mi commuove a ogni pagina, La Strada, di Cormac McCarthy. In un imprecisato scenario post-apocalittico, un padre sceglie di continuare a vivere soltanto perché ha su di sé la responsabilità del figlio. Quest’ultimo scampa di continuo alla morte, confidando imperterrito nel genitore, al quale impone di rivolgere anche a sé stesso le cure che riserva a lui.

Da sempre, tra i miei pochi punti fermi c’è la convinzione che l’Uomo trovi senso e scampo solo nel curare e proteggere i propri figli e figlie (in senso lato: nel mondo occidentale non figlia più nessuno – e questa forse è una parte del problema), anche a costo della sua stessa vita. E nel riuscire a trovare in sé la bambina o il bambino di un tempo, nel curarlo e proteggerlo con lo stesso impegno che mette o metterebbe per un figlio.

La scrittura di McCarthy è piana e prodigiosa: da giorni convivo con un’eco che rimanda un’immagine precisa, ma dai contorni sfumati. Un’immagine che non ero riuscita a identificare finché non mi sono imbattuta nella newsletter di Amici Della Terra, L’Astrolabio.

Davanti agli scatti della pluripremiata fotogiornalista americana Stephanie Sinclair, ho rintracciato finalmente la fonte di quell’eco. Era la piccola Mathilda, che gridava, aggrappandosi a Léon, un attimo prima di perderlo per sempre: “Io non ti lascio”, al minuto 88 dell’allucinata favola raccontata da Besson, che mette faccia a faccia, nei confini di un amore totalmente privo di connotazione sessuale, un uomo e una bambina.

Si finisce sempre per separarsi, è la vita. Ma a me, come a McCarthy, sembra (e forse è un’illusione, ma un’illusione talmente calda, consolatoria e necessaria) che nel ripetere a sé stessi più che ad altri “Io non ti lascio”, risieda la forza e l’ultimo motivo per continuare ad avanzare nell’oscurità.

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Rajani

L’immagine sopra riportata somiglia all’abbraccio disperato di Mathilda con Léon, ma invece ha un significato esattamente opposto: “Io ti lascio”, e ha inizio l’orrore.

Cliccando QUI si trova una presentazione del lavoro fotografico di Stephanie Sinclair in Afghanistan, Yemen, India, Nepal ed Etiopia. Paesi nei quali le bambine possono essere vendute dalle proprie famiglie a uomini molto più grandi di loro, i quali possono abusarne come vogliono fin dalla più tenera età. Molte di loro scelgono il suicidio.

Nelle ultime diapositive c’è l’immagine dell’arresto di un uomo che aveva tentato di uccidere la sua sposa bambina rifugiatasi presso i genitori dopo un anno di violenze subite. L’agente ritratta in quello scatto, Malai Kakar, era stata la prima donna poliziotto di Kandahar, poi divenuta Capo del Dipartimento dei crimini contro le donne. Malai fu assassinata dai talebani nel settembre 2008.

Mi dispiace, il problema esiste. Mi dispiace perché non vorrei che fosse così, così come non vorrei sentire voci che normalmente sento vicine, amiche, infastidirsi davanti a chi solleva la questione del Femminicidio.

Certo, la violenza e l’assassinio (morale o materiale) a movente sessuale, giustificati per cultura, religione, o semplicemente coperti dal silenzio della vergogna e della connivenza, sono esperienze che, in Italia e nel mondo, accomunano entrambi i sessi. So per certo che qualcuno alza le sopracciglia, incredulo. Dia una letta QUA, gli uomini possono subire le stesse vessazioni delle donne, riportandone danni fisici e psicologici altrettanto difficili da tollerare. Ben venga allora chi solleva i problemi e, soprattutto, chi cerca di risolverli.

Ma, si può essere contro chi prova ad affrontarne almeno uno? Si può seriamente sostenere che tutti gli omicidi sono uguali e quindi tanto vale protestare contro la violenza dell’Uomo sull’Uomo? A me questa generalizzazione suona come la frase “Piove, governo ladro”, che giustifica il fatto di lasciare le cose come sono, data la loro inaffrontabile enormità.

Non festeggio mai l’otto marzo in quanto “Festa” della Donna. Che allegria, siamo donne, festeggiamo. Ma utilizzo questa giornata per raccogliere informazioni e riflettere sulle distorsioni che si producono all’interno di una società globalmente ancora molto maschilista. Questa è, forse, l’unica distinzione che rende indispensabile, oggi, sostenere una battaglia di genere.

Quella contro il Femminicidio, termine fastidioso e cacofonico quanto si vuole, anzi, disturbante. Perché mette un accento sgradevole su evidenze accettate da tutti.

Non sarà più solo una battaglia di genere nel momento in cui, uomini e donne, potremo disporre in modo paritario dei diritti umani. Quando tutti gli omicidi, alla fine, saranno veramente uguali.

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“Da parte di Mathilda” – estratto da Léon di Luc Besson

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