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Diario
Mercoledì 23 aprile
8.34 Sveglia veloce e colazione al bar: caffè e sfoglia liscia, una signora entrata poco prima di me si era portata via tutto il vassoio di ricce, così si è giustificata la proprietaria. Ottantadue ha sorseggiato appena un latte caldo, per aver divorato già un pacco di biscotti davanti alla televisione mentre mi preparavo.
9.35 Ricerca di negozi utili a procacciare regali inutili per gli amici che vedremo questo pomeriggio. Scartata la quasi totalità delle inutilità. Acquistato solamente un cappellino da neonato. Taglia unica, potrebbero riutilizzarlo in famiglia.
9.55 Passaggio in spiaggia sotto minaccia di pioggia incipiente, ma che è iniziata a cadere appena risaliti in macchina.
10.20 Ritorno al residence, senza programmi per il resto della mattinata. Ottantadue ha compiuto una minuziosa manutenzione personale comprendente: doccia, barba, sfumatura di basette, baffi e pizzo, taglio delle unghie di mani e piedi, apposizione di lozioni profumate alcoliche sul 90% della superficie corporea. Ad alcuni urletti ha fatto seguito una accurata vestizione. Io: lettura.
13.30 Pranzo: pastasciutta al ragù di tonno e pomodori pachino, pane, frutta, caffè. Intanto ha smesso di piovere.
16.00 Passeggiata al molo avanti e indietro, salutato Gigi (amico e compagno di gozzovigli dei miei tempi andati), che usciva con il suo gozzetto a ritirare le reti. Rito del gelato, il cameriere ha insistito anche oggi a porgermi un cucchiaino sporco di un gusto del quale non mi interessava conoscere il sapore.
17.20 Piccolo rinforzo della spesa, per la cena: frutta, verdura e platessa surgelata.
17.50 Primo giro di visite. A casa del neonato madre, zie e nonne si passano il bambino. Io e Ottantadue cerchiamo di seguire il ragionamento che fa uno zio (lo stesso Gigi di cui sopra) sulla sua contrarietà alle adozioni di bambini da parte delle coppie gay, ma il suono della sua voce viene sovrastata dai cori e le espressioni di stupore per il singhiozzo, il ruttino, il rigurgitino, la colichetta del piccolo. Il padre siede in un angolo del divano all’ombra. Non partecipa e non commenta. Dopo circa un’ora facciamo per alzarci ma Gigi ci intercetta e ci fa deviare verso casa sua, ovvero il portone accanto. Una volta entrati, Gigi apre il frigorifero e ci offre il pescato del giorno: una ciotola di mitili, un’altra di pescetti misti da friggere o da fare arrosto, due splendide sciabole argentate. Davvero splendide. Fatico parecchio a convincerlo che, benché sia donna, non sono in grado di cucinare il pesce, e che comunque non mi azzarderei a fare esperimenti in un cucinino disastrato come quello del residence. Piuttosto accettiamo l’invito a cena per la sera successiva, anche se dovremo presentarci presto per aiutarlo a cucinare.
20.00 Ci ricordiamo di aver lasciato la spesa in macchina e usciamo di corsa.
20.30 La cena è stata comunque deliziosa. Abbiamo parlato a lungo di Jole e della vita che si svolge a casa sua. Ottantadue sembra non accorgersi neanche di avere dei coinquilini, a me sorge il dubbio che non lo calcolino affatto nell’organizzazione del loro ménage quotidiano: vive più o meno placido, ma comunque indisturbato all’interno dei 36 metri quadrati del locale al piano seminterrato della loro villetta. Che potrebbe prendere fuoco o subire uno dei drammatici allagamenti a cui è soggetta la zona in cui vivono, ad alto potenziale di disastro idrogeologico, senza che ai piani alti se ne accorgano nemmeno. Al ritorno da questa vacanza devo fare due chiacchiere con mia sorella.
22.00 A letto presto, seguita da Ottantadue che non ha rinunciato a una sigaretta e a un goccetto in terrazzo prima di dormire.

 

La sensazione che ho avuto oggi, e della quale ho cercato invano di rendere partecipe Ottantadue, è quella di essere capitati in un periodo dell’anno nel quale il nostro paesino estivo di riferimento non indossa la maschera di località vacanziera.
Il bar sembrava insolitamente affollato, non riuscivo a ricostruire le silhouette a cui ero abituata delle donne che entravano, consumavano e se ne uscivano in tutta fretta, oggi in tailleur grigio o marrone e scarpe con tacco da quattro o al massimo sei centimetri. Di corrispettivi maschili ne ho individuati pochi, per lo più mortificati da completi sformati, mocassini, valigetta al polso e un’insana predilezione per le acconciature tenute ferme da ettolitri di gel effetto-bagnato.
Stavamo seduti a un tavolino interno. Ottantadue fissava la vetrina dei dolci senza battere le ciglia mentre le mie parole venivano a mano a mano sempre più assorbite dallo zucchero al velo della sfoglia liscia (che, per inciso, non mi stava dando le stesse soddisfazioni della riccia). Benché non siamo fratelli di sangue, a un osservatore esterno io e Ottantadue saremmo sembrati figli dello stesso Dio (minore), similissimi per atteggiamento e fissità.
Buona parte della fauna maschile che affollava il bar, ma sempre per una colazione mordi-e-fuggi, era costituita da manovali. “Pezzi” di manovali, in alcuni casi dall’aspetto per niente mortificato dall’irresistibile passione per la stessa manata di gel di troppo tra i capelli che affliggeva la prima categoria di lavoratori osservata.
In spiaggia, poco dopo. Il vuoto assoluto. Non abbiamo trovato nemmeno i bagni, o stabilimenti, quei container prefabbricati, decorati a mano e tappezzati di insegne e manifesti che occhieggiano e mirano ad adescare il villeggiante, gli stessi che ogni estate occupano quasi per intero la lunghissima strisciata di sabbia di quel tratto di golfo.
Tra il grigio del mare e quello del cielo si frapponeva soltanto una macchia disordinata che risaliva velocemente arrampicandosi sui monti alle nostre spalle. L’aria era pulitissima e silenziosissima.
Un uomo con a fianco un cane passeggiava con i piedi a lambire la schiuma formata dalle onde sul bagnasciuga.
Il cane non abbaiava. Il sole non splendeva. Non era estate, insomma, e io e Ottantadue ne eravamo sommamente sollevati.

 

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[QUATTRO]

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