Posts Tagged ‘Amore’

La ragazza a tracolla e altri racconti

9 settembre 2013

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C’è questa mia amica, Lola, che è davvero una buona amica. Non lo avevo capito subito, nemmeno dopo un po’. Ci ho messo una decina di anni a rendermi conto di quanto valga per me.

Una delle cose che mi piacciono di lei è che, pur essendo distante eoni da come sono fatta io, mi ascolta e non mi giudica, se ho bisogno di qualsiasi cosa si fa in quattro e, soprattutto, mi tira su l’umore.

Di me dice che sono pessima, che aveva invitato un’altra amica al mare, durante quell’estate di un paio di lustri fa, e all’aeroporto mi sono presentata io, che ha pure faticato a riconoscermi, tanto ci eravamo frequentate poco prima di allora.

Me lo ricordo come se fosse ieri: le colazioni sulla terrazza panoramica accanto a un cesto pieno di fette biscottate e marmellatine in confezione singola. Mi parlano di lei i ricordi di passeggiate sulle creste delle scogliere sfidate dal maestrale, quando, indomita, col figlio messo a tracolla, i piedini che penzolavano dal marsupio, se ne stava tutta sporta a fotografare gli orridi colpiti dai marosi.

Ma poi, ciascuna appresso alle sue cose durante i dì vacanzieri. Senza vincoli. Lola mi aveva lasciato le chiavi di casa sua a disposizione.

Una volta abbiamo cenato con un’enorme quantità di costosissimi spaghetti all’aragosta, portati a casa dal ristorante in stile doggy bag (see, ma chi li dava al cane?) e riscaldati la sera successiva, che erano ancora più buoni. Talmente tanto che torna ancora l’acquolina se ne riparliamo. E un’altra volta, tardissimo, quando il bambino ormai dormiva della grossa, abbiamo ballato a morte la coreografia di The time warp dal Rocky Horror, il film con Susan Sarandon.

Che bella è sempre stata Susan Sarandon.

Susan-Sarandon

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Comunque.  Stamani Lola ha incontrato un tipo che conosciamo entrambe. Dice che ha varcato l’entrata del bar come sempre, tutto impettito, l’ho immaginato con la solita mano nella tasca, ha questa postura da periscopio iperbarico. Lui non osserva, scruta. E se trova qualcosa d’interessante, non ci posa lo sguardo sopra, ma lo penetra d’imperio, con piglio ottuso, quasi militaresco.

Quando parla con me finisco sempre a dover spostare la sua mano via dalla mia spalla o peggio, se sono seduta, dalla coscia. Poveretto, non che lo faccia apposta, ma ha la sindrome del conquistatore. Si crede un vero maschio, e dal suo punto di vista fa bene, che la convinzione è tutto.

Un vero maschio, anche se è alto un metro e trenta, ha ventott’anni portati come settanta, misura centocinquanta di giropanza, e la gallina canta un virtuosissimo gorgheggio lirico sulla vertigine che provano i capelli cadendo giorno per giorno nel gorgo di una calvizie senza appello. E, poiché lavora troppo (è un vero maschio d’altra parte), si lava raramente, finendo per puzzare.

Che a me piacciono eccome gli odori naturali. Amo di più un uomo che diffonde olezzo di fatica, di emotività o di liquida eccitazione, piuttosto che uno posdocciato, lozionato e parimenti deodorato.

Ma il suo odore è un mischio di ascella, capelli grassi, calzini di tre giorni e abiti intrisi ed emananti aria viziata e polvere. Non posso parlarci più di pochi secondi senza avvertire l’impulso di troncare la conversazione.

Il fatto che nonostante tutto lo sopporti non deve trarre in inganno, lo faccio perché è un brav’uomo. E poi ha una fidanzata. Non una ragazza effimera, una compagna o peggio ancora una moglie, che uno così l’avrebbero mollato su due piedi al suo destino, ma una che crederà in lui sempre e comunque, in vista del gran giorno che tarda ad arrivare. Ciò significa che, nel gioco degli specchi delle coppie, lui stesso sente l’obbligo di restare all’altezza delle aspettative di lei, e allora vaneggia spesso di questioni morali, dice Così va il mondo e altre banalità, e parla come uno che la sa lunga sulla vita. Le mani se le rimette nelle tasche, quando gliele rimuovo dalle mie cosce, e lì rimangono. È un vero idiota, ma quanta tenerezza.

Li avevo incontrati insieme, un tempo. Allora si riparavano dal sole sotto l’aggetto della tettoia di un negozio. “Ti posso presentare la mia fidanzata?” Mi aveva chiesto pieno di orgoglio, aprendosi una falda della giacca, dalla quale era sbucata questa ragazzina tremante per il privilegio di essere accanto a lui, avvolta nei vapori d’eau d’aiselle del suo conquistatore, gli occhi sognanti e persi nel sogno arcano della futura sposa.

Prendendo nella mia la sua mano morbida e sudaticcia ero colpita da quanto fosse annullata in lui. L’immagine iconizzata di una devozione estrema.

Oggi è stato privilegio della mia amica conoscerla, ma così tanto tempo dopo di me, che nel confronto tra le presentazioni notavo qualcosa di diverso. Non la ragazza poggiata a mo’ di zainetto, che lui portava come allora, tenendola a tracolla, coi piedi a pendolo, simili a quelli del figlio di Lola l’anno della scogliera. Né la mano di lui in tasca, la sua aria saccente, il tanfo permeante, frutto di un malinteso sulla virilità.

Il tempo ha insinuato tra i due una distanza incolmabile. Lei ancora si trastulla nei sogni, ma lui, come per gli odori che ha incancreniti addosso, si è ormai abituato a quella presenza adorante. Non la considera più.

Lola si era presentata da sola e subito aveva aperto il quotidiano, come barriera tra gli sguardi. Inutile. Il nostro conoscente con appendice amorfa annessa, faceva capolino sulle pagine, commentando ogni riga, incurante di risultare molesto.

Più tardi in mattinata abbiamo riso di quella strana coppia, e dopo aver salutato la mia amica ha avuto campo libero il pensiero.

Quell’uomo ha perso l’innocenza dell’idiota. La prossima volta che prova ad appoggiarmele addosso, gliele cionco senza preavviso, quelle mani.

Mi si conferma una preziosa amica, Lola, che mi sopporta spesso, che mi supporta, che mi fa ridere, e che mi darebbe le chiavi di casa sua ancora e ancora. Se solo avessi un buon motivo per chiedergliele in prestito.

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Non era amore

29 maggio 2013

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A Franca Rame.

.Laguna blu

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Quando ero ragazzina non era ancora come oggi, che sono tutte bellissime, le ragazzine. La moda era terribile, e i capelli te li sistemavi da sola, o al massimo con l’aiuto dell’amica del cuore, rinchiuse per ore in bagno prima di una festa. Grazie a spume, lacche, e tecniche rubate al parrucchiere dall’amica più grande che già poteva permettersi la permanente. Tutte a testa in giù a spruzzarsi tanta e tanta robaccia puzzolente sui capelli, che poi dovevamo accartocciare con perizia, mentre sparavamo il phon sulle radici, ma senza diffusore. Io ambivo a essere un clone della prima Ciccone, l’ho già scritto. Sognavo di agitarmi in mezzo alla pista, sotto una pioggia di luci psichedeliche, invasata e dardeggiante, sinuosa e debordante. E la mia amica del cuore, che somigliava un po’ a Brooke Shields, ma coi capelli belli, lisci e biondi, li massacrava pensando di far bene, e finiva col farli assomigliare a quelli di Crudelia De Mon. Ma io l’amavo lo stesso, piccola.

Alcune nostre compagne pensavano che io e lei fossimo le più carine della scuola, noi ce ne convincemmo e ci alleammo subito. Sedevamo insieme al banco, una affianco all’altra e le ore di lezione passavano col conforto della reciproca vicinanza. Avevamo entrambe un ragazzo che si chiamava Giorgio, e spesso uscivamo in coppia. Raggiungevamo il mare sulle moto dei Giorgii e poi ci appartavamo tra le dune, da dove riemergevamo coi  vestiti tutti messi male, i capelli aggrovigliati e sabbia infilata ovunque. A quel punto, a quell’età, avevamo non più di sedici anni, tornati in vista al mondo si ricomponevano le coppie, donna stava con donna, uomo con uomo, e si passava il tempo restante a confidarsi, a fare battutine, a condividere piccoli progetti di fuga che a pensarci adesso mi fanno solamente tenerezza.

Giorgio io l’avevo conosciuto a una festa di capodanno. Ero lì per caso, trainata dal fratello di una mia amica d’infanzia. Non conoscevo nessuno di quei ragazzi quasi tutti più grandi di me e molto ben vestiti. Il posto era una grande villa, la padrona di casa una ragazza pallida e fine, con una erre francese di natura, in abito nero al ginocchio e filo di perle al collo. Ora, bisogna sapere che io attraversavo il periodo ribelle, che ero una bionda tinta attratta da efebi post atomici, possibilmente introversi, autolesionisti, schizoidi e tenebrosi. Che dopo Flip, lo scenografo con la cresta che si sparava punti sulla coscia tanto per sentire l’effetto che faceva, rimasi in uno stato solitario e agognante per mesi, senza riuscire a trovare tra i ragazzi del liceo nessuno che uguagliasse tanto splendore.

Dunque arrivai alla festa non solo annoiata e scettica, ma pure disperata. A partire dalle auto di lusso parcheggiate fuori, passando per la musica discreta e a basso volume, per le luci soffuse, gli orologi di marca, gli arredi sobri e classici, finendo col buon cibo, il buon bere e la bella gente, non era certo quello il posto in cui avevo sperato di iniziare il nuovo anno.

A un’ora dall’entrata in sordina me ne stavo da sola a mani incrociate sulle gambe incrociate, seduta su un divanetto basso, accanto a un ragazzo con una testa spropositatamente grossa e tutto butterato, che cercava di attaccare bottone con battute che, mmm… ho dimenticato lì per lì. Finché è arrivato lui. Presentato dal fratello della mia amica, ha preso posto accanto a quello col testone e subito ha disteso il braccio oltre le sue spalle fino a raggiungere il mio collo. Questo è ciò che penso mi abbia conquistata. La sorpresa.

Sentire due dita che mi scorrevano sul collo, senza vedere in faccia quello che me lo faceva, mi mise in apprensione, mi mise in subbuglio, mi mise in uno stato di quasi-eccitazione che ho provato solo una seconda volta, e solo ripensandoci in sogno. Quando uno sconosciuto mi alzò la minigonna in metropolitana, mentre si stava tutti bloccati e stretti stretti, cercando di salire sempre più verso l’alto. E più mi dimenavo per spostarlo, più quello insisteva. Finché non mi sono girata di scatto con una faccia brutta, senza riuscire a individuarlo, ma almeno riuscendo a farlo smettere.

Giorgio aveva questo, che ci sapeva fare con le donne. Mi fece sentire unica, preziosa e rarissima. Era bravissimo a sollevarmi in volo con le parole e i gesti. E aveva anche due occhi tremendamente belli. Avrebbe avuto tante altre qualità se non fosse stato così insicuro. Lo era talmente tanto che, benché fossimo affiatati come nessuno, mi controllava in continuazione. Cercava di incontrarmi quando dovevo studiare, si appiccicava al vetro della scuola di danza mentre mi esercitavo, mi telefonava per ore, mi sottoponeva a lunghi e puntigliosi interrogatori sui miei due o tre ex, e poi mi accusava di tutto, soprattutto di tutto quello che non avevo mai neanche lontanamente pensato di fare.

Perché ero carina, forse è vero, ma ero innamorata di lui. E durante il ballo di fine anno del liceo era con lui che mi ero chiusa in bagno, nei giorni in cui non avevo interrogazioni facevo sega da scuola con lui (le uniche volte che non l’ho detto ai miei genitori). Con lui suonavo il pianoforte a quattro mani, con lui uscivo sempre, sempre, sempre. Ma era un insicuro, e così si disperava pensando di non avermi abbastanza sotto il suo controllo. Mi accusava dandomi schiaffetti in pubblico, davanti ai miei amici piazzava pacche commentando la sodezza del mio sedere (ero una cosa sua), una volta in moto iniziò a carezzarmi una coscia cercando di farsi vedere dal mio prof. di matematica, che casualmente si trovava in macchina accanto alla nostra moto.

La storia è durata circa tre anni, in un crescendo di litigi e sgambetti reciproci. Lui addirittura, durante una delle nostre crisi, riuscì a “fidanzarsi” per alcuni mesi con una ragazza del nostro quartiere, non dicendole niente di me, e niente di lei a me, benché i nostri amici in comune sapessero benissimo, e tacevano. Anche in quell’occasione lo perdonai. Ho sempre perdonato alla fine, io. Almeno finché non mi sono stufata e resa conto, ma guarda, di essere degna di essere amata come si deve e da uomini veri. Quindi alla fine mi sono stufata anche di lui. L’ho lasciato definitivamente e, a quel punto, la nostra commediola insulsa si è trasformata in un horror.

Ormai avevo raggiunto la maggiore età ed ero una matricola universitaria. I miei erano entrati in rotta di collisione e stare in casa era molto simile a vivere da svegli in un incubo. Sentire il fiato sul collo di Giorgio e subire le sue sfuriate era l’ultima cosa di cui avrei avuto bisogno. Lo misi gentilmente di fronte all’evidenza, apriti cielo.

Elenco, in ordine sparso: agguati in strada, minacce per telefono, minacce e insulti scritti su biglietti nella buca della posta, dietro a fotografie mie strappate e sistemate sul parabrezza delle macchine, la mia e quella dei miei, ma anche sul parabrezza della macchina del padre del mio compagno di studi del momento, con tanto di irruzione notturna in casa sua, e rigatura delle fiancate, rotture di antenne e specchietti di tutte le auto fin qui menzionate, scoppio dei miei pneumatici in corsa, perché forati ad arte, e ancora telefonate e agguati, e minacce, e scene madri.

Mio padre dovette andare via di casa in quel periodo. La mia vicenda era lo specchio di quella dei miei genitori. Nei mesi successivi trovai un po’ di conforto rifugiandomi nell’abbraccio buono e senza pretese di un amico. Col tempo, più o meno un anno, Giorgio si calmò, diradò le sue improvvisate che diventarono sempre meno offensive, fino quasi a interromperle del tutto (ma ritornano, essi ritornano sempre). Era stata una relazione importante, eppure non ho mai sentito la sua mancanza. Alla fin fine, innamorata o meno che fossi stata un tempo, quello non era stato amore.

Oggi, che è passata tanta acqua sotto i ponti, ritornandoci sopra mi pare che tutto sia accaduto a un’altra persona. Ma una traccia di quella vicenda, una traccia forte, ce l’ho ancora dentro, sensibile come una cicatrice. Non mi riesco più a fidare delle persone che si esaltano facilmente nell’espressione dei sentimenti, positivi e negativi. So che sono in grado di fare del bene, ma anche tanto male (e spero di sbagliare, spero che non sia così proprio per tutti coloro che manifestano temperamenti passionali).

Questa esperienza mi è servita di lezione per il futuro, alle povere ragazze delle cronache di  questi giorni non è stato concesso tanto.

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Che’Nelle – Slow Down 

Best but non beast?

14 febbraio 2013

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Oggi è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, si danza al Colosseo, per esempio. E chi non danzerà, potrà almeno alzare un dito al cielo (l’indice!), come testimonianza privata. Ne parlavo davanti al caffé del bar ieri mattina con una sconosciuta che, come me, trovava l’inziativa utile e meditava di partecipare. Dall’altra parte del bancone, la barista color nocciola, capelli di cacao e con gli occhi a mandorla ha sussurrato: “Domani alle 15,00 c’è anche un sit-in all’Esquilino per la cittadinanza ai figli degli immigrati….”

SIT in 14 febbraio 2013 figli immigrati

“Tu hai figli?” Le ho chiesto.  “Due. E sono preoccupata per loro.”

E il giorno dopo ti svegli piena di buone intenzioni ma scopri di dover spiegare alle tue figlie che un semidio come Pistorius ha fatto quello che ha fatto (col beneficio del dubbio sull’intenzionalità), sperando di non allontanare troppo da loro la fiducia che devono (sì, devono!) avere nei rapporti con l’altro sesso.

Bel mondo, ti viene da pensare, dove è necessario urlare forte i diritti inalienabili calpestati quotidianamente.

Infine è il compleanno della mia migliore amica del liceo (devo ricordarmi di farle gli auguri), bellissima. Meritava davvero di nascere a S. Valentino. Ah, già. Oggi è anche la festa dell’Ammmmore.

Direi  che si può parlare di “amore” se si riesce  a capire cosa intendeva il vecchio Hem* con questo scambio di battute:

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“Viene con noi?” chiese la bruna.

“No. Vado a mangiare con la mia légitime.” Allora si diceva così. Oggi si dice “la mia réguliere“.

“Deve andare?”

“Devo e voglio.”

“Và, allora” disse Pascin. “E non innamorarti della macchina da scrivere.”

“Se mi capiterà, scriverò a matita.”

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Per il resto c’è… In alcuni casi la carta di credito (meglio i contanti) oppure qualche altra definizione, a volerla proprio cercare. La migliore di oggi (grazie del suggerimento alla pittrice Kris Milakovic -mia maestra di carboncino-) per me è questa:

Opera di Giacomo Sampieri

Giacomo Sampieri

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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Guarda e impara

18 settembre 2012

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Ora, giusto un breve inciso:

Torno a casa tardi, tutta soddisfatta della pedalata. Cuffie nelle orecchie e una gran forza nelle gambe. La mia amica dice che quando gira in motorino odia quelli in bici perché sono imprevedibili. Soprattutto quelli che scodinzolano. Ecco, io scodinzolo. Ma felice, felice, di tutta quella forza, quell’energia.

Apro la porta di casa e non faccio in tempo a sistemare la bici sotto la finestra che mi si piazza davanti lei con uno di quei suoi sorrisi trionfanti. “Ho scritto un’altra poesia”, dice, enfatizzando “un’altra“, come se mi mostrasse un trofeo. Sa che gradisco che esprimano le emozioni, le incoraggio sempre quelle due. “Brava, brava”. Mi si piazza davanti ancora a denti scoperti: “Te la leggo?” “Sì, ma fammi sistemare la bici” “Certo!” E si dilegua.

La pieghevole cigola un po’, mi sa che devo ungere qualcosa, non sono tanto esperta  ma dopo la volta della catena non mi preoccupa più nulla. La porto sotto la finestra, nascosta dietro la tenda, sono una madre un po’ fatalista. Il piccolo rischia sempre di sfracellarcisi addosso nei suoi tentativi di imitazione delle corse alla velocità della luce di Superman. (Forse sono solo un po’ stronza, mi sa).

Mi giro e “Ahh!” me la trovo davanti al naso. Precisamente, il suo mento davanti al mio naso, accidenti quanto è cresciuta. “Te la leggo”, e suona come un ordine.
Chiaramente è scritta in russo, finita la lettura parte la traduzione. A metà strada la fermo: “Questa dunque sarebbe una poesia d’amore”. Lei guarda in alto “…Ssì”. “Senza capo né coda, si sente che non hai esperienza”. Stronza. Il giudizio è definitivo.

Ma mica si smonta “E perché? Beh, poi me lo spieghi”. No, una che ha passato quello che ha passato non si smonta per così poco. Continua a leggere, arriva in fondo, e mi lascia senza fiato. Altroché se ha senso.

Вечер у  костра 

Люблю тебя как этот вечер
Слова твои летят как пепел
В костре сливаются огнём
Пока вдвоём мы вместе жрём
Любить тебя мне не причём

La sera durante un falò

Ti amo come questa sera
Le tue parole volano come la cenere
Sul falò si mischiano con il fuoco
Finchè mangiamo  insieme
Amarti non c’è motivo

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Una che ha passato quello che ha passato ne sa, ne sa in materia. Dove non può contare sull’esperienza diretta, l’intuito (allenatissimo) le suggerisce altrettanto bene.
(Fine dell’inciso).

Leggendo Il Post mi sono accorta di questo articolo. Lette, già lette, stralette tante altre volte, notizie così. Seguite da commenti così. So già tutto, come finirà e come reagiremo e di cosa sparleremo. Meno male che ho tanta energia in corpo. Ogni volta, sarò malata io, ogni volta sono argomenti che mi tagliuzzano, schegge che dall’interno si rifanno sentire e spingono per affiorare dolorosamente in superficie.

Sul finire dell’estate, per molti anni, il ritorno del mese di Settembre ha significato strazianti addii negli aeroporti. Paura riflessa dell’abbandono. Rabbia senza sfogo. Repressione. Consapevolezza dell’ingiustizia subita. Incapacità di vedere il futuro. A Settembre non era possibile fare come tutti, riprendere fiato e scivolare progressivamente verso la stagione fredda. La lana, che non era mai stata messa via, tornava subito protagonista dell’abbigliamento. Andava riprogrammata una partenza, un ricongiungimento a breve, e per un breve tempo al quale si chiedeva il massimo del risultato. I rapporti, al di qua e al di là dei confini, cambiavano di nuovo. Di nuovo l’assenza, il bisogno, da entrambe le parti, di attuare sottili mutazioni psicologiche dettate dalla necessità di sopravvivere. Il silenzio improvviso che calava in casa, coperto dal rumore grigio dei preparativi.

Tutto si è concluso, oramai è storia. Il passato si allontana e non è il caso di indugiare nell’inutile ricordo della sofferenza. Però lassù sono nate delle amicizie e so per certo che il facile giudizio e la visione stereotipata che abbiamo noi occidentali sulle vite di quelle persone, non può aiutarle a trovare una via nuova. Credo che i popoli siano permeabili tra di loro. Oggi come non mai. Che se ne faranno di tanta acrimonia espressa dietro i nostri tranquilli schermi di benestanti. Nemmeno ci capiscono: se glie ne parli, il problema quasi non sussiste, almeno per come lo inquadriamo noi. Lo notano il nostro senso di superiorità, e si arroccano in difesa. E diamoglielo questo buon esempio allora, smontiamo le trame banali e odiose dei burattinai occulti. Sogno, sì lo so, ma non per questo lascio cadere a terra la mia responsabilità.

Tempo fa scrissi questa sciocchezza, rientrata in una raccolta antologica dell’editore Perrone* (una scansione, purtroppo non mi ritrovo l’originale).  Una storia appena velata di amarezza. Un linguaggio volutamente stringato. Ricordo che scoprii come la trasfigurazione di ciò che si è vissuto in una vicenda inventata aiuti a far pace con sé stessi. Per non dimenticare, ma soprattutto, per andare oltre.

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*) AA.VV. All’improvviso, in un giorno qualunque, da un incipit di Cristiano Armati. Ed. Giulio Perrone, 2011


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