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9 marzo

9 marzo 2014

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Non sono una donna appariscente, eppure,

– mi hanno messo le mani addosso, senza che lo volessi, in autobus, in metro, in piscina, in bicicletta, nel corso di discussioni con diversi fidanzati, durante una visita di controllo dopo un’operazione, e chissà quante altre volte che ora non ricordo,

– durante un esame mi sono state proposte intercessioni non richieste presso docenti di corsi che avrei dovuto seguire all’università, in cambio di un incontro privato col professore che mi stava valutando. E, dopo la mia risposta di scherno, ho subito minacce telefoniche da sconosciuti, notte e giorno, per oltre due anni, finché non ho dato segni di crollo psicologico,

– sono stata costretta a vestirmi, muovermi e parlare in modo da allontanare dall’interlocutore ogni velleità di approccio per costringerlo a concentrarsi su ciò che dico.

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Non sono una donna appariscente, eppure,

– ho chiesto le mani addosso, le ho messe a mia volta, ottenuto, al momento opportuno, il consenso anche solo con gli occhi, e ho considerato un privilegio l’ingresso nella sfera altrui,

– ho ricevuto aiuto e gentilezze da parte di uomini non sempre spinti dall’attrazione per me, anche quando ero in grado di farcela da sola. Ho accettato e, a mia volta, ho offerto aiuto e gentilezze, a uomini e donne, senza chiedere mai nulla in cambio e accettando l’eventuale rifiuto,

– mi convinco a vestirmi, muovermi e parlare in modo da sentirmi in armonia con me stessa (vale a dire: se sono stanca e magari febbricitante resto comoda e in disparte, se invece avverto l’energia scorrermi dentro, indosso l’entusiasmo e vado incontro al mondo col sorriso),

– dico ciò che penso e, un attimo dopo aver respinto le eventuali avances, tento di riprendere il discorso interrotto, e di costringere l’interlocutore, stupito, a focalizzarsi sui concetti.

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Ci ho messo anni a credere in me stessa, ma ogni giorno, fuori dalla porta di casa, si innesca comunque una guerra tattica. Poi arriva l’otto marzo e coglie tutti di sorpresa.

La parità al momento non esiste, e ciò è frutto di un “sistema” del quale ciascuno è complice, in misura varia.

Con la sterile incriminazione dell’uomo tradizionale, che a sua volta si lamenta dell’aggressività delle “nuove” donne, aumenta soltanto l’altezza degli steccati che ci separano.

Facciamo qualcosa, sì, ma oggi, domani e per il resto dell’anno, con calma, con coscienza e senza la mimosa in mano.

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Cor, cordis, cordate

19 gennaio 2014

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Versi che non rivelano ancora la mia svolta trash, né la serata Durex di venerdì scorso in discoteca 😀

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Parlo di fatti concreti come mani.

bianche di calce e dure di lavoro.

Chiamo l’esempio allora,

prendendolo per mano:

Grinzoso schermo appeso,

brillava di riflessi, fiotti di luce

e schizzi delle onde in mezzo ai rovi.

Quel giorno l’ho scalato senza guardare in basso,

instabile, tentando le vie nuove,

i muscoli tremanti e i tendini in tensione.

Punte di dita incerte, petto sbalzato

dalla parete ostile al battito schiacciato

di un cuore che si ostina.

Sono arrivata in cima. E lì

ho gridato forte, rivolta a chi era in fondo

(gli amici-macchie di colore, i loro zaini pieni,

i fuoristrada ai margini del bosco)

non so più quante volte.

Dicevano “Ora scendi!”

Io non avevo voglia di tornare.

E la conquista

ha spinto oltre il desiderio.

Rischiare l’equilibrio, vivere i fatti

mani di magnesite

sudore stillante dalla fronte accesa

nervi tesi

E solo la vertigine

sotto di me in cordata.

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EELS – I’m Going to Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart

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(Per la pazienza/ devo un inchino/e pure un grazie/ ad Antonella/ Taravella Guarino)

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Pork & Cindy (and the Porn Palace)

7 novembre 2013

pork.

Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì. (Cesare Pavese, 1937)

Qualcuno dice che mi sono raffreddata. Etciù. Grazie. Sì, ma non in quel senso. Un amico d’infanzia mi ha anche accusato di essere senza cuore (e lo perdono sempre, ma lui insiste).

Ma finitela. Per aiutare il fato a farmi trovare l’ispirazione giusta per una risposta non meno che signorile, ho passeggiato virtualmente per le strade di San Francisco, dove notoriamente il clima è dolce più dello Stilnovo (o del vino passito, as you like).

Mission nel ’96, nel pieno della rivoluzione dotcom (io trascorrevo un mese a Frisko* complicata ospite del più caro amico del mio cuteissimo ragazzo), mi impressionò più di un bianco accecante sbattuto in faccia dopo orge di optical e beat generated people, per un suo sovrastare, un restarsene frizzante ma sempre perbenino, quartiere esterno al cuore caciarone della town. Che luogo noioso. E con una fastidiosa stagnazione d’aria calda, impedita altrove in città, dalle correnti incrociate provenienti dalla Baia. Ad agosto Mission scottava, e a mezz’ora dall’arrivo, a me già erano spuntati sotto la maglietta i puntini rossi della dermatite.

A Mission, ma mica esisteva allora, invece oggi troneggia l’Armory Building (o Porn Palace). Ne parla qui su Nazione Indiana Silvia Pareschi, promossa da Davide Orecchio. Sicuramente nel ’96 era già passata la data di scadenza dello sdoganamento del sesso libero e gratuito, e una visita all’Armory Building probabilmente costa più di quanto sarei stata disposta a permettermi da neolaureata nel ’96.

Silvia Pareschi, ad ogni buon conto, riferisce i risultati di una ricerca del The Journal of Sexual Medicine: i praticanti di BDSM (praticato in modo Safe, Sane, Consensual – Sicuro, Sano, Consensuale) “risultano più estroversi, più aperti a nuove esperienze, più coscienti di sé e meno nevrotici rispetto al gruppo di controllo”.

E ciò, anche se va nella direzione di Bobbio nel ’47, quando, in difesa de Il Muro di Sartre, sostenne che

L’insistenza del problema sessuale non l’ha inventata Sartre e nemmeno i mille altri scrittori d’oggi che potrebbero essere con altrettanta fondatezza incriminati per le stesse ragioni. È un motivo del nostro tempo e quindi della letteratura del nostro tempo. Ed è tale perché le generazioni precedenti avevano respinto il problema con severità non disgiunta da ipocrisia, e mentre avevano cercato di difendersene in realtà lo avevano reso più acuto e morboso. La sincerità sessuale della letteratura d’oggi è un fenomeno evidentissimo di reazione all’insincerità di quella di ieri.

Non va in quella di Scurati, oggi, quando avverte

La frustrazione sessuale: questa la nostra unica certezza. La generazione del ’68 si è raccontata a lungo – e ancora ci racconta – di aver fatto la rivoluzione, ma l’unica vera rivoluzione avutasi in Europa nel dopoguerra è stata quella liberista degli Anni 80. Una rivoluzione di destra. 

Di tutte le rivoluzioni mancate – o fallite – dalla sinistra sedicente rivoluzionaria, la rivoluzione sessuale è stata la più fallimentare. 

Sul terreno ha lasciato quasi solo rovine: tra le più ingombranti, e irremovibili, spiccano la crisi della famiglia (non il suo superamento, si badi bene) e la mastodontica mole sociale della frustrazione sessuale. È vasta come un’intera città ipogea. Basta grattare un poco la cenere vulcanica per scorgerne il profilo. Una Pompei della sessualità perduta. La recente, spettacolare eruzione della pornografia femminile potrebbe esserne una delle manifestazioni più evidenti. 

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non ti sento

Per me, entrambe le affermazioni sono vere. Davanti allo spopolare della letteratura softcore posso solo sperare che, da questa all’auspicabile presa di coscienza successiva, l’umanità avanzi di un passo nella direzione di scelte (anche editoriali) Sicure, Sane, Consensuali e, perché no, non condizionate dal genere. Quando Pork potrà richiedere l’ultimo di Irene Cao senza che Cindy la viva come una prevaricazione.

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*) Per chi amasse letture borderline, a S.F. è ambientato il racconto visionario Umami.

Sliding Europe #2

21 ottobre 2013

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Mayer Hawthorne – Her Favorite Song

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A. si guardava i polsi. Se li rigirava davanti agli occhi, contemplando l’effetto delle dita rigidamente flesse da manichino nudo esposto in una vetrina fronte strada. Alla ricerca di un equilibrio estetico che la portasse fuori dal suo ondeggiamento, non decideva ancora se filare via di lì finché era in tempo, o uscire da sé stessa, e smetterla di fare tante storie. Ma il tempo che era rimasto si estinse nel battito di ciglia che dilatò le sue pupille, quando sopra la vita si impresse il tocco di una  mano sconosciuta, e sulla Vita si posò una cappa pietosa di raso e seta buia quanto il futuro che l’attendeva fuori dal locale.

Poi, dentro la notte breve, emersero in superficie bolle vetrificate di verità, incongruenti e sparse, le immagini dal giorno. Il faccione del Prof fu il primo a venirle incontro,

– Bambina…

a rassicurarla che tutto si stava svolgendo molto al di fuori dei margini del reale.

– Prof…

Lui era stato gentilissimo, lei gli si era affezionata subito senza farsi domande. Poteva scambiare altro per l’odore di santità di uno che sembrava aver rinunciato alla più dannosa delle gratificazioni? L’assenza di una sessualità attiva, quella era la virtù che ora marcava la distanza tra i buoni e i cattivi, per lei che aveva alle spalle una serie ininterrotta di rospi ingoiati a forza, e puntualmente non digeriti. La sua tenacia, spesso vicinissima all’ottusità, la manteneva aperta alla fiducia negli altri.

Lo sconosciuto le parlò bruscamente, lei si mosse attorno, le labbra strette e le narici dilatate. Si avvicinò alla finestra,  poi agli interruttori dei vari abat-jour disseminati al posto di un unico lampadario centrale. Diresse la regia della penombra in stanza. L’altro frattanto aveva pisciato con la porta aperta, era tornato e aveva aggiunto frasi di circostanza all’impaccio che già li divideva. Lei era rimasta ai piedi del letto ad attenderlo. Li separava un metro di moquette scarso, quando A. si guardò un ultima volta i polsi e pensò al Prof.

Il Prof. “abitava” le stanze del Dipartimento di Studi Genetici dell’Università Xxx. Durante l’attesa del colloquio, A. aveva fatto bene a decidere di non andare in bagno. Quella scelta aveva provocato una catena di conseguenze. La prima, la peggiore, fu di essersela fatta addosso. Mentre fuggiva via, venne bloccata da quella stessa segretaria che fino a un minuto prima aveva recitato il ruolo di carceriere dei candidati in attesa di giocarsi il posto. Fu lei a condurla velocemente alla toilette e lei a correre a parlare con il Professore, appena rientrato dalla commissione medica di cui era membro, stanchissimo e confuso, desiderando solo di andare a chiudersi in casa.

In altri tempi avrebbe lasciato a malincuore anche un colloquio insignificante come quello, ma  i pretendenti accorsi erano davvero troppi. Stava per comunicare la decisione di far proseguire fino al termine il suo sostituto, il sadico Dotti, ma una dottoressa aveva fatto sapere di aver avuto un incidente, un caso particolare, Professore. Che ne pensa, ce la facciamo a incontrarla domattina?

Durante la conversazione tra il vecchio Prof. e la sua segretaria, Dotti fu fatto uscire in fretta, ghignante per i danni che era in ogni caso riuscito a produrre in poco tempo.

A., con i suoi pesi a tracolla e la vergogna tra le gambe, si ritrovò in corridoio a fare passetti stretti proprio dietro a lui. La fila nel bagno delle donne era lunghissima, ma non aveva più alcuna fretta e tollerò lo scorrere del tempo. Un’altra donna, invece, si avviò verso la porta degli uomini da cui venne travolta, spintonata dal ciclone Dotti contro il muro. Tra le due aleggiò per qualche istante un’occhiata muta.

La riconobbe a un angolo di strada, che percorsero affiancate per un buon tratto. A. era diventata leggera, e dispensò a ruota libera aneddoti della sua vita fino a quel colloquio. L’altra restò quasi impassibile, A. ebbe l’impressione di un tipo torbido. Bruna, grandi occhi colorati anche senza trucco, guance segnate da un acne debellato di recente. I jeans che costringevano riottose formosità mediterranee. Le accennò giusto furtivamente a Dotti, di quello che accadde dopo, durante il breve colloquio che seguì il bagno. Fallimentare per il posto di addetta all’immissione dati, ma compensato subito dalla proposta di un lavoro serale. Notturno, anzi. A. spalancò occhi e bocca. E poi li spalancò ancora, quando le fu chiaro, tra le righe della conversazione smozzicata, che l’altra aveva accettato.

Il giorno successivo, quando percorse lo spazio a ritroso, fino a tornare dove aveva sostato a lungo solo poche ore prima, si trovò sola dentro la grande sala. Si scosse in un brivido improvviso dal torpore mattutino: sperò di non ricevere sorprese almeno dal vecchio Prof, del quale aveva intravisto l’apparenza onesta.

Lui era basso, panciuto sotto il camice, la testa calva in sommità esibiva il vezzo di una corona di ricci bianchi e disordinati a pendergli sul collo. Le venne incontro sulla soglia e, prima di ogni altro convenevole, prese il suo polso come una porcellana antica, lo sollevò all’altezza degli occhiali e l’osservò per un buon mezzo minuto. A. non si mosse. Vedeva le vene batterle in piccoli guizzi che scomparivano infilandosi sotto la presa delle dita grinzose e gonfie.

– Lei, – le disse, fissandole la pelle bianchissima sotto la cui superficie traspariva un reticolo azzurrognolo, – ha il polso sottile. Come quello della mia povera mamma.

A. fu visitata dall’idea di un colorito pallido e di giunture finissime. Si rese conto che il Prof. la stava paragonando a un mito e ne arrossì in silenzio.

Ma il Prof., un uomo di una settantina d’anni scarsi mal portati, ricordava una figura inginocchiata ore sopra i pavimenti altrui, le mani rosse e scorticate che a sera, le carezzava piano. Amò la ruvidità della pelle di quella madre anni cinquanta del secolo ventesimo, dai vestiti rimessi a nuovo anno per anno, le scarpe sformate e comode, i capelli corti a ciocche diseguali, le occhiaie fonde. Sottili ma forti, furono polsi che lo allevarono da figlio della guerra, senza fargli mai sentire la mancanza di alcunché di materiale. Lui, solo sfiorandoli sul tavolo dopo la cena, capiva ciò che c’era da capire sul mondo, e prendeva decisioni su ciò che avrebbe fatto per riscattare tanti sacrifici.

Il Prof. la condusse a una poltrona di pelle dal colorito esausto, in posizione d’angolo rispetto alla scrivania. Faceva caldo in quei giorni romani di primo autunno. Le propose un bicchier d’acqua, che lei rifiutò con un sorriso forzato.

Aggirata la scrivania e messosi a sedere a sua volta, aveva raddrizzato le spalle e chiesto ad A. come se la passasse in tempi di crisi, quale fosse la sua provenienza, di quale laurea disponesse e se avesse amici buoni e un affetto saldo su cui contare.

A. neanche provò a giudicarlo eccentrico, testimoniò la sua competenza nell’attività di data entry, parlando della tanta gavetta fatta a seguito del titolo di dottoressa in scienze statistiche, tacendo del periodo di bar e baby sitting nel quale stava rischiando di ingolfare la propria vita, e di altri dettagli inutili. Lo informò di sé sommariamente e disse che, sì, un uomo lo aveva, decidendo però  di non specificarne l’affidabilità.

Intanto l’uomo della stanza aveva smesso di parlare, e la penombra si era fatta fin troppo chiara. Lei aveva preso fiato e compiuto con la mano un gesto che lo invitava ad avvicinarsi. Tennero entrambi ancora le braccia lungo i fianchi, mentre i loro respiri si scontravano rimbalzando impercettibilmente in punti sempre diversi compresi tra lo sterno e il bacino. Le labbra di lui andavano continuamente rimesse a fuoco. Erano carnose, dischiuse, attorniate da piccole rughe d’espressione. Sembrava avessero un messaggio da recapitarle. Quando non ne poté più, sorpresa della professionalità del proprio tono di voce, disse

– Ok. Cominciamo.

Sollevò gli occhi dal petto che ansimava verso le stecche della tapparella semiaperta. Era l’inizio del giorno, il letto sfatto era occupato da lei sola, la sua mano stringeva forte la sveglia sopra il comodino e il cane le leccava il viso, reclamando sommessamente la propria colazione.

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Troppo buono

26 luglio 2013

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Un racconto liberamente ispirato a un passaggio di Suttree di Cormac Mc Carthy.

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Stava terminando un’altra giornata. Di sole forte, troppo per essere compreso appieno. C’era da restare istupiditi a vita dopo giornate di sole come quella. Sarebbe stato meglio prenderne a dosi minori, o almeno inframezzato da pause regolari. Strisce di sole, ecco. Non rinunciarci, al sole, ma assumerlo in dosi controllate.
Adesso era quasi buio e camminavano verso l’unica insegna illuminata, il Café Conception, lei e l’altra a braccetto, leggermente zoppicanti e già brille. Superarono un tale appena uscito dal locale e che, inspiegabilmente, dopo pochi passi fece dietro front e cominciò a seguirle, rientrando da dove era appena uscito.
Presero due birre al bancone e lì si fermarono, lo sconosciuto si sistemò a un tavolo alle loro spalle. Aveva appena dato un sorso alla propria bottiglia che una delle due si voltò sfacciata a domandare:
– Che si fa in questa città?
Lui si appoggiò allo schienale col gomito, spinse avanti torace e testa e le soppesò.
– Mi sembra niente di che, ma sono nuovo anche io. Voi da dove venite?
– Italia, Roma.
L’espressione serafica dell’uomo si scompose, ma si riprese subito. Forse stava pensando al loro accento.
– E da quanto siete qui?
– È già qualche settimana che facciamo su e giù.- Rispose la più giovane, e gli sorrise. L’altra le fece eco:
– Su e giù, puoi dirlo.
Era tornato perfettamente a suo agio e sembrava aver compreso la situazione.
– So di un locale dove secondo me, potete rimediare qualcosa.
– Andiamo insieme?
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Quando tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una banconota, il tassista gli fece discretamente cenno di avvicinarsi.
– Quelle fanno la vita.
Lui annuì complice e gli lasciò tenere il resto.
Ballò con entrambe, la meno avvenente cercava di infilarsi tra gli altri due. Quella carina gli si accostava contro con forza, infilandogli una coscia tra le gambe e soffiandogli sul collo. Lui sorrideva alzando il mento a occhi chiusi, sentiva l’osso pubico di lei colpirlo a tratti.
– A questo punto si può sapere come ti chiami?
– Paco.
– Paco.
– Già.
– Ok, Paco.
Aveva cercato di tenere a bada il tasso alcolico ma il pavimento si faceva sempre più ondeggiante.
– Mi piaci, Paco.
– Ma no, e come mai?
– Me lo sento.
– A fior di pelle?
– Anche. E pure più a fondo.
– Quanto ti fermi qui?
– Non ne ho idea, non posso tornare a Roma per un po’.
– Perché?
– Uhm, conti in sospeso.
– Aha, con la legge?
– Mi tocca starmene in giro, vagare avanti e indietro.
– Avanti e indietro. Su e giù.
Di slancio, lei gli premette il bacino contro e iniziò a mordergli l’orecchio.
– Beviamo qualcosa ancora?
– Ok, a questo giro però pago io.
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La cameriera li informò che l’amica era dovuta andare via.
Sotto il tavolo, una mano si impresse con audacia sulla gamba inquieta di lui.
Quando i bicchieri furono mezzi vuoti, ormai ridevano a ogni battuta senza senso, lei gli stava raccontando la storia della propria vita, più o meno. Lui abbracciava con lo sguardo, e di nascosto con tutti gli altri sensi, la nuvola di capelli, i seni morbidi troppo strizzati nel top, il profumo buono, qualcosa che ricordava la lavanda e biancheria pulita stesa all’aria aperta, e giorni di sole e vento forte nei campi.
Si domandò se fosse mai stata una bambina rimasta a bocca aperta davanti a una giostra che girava.
– Vieni da me?
– Non posso. Ma ti accompagno se vuoi.
Emersero dal taxi con cautela, lui le porse la mano, lei l’afferrò e non la lasciò andare finché Paco non ebbe promesso che sarebbe ritornato.
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Per prendere sonno quella notte non sarebbe bastato il solito bagno caldo, o le pillole che riservava ai giorni più disperati, quelli in cui capitava il cliente sadico, o il gruppo, o più semplicemente provava schifo e stanchezza per una vita votata all’esclusiva soddisfazione del piacere.
Al buio, si ritrovò nel pieno di una fantasia consolatoria, in cui costringeva Paco a mostrarsi preciso e valido seguendola in richieste con le quali lo andava tartassando dolcemente. Sentì il proprio seno lievitare, bruciante proprio in punta ai due capezzoli. Patì l’imbrattatura sulla pelle tesa delle proprie cosce sfiorandole, senza volersi penetrare, tanto a lungo che il corpo iniziò a oscillare spontaneamente, compiendo come una giaculatoria rivolta solo a sé stesso.
Vedeva Paco come doveva in fondo essere in realtà. Era soltanto un uomo, non è vero? Lo immaginava assecondarla, sempre più incanalato verso la domanda che giaceva inespressa, sul fondo di quel gioco disperato. Lo udì tuonare ordini, camminare sollevato sul lago causato dalla propria eccitazione, e venirle incontro, separando poi le acque, prendendola in braccio e cullandola amorevolmente. Ebbe visioni del futuro e per una volta senza averne paura.
Quella notte non venne, ma pianse a lungo, tenendosi racchiusa la testa tra le braccia.
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Al mattino si incamminò verso l’appuntamento con l’amica. Era confusa e disorientata, non le era mai capitato nulla di simile, non sapeva cosa pensare.
La calca nei vicoli si stava componendo in un solo movimento, confluiva tutta in una direzione. Sta accadendo qualcosa, pensò. E per un attimo riuscì a distrarsi, si unì alle orde di schiene vocianti, ma non riuscì a distinguere una parola di ciò che veniva detto.
Si ritrovò sul lungomare. Tra ali di folla, mai vista tanta folla prima d’ora, un’auto blindata stava avanzando con difficoltà. Dei brutti ceffi menavano le mani da tutti i finestrini, tranne da uno di quelli del sedile posteriore.
Lì, sfoggiando quel sorriso che le si era impresso tanto bene in mente, stava Paco. Era vestito di bianco, ma non come quei magnaccia col panama sulle ventitré, il pezzo d’oro al collo e i polsini rivoltati su un gigantesco Rolex. Paco indossava una specie di mantello di un candore accecante, e si faceva toccare, afferrare, baciare. Distribuiva carezze e baci a sua volta, sembrava in estasi.
Le girò forte la testa, tanto che dovette appoggiarsi sulla spalla di un uomo che le stava davanti. Strinse forte le mascelle e, ebbra di gelosia, respirò un’unica, spropositata, sorsata d’aria prima di lanciarsi verso il mezzo che si era quasi riuscito a guadagnare spazio sufficiente per riprendere velocità. Gli fu addosso in un attimo, afferrandogli il collo con le due mani e trovando la forza di gridare sulla sua faccia sorpresa un Perché? grondante di rinnovate lacrime, rimprovero e astio e altri dolori occulti, remoti e radicati.
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Finì così il suo soggiorno a Copacabana. Gli ultimi giorni in attesa del rimpatrio definitivo se ne stette vestita di niente, guardata a vista da morbosi secondini, illuminata a tratti da un sogno troppo realistico, e fissando, col proposito di rendersi cieca, un discreto e inoffensivo sole a strisce.

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sole a strisce

Poche +i++e (crescere col mito del +orno)

25 giugno 2013

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Presto, presto, che devo scappare in palestra e poi ho un appuntamento di lavoro.

Tre spunti per una sola riflessione.

1) Allevo (a modo mio, ma allevo bene) tre anime candide all’uso della vita. Il “sesso sporco” aleggia quasi esclusivamente quando ridono imbarazzati sentendo parolacce alla televisione. Venendo a sapere (da me) che  “mamma scrive (anche) cose erotiche”, magari alzano il tiro sulle varie richieste o concessioni da elargire, ma nello specifico, una volta discusso apertamente, non battono più ciglio.

2) La pornografia su internet è alla portata dei giovanissimi. Guardo, grazie all’imbeccata del blog Eroticartdrops (che ringrazio) la conferenza TED di Cindy Gallop, dal titolo “Make love not porn” (fatelo anche voi, dura pochissimo e si capisce tutto, tranne il motivo del perché la gente in sala rida –mi sa che sono tutti adolescenti-).  Cazzo (ops ho detto una parolaccia, non ridete, adolescenti da strapazzo), ma è vero: qui il porno ha di fatto sostituito l’educazione sessuale. Mica solo degli adolescenti, anche quella di quegli adulti che non se la sono mai cavata col sesso e ora, grazie alla rete, accedono all’unica palestra di vita loro concessa dalla vita stessa (ragazzi, adulti, romani, vi ricordo però che la vita è qui per essere vissuta, comodo starsene in poltrona a guardare quella altrui. Detto questo, a volte dal porno si impara anche qualcosa).

3) Virgina Mori. Non c’entra niente, ma mi piace tantissimo. E proprio oggi ha pubblicato l’immagine che accompagna anche questo mio post (mi ha autorizzata tempo fa a farlo, finalmente ho trovato l’occasione).

Insomma, più o meno durante le scuole medie, prende un po’ a tutti un certo prudore tra le gambe. Purché non si tratti di un’infezione urogenitale, va tutto bene. Io le mie risposte le ho trovate solo provando. Conoscendo me e gli altri, scavando una mia via in direzione contraria alla repressione e all’insoddisfazione. Non c’era internet, in edicola nemmeno compravo Cioé, quindi ci andavo giù di esempi letterari, tanta fantasia, mani (olé) e conoscenza sul campo del prossimo (sul diario, le amiche scrivevano “ama il prossimo tuo come te stesso specie se bono e dell’altro sesso”. Sul campo, poi, nelle sere d’estate amare riusciva benissimo).

Ecco, ho scritto anche troppo, devo proprio andare. Lascio aleggiare la seguente riflessione come il sorriso del gatto del Cheshire:

La felicità è alla portata di chi sa mettersi in rapporto con gli altri, rapporto che cambia forma a seconda di chi ci troviamo di fronte, a seconda del momento, del vissuto e dello stato d’animo di entrambi. Se la flessibilità è la parola d’ordine nel mondo del lavoro, tanto più a ragione può esserlo nelle relazioni interpersonali. Restare integralmente sé stessi, ma flettersi per venire (ah, ah, ah. Sì, anche, cretini) incontro al prossimo. Specie se bono e dell’altro sesso. Anche dello stesso sesso, però. Vi dirò, anche se non è bono.

E, comunque, non so se giustificarvi del fregarvene dello stato in cui lasciate il mondo dopo il vostro passaggio, se opponete a questo discorso il fatto che della felicità vostra e altrui proprio non ve ne importa niente.

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Défaillances

13 giugno 2013

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Le défaillances in questione non riguardano il sesso, e quindi la Tour Eiffel vista da Marc Chagall non è qui a richiamare problematiche più degne di uno spot.

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Dovrei andarci cauta.

Esco da un periodo in cui non ho fatto altro che inanellare figuracce, ero troppo distratta. Ma, a mia discolpa, invoco i testimoni di un’annata bastarda. Sono una creatura fragile, risento degli sbalzi di clima. A me serve stabilità.  Saprà darmela almeno l’alta pressione?

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La giornata si apre, letteralmente, su uno spettacolare cielo spazzato da invisibili correnti calde e benefiche. In borsa ho un libro bellissimo, non dico quale finché non sarà l’ora. Spingo i pedali e mi allontano. Ho rispolverato la maestria di un tempo nel fare i saliscendi dai marciapiedi, e piegarmi in curva, in lieve derapata. Adesso che ho gomiti e ginocchia esposte, mi eccita anche provare il brivido del rischio, non tanto remoto, di sbucciarmele.

Gioisco delle camere d’aria belle gonfie, del battistrada ruvido che morde l’asfalto, dello scrocchio metallico del cambio, che solletico in base alla pendenza del terreno.

I giorni freddi e piovosi sono alle spalle, hanno lasciato tanto verde qui. Gli alberi. Hanno le punte chiare, si sentono più giovani, come me. Le foglie in basso, invece, si sono fatte scure e grassottelle. Godo di questa vista. Il vento muove le fronde di tutte le essenze insieme, mi ricordano il mare. Sembrano foreste d’alghe guardate con la maschera. Vorrei nuotarci dentro.

In discesa, sollevo i piedi dai pedali e apro le gambe, mi metterei a fare acrobazie. L’aria profuma, chi incrocio mi sorride.

Come si fa a pensare? Come si fa a scrivere in momenti come questi? Costantemente svolgo interi temi, mentre le mani e il corpo sono impegnati a occuparsi di altro. Il problema è trovare il tempo e la voglia di organizzarli in forma di discorso.

Quando le nuvole si accorpano contro l’orizzonte, riunite in forme strane, e assorbono i colori della luce, io punto l’obiettivo. Manovro un po’, forse un po’ troppo, tempo un secondo e le forme di prima sono già tutte sfilacciate. Così i ricordi di giorni monolitici. Bisognerebbe che fossi più tempestiva.

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La prendo a esempio: quella di ieri sarebbe stata una giornata da trascrivere così come si è svolta. Tentar non nuoce, potrei farlo anche a posteriori. Chissà.

A scuole terminate il traffico è spompato e debole. Soltanto l’abitudine mi tiene sulla giusta strada, io la seguo. L’abitudine. Così ho la mente libera e posso guardarmi intorno.

Arrivo al lavoro come dopo una vacanza. Mi metto sotto subito, funziono bene, riesco a reggere tranquilla le emergenze. All’ora giusta vado incontro a Johan davanti al solito baretto. Che poi è il terzo che cambiamo dall’inizio delle lezioni di francese. Sarà per questo. Nel suo ultimo messaggio dice che è qua vicino, ma poi resto mezz’ora a cuocere sotto il sole.

Lo vedo, finalmente. Trotterella sulle strisce pedonali con la testa un po’ inclinata e una smorfia sul viso. Alza un braccio nella mia direzione. Mi spiega: aveva equivocato il posto dell’appuntamento e mi aspettava altrove. Telefono spento per défaillance della batteria, hai voglia a tempestarlo di chiamate e messaggi. Ma non importa, tu guarda che giornata.

Sediamo, io col mio succo di pomodoro, lui con la coca in lattina davanti, e cominciamo. Mi passano accanto colleghi che non mi riconoscono, forse sono mimetizzata dentro la falsa immagine di una coppia straniera a colloquio.

E noi, dagli esercizi di grammatica voliamo subito su Parigi. Ripercorriamo i luoghi che conosco, lui mi aggiorna sui loro cambiamenti. Io gli racconto di un tipo. Uno con la madre ricca, ma che aveva scelto di vivere col padre separato, in mezzo ai ghetti neri. Lì aveva fatto esperienza di scontri con la polizia, visto cose che noi umani, eh. E deciso alla fine -a vent’anni- che solo Londra e Parigi fossero degne del titolo di Città. Uno che mi aveva insegnato come si ballava il rap, come si teneva la bottiglia di Corona tra le dita, camminando, come ci si passava il fumo. Caspita, mi fa Johan. E sorride. Se l’ho più rincontrato? Ma no, non meritava proprio. Pare che a Parigi adesso siano molti i ragazzi benestanti che si atteggiano a straccioni, che il rap si sia incancrenito e sia vissuto come una religione da interi gruppi sociali che, nelle banlieue, si abbeverano dalla nascita alla fonte dell’intolleranza.

Questo mi torna in mente ormai sotto casa, a fine corsa, incrociando la nipotina di un ex-preside. È orgogliosa per essere passata dalla prima alla seconda elementare. Tutti promossi in classe sua, ma c’è un bambino che non si comporta bene, dice le parolacce e ruba le cose degli altri “di nascosto”. Mi spiega che è rumeno, quel bambino. Tanto lo sanno tutti che i rumeni sono ladri.

Prima che si allontani con il nonno dal sorriso imbalsamato, intanto che manovro per piegare la mia bici, non posso che dirle, col tono più gentile che riesco, perché è pur sempre una settenne: “Spero che non siano tutti così, magari qualcuno di loro è anche una brava persona, no?” Non mi risponde, gioca. L’ex-preside ridacchia, mah.

Un uomo che passa ammicca: “Ruba le cose di nascosto!” “Perché è rumeno”, gli ribatto. “Fosse italiano lo farebbe allo scoperto”.

Italiani, poveretti, che la crisi mette al tappeto, e ancora si permettono di atteggiarsi a superiori. Ma si capisce. Mentre il paradosso per la Grecia consiste nel tornare allo status di  “Paese emergente”, per l’oscuramento della tv di Stato, io posso ancora entrare in casa e sapere dalla Rai che a Roma, borgata San Basilio, la folla ha linciato gli addetti di un ambulanza in soccorso di un ragazzo accoltellato. Figlio dell’omicida dell’accoltellatore, a sua volta aggressore per futili motivi.

Non c’è pericolo, altro che terzo mondo. Roma è tale e quale a Parigi, in questo.

Ma non riesco a stare, a fare cose, ad ascoltare oltre. Dal balcone si vedono le fronde degli alberi agitate dai soffi lunghi del vento. La sera è accogliente, e proprio non avrei alcuna voglia di pensare. Mi sento così stabile.

Colpa dell’alta pressione, immagino.

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La vostra affezionata figlia

21 maggio 2013

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Anais Nin - Henry Miller

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Poco fa ho saputo che un mio racconto è stato scelto per essere incluso in un’antologia erotica, e ne sono orgogliosa. La casa editrice Smasher è piccola ma si muove bene, e il pezzo non mi sembra cattivo come prima prova.

Ok, non era la prima volta che mi cimentavo nel genere, ma farlo su commissione è un tantino diverso. Qui, nel blog, io mi permetto di sperimentare e scelgo di pubblicare ciò che piace solo a me. Ma fuori? Mi fido della scelta dell’editore, comunque a me resta il dubbio di essermi spinta un po’ oltre. Mi spiego: di essere, per l’ansia da prestazione, scivolata dall’erotico nel pornografico (genere per il quale nutro il massimo rispetto ma… beh, giudicherete voi se avrete il coraggio di affrontare la lettura, quando vi darò la notizia della pubblicazione).

Devo averlo già scritto da qualche parte, un certo peso nella mia evoluzione sentimentale lo ebbe la corposa corrispondenza tra Anaïs Nin e Henry Miller, letta intorno ai vent’anni. Poi Anaïs Nin mi accompagnò per diverse pagine coi suoi racconti, e con lei lì mi fermai, per dedicarmi ad altro.

Ultimamente ho avuto il coraggio di avvicinarmi a Miller, iniziando dal volume edito da Minimum Fax*, con una prefazione (stupenda) di Antonio Pascale. Ce ne sarebbe da dire, e probabilmente ne riparlerò. Mi ha colpito però provare addosso, seguendo Miller e Pascale, una sensazione di velata tristezza. Ma devo approfondire (ho “i tropici” sul comodino, e per l’estate li avrò fatti miei), quindi stop alle elucubrazioni.

Io invece, non tanto perché donna (non sono portata al sessismo), ma proprio perché me stessa, mi sento fortunata. Ho un rapporto così facile con l’argomento che non mi meraviglia rileggere cose come questo post e sentirmi a mio agio, senza rimorsi né rimpianti per averlo scritto.

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PS: Mamma, Papà, sorvolate. A voi riserverò prove migliori.

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*) Henry Miller – Una tortura deliziosa. Pagine sull’arte di scrivere, Ed Minimum Fax, 2007.

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Io, Carlo – Mamma e Papà

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Il problema è di chi resta: restare svegli nell’emisfero boreale

26 marzo 2013

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Un esempio di abbandono letargico (Jeff Bark)

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– Il gatto va in letargo?

– No. Solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Ah. E il cane va in letargo?

– Nooo. Ti ho appena detto che solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Quindi io non andrò mai in letargo?

– Potresti tentare. Ma a meno che non torni ad abitudini primitive e non raggiungi climi proibitivi, temo di no. Non andrai mai in letargo.

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E nemmeno io. A pensarci bene, questa limitazione agli “animali del bosco” è troppo restrittiva. Io, per esempio, lo gradirei, il letargo. Riassumerei in un’unica scorpacciata tutte le cene invernali ingoiate senza convinzione, a cui seguono inevitabilmente notti brevi e agitate. Che non ristorano per niente e predispongono male al giorno successivo.

Pensando in grande, il letargo potrebbe risolvere il problema della sovrappopolazione: Nell’emisfero australe si fornicherebbe soltanto da ottobre a marzo, in quello boreale da aprile a settembre. All’attualmente insostenibile ritmo di crescita della popolazione, si applicherebbe un buon 50% di sconto, con inimmaginabili ricadute sulla qualità della vita di tutto il genere umano.

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– Non credo che potrei sopravvivere senza fornicare.

– Sopravvivresti meravigliosamente.

– Seeeeh.

– E invece sì. Questione di abitudine. Quando non si utilizza, l’organo si atrofizza.

– Sei sempre la solita.

– Ma cosa vai a pensare? Guarda:

The_Science_of_pornography

(The Science of Pornography – testo italiano non ufficiale)

– Mumble, parlavi del cervello. Sempre la solita… cervellotica.

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Eppure, come non considerare i vantaggi indotti dall’interruzione della pratica degli sport invernali, così pericolosi? Perfino la corsa, in inverno diventa un’attività potenzialmente letale.

Pensaci. Non sarebbe necessario proprio dormire-dormire. Si potrebbe trascorrere del tempo sonnecchiando, leggendo, ascoltando musica. Comodamente avvolti in un piumone, dal fondo di una calda tana.

– Mmmm. Non credo che potrei resistere a lungo senza fornicare.

– Pensando a te, direi che il letargo andrebbe trascorso in tane separate.

– Tanto c’è il web.

– Sotto terra non prende la rete.

– Neanche la tv via cavo?

– Solo libri.

– Ma perché?!

– Perché potresti coltivare i buoni sentimenti. Pare che facciano bene a tutto, anche alle relazioni sociali. Figuriamoci se metà popolazione mondiale per volta si prendesse sei mesi di tempo per coltivare sogni e innamoramenti, senza incidere su cambiamenti climatici, stipendi da pagare, aziende dal salvare, debiti da pagare, e quant’altro. I Governi… almeno formalmente durerebbero il doppio.

– Sempre che venissero formati. Ma, comunque, sarebbe del tutto irrazionale!

– Non credo, vivere a fondo i propri sentimenti , se praticata con giudizio, è un’attività piuttosto produttiva. Guarda:

The_Science_of_love
(The Science of love – testo italiano non ufficiale)

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– Te l’ho già detto, tu sei romantica.

– Insomma, Demone! Che c’entra il romanticismo? Ti ho proposto di trascorrere sei mesi in un piacevolissimo stato di quiescienza e di languore, con tutti i benefici che ti ho appena illustrato, e mi rispondi così?

– Calmina, eh.

– E poi mi fa male la schiena. Quel cavolo di pilates.

– Allora è questo il punto. Poi dici a me. Dì la verità, impelagheresti l’intera umanità in un’avventura biofantascientifica, solo per dimezzare la velocità di invecchiamento?

– Matematico fallito, guarda che così la percepirei raddoppiata.

– Comunque, il pilates non è più un tuo problema, ormai. Chissà quando potrai tornare a cimentarti.

– Hai proprio passato il segno.

– Ok, ok, abbassa il pugno. Da questa prospettiva, potrei trovare del raziocinio nell’ipotesi del letargo. Tanto più che i tempi sono quello che sono. Io quasi quasi aspetto che passi la buriana. Zzzzzzzzzzzzzzz.

– Buongiorno, vorrei spedire un pacco. Destinazione Melbourne, Australia. No, non serve la ricevuta di ritorno. (Certo che anche quando dormi sei importuno. Se fossi rimasto sveglio, da demone qual sei, avresto potuto passare da solo per l’inferno).

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(Grazie, come sempre, a Asap Science)
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Freestyle

12 febbraio 2013

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Marlena Shaw – feel like makin’ love

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– Ho fatto un sogno orribile. Tutti i pianeti erano allineati e nel mondo accadeva una catastrofe dopo l’altra… Hai sentito?

– Sì, ma tranquilla, quello era il 2012. Adesso è passato, hai visto? Non è successo niente.

– Amore, scusa.

– Dimmi, ma fai veloce, ho un sonno.

– Ho paura, una paura tremenda. Sto tremando, mi batte forte il cuore. Mi stringi?

– Magari domani, adesso ho sonno.

– Ma io ho paura adesso.

– Cerca di avere pazienza. Come sei impaziente. E pesante. Sei troppo pesante.

– Non dire così. Mi metto di schiena. Mi abbracci mentre sono girata di schiena?

– Ho sonno, ti ho già detto.

– Se mi allontano un po’, posso toccare le punte dei tuoi piedi?

– Uffa. Ti ho detto di no, non ci senti?

– Ho paura.

– Ora accendo la luce. Ma tu ascolta.

– Dimmi, ti ascolto.

– Così non va.

– Non va?

– No, e poi quest’anno dobbiamo stare attenti.

– A cosa?

– Altro che 2012. Stavolta abbiamo le elezioni comunali, regionali, del Governo, del Parlamento, del Senato. Perfino del Papato.

– No!

– Stavolta sì che prevedo una catastrofe. Quindi mettiamoci a dormire, ci servono le forze. Chiudi quegli occhi, santa pace! Mannaggia a me che ti ho portato a letto.

– Adesso perché hai spento la luce, dopo che mi hai detto tutto questo? Hei! Io non vedo niente. Sul serio. Non vedo niente, è buio. Dove cazzo sei? Qui è tutto buio, e il letto è vuoto. Dove sei? Dove sei finito?

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Sì, sì. Avevamo parlato anche di questo. E, sì, lo so che certe frasi e certe parole restano impigliate nei pensieri e non te ne accorgi fin quando non ti ritrovi ad utilizzarle ossessivamente nelle conversazioni, nelle battute, perfino nelle riflessioni che fai tra te e te. È così che mi sono accorta che nella tua indifferenza ostinata avevi colto qualcosa del senso del mio sogno. Hai parlato di solitudine, riferendoti a te stesso. Di recuperare forze. Di catastrofi imminenti. Come se fossi stato presente quella notte.

Ok, ok, l’avevo detto. E allora? Pensi che ogni parola che dica si riferisca a te?

Solo perché ce ne siamo stati una mezza mattinata a fare sesso di fianco all’autostrada, con tutti quei bolidi che passavano e smuovevano la macchina come se fuori ci fossero tre persone per lato che stessero menandosi le mani, cercando di conquistare la prima fila?

Che razza di appuntamento, una volta erano lenzuola fresche di bucato, e boschi, e rive di fiumi. E poi tu conoscevi bene la mia fantasia del camionista, brutto maiale. Che cosa dovrei pensare io di te?

Smettila. Ti sei montato la testa.

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Non si è scopato quel giorno, e questo è un fatto. Quando mi hai raggiunto nella piazzola dell’Autogrill, in ritardo di oltre mezz’ora, mi hai detto “Non si può fare niente, mi dispiace”. Perché ti era spuntato all’improvviso un fungo misterioso, e io ho dovuto crederci. Avresti dovuto disdire il nostro appuntamento, ma non avrei forse pensato male? E allora non hai disdetto. Perché potevamo anche starcene lì. Tu mi avresti accarezzato, avremmo parlato, saremmo stati bene. Ma io, lo sapevi fin dall’inizio quello che volevo da te.

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Secondo te era quello? Stare così appiattiti sui sedili, strusciati e lamentosi? Ogni volta che davo un’occhiata al cruscotto vedevo scorrere i minuti e perdevo sempre più la speranza di uscire di lì appagata. Non vedevo l’ora di andarmene. Non te l’avrei data vinta, però, te ne sarai accorto. Forse no. Quando mai ti accorgi di qualcosa.

Mi sono dannata. La forza che scuoteva l’auto era solo mia. Finché non ce l’ho fatta, a prendermi quello che non potevi darmi. Proprio in faccia a te, che pubblico patetico e incosciente.

Quando siamo scesi all’aria aperta, ti sei acceso una di quelle odiose sigarette, lo sguardo rivolto all’infinito, tutto compreso nella parte.

Ma non fa niente. Non importa più. Dattele pure, le arie da uomo vissuto, se ti fa sentire bene.

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“Il Papa si è dimesso”. “Hahaha!” “Guarda che è vero” “E io sono la Monaca di Monza”.

Quando si parte col piede sbagliato, le cose possono solo peggiorare.

È passato Guerino, mi ha detto che se ne stava andando, che avrei chiuso io il bar. Mi ha detto di pulire bene il bancone. Poi ci siamo scambiati un gioco di parole. Che aveva detto lui? Ah, sì. Che una donna come me è una pescatrice di uomini. Che una come me è stata fatta per redimere uomini perduti. Certo non conosceva le mie fantasie. Cose di cui ho parlato solo con te. Non poteva sapere dei camionisti dai quali mi sono fatta sbattere come una donnaccia, tutte le volte che mi sono trovata invischiata in mezzo al sesso insipido, tutte le volte che sono stata da sola, senza aiuto, cercando di calmare la mia ansia, la mia angoscia di vivere questa vita tremenda. E invece tu hai frainteso. Come se io e Guerino avessimo parlato a tuo esclusivo beneficio.

Non sono una benefattrice. Hai frainteso, ecco tutto. Posso stare sempre a preoccuparmi di spiegarti ogni frase, solo perché sei del tutto privo di senso dell’umorismo?

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Fuori piove così tanto che sembra notte. Intorno è tutto nero. Mi attrae quel buio. Vorrei uscire a conoscerlo da vicino, e allo stesso tempo ne ho paura. Cerco qualche riferimento fuori dal vetro della caffetteria, mentre ti parlo al telefono. Ma è tutto, tutto così nero. Tuona ripetutamente, e quasi non ti sento, mentre mi accorgo che stai iniziando a dirmi qualcosa di importante. Comprendo al volo il senso, prima che tu finisca. Ti interrompo: “Lo so”.

Ho un tono di voce annoiato, ma non è noia la mia. È delusione. Riprendi il discorso dopo un secondo di disorientamento, e ripeti il mio “Lo so”. “Lo so che io e te…”. Non sai che dire, è chiaro. Ti sei fatto un’idea in testa e, a mano a mano che me la descrivi, non trovi le parole. Appunto, era un’idea. Hai fantasticato, come al solito, su quello che può esserci dentro la mia, di testa. Non illuderti, non puoi pensare di saperlo.

Ho deciso da un pezzo che non saprai nulla di me. Non sai, ad esempio, che ho buttato il libro che mi avevi regalato. Anzi, l’ho abbandonato su un tavolino e a un’ora dall’apertura già non c’era più. Ho ripreso a mangiarmi le unghie, neanche questo sai. Le pellicine soprattutto. Le mie mani sono un bagno di sangue, tant’è che servo ai tavoli con i guanti. Non mi farei vedere né da te né da qualsiasi strafottuto camionista, con le mani in queste condizioni. Non sai che non prendo più la pillola. Che non faccio più sesso con un uomo da mesi, ma che vorrei. Solo con te vorrei.

E che non trovo un solo motivo al mondo per continuare a volere proprio te, accidenti.

Ma tu mi hai anticipato, hai detto di avere ancora meno motivi di quanti non ne abbia io. Prima di chiudere il telefono sono sicura di averti promesso di restare in contatto. Ma è già qualcosa di lontano. Detto da un’altra persona. In un altro giorno. Non io, non oggi.

I clienti sono andati via presto. Tutti tornati a casa, al calore morbido delle loro case, alla loro quiete abitudinaria. Spengo le luci del locale, chiudo a chiave, attacco l’allarme ed esco. Fuori piove forte. Non apro l’ombrello e avanzo qualche passo verso il buio.

È tutto così buio qua fuori, ma socchiudendo gli occhi mi sembra di vedere dei piccoli animali in fuga verso il bosco. Se sto attenta a dove metto i piedi, forse se mi sbrigo li raggiungo.

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animali


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