Non era amore

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A Franca Rame.

.Laguna blu

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Quando ero ragazzina non era ancora come oggi, che sono tutte bellissime, le ragazzine. La moda era terribile, e i capelli te li sistemavi da sola, o al massimo con l’aiuto dell’amica del cuore, rinchiuse per ore in bagno prima di una festa. Grazie a spume, lacche, e tecniche rubate al parrucchiere dall’amica più grande che già poteva permettersi la permanente. Tutte a testa in giù a spruzzarsi tanta e tanta robaccia puzzolente sui capelli, che poi dovevamo accartocciare con perizia, mentre sparavamo il phon sulle radici, ma senza diffusore. Io ambivo a essere un clone della prima Ciccone, l’ho già scritto. Sognavo di agitarmi in mezzo alla pista, sotto una pioggia di luci psichedeliche, invasata e dardeggiante, sinuosa e debordante. E la mia amica del cuore, che somigliava un po’ a Brooke Shields, ma coi capelli belli, lisci e biondi, li massacrava pensando di far bene, e finiva col farli assomigliare a quelli di Crudelia De Mon. Ma io l’amavo lo stesso, piccola.

Alcune nostre compagne pensavano che io e lei fossimo le più carine della scuola, noi ce ne convincemmo e ci alleammo subito. Sedevamo insieme al banco, una affianco all’altra e le ore di lezione passavano col conforto della reciproca vicinanza. Avevamo entrambe un ragazzo che si chiamava Giorgio, e spesso uscivamo in coppia. Raggiungevamo il mare sulle moto dei Giorgii e poi ci appartavamo tra le dune, da dove riemergevamo coi  vestiti tutti messi male, i capelli aggrovigliati e sabbia infilata ovunque. A quel punto, a quell’età, avevamo non più di sedici anni, tornati in vista al mondo si ricomponevano le coppie, donna stava con donna, uomo con uomo, e si passava il tempo restante a confidarsi, a fare battutine, a condividere piccoli progetti di fuga che a pensarci adesso mi fanno solamente tenerezza.

Giorgio io l’avevo conosciuto a una festa di capodanno. Ero lì per caso, trainata dal fratello di una mia amica d’infanzia. Non conoscevo nessuno di quei ragazzi quasi tutti più grandi di me e molto ben vestiti. Il posto era una grande villa, la padrona di casa una ragazza pallida e fine, con una erre francese di natura, in abito nero al ginocchio e filo di perle al collo. Ora, bisogna sapere che io attraversavo il periodo ribelle, che ero una bionda tinta attratta da efebi post atomici, possibilmente introversi, autolesionisti, schizoidi e tenebrosi. Che dopo Flip, lo scenografo con la cresta che si sparava punti sulla coscia tanto per sentire l’effetto che faceva, rimasi in uno stato solitario e agognante per mesi, senza riuscire a trovare tra i ragazzi del liceo nessuno che uguagliasse tanto splendore.

Dunque arrivai alla festa non solo annoiata e scettica, ma pure disperata. A partire dalle auto di lusso parcheggiate fuori, passando per la musica discreta e a basso volume, per le luci soffuse, gli orologi di marca, gli arredi sobri e classici, finendo col buon cibo, il buon bere e la bella gente, non era certo quello il posto in cui avevo sperato di iniziare il nuovo anno.

A un’ora dall’entrata in sordina me ne stavo da sola a mani incrociate sulle gambe incrociate, seduta su un divanetto basso, accanto a un ragazzo con una testa spropositatamente grossa e tutto butterato, che cercava di attaccare bottone con battute che, mmm… ho dimenticato lì per lì. Finché è arrivato lui. Presentato dal fratello della mia amica, ha preso posto accanto a quello col testone e subito ha disteso il braccio oltre le sue spalle fino a raggiungere il mio collo. Questo è ciò che penso mi abbia conquistata. La sorpresa.

Sentire due dita che mi scorrevano sul collo, senza vedere in faccia quello che me lo faceva, mi mise in apprensione, mi mise in subbuglio, mi mise in uno stato di quasi-eccitazione che ho provato solo una seconda volta, e solo ripensandoci in sogno. Quando uno sconosciuto mi alzò la minigonna in metropolitana, mentre si stava tutti bloccati e stretti stretti, cercando di salire sempre più verso l’alto. E più mi dimenavo per spostarlo, più quello insisteva. Finché non mi sono girata di scatto con una faccia brutta, senza riuscire a individuarlo, ma almeno riuscendo a farlo smettere.

Giorgio aveva questo, che ci sapeva fare con le donne. Mi fece sentire unica, preziosa e rarissima. Era bravissimo a sollevarmi in volo con le parole e i gesti. E aveva anche due occhi tremendamente belli. Avrebbe avuto tante altre qualità se non fosse stato così insicuro. Lo era talmente tanto che, benché fossimo affiatati come nessuno, mi controllava in continuazione. Cercava di incontrarmi quando dovevo studiare, si appiccicava al vetro della scuola di danza mentre mi esercitavo, mi telefonava per ore, mi sottoponeva a lunghi e puntigliosi interrogatori sui miei due o tre ex, e poi mi accusava di tutto, soprattutto di tutto quello che non avevo mai neanche lontanamente pensato di fare.

Perché ero carina, forse è vero, ma ero innamorata di lui. E durante il ballo di fine anno del liceo era con lui che mi ero chiusa in bagno, nei giorni in cui non avevo interrogazioni facevo sega da scuola con lui (le uniche volte che non l’ho detto ai miei genitori). Con lui suonavo il pianoforte a quattro mani, con lui uscivo sempre, sempre, sempre. Ma era un insicuro, e così si disperava pensando di non avermi abbastanza sotto il suo controllo. Mi accusava dandomi schiaffetti in pubblico, davanti ai miei amici piazzava pacche commentando la sodezza del mio sedere (ero una cosa sua), una volta in moto iniziò a carezzarmi una coscia cercando di farsi vedere dal mio prof. di matematica, che casualmente si trovava in macchina accanto alla nostra moto.

La storia è durata circa tre anni, in un crescendo di litigi e sgambetti reciproci. Lui addirittura, durante una delle nostre crisi, riuscì a “fidanzarsi” per alcuni mesi con una ragazza del nostro quartiere, non dicendole niente di me, e niente di lei a me, benché i nostri amici in comune sapessero benissimo, e tacevano. Anche in quell’occasione lo perdonai. Ho sempre perdonato alla fine, io. Almeno finché non mi sono stufata e resa conto, ma guarda, di essere degna di essere amata come si deve e da uomini veri. Quindi alla fine mi sono stufata anche di lui. L’ho lasciato definitivamente e, a quel punto, la nostra commediola insulsa si è trasformata in un horror.

Ormai avevo raggiunto la maggiore età ed ero una matricola universitaria. I miei erano entrati in rotta di collisione e stare in casa era molto simile a vivere da svegli in un incubo. Sentire il fiato sul collo di Giorgio e subire le sue sfuriate era l’ultima cosa di cui avrei avuto bisogno. Lo misi gentilmente di fronte all’evidenza, apriti cielo.

Elenco, in ordine sparso: agguati in strada, minacce per telefono, minacce e insulti scritti su biglietti nella buca della posta, dietro a fotografie mie strappate e sistemate sul parabrezza delle macchine, la mia e quella dei miei, ma anche sul parabrezza della macchina del padre del mio compagno di studi del momento, con tanto di irruzione notturna in casa sua, e rigatura delle fiancate, rotture di antenne e specchietti di tutte le auto fin qui menzionate, scoppio dei miei pneumatici in corsa, perché forati ad arte, e ancora telefonate e agguati, e minacce, e scene madri.

Mio padre dovette andare via di casa in quel periodo. La mia vicenda era lo specchio di quella dei miei genitori. Nei mesi successivi trovai un po’ di conforto rifugiandomi nell’abbraccio buono e senza pretese di un amico. Col tempo, più o meno un anno, Giorgio si calmò, diradò le sue improvvisate che diventarono sempre meno offensive, fino quasi a interromperle del tutto (ma ritornano, essi ritornano sempre). Era stata una relazione importante, eppure non ho mai sentito la sua mancanza. Alla fin fine, innamorata o meno che fossi stata un tempo, quello non era stato amore.

Oggi, che è passata tanta acqua sotto i ponti, ritornandoci sopra mi pare che tutto sia accaduto a un’altra persona. Ma una traccia di quella vicenda, una traccia forte, ce l’ho ancora dentro, sensibile come una cicatrice. Non mi riesco più a fidare delle persone che si esaltano facilmente nell’espressione dei sentimenti, positivi e negativi. So che sono in grado di fare del bene, ma anche tanto male (e spero di sbagliare, spero che non sia così proprio per tutti coloro che manifestano temperamenti passionali).

Questa esperienza mi è servita di lezione per il futuro, alle povere ragazze delle cronache di  questi giorni non è stato concesso tanto.

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Che’Nelle – Slow Down 

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25 Risposte to “Non era amore”

  1. Barney Panofsky Says:

    E’ scritto cosi’ bene che quasi (quasi) mi dimentico del link a Francesco “ariafritta” A.

    Brava davvero, seriamente.

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  2. tramedipensieri Says:

    Le esperienze servono eccome. restano dentro, senza imporsi . Diventano campanelline. Campanelli, meglio….

    buona serata
    .marta

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  3. Jihan Says:

    No, non lo era, anche se l’amore finisce sempre per poter essere definito solo in negativo, per ciò che non è più che per ciò che è e sempre ‘dopo’. Ma quello che conta di questo racconto così lucido che non rinuncia alla tenerezza è proprio il racconto. Spero, anche se vorrei non ce ne fossero tanti, in cento, mille racconti di tutti gli assedi -che non sono mai grandi o piccoli, innocui o gravi – perché la narrazione, la denuncia, la rivelazione sono l’unica arma che abbiamo, perché non dovremmo abbassare mai la guardia. Ancora (e ancora e ancora) troppo spesso è nell’occhio dell’uomo che la donna fonda la percezione di sé e solo spezzando la più antica memoria del fatto che la nostra identità si è formata nella dipendenza dal desiderio dell’uomo – chiamato spesso amore – possiamo innescare un cambiamento. Questo Franca Rame lo sapeva bene e la sua morte non è solo la sua morte, che è dolorosa di per sé, ma la perdita di una vasta prospettiva basata sul coraggio.
    Quindi grazie per quello che racconti e per come lo fai.

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  4. ubik Says:

    Oggi sembra tutto cambiato, in modo drammatico. A volte penso sia l’immaturità sentimentale che i ragazzi vedono in giro e si raccapezzano poco. Però l’inizio è davvero divertente e mi ha fatto ritornare i ricordi degli anni ’80. Gasp! La permanente. Io ero sulla barricata metallara, unica sconcezza all’epoca le magliette nere dei Metallica e degli Iron Maiden, i capelli lunghi non erano permessi in casa e così alla fine ripiegai su una spettinatura a la mano mistificando il divieto con la mia imminente svolta punk.
    Però come adoravo quelle feste!!! Anche se poi facevamo gruppetto tra maschietti a parlare di moto e chitarre. Sognavamo ragazze punk e metallare, ma erano aldilà da venire e i dark mi deprimevano anche se poi divenni fanatico dei Joy D. Cure Bauhaus, insomma le svolte della vita

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  5. ubik Says:

    Ah! Fantastica la foto, era il tempo di Paradise e non ci perdevamo un film

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  6. scudieroJons Says:

    Perché continuare a insistere sul fatto che lo amassi benché fosse così insicuro? E’ proprio quella l’arma vincente di molti rubacuori. Gratifica enormemente la donna. Ne sono assolutamente sicuro.
    Ciao : )

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  7. Erotic Art Drops Says:

    Credo tu abbia ragione quando dici che molte donne si siano ritrovate in questa situazione; se ne potrebbero raccontare a migliaia di storie simili alla tua. Il silenzio è il comune denominatore di tutte e lo ritengo inaccettabile. Non serve a niente se non a svuotarti l’anima e privarti di ciò che realmente sei. Perché purtroppo succede questo quando si è vittima di tali violenze, e non è necessario che siano fisiche, basta la manipolazione psicologica, l’umiliazione della persona, il ridicolizzarla e farla sentire inutile e priva di valore. E allora è difficile uscire da situazioni così perché si arriva ad un punto in una non ama più se stessa anzi, crede di essere una nullità come le hanno fatto credere. Il silenzio va gridato e non soffocato sotto scuse dannose come “è stato solo un episodio insignificante, lui in realtà non è così”. No. L’amore non è questo, non confondiamone il significato.
    Bel pezzo, mi è piaciuto tanto.

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    • icalamari Says:

      Quant’è vero ciò che dici. Ma come per tutte le cose, non credo che esista una distinzione netta tra il “buono” e il “cattivo”. A volte questi maschietti sono a loro volta vittime delle aspettative aberranti di questo mondo imbecille.
      Mi sento di promuovere una giusta dose di prevenzione (educazione civica ma anche sessuale, precoce e priva di moralismi distorsivi), non tanto la repressione a danno fatto. Le carceri straripano già di poveri cristi.

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      • icalamari Says:

        In effetti più che una risposta a te, era una risposta al commento di Mariano, qui sotto. 🙂 Grazie bella.

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      • Erotic Art Drops Says:

        Ultimamente ho ripreso ad ascoltare de Andrè (in qualche post fa menzionavo una sua canzone), ed ora leggendo il tuo commento sopra “A volte questi maschietti sono a loro volta vittime delle aspettative aberranti di questo mondo imbecille” mi rivengono in mente le strofe finali di Vecchia Città “ma se capirai e ricercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Dunque sì, anche loro, i maschietti, saranno le vittime di questo mondo ingiusto. È vero, la carcere non serve a gran che, non rieduca, anzi, a volte peggiora la situazione. Ma secondo me funzionerebbero anche delle palline di Ben Wa, con scariche elettriche leggere, certo.
        Puoi censurarmi, se vuoi. 🙂

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  8. Mariano Says:

    Che miseria, la possessione… Non riesco a tollerarla. Se rinasco, faccio il gregario di Arrow – il giustiziere. Una freccia per ogni violento/stupratore

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  9. Mariano Says:

    In questa vita insegno la non violenza. Ma che fatica!

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